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domenica 23 marzo 2014

L'incipit della domenica - Mario Puzo, Il padrino

L’incipit del best seller di Mario Puzo presagisce quello del celeberrimo film di Francis Ford Coppola: Amerigo Bonasera chiede a Don Vito Corleone la vendetta per l’aggressione alla figlia (sfigurata da alcuni ragazzi di buona famiglia dopo un tentativo di stupro).
In due pagine Mario Puzo delinea ideologicamente la propria opera più acclamata: un sicuro afflato fascista (legge e ordine; celebrazione della struttura militare dell’Impero Romano su cui si modella la mafia italoamericana); un inno al patriarcato italiano, cantato orgogliosamente nella sua barbarica e atavica vitalità; la minuziosa e notevolissima caratterizzazione di tutti i personaggi  che, in ossequio alla migliore letteratura popolare (gialla, rosa, feuilleton), rifugge gli psicologismi e trae forza da opposizioni tipiche nette e definite.
Mario Puzo (nativo di New York, ma figlio di immigrati avellinesi) fonde il retaggio millenario  dei costumi mafiosi con la forza dell’american way of life: il suprematismo militare, economico e ideologico degli Stati Uniti coincide con quello mafioso. Nella visione di Puzo (che prestò servizio nell’Aeronautica), il militare e Presidente Dwight Eisenhower e il capomafia Don Vito Corleone obbediscono alle stesse leggi naturali, eterne e sacre in rispetto di Dio, Patria e Famiglia. Don Vito Corleone, insomma, è un padre della nazione americana esattamente come i quattro volti di Presidenti scolpiti sul Monte Rushmore: chiunque si opponga a ciò è un traditore (i ragazzi WASP che hanno disonorato la figlia di Bonasera, i negri, i poliziotti, gli hippies, il laido Sollozzo che vuole diffondere droga fra i bianchi) e viene rappresentato narrativamente come degenere (i mafiosi, invece, presuppongono, anche fisicamente, una felicità e una pienezza morali indiscusse).
Le accuse di fascismo portate al romanzo sono, perciò, fondate solo in parte: occorre inquadrarle in un più generale afflato conservatore che ricomprende, pur nella diversità di ispirazione, altri importanti letterati e saggisti (Ayn Rand, Fukuyama, Kagan): tutti fautori di un individualismo vitalista tipico del libertarianesimo di destra; garantito dalla Legge Eterna degli Stati Uniti, nuova terra promessa opposta alla corrotta e flaccida Europa.

Mario Puzo
Amerigo Bonasera sedeva nella III Sezione Penale della Corte di New York in attesa di giustizia; voleva vendicarsi di chi aveva tanto crudelmente ferito sua figlia e, per di più, tentato di disonorarla.
Il giudice, un uomo severo dai lineamenti pesanti, si arrotolò le maniche della toga nera, come se intendesse punire fisicamente i due giovanotti in piedi davanti al banco. Il suo viso esprimeva freddamente un maestoso disprezzo. In tutto questo, tuttavia, c'era qualcosa di falso che Amerigo Bonasera intuiva, ma non comprendeva ancora.
«Avete agito come la peggior specie di degenerati», disse aspramente il giudice. Sì, sì, pensò Amerigo Bonasera. Animali. Animali. I due giovanotti, capelli lucidi tagliati a spazzola, viso tutto acqua e sapone in atteggiamento di umile contrizione, chinarono il capo in segno di sottomissione.
Il giudice continuò: «Avete agito come bestie selvagge in una giungla e siete fortunati di non aver abusato di quella povera ragazza, altrimenti vi avrei mandato in prigione per vent'anni». Fece una pausa e gli occhi sotto le sopracciglia straordinariamente folte ebbero un lampo furtivo verso il volto olivastro di Amerigo Bonasera; poi li abbassò su un cumulo di rapporti mensili di libertà sulla parola che aveva davanti. Aggrottò le sopracciglia e si strinse nelle spalle, come per mostrarsi convinto suo malgrado. Parlò di nuovo.
«Tuttavia, grazie alla giovane età, al fatto che siete incensurati e appartenete a famiglie rispettabili, dato che la legge nella sua magnanimità non cerca vendetta, io con questa sentenza vi condanno a tre anni di reclusione. Condanna con la libertà condizionale».
Solamente quarant'anni di lutto professionale permisero al viso di Amerigo Bonasera di non mostrare l'opprimente frustrazione e l'odio che sentiva. Sua figlia, giovane e bella, era ancora all'ospedale con una mascella fratturata, bloccata da filo metallico; ed ora questi due animali erano liberi? Una farsa! Osservò i genitori raccogliersi attorno ai cari figlioli. Oh, erano tutti contenti, ora, tutti sorridenti.
La bile nera, acidamente amara, salì nella gola di Bonasera, traboccò attraverso i denti serrati con forza. Trasse il bianco fazzoletto di lino e lo premette contro le labbra. Era in piedi in questo modo quando i due giovani percorsero liberi a lunghi passi la corsia, sicuri di sé, con occhi freddi, sorridendo, gettandogli appena uno sguardo. Li lasciò passare senza dire una parola, premendo il lino fresco contro la bocca.
I genitori degli animali stavano ora avvicinandosi: due uomini e due donne della sua età, ma più americani nel modo di vestire. Lo guardarono di sfuggita, imbarazzati, però nei loro occhi vi era una strana luce trionfante di sfida.

