Visualizzazione post con etichetta narrativa italiana. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta narrativa italiana. Mostra tutti i post

mercoledì 14 ottobre 2015

Conflitti rimossi e sempre aperti in "Adua" di Igiaba Scego


Valerio De Simone
Ambientato tra le città di Roma e Magalo, in Somalia, lungo un arco di tempo che va dagli anni Trenta fino ai giorni nostri, l'ultimo romanzo di Igiaba Scego ha per protagonisti Zoppe e sua figlia Adua (da cui il libro, appena uscito per Giunti, prende nome), i quali, in epoche differenti, narrano al lettore le loro esistenze mettendo in luce cosa significhi essere un migrante, uno straniero. A differenza del suo primo romanzo Rhoda (Sinnos, 2004), con Adua Scego sceglie quindi di raccontare - per dirla con le parole di Gayatri Chakravorty Spivak - la subalternità dei soggetti coloniali.
Il termine sottomissione è infatti elemento comune nelle vite degli eroi. Grazie al lavoro di interprete, Zoppe riesce a coronare il suo sogno di raggiungere Roma, città da lui venerata. Ma come accadde per il soggiorno romano di Giacomo Leopardi, ne rimane profondamente deluso. Mentre sua figlia, l’aspirante attrice Adua, viene “presentata” nella grande città come Saartjie Baartman la Venere ottentotta, con la promessa di divenire una diva di Cinecittà. A incrinare il loro rapporto con la città sono le violenze che subiranno in primis sui loro corpi. Zoppe viene brutalmente picchiato e arrestato dai fascisti in quanto “negro”, mentre il corpo della giovane, come una colonia, verrà brutalmente “conquistato e defraudato” da produttori cinematografici e magnati dell’ambiente. L’elevazione a feticcio della giovane donna per il suo carattere “esotico” mostra come i “saccheggi” dei colonizzatori italiani non siano cessati con l’indipendenza della Somalia (1960), aprendo così a una lunga stagione di neocolonialismo.
Divenuta adulta e ormai matura, Adua, il cui nome è stato scelto dal padre per ricordare «la prima vittoria africana contro l’imperialismo» (battaglia a cui il regista Haile Gerima ha dedicato nel 1999 il film Adwa – An African Victory),  assiste ai nuovi flussi migratori che interessano il mediterraneo e quindi l’Italia. Sceglie così di sposare un giovane somalo in fuga dalla povertà e dal conflitto, emblematicamente soprannominato Titanic. «Io lo so che Titanic – dice il giovane somalo a sua moglie - è un film dove tutti muoiono. Ma ricordati che io non sono morto». In realtà la loro relazione sembra essere più quella di una madre con un figlio che di due amanti. E consapevole che il ragazzo non è davvero innamorato di lei, e presto “spiccherà” il volo verso altri luoghi più ospitali, alla donna non resta che cercare nella città di Roma un conforto confidandosi con l'elefantino del Bernini e  raccontando alla statua silenziosa la propria storia, le speranze, i sogni, i rimpianti.
Roma insomma, con le sue architetture, le sue strade e le sue storie, non è solo uno sfondo neutro alle vite dei nostri eroi, ma si fa parte attiva allo svolgersi delle loro azioni fino a diventare un personaggio a parte intera. Proprio la capitale, dove le tracce del colonialismo italiano sono tuttora evidenti come Scego ha splendidamente mostrato in Roma negata – Percorsi postcoloniali nella città (Ediesse, 2014), si trasforma da miraggio di speranza in un luogo freddo e poco sicuro.
Caratteristica distintiva del romanzo, e in generale dell’intera opera del’autrice, è la presenza dell’ibridismo linguistico tra italiano e somalo (ovviamente corredato da un glossario finale), che sottolinea - come già Gloria Anzaldùa aveva fatto in Terre di confine/La Frontera (Palomar, 2000) - le numerose identità del soggetto migrante, il suo appartenere contemporaneamente a due culture: una del colono, l’altra del colonizzatore.
Dunque Adua è una storia che ci racconta di conflitti mai terminati, di migrazioni, di imperialismo, del colonialismo italiano «uno dei grandi rimossi della storiografia del nostro paese», di neocolonialismo, di sfruttamento dei corpi, ma soprattutto di sogni, spesso infranti, e di speranze.

lunedì 13 ottobre 2014

Manzoni e la chimera


Nei giorni scorsi Rizzoli ha rimandato in libreria uno dei più bei romanzi di Sebastiano Vassalli, La chimera, la cui prima edizione era uscita nel 1990 per Einaudi. Il libro aveva vinto allora lo Strega e se n'erano vendute molte copie. In seguito, come dimostra un rapido giro in rete, le vicende di Antonia, bruciata per stregoneria nel 1610, hanno accompagnato i percorsi scolastici di molti studenti italiani, forse anche per la contiguità temporale tra la storia raccontata da Vassalli e quella dei Promessi sposi. Che il rapporto con l'opera di Manzoni non sia stato secondario né casuale nell'elaborazione della Chimera, lo dice ora lo stesso scrittore nella postfazione alla nuova edizione, di cui presentiamo qui - grazie alla cortesia dell'editore - un breve stralcio: un testo sicuramente di grande interesse per i lettori di Monteverdelegge, all'interno degli itinerari di lettura proposti da Un libro un quartiere: I promessi sposi a Monteverde.

