martedì 27 agosto 2013

Avvolgente, irraggiungibile Mabel

Luca Ricci, Mabel dice sì
Arcipelago Einaudi, pp. 144, euro 12,50
 
Patrizia Vincenzoni
In epigrafe la formula "Preferirei di no" di Bartleby, lo scrivano, opera di Hermann Melville, fa da contrasto al titolo affermativo del romanzo: come a dire la difficoltà a stabilire un punto d'incontro fra prospettive diverse.
Mabel dice sì  si avvale di una scrittura esangue, ridotta all'osso ma estremamente efficace, quasi ipnotica, smembrante, capace come poche di mettere a nudo pensieri e sentimenti delle figure ritratte. L'effetto che tale scrittura produce è quello di tenere viva l'attenzione anche perché accadono continuamente fatti nel luogo dove si svolge il romanzo, lo spazio apparentemente angusto della reception di un albergo in una città di provincia, che poi si intuisce essere Pisa.
La trama: un pianista, studente del conservatorio, accetta di lavorarare, inizialmente nei fine settimana, come portiere di notte per arrotondare gli introiti e portare a termine gli studi: la narrazione è costruita unicamente sulla sua voce e sulle vicende che vedono Mabel protagonista,  collega che conosce  durante il primo turno di lavoro.
Mabel, dal latino 'amabile', è di poche parole, sempre un po' defilata, insondabile presenza che ha nei movimenti una morbidezza avvolgente del tutto estranea alle sue forme piuttosto aspre.
Oggi-Ieri-Oggi: le tre sequenze temporali attraverso le quali si snoda la narrazione, costituiscono una temporalità lineare che ricorda lo svolgere ripetitivo dei turni di lavoro, rituali attraverso i quali cose, oggetti e lavoro restano come sospesi, uguali a se stessi anno dopo anno. 
Nella prima scansione, incontriamo il personaggio principale in un colloquio di lavoro concesso a un ragazzo di diciotto anni che, poi scopriremo, ha a che fare  con Mabel.  Da qui, la sua necessità di ricordare storie, accadimenti che la vedono  al centro del racconto, interlocutrice spesso silenziosa, che in realtà non diventa mai tale, almeno nell'accezione comune. Questa donna appare come  una figura eterea, quasi irreale, enigmatica, proiezione del desiderio maschile che produce una figura mitica, inarrivabile e, allo stesso tempo, un femminile che fa della donazione di sé, anche sul piano erotico, quasi una vocazione, un modo per accogliere anche in senso consolatorio uomini che restano come impigliati in questa disponibilità avvolgente, in quel  suo candore inattaccabile.
L'Io narrante del pianista/portiere ci accompagna nella ricerca di ciò che vuole per sé, spinto dalla passione per la musica, che determina una progettualità, ma nel suo caso, questa si interrompe e il senso dell'esistenza allora non dimora  più nella sua apertura verso il futuro. 
'Fare di sé un'opera d'arte'  è il mantra che lo ha accompagnato sino ad allora in un  processo di auto affermazione che ha inaridito esperienze e rapporti.  Tutto quello che lo circonda ha in sé un qualcosa di indistinto, e lo ritroviamo ogni volta come se fosse davanti a una soglia oltre la quale non transita : anche i contatti che ha con Mabel non lo vedono mai varcare quella frontiera  invisibile che lo aiuta a mantenere una distanza tra sé e l'altro non riuscendo a vivere un'esistenza  piena, incarnata.  La scelta di vivere una vita connotata da arrendevolezza e da una certa rassegnazione alla sconfitta dei propri desideri, appoggiato a un presente che appare senza futuro,  si contrappone alla presenza/assenza forte ed enigmatica di questa donna/icona, simbolo dell'amore inteso come rifugio, totalizzante ed allo stesso tempo terrorizzante, per la quale, invece, l'illusione di unicità  e di esclusività dei rapporti è soltanto un aspetto secondario.
 dei rapporti è soltanto un aspetto assolutamente secondario.

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