domenica 13 ottobre 2013

I racconti di MVL - Il padrino


Bianca Maria Vaglio
Quando era piccola Mara pensava che le sarebbe piaciuto conoscere un “Padrino”. Uno di quegli uomini che si vedono nei film, un tipo anziano, calmo e autorevole a cui rivolgersi quando si è subito un torto. Mara immaginava di esporgli i suoi problemi, di raccontargli le sue paure, le cose che la angustiavano, le ingiustizie quotidiane che subiva. Immaginava che il Padrino l’avrebbe guardata benevolmente, avrebbe capito le sue ragioni e le avrebbe detto. “ Non ti preoccupare Mara, stai tranquilla, ora ci penso io”. E senza fare violenza a nessuno, (“Per amor del cielo….io sono contro la violenza” diceva Mara) avrebbe fatto capire a coloro che volevano farle del male, che non dovevano farlo, dal momento che lei, Mara, faceva parte della “Famiglia” ed era sotto la protezione del Padrino.
Nonostante l’educazione religiosa impartitale da sua madre, una fervente cattolica, Mara fin da giovanissima non credeva nella Giustizia divina e poco credeva anche in quella dei Tribunali che era fatta solo per punire i criminali incalliti, ma non per difendere le creature inermi come lei.
In seguito quando Mara, ancora molto giovane, si sposò, le sembrò di aver trovato nel suocero, il sospirato “Padrino”. Lui era un uomo autorevole, le voleva bene e spesso le diceva: “ Ti serve qualcosa?.. dì pure a me, stai tranquilla, ci penso io!”. Mara fu felice in quegli anni. Si sentiva finalmente sicura sotto la sua protezione.
Ma purtroppo, dopo pochi anni di matrimonio, il suocero morì. E il giovane marito non aveva la stoffa del padre, gli mancava l’autorevolezza e la capacità di rassicurare Mara. Lei aveva ormai messo al mondo tre bambini e più che a se stessa pensava a loro; era diffidente nei confronti del prossimo, credeva di potersi fidare solo delle persone che conosceva a fondo. Si guardò intorno e pensò che le persone che le ispiravano maggiore fiducia erano i suoi fratelli e le sue sorelle. Due maschi e due femmine. La sua Famiglia. Di loro sapeva tutto fin da quando erano piccoli e questo la rassicurava. E per tutta la sua vita non cambiò opinione.
Una volta che si era fatta un’opinione su qualcuno Mara tendeva infatti a non cambiarla mai. Anche se sopravveniva un cambiamento, lei non cancellava mai l’opinione precedente e ogni volta non mancava di ricordarla.
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