Sebastiano Vassalli
Uomo di fede ma anche uomo del Risorgimento, cioè della sua epoca, Manzoni aveva studiato a fondo i vizi e le virtù degli italiani e conosceva bene il nostro carattere nazionale. Avrebbe potuto rappresentarlo al peggio, scelse invece di rappresentarlo al meglio perché l'Italia doveva ancora nascere e si sperava che potesse nascere con il suo aspetto migliore. Perciò il Seicento, che fu un secolo a tinte violente, un secolo terribile, nel suo romanzo è corretto con molto Ottocento. Don Abbondio è un prete contemporaneo del suo autore. I preti della Controriforma, quelli veri, non avrebbero potuto concedersi le sue abitudini e i suoi tic, impegnati com'erano a ripristinare diritti e prerogative che risalivano al Medioevo e che si erano persi con il trascorrere dei secoli, e a tiranneggiare i loro parrocchiani con sanzioni per noi inimmaginabili, se non si confessavano e comunicavano almeno una volta all'anno e non seguivano i precetti della religione. Anche il cardinale Federigo Borromeo, rispetto al vero personaggio storico, nei Promessi Sposi è molto idealizzato; e anche la conclusione del romanzo, con la nascita dell'industria, è rivolta più al secolo dell'autore e alle sue prospettive di sviluppo, che all'età barocca in cui è ambientata la vicenda dei due fidanzati. Perciò io ho scelto di raccontare una storia del Seicento. Perché tornare in quel secolo dopo Manzoni significava tornarci dopo l'Unità d'Italia, dopo la Grande Guerra e il fascismo; dopo la catastrofe e il naufragio della Seconda Guerra Mondiale. Quanti Conti Zii e don Rodrighi e Innominati, quanti don Ferrante e donne Prassede e Fra Cristofori, ma anche e soprattutto quanti Renzi e quante Lucie si erano poi persi irrimediabilmente in quel naufragio!
Da Alcune considerazioni su questo romanzo dopo un quarto di secolo, postfazione a La chimera, Rizzoli 2014 © 2014 RCS Libri S.p.A., Milano

domenica 24 novembre 2013

I racconti di MVL. Al tuo funerale verrò vestita di viola


Giulia Caminito

- Dici che Dio è vanitoso?
- No, non è vanitoso. Vuole godersi le cose belle con noi.
Io credo che Dio si incazza se tu,
di fronte al colore viola di un campo di fiori,
neanche te ne accorgi.

“Penso che tu sia troppo bassa, Medea. Non credo che qualcuno potrebbe mai trovarti attraente. Guarda quanti brufoli hai in faccia! Non raggiungi il metro e cinquanta, scarso. Sembri una bambina, di quelle viziate e sbilenche, a cui manca sempre qualcosa. Io se fossi in te mi vestirei da puttana, del genere che però poi non si mischia mai con i clienti. Chissà forse qualcuno, allora, avrà voglia di considerarti come una donna. Te lo dico per amicizia, Medea. Solo per questo.
Sono la tua miglior amica, no?”
Viola aveva una gatta di nome Camilla. Le aveva scelto un nome semplice, senza rimandi letterari, senza implicazioni sentimentali, per non darle il privilegio di uscire dalla propria mediocrità.
Si odiavano Viola e Camilla. Il felino era macchiato di bianco e nero, tanto da venir spesso soprannominato “mucca”, “zebra” e “procione”; aveva la brutta abitudine di dormire sulla sedia che Viola usava in cucina riempiendola di peli. Lei ogni settimana cambiava sedia, pur avendone solo tre a disposizione, e Camilla, puntualmente, si faceva trovare pronta, per le otto e mezza in punto, acciambellata sul cuscino di Ikea. Una volta era stato color avorio, ora tendeva al giallino, macchiato di caffè e saliva di gatto.

giovedì 14 novembre 2013

Paul, il tuffo nella nuova vita


Giovedì 14 novembre 2013 alle 18 da Plautilla, una conversazione con Luciano Minerva, autore di Una vita non basta.


