domenica 15 maggio 2022

Presentazione del libro "Stiletto Killer" alla Biblioteca IIS Federico Caffè


Il 27 MAGGIO 2022, alle ore 18
presso la BIBLIOTECA IIS FEDERICO CAFFÈ
nell’ambito della rassegna #VociAlFemminile  
il Laboratorio di traduzione Monteverdelegge presenta
 
Stiletto Killer 
antologia della poetessa e fotografa californiana Alexis Rhone Fancher (Edizioni Ensemble - HerKind, 2022) 
                                               Introduzione di Maria Teresa Carbone

Poetessa e fotografa americana, Alexis Rhone Fancher è un’autrice piena di sfaccettature.  L’antologia è una scelta di testi tratti da cinque dei suoi sei libri che narrano tempestose storie d’amore tra sesso e droghe, il  lutto e la sua riparazione attraverso la scrittura.
Sono racconti in versi — ballate — in cui si riconoscono i noir americani anni ’50 e i musical anni’60, con le istanze e le rivendicazioni sociali degli anni a seguire. Le narrazioni si svolgono a Los Angeles e dintorni tra le strade, i bar, i ristoranti, le abitazioni di famiglia o di gente comune di una città che diventa essa stessa protagonista. La poetessa parla di questa  città in cui è nata e dove vive da sempre come se essa fosse una persona da cui ha ricevuto ‹‹sostegno, identità e infinito materiale›› e a cui spera di avere risposto con ‹‹una continua dichiarazione d’amore, un omaggio affettuoso sia nelle foto che nelle poesie››. Per Fancher scrivere poesia erotica è una sorta di vocazione naturale: ‹‹Scrivo di donne come me, donne padrone della propria sessualità e che si prendono la responsabilità delle proprie scelte. Potrebbe sembrare che io scriva di sesso ma, in realtà, io parlo del potere. Chi ce l’ha, come ottenerlo, come esercitarlo, come mantenerlo››. 

Il Laboratorio di traduzione di poesia Monteverdelegge, che si riunisce da oltre un decennio nella bibliolibreria Plautilla presso il CSM Cantiere 24, ASL Roma D, si fonda sulla condivisione dell’esperienza della traduzione, valorizzando il confronto tra le persone e il superamento dei limiti personali nell’esercizio continuo della mediazione. 
Partecipano al laboratorio Maria Adelaide Basile, Marta Izzi, Giselda Mantegazza, Fiorenza Mormile, Paola Maioli, Anna Maria Rava, Anna Maria Robustelli, Jane Wilkinson. 

giovedì 5 maggio 2022

Un ricordo di Biancamaria Frabotta





 Anna Maria Robustelli  

Il Laboratorio di Traduzione Monteverdelegge ricorda Bianca Maria Frabotta improvvisamente mancata il 2 maggio con una sua poesia pubblicata su Matrilineare, antologia presentata a Plautilla il 6 maggio 2019, cui  lei presenziò caratterizzando un pomeriggio insieme con la consueta grinta e ironica disinvoltura.La sua scrittura originale e sensibile coglie qui un lampo di inopinata vitalità nel declino terminale della madre, che pur chiusa ormai in un  mondo separato, sembra riscattarsi “nelle  note dementi/di un canto senza denti” riuscendo così “a cambiare la morte in vita”. Un’ultima utile lezione.

                                                a mia madre

Scambiando il giorno

con la notte, secondo

dopo secondo, impari

nelle note dementi

di un canto senza denti

a cambiare la morte 

in vita, lo so

mia reclusa, hai buttato via la chiave.

Anche a questo addestrandomi.

 

da Da mani mortali (2012) in Tutte le Poesie 1971-2017, Mondadori, Milano 2018.

lunedì 7 febbraio 2022

IL DOPO TEATRO. Miracoli Metropolitani al