giovedì 19 dicembre 2013

Pasolini e il discorso di Cefis: storia di un'ossessione

Antonello da Messina,
Salvator Mundi
G. Luca Chiovelli

Il discorso di Eugenio Cefis a Modena (cliccate qui per scaricare; quindi estraete i file con winrar o simili)

A volte nelle tele di un pittore, anche sommo, appaiono dei pentimenti.
Il pentimento è un ripensamento: un cambio di prospettiva: una linea di fuga, la posizione di una mano, il contorno di un naso, la rielaborazione d'uno sfondo.
Il pentimento può essere più o meno evidente. Nell'opera a sinistra, di Antonello da Messina, si scorge un pentimento nella mano benedicente, vicino alla scollatura del Cristo.
I pentimenti dicono molto sulla tecnica e sulla psicologia dell'artista.
In Pasolini essi parlano della sua onestà intellettuale.
Pasolini, a cavallo fra Sessanta e Settanta, operò dei pentimenti nel proprio pensiero.
Pasolini fu soprattutto un fenomenologo. Un dilettante di genio. Osservava. Le persone, la società, i comportamenti minuti; soppesava le reazioni; spaccava le parole come noci per osservarne i contenuti nascosti; per tale lavorìo, implacabile e continuo, si servi di tutti i campi intellettuali: linguistica, semiologia, sociologia; cinema, poesia, teatro; Karl Marx studiò il capitalismo sul campo, in Inghilterra; Pasolini non fu da meno: si immerse nella vita a lui contemporanea, a tutti i livelli; non gli fu estraneo il ripugnante, lo scomodo. Sono uomo: nulla di ciò che è umano mi è indifferente, scrisse Terenzio Africano. E lui non si sottrasse a tale compito.
I risultati di tale indagine lo atterrirono. E ne cambiarono il punto di vista. Pasolini si pentì.


L'abiura della trilogia della vita. Gli scontri con i letterati, con gli amici, con il Partito.
Egli aveva individuato l'immane cesura sociale, la linea di frattura epocale, il prima e il dopo.

Il prima. Mondo brechtiano, solido. Scontro sociale. Poveri contro ricchi, Grosz, espressionismo, rivendicazioni sociali, Comune di Parigi, stato borghese, oppressione religiosa. Semplice, netto, inequivocabile, adamantino. I valori di fraternità, eguaglianza, libertà; il corpo come liberazione, la lotta per i diritti civili. Accattone, I racconti di Canterbury, Il fiore delle Mille e una notte.