Luciano Minerva

Quel giorno, l’ultimo della mia prima vita, quella umana, l’ho nella mente come se l’avessi appena vissuto. Spesso la sera, nella vasca d’acquario che è diventata tutto il mio mondo, quando si spengono i riflettori ed esce il pubblico ripasso una per una le ultime sequenze. Cerco di capire se avevo qualche alternativa, se quel percorso che mi ha portato in fondo al mare, verso quest’altra vita, era inevitabile. E non so rispondere. […]
All’altezza di Punta Nera, dove la strada vira a novanta gradi e segue l’angolo del promontorio, la luce del sole all’orizzonte mi abbaglia. Abbasso lo sguardo verso la ruota anteriore, ma non la vedo. Quando gli occhi riacquistano la vista ho già perso la curva e sono fuori dell’asfalto. La punta rocciosa mi sfila sulla sinistra, la ruota scivola verso il mare e io dietro di lei. La moto vola, io comincio a girare su me stesso: cielo mare nuvole sole fuoco rocce cielo scogli mare pietrisco sangue, cado a occhi aperti senza reagire, spettatore della mia fine.

lunedì 14 ottobre 2013

"L'aria di casa", muti interni di famiglia

Enza Bertoni
In quello spazio magico che si chiama Plautilla, e che dà possibilità a ognuno di noi di riappropriarci di noi stessi (scusate il gioco di parole), abbiamo commentato insieme all'autrice  il libro di Raffaella Battaglini L'aria di casa (Archetipo). 
La figura  femminile rappresentata sulla copertina  può a prima vista apparire leggera, eterea, ma osservando attentamente l'espressione dei suoi occhi scorgiamo tanta nostalgia, malinconia, rabbia, il desiderio - parrebbe - che qualcosa di doloroso scompaia rapidamente
Sin dalle prime pagine emerge una figura paterna che rappresenta per i figli affetto negato, aggressività, violenza morale e fisica. Le ferite emotive diventeranno in seguito, soprattutto per le ragazze, il collante delle loro vite infelici. Il disagio e l'ostilità che si avverte verso questo padre-padrone è grande; e che dire della madre che non si ribella, e subisce silenziosamente tutto ciò che quest'uomo fa? E tuttavia, visto che si parla di violenza sulle donne (quello che oggi viene definito femminicidio), la prima parte del libro si può leggere come se gli eventi non fossero lontani nel tempo. 

domenica 13 ottobre 2013

I racconti di MVL - Il padrino


Bianca Maria Vaglio
Quando era piccola Mara pensava che le sarebbe piaciuto conoscere un “Padrino”. Uno di quegli uomini che si vedono nei film, un tipo anziano, calmo e autorevole a cui rivolgersi quando si è subito un torto. Mara immaginava di esporgli i suoi problemi, di raccontargli le sue paure, le cose che la angustiavano, le ingiustizie quotidiane che subiva. Immaginava che il Padrino l’avrebbe guardata benevolmente, avrebbe capito le sue ragioni e le avrebbe detto. “ Non ti preoccupare Mara, stai tranquilla, ora ci penso io”. E senza fare violenza a nessuno, (“Per amor del cielo….io sono contro la violenza” diceva Mara) avrebbe fatto capire a coloro che volevano farle del male, che non dovevano farlo, dal momento che lei, Mara, faceva parte della “Famiglia” ed era sotto la protezione del Padrino.
Nonostante l’educazione religiosa impartitale da sua madre, una fervente cattolica, Mara fin da giovanissima non credeva nella Giustizia divina e poco credeva anche in quella dei Tribunali che era fatta solo per punire i criminali incalliti, ma non per difendere le creature inermi come lei.
In seguito quando Mara, ancora molto giovane, si sposò, le sembrò di aver trovato nel suocero, il sospirato “Padrino”. Lui era un uomo autorevole, le voleva bene e spesso le diceva: “ Ti serve qualcosa?.. dì pure a me, stai tranquilla, ci penso io!”. Mara fu felice in quegli anni. Si sentiva finalmente sicura sotto la sua protezione.
Ma purtroppo, dopo pochi anni di matrimonio, il suocero morì. E il giovane marito non aveva la stoffa del padre, gli mancava l’autorevolezza e la capacità di rassicurare Mara. Lei aveva ormai messo al mondo tre bambini e più che a se stessa pensava a loro; era diffidente nei confronti del prossimo, credeva di potersi fidare solo delle persone che conosceva a fondo. Si guardò intorno e pensò che le persone che le ispiravano maggiore fiducia erano i suoi fratelli e le sue sorelle. Due maschi e due femmine. La sua Famiglia. Di loro sapeva tutto fin da quando erano piccoli e questo la rassicurava. E per tutta la sua vita non cambiò opinione.
Una volta che si era fatta un’opinione su qualcuno Mara tendeva infatti a non cambiarla mai. Anche se sopravveniva un cambiamento, lei non cancellava mai l’opinione precedente e ogni volta non mancava di ricordarla.

sabato 5 ottobre 2013

Martini Cocktail - I racconti di MVL


Marta Ancona
La prossima volta…..No, non ci sarà una prossima volta.
Me ne stavo da molti anni accoccolato – come un gatto, d’inverno, su un termosifone – al quieto tepore di un quasi matrimonio, esito non del tutto imprevedibile di una passione incandescente, quando…..ma andiamo per gradi.
Rispondo al nome di Giorgio, quantunque da me non troppo gradito, per via di quella piccola libertà consentita a ogni coppia che abbia a che fare con la nota e vistosa espansione che va sotto il titolo di “gravidanza”. Tassello nuovo nell’albero genealogico.
Il cognome, come in genere accade, l’ho ereditato, e di quello non so chi sia il primo responsabile: Mauzaran. Non saprei quindi con chi prendermela. Ho fatto ricerche, ma non ne ho trovato tracce. Da una parte mi sento unico, e nuovo. Dall’altra temo il mio non esistere. Una strana faccenda.
Sono architetto, ma non edifico. Ho preferito di gran lunga la disciplina che valuta la forma nello spazio, e il suo svilupparsi in percorsi più o meno imprevedibili. L’idea, l’ordine. Il Lògos: In principio era il Lògos…..
E’ forse un caso che una banale metafora attribuisca al Creatore la qualifica di Divino Architetto? Ebbene no: L’architetto progetta, in certo senso, il mondo; trasferisce dal disegno allo spazio un’idea complessiva, spesso onnicomprensiva, più seducente di un trattato di filosofia: il Lògos si è fatto carne.
Io ne sto fuori, non al di sopra; non giudico, guardo; mi incanto e rendo testimonianza.
Sono arrivato ai cinquanta con non molti altri traguardi al mio attivo, se si eccettua un tardivo riconoscimento, in ambito universitario, di una qualche competenza professionale, acquisita con il solo ausilio di ben oliati ingranaggi sinaptici su libri, fonti, opere. In attesa di quest’ultimo ero riuscito a ricavarmi un angolino di lavoro non del tutto spiacevole in un istituto, di grande prestigio ai miei occhi fino a quando non vi misi piede. E non fu il mio ingresso a pregiudicarlo. Vedere le cose dall’interno contribuisce a fare cadere molte icone.
Mi riconosco talune piccole manie alle quali peraltro sono affezionato: costituiscono i soli binari entro i quali accetto di muovermi: l’alimentazione, l’abbigliamento, l’arredamento della mia casa devono così passare al mio vaglio. Sono vagamente ossessivo, metto in ordine personalmente le mie carte, la mia cancelleria, tutti i miei cassetti. Alimento qualche fobia, ho allergie al lattosio e al pesce, per ora. Avrò tempo di scoprirne di nuove. Ho orrore della vecchiaia, delle malattie, della morte. Ma anche la vita, la vita non scherza. Col suo imprevedibile irrompere e il suo devastante disordine.

lunedì 30 settembre 2013

Volano libri - I racconti di MVL

Laura De Lorenzo
“Smetti di farti domande e pratica una disciplina orientale”.
Giulia sente una consistenza come di una cacca d’uccello che le bagna il braccio all’improvviso, istintivamente tira via il corpo estraneo e con grande stupore si ritrova tra le mani questa frase appiccicosa.
“Non alimentare i dubbi di Giulia ma falle il solletico!”. PLOF!. Marco, il migliore amico di Giulia si guarda la maglia e tira via anche lui una frase appiccicosa della consistenza di una cacca d’uccello. 
I due annusano le frasi inodori, Marco fa per alzare la testa mentre Giulia già urla sbigottita: “Guardaaaaa!”.In aria, a gruppi o solitari, volano libri: classici, noir, thriller, romanzi rosa, saggi, libri di poesia, enciclopedie. Ogni gruppo diviso per genere letterario. Si annidano sui pini del parco per riposarsi e poi riprendono il volo. 
"Ma è la loro cacca!” dice Giulia. 
“Cosa?” fa Marco. 
“Cacano frasi!” sospira Giulia intuitiva come sempre. 

martedì 24 settembre 2013

I racconti di MVL - In amor vince chi fugge

Dopo la rivisitazione di Cenerentola nel racconto Mai troppo tardi, padre, Marta Ancona torna a pescare nello sterminato serbatoio delle fiabe per proporci una versione "double face" del Principe ranocchio

Marta Ancona
Versione I

- Appena in tempo! - disse, asciugandosi il sudore gelato, dopo il salto funambolico che lo aveva salvato da morte certa per asfissia.
Al riparo della fresca e umida ombra nella quale si era mimetizzato trovò il coraggio di guardare là .....oltre....E la vide.
- E’ pazza! - soggiunse poi, rabbrividendo di nuovo al pensiero dello scampato pericolo.
Lei, umiliata e delusa, vagava mestamente, come ubriaca. Ancora una volta era stata a un passo, un passo solo....
- Eppure è scritto - rifletté. - Ci sarà pure, da qualche parte del mondo.....No, non mi stancherò di cercarti, ovunque tu sia, Rospettino mio! - concluse rianimata la Principessa.

Versione II

- Lasciami, mi soffochi!
- Un bacio solo, ti prego, non te ne pentirai. Ricordi il poeta: Un apostrofo rosa....; e poi....
- Non essere ridicola. Il punto è che non vuoi prender atto della realtà. C’è un abisso tra noi!
- Infatti occorre un salto, un salto qualitativo.
- Ne ho già fatti tanti, e sono stanco. Ti prego. Non sperare in improbabili metamorfosi.
- Ma che cosa mi resta se non alimento questa speranza?
- Solo questo: sono quel che sono, e tale voglio restare.
- Un rospo?
- Un Rospo, Principessa.

domenica 22 settembre 2013

L'incipit della domenica, Attraverso l'Atlantico in pallone


Dal 26 al 29 settembre a Roma, a Villa Celimontana e al Palazzo delle Esposizioni, si tiene  la sesta edizione del Festival della Letteratura di Viaggio (paesi ospiti gli Stati Uniti e il Brasile, tra i partecipanti Ennio Morricone e Vinicio Capossela), e noi dedichiamo l'incipit domenicale di oggi a uno scrittore che in effetti viaggiò solo nelle pagine dei suoi libri, Emilio Salgari, ma che è noto per le esotiche atmosfere dei suoi romanzi d'avventura. In questo caso, però, siamo lontani dalla Malesia e preferiamo proporre le prime righe di un testo meno famoso, Attraverso l'Atlantico in pallone, del 1896.

Emilio Salgari
“Hurrah!” urlano diecimila voci.
“Evviva il Washington!”
“Hurrah per Mister Kelly!”
“Mille dollari a chi ci tiene!” grida una voce.
“Siete pazzo Paddy?... Li perderete: ve lo assicuro io.”
“Duecento sterline!...” grida un’altra voce.
“Chi ci tiene?”
“Su chi scommettete?”
“Sulla riuscita della traversata!”
“Ecco un altro pazzo! Avete molte sterline da gettare in mare, Mister Holliday!”
“Le vincerò: Kelly attraverserà l’oceano e scenderà in Inghilterra.”
“No, in Spagna”, grida un altro.
“In Spagna o in Inghilterra, poco importa. Chi ci tiene a duecento sterline?”

domenica 15 settembre 2013

Racconti d'autunno. Ritratto di maestra


Bianca Maria Vaglio
Si dice spesso che la vita è come il teatro o che il teatro è come la vita. Si dice spesso che Napoli è un palcoscenico e che i suoi abitanti sono tutti attori. A Napoli molta gente che conosco ripete spesso: “ Passare una giornata con la mia famiglia.. è proprio come stare a teatro!”
La famiglia in cui sono cresciuta io, non era di quel tipo.
Erano tutte persone riservate e poco inclini a mostrare i loro sentimenti. A volte penso che sono cresciuta nell’unica famiglia di Napoli in cui non sembrava per niente di stare a teatro.
Tuttavia c’era un luogo dove ogni giorno, dai sei fino a dieci anni, mi è capitato di assistere a uno straordinario spettacolo. Il teatro era la mia classe delle elementari e il mio banco era il mio posto in platea. La prima attrice era senza dubbio la nostra insegnante, la signorina Ada Scrocco.
Si dice spesso che i napoletani hanno il teatro nel sangue. Tuttavia lo spettacolo che la signorina Scrocco rappresentava, pur essendo recitato in dialetto napoletano, non aveva niente di Scarpetta, Di Giacomo o Totò. Era piuttosto qualcosa di mezzo fra il teatro dell’assurdo di Ionesco e il teatro della crudeltà di Artaud. Non credo che la signorina Scrocco conoscesse questi autori, ma a loro sarebbe sicuramente piaciuta.

domenica 8 settembre 2013

L'incipit della domenica: Le novelle della nonna

Questo pomeriggio, a Mantova, con una conversazione fra il francese Emmanuel Carrère e l'italiana Elena Stancanelli si chiude la diciassettesima edizione del Festivaletteratura di Mantova. Tanti, come sempre, gli appuntamenti, che consentono ai lettori curiosi di organizzarsi percorsi insoliti, fuori dalle piste più battute: interessante, quest'anno, il filo dedicato all'Africa, che ha visto in scena la poetessa sudafricana Karen Press, tradotta in italiano per Donzelli da Paola Splendore, il kenyota Binyavanga Wainaina, autore e giornalista, ma soprattutto grande tessitore di imprese culturali in Africa e nel mondo (di lui è appena uscito per 66thand2nd Un giorno scriverò di questo posto) e la scrittrice Taiye Selasi, nata a Londra da padre ghanese e madre nigeriana, ora residente negli Usa, il cui La bellezza delle cose fragili, pubblicato in questi giorni da Einaudi, ha attirato elogi come una calamita. Per collegare idealmente il nostro Incipit della domenica al festival, abbiamo però scelto un altro filone, quello delle Fiabe italiane, che nel corso della rassegna sono state proposte al pubblico mantovano da Luca Scarlini. E presentiamo quindi l'attacco di una raccolta bellissima e misconosciuta, le Novelle della nonna pubblicate alla fine dell'Ottocento dalla toscana Emma Perodi, a lungo direttrice del "Giornale dei bambini", con la speranza che a qualcuno, o a molti, venga voglia di leggere il seguito.
 
Emma Perodi
Tutte le campane di Poppi e della valle suonavano a festa in quella notte chiamando i fedeli alla messa di Natale, e pareva che a quell'invito rispondessero le campane di Soci, di Bibbiena, di Maggiona e di tutti i paesi e i castelli eretti sui monti brulli, che s'inalzavano fino all'Eremo di Camaldoli e al Picco della Verna, tanto era lo scampanìo che si udiva da ogni lato.
In una casa di Farneta, piccolo borgo sulla via di Camaldoli, la famiglia del contadino Marcucci era tutta riunita sotto l'ampia cappa del camino basso, che sporgeva fin quasi a metà della stanza. Il camino, nel quale crepitava un bel ceppo di faggio, era grande davvero, altrimenti non avrebbe potuto contener tanta gente, perché i Marcucci erano un subisso!
Il vecchio capoccia era morto, la moglie gli sopravviveva, e intorno a lei erano aggruppati i cinque figliuoli maschi, i quali avevano tutti moglie, meno l'ultimo, Cecco, che era tornato da poco dal reggimento, e aveva sempre addosso la tunica d'artiglieria. I quattro fratelli maggiori si ritrovavano di già la bella caterva di quindici figliuoli, fra grandi e piccini, così che fra la vecchia Regina, le nuore, i figliuoli e quei quindici nipoti, facevano venticinque persone. È vero che il podere era grande, ma se i ragazzi maggiori non si fossero ingegnati ad accompagnare col trapelo le carrozze che andavano a Camaldoli, facendo in su e in giù l'erta via tre o quattro volte il giorno, la famiglia Marcucci non avrebbe attecchito il desinare con la cena.
Quella sera la vecchia Regina stava seduta sopra una panca molto vicina al fuoco crepitante, e le sue mani operose, che intrecciavano di consueto i fili di paglia per farne cappelli, restavano inerti in grembo.

sabato 31 agosto 2013

Parola di Capitano / 31


Nota: con questo Post scriptum si chiude, insieme al mese di agosto, il romanzo a puntate Parola di Capitano, proposto agli amici di monteverdelegge come lettura estiva. Ma il libro, naturalmente, resta in rete, e chi lo vorrà trovare, o ritrovare, non avrà che da andare alla prima puntata e seguire poi il ritmo dei giorni. 

Franca Rovigatti

POST SCRIPTUM, 31 agosto 2013

Sono passati più di dieci anni, signori.

Quella fu una serata epocale, fredda gelida ma anche felice, rammentate?

Confido che ci siate più o meno tutti, ancora. E che ancora vogliate ascoltarmi.

Riprendo dopo tanto tempo il discorso, perché credo sia giusto dirvi qualcosa: quello che voi allora volevate sapere e che io, allora, non vi dissi.

Ora, sì, ora mi sento in dovere di rispondere alla domanda che più di dieci anni fa alcuni di voi mi fecero. Chiedevate di me, vi ricordate? In realtà temevo di spaventarvi.

venerdì 30 agosto 2013

Parola di Capitano / 30


Nelle puntate precedenti: con una grande festa di fidanzamento siamo arrivati (vedi sotto) ai titoli di coda, ma non è finita...