Il dopo. Irruzione del capitalismo liquido, del consumismo. Omologazione, globalizzazione, piallamento ideologico; capitalismo come sirena incantatrice, merci, democrazia da consumo. I valori di ieri, liberatori, fatti propri dal nuovo Moloch e mutati in loro parodia: la sessualità da liberazione della persona a grimaldello per i consumi; la libertà ad anarchismo vitalista; la fraternità a socializzazione forzata; l'eguaglianza a parificazione da classe media, spinta da desideri comuni, e ottenuta attraverso l'annientamento sistematico del particolare, linguistico, culturale; la forza del passato, la tradizione che dava forza alla visione del futuro ridotta all'angustia del presente, onnipotente, pervasivo, ridanciano.
Pasolini vide la globalizzazione prima degli altri; seppe che il fascismo e il cattolicesimo e l'Italia antica, agricola, arretrata e pastorale, tutto ciò che aveva dato senso ai millenni, era ormai spacciato. Il fascismo? Un rudere ideologico. Il Papa? Irrilevante. Contadini e piccolo borghesi? Cooptati nella nuova superclasse media, cementata dagli stessi desideri, dagli stessi palpiti, a Nord e a Sud.
Il consumismo era allettante; funzionava; lasciava presagire felicita, pace; era ammantato di democrazia, di libertà, di piacere, di quei valori brechtiani, ora inglobati e riadattati alla Belle Epoque degli anni a venire. La pubblicità prometteva una piacevole permanenza sulla terra, lietamente edonista e menefreghista, e manteneva la promessa!
Il mondo precedente venne schiantato.
Pasolini intuì questo rivolgimento universale; ne fu uno dei rari profeti. E intravide persino il profeta opposto, il duce italiano del nuovo mondo mirabile: Eugenio Cefis, già presidente dell'ENI al posto di Enrico Mattei, assassinato nel 1963, e poi presidente della Montedison, azienda privata acquistata con soldi pubblici (quelli dell'ENI).
E dove si racchiude l'ideologia di Cefis? Pasolini la individuò in un discorso tenuto dallo stesso presso l'Accademia Militare di Modena, il 23 febbraio 1972.
Il discorso apparve nel bimestrale L'Erba Voglio nel numero 6 del  giugno/luglio 1972. Il responsabile del periodico era Piergiorgio Bellocchio, fratello del regista Marco e uno dei rarissimi epigoni del pensatore Pasolini.
Bellocchio pubblicò integralmente il testo con l'aggiunta di commenti chiarificatori.
Quelle pagine sono introvabili; le ho trovate e scansionate per voi. Potete scaricarle qui.
Una copia de L'Erba Voglio arrivo a Pasolini. Egli lo riteneva un saggio capitale per capire lo sviluppo futuro della nazione; e del mondo. Cefis fu l'ideologo del turbocapitalismo globale che si sarebbe abbattuto sull'Italia nei decenni a venire, così come Francis Fukuyama lo fu della vittoria definitiva del capitalismo angloamericano sul comunismo e sulla storia.
Pasolini reputava tale discorso tanto importante da restarne ossessionato. Il succo ideologico d'esso, e la stessa figura di Cefis, finiranno, perciò, letterariamente trasformati, nell'incompiuto romanzo/inchiesta Petrolio: qui, peraltro, lo scrittore ipotizza agganci fra lo stragismo italiano e i complotti internazionali orditi dalle multinazionali e dai governi ad esse paralleli.
Pasolini si pentì e smise di dare del fascista ai fascisti, perché intravedeva le mareggiate di un nuovo superfascismo, fluido e insinuante, avanzare verso le nostre deboli coste storiche.
Ed ecco alcuni estratti dal discorso. Profetico, come detto, e recitato trent'anni prima di Naomi Klein e dei moti di Genova. E tragico, poiché, come spesso accade, la storia vera si muove sottotraccia e chi crede esserne protagonista in realtà ne è agito: nel 1972 si cercava un mondo più libero, ma i destini della nazione e del mondo erano già segnati.

Pag 8 "anche nelle decisioni di investimento le imprese hanno attribuito un'importanza secondaria ai confini nazionali, scegliendo per i nuovi impianti la località che poteva apparire più proficua, indipendentemente dal fatto che questa si trovasse nell'uno o nell'altro stato"

Pag. 9 "gli stessi studiosi prevedono che nel 2000 ... oltre due terzi della produzione industriale mondiale sarà in mano alle 200/300 maggiori società multinazionali"

Pag. 11 "fino a quando il nostro continente sarà frammentato in diversi stati, fino a quando la multinazionalità potrà essere identificata con uno o due paesi d'origine, cioè con i paesi delle società madri, le iniziative delle affiliate della multinazionale dovranno sempre combattere un certo clima di diffidenza e sospetto dovuto al fatto che i loro centri decisionali più importanti sfuggono al controllo del potere pubblico locale"

Pag. 12 " … al limite può accadere talvolta che qualche governo proceda alla nazionalizzazione di singole unità produttive appartenenti alla multinazionale. Ma è difficile che un tale governo riesca a reggere alla pressione politica che le multinazionali possono esercitare"

Pag. 13 " … è molto difficile che un paese ancora povero e arretrato possa permettersi di adottare iniziative politiche che scoraggino gli investimenti esteri. Le royalties che vengono versate al paese ospitante, la valuta derivata dalle esportazioni, i salari con cui la manodopera locale è retribuita, sono fatti economici di tale rilevanza da porre in secondo piano i problemi dell'autonomia e del prestigio politico"