Franca Rovigatti
TITOLI DI CODA
Insomma, ma perché mi trattenete ancora? Ve l’ho detto che è finita!
Riempite di improbabili zecchini le tasche dei poveri e fatta quadrare ogni possibile geometria amorosa, questo, non c’è dubbio, è il LIETO FINE!
Non lo riconoscete?
Ci riprovo, guardate:

THE END
Ma perché strillate? Che volete ancora?

Un attimo, per favore (sento gridare): e il libro? L'ha poi finito, Teo?
Giusto, il libro! Teo ha concluso la stesura in un mese. Il romanzo, pubblicato su nella capitale da un noto editore, ha avuto recensioni favorevoli, è stato in cima alle classifiche di vendita per mesi e lo scorso giugno ha anche vinto il Maga, uno dei più prestigiosi premi letterari del paese.

giovedì 29 agosto 2013

Parola di Capitano / 29


Nelle puntate precedenti: "L’incantesimo operato dalla parola ‘amore’ riempiva, finalmente!, un vuoto infinito, una voragine, un buco del cuore"...

Franca Rovigatti
IL TESORO
La rabbia sparì tutta dalla mente di Teo, spazzata via dalle fresche manine che gli spolveravano l'anima.
Svolazzava intorno all’abbraccio dei nuovi amanti una parola che, per quanto antichissima, si sentiva appena nata. Ch'era appena sbocciata fuori, tenera, da un freddo guscio calcareo. Benediceva e ridacchiava, ingenua e burlona. Parola con consonanti sanguigne e robuste, che spingevano Alice tra le braccia tremanti dell'amante. Con vocali alate e grassocce, che si rincorrevano tra le bocche, facevano il solletico tra i capelli, sotto i lobi.
Amore! Amore, amore!

Intanto Sommaire e Giona avevano aperto l’armadio di Teo alla ricerca di panni per il Capitano: detentore ormai di una testa che faceva ammontare il totale della sua altitudine sul livello del suolo a quasi due metri. E' vero che c'era ancora poco da coprire, un uccello e due alluci. Tuttavia, Giona aveva espresso il desiderio di vedersi uscire il collo da una bella camicia. Ma i lisi completi di Teo erano stati confezionati nelle più scadenti fabbriche taglia e cuci della regione, famose per la cattiva qualità del tessuto e per il pessimo taglio. E tutti taglia small...
Sommaire salì a frugare nei ripiani alti dell'armadio in corridoio. Là, tra la vecchia Enciclopedia dei Ragazzi (cui mancava da sempre il terzo volume), tra la plastica incrostata di un areosol mai restituito alla Farmacia Stenti (via del Plebiscito), le sue mani incrociarono un voluminoso pacco avvolto in vecchi giornali.

Di Paolo, due personaggi in cerca di vita

Paolo Di Paolo, Mandami tanta vita
Narratori Feltrinelli (2013), pp. 158, euro 13
 
Leda Fonti
“Mandami tanta vita” è quanto chiede Piero in una delle sue lettere alla giovane moglie lontana. Infatti è la forza vitale che vien meno ogni giorno di più a Piero Gobetti, personaggio storico, giovane giornalista, intellettuale e politico antifascista, costretto all’esilio in Francia ed afflitto da problemi di salute.
Siamo negli anni ’20, Piero è una mente brillante, ha fondato e dirige delle riviste letterarie, è colto e intelligente. Esile e delicato, una figura quasi evanescente, un nugolo di biondi capelli ricciuti e un paio di occhialini tondi sulla punta del naso. Occhialini che vengono ripetutamente spezzati dalla mano pesante dei picchiatori fascisti. Alla fine, per continuare la sua attività di editore, si risolve a lasciare una Torino fredda, umida e distaccata, con quella sua aria regale appesantita dall’atmosfera plumbea del regime. E a lasciare l’amatissima moglie Ada e il neonato figlio Paolo. Piero è un uomo fisicamente fragile, la sua salute cagionevole peggiora nel suo esilio parigino, ma è un combattente che crede fermamente nel “volere è potere”, tanto da convincersi che ritornerà in forze solo perché lo vuole fortemente.
Moraldo incontra Piero per la prima volta in un’aula universitaria e la sua prima reazione è di antipatia per questo ragazzo un po’ troppo sicuro e pieno di sé.

mercoledì 28 agosto 2013

Parola di Capitano / 28


Nelle puntate precedenti: amorevolmente Sommaire e il Capitano guariscono Alice (e il Capitano, intanto, continua a prender corpo).