Pag. 15 "ci si evolve sempre più verso l'identificazione della politica con la politica economica"

Pag. 15 "se i controlli statali creano vincoli eccessivi agli investimenti e alle operazioni in un Paese, la società multinazionale può comunque agire potenziando le sue attività in altre aree geografiche e disinvestendo dal Paese in cui si sente troppo contrastata"

Pag. 16 "all'affiliata di una società multinazionale è abbastanza facile dimostrare al fisco di essere sempre in perdita e, al tempo stesso, creare un buon affare per la casa madre ..."

Pag. 16 "gli stati nazionali nei loro rapporti con le imprese multinazionali sembrano spesso come i giocatori di una squadra di calcio costretti da un assurdo regolamento a giocare soltanto nella propria area di rigore lasciando ai loro avversari la libertà di muoversi a piacimento per tutto il campo"

Pag. 16 "anche dal punto di vista militare l'unica risposta possibile è quella di un allargamento della dimensione del potere politico a livello almeno continentale"

Pag. 16 "la difesa del proprio Paese si identifica sempre meno con la difesa del territorio ed e probabile che arriveremo anche ad una modifica del concetto stesso di Patria ... il concetto di patria e un concetto che si e trasformato nel tempo tanto che, anche all'epoca del Risorgimento, ben pochi erano i cittadini che sapevano di essere italiani e non si consideravano semplici abitanti del Regno delle due Sicilie o del Granducato di Toscana"

Pag 16 "... non si può chiedere alle imprese multinazionali di fermarsi ad aspettare che gli Stati elaborino una risposta ..."

Pag. 17 "i maggiori centri decisionali non saranno più tanto nel Governo o nel Parlamento, quanto nelle direzioni delle grandi imprese e nei sindacati, anch'essi avviati ad un coordinamento internazionale"

Pag. 17 "gli eserciti nazionali basati sulla coscrizione obbligatoria potrebbero essere destinati a cedere nuovamente il passo ad apparati militari professionali analogamente a quanto avveniva secoli fa; apparati militari non dissimili nella loro carica di tecnicità da una moderna organizzazione produttiva"

Pag. 18 "il sentimento di appartenenza del cittadino allo Stato e destinato ad affievolirsi e, paradossalmente, potrebbe essere sostituito da un senso di identificazione con l'impresa multinazionale con cui si lavora"

Pag. 18 "è chiaro che se l'Italia è un mercato troppo ristretto per una grande impresa, l'Europa è invece il maggior mercato del mondo"

Pag. 18 "i singoli stati nazionali rinunceranno, almeno in parte, alla loro sovranità ... E farsi promotori di una regolamentazione delle iniziative industriali nel diritto internazionale"

Ed eccolo qui il nostro mondo, presagito con sicurezza già quarant’anni fa. Una massificazione spietata da riorganizzare secondo un sistema di potere imprendibile, esteso liquidamente su tutto il pianeta; un feudalesimo di fatto invincibile che sussiste in ragione della propria diabolica forza di persuasione.
L'Europa e l'Euro, la dissoluzione degli Stati sovrani, la riorganizzazione degli eserciti da base nazionale a contingenti a difesa del capitale, l'impossibilità per le singole patrie di contrastare efficacemente le corporazioni, il potere politico e di direzione economica sussunto nel potere finanziario globale.
Tutto scritto. Nel 1972; persino in Italia, piccolo lembo alla periferia dell'Impero.
Mentre si organizzavano manifestazioni e proteste la Storia procedeva implacabile, sottopelle.
Non temo i forconi, non mi spaventano i fascisti da operetta.

L'atrio di una banca, i suoi marmi, le schermature dei computer, le relazioni liofilizzate, false e impersonali lì celebrate, sono infinitamente più agghiaccianti.

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