Franca Rovigatti
OMNIA VINCIT AMOR

Se è per quello, Teo ci aveva anche provato. Ma non c’era stato verso. Non c'era riuscito, a riposare.
La piega che avevano preso le cose non gli piaceva affatto.
Andava avanti e indietro per i pochi metri della cucina come un lupo in gabbia.
Trovava scandaloso l'esperimento. Inutilmente schifoso. Non riusciva a immaginare come potesse risultare utile. Una botta di esibizionismo gratuito. Chi l'avrebbe detto: Sommaire! E il Capitano: che lui stimava tanto!
Ogni suono che proveniva dallo sconcio talamo, ogni gemito, ogni lamento e guaito gli accresceva la furia.
Quelle due ore durarono per Teo una settimana. Una settimana lunga, di quelle che non passano mai.

Infine, la dannatissima porta si aprì.

Nell'anno 2142, tra fantascienza e filosofia

Alex Cantarelli, 2142
Edizioni Ensemble, pp. 115, euro 12

Maria Teresa Iannitto

2142 è il titolo di un volumetto che raccoglie alcuni racconti ambientati nel mondo del futuro.  L’autore è Alex Cantarelli, regista, autore teatrale e musicista, che in questa occasione si cimenta per la prima volta con un opera letteraria.
L’accattivante copertina e l’ambientazione delle storie narrate spingono in prima lettura a incasellare  il libro nel genere fantascientifico. Eppure risulta riduttivo assegnare il volume ad  una categoria precisa,  perché esso si presta a molteplici approcci di lettura. Una tecnologia altamente sviluppata regola e semplifica il mondo degli umani che vivranno tra un centinaio d’anni e più: questo è l’elemento fantascientifico che accomuna i diversi racconti, ognuno dei quali ha un titolo formato da una lettera puntata o da una sigla. Ma appare subito evidente che nel tessuto del racconto emergono riflessioni che scaturiscono da una riflessione sul presente, nonché da esperienze di  studio e vita vissuta. 

martedì 27 agosto 2013

Parola di Capitano / 27

Nelle puntate precedenti: 
si fa festa, ma Alice piange...


Franca Rovigatti

IL COMBATTIMENTO
Consiglio di guerra in cucina.
Il Capitano credeva che le parole assassine fossero in agguato. Certo, disse, lo sentivano che la preda si dibatteva. Avevano fatto un buon lavoro, con lei: anni e anni di fascinazione, e ora se la volevano portare a casa. Magari, chissà, dall'altra parte, in quello stesso momento, stavano tenendo un consiglio di guerra simmetrico al loro, preparando strategie e munizioni...
Le decisioni furono. Primo, che Alice non dovesse mai essere lasciata sola. Poi, che bisognava prepararsi al prossimo assalto, prevedere le mosse del nemico. Quali parole avrebbe messo in campo? Bisognava preparare Alice ad un attacco, per esempio, di 'eterno', 'infinito', 'morte'. E perché non di 'male', ‘crudeltà’? I nostri presero il vocabolario, l'enciclopedia e il lessico. Studiarono e si segnarono radici, contesti, etimi. Di ogni parola ricostruirono la storia lontana e vicina, le trasformazioni, le derivazioni, gli usi. Misero insieme un arsenale consistente in circa un centinaio di lemmi. Avevano scelto le parole che apparivano le più estreme. Le più dense ed esperte.

Cenarono cercando di parlare d'altro. Ma la conversazione ricadeva sempre lì, come lingua che batte in bocca cariata.
Ma poi Sommaire se ne uscì: "Forse le ci vorrebbe un po' di amore, ad Alice. Le parole trovano tanto spazio dentro di lei perché non ha amore...".

Avvolgente, irraggiungibile Mabel

Luca Ricci, Mabel dice sì
Arcipelago Einaudi, pp. 144, euro 12,50
 
Patrizia Vincenzoni
In epigrafe la formula "Preferirei di no" di Bartleby, lo scrivano, opera di Hermann Melville, fa da contrasto al titolo affermativo del romanzo: come a dire la difficoltà a stabilire un punto d'incontro fra prospettive diverse.
Mabel dice sì  si avvale di una scrittura esangue, ridotta all'osso ma estremamente efficace, quasi ipnotica, smembrante, capace come poche di mettere a nudo pensieri e sentimenti delle figure ritratte. L'effetto che tale scrittura produce è quello di tenere viva l'attenzione anche perché accadono continuamente fatti nel luogo dove si svolge il romanzo, lo spazio apparentemente angusto della reception di un albergo in una città di provincia, che poi si intuisce essere Pisa.
La trama: un pianista, studente del conservatorio, accetta di lavorarare, inizialmente nei fine settimana, come portiere di notte per arrotondare gli introiti e portare a termine gli studi: la narrazione è costruita unicamente sulla sua voce e sulle vicende che vedono Mabel protagonista,  collega che conosce  durante il primo turno di lavoro.
Privacy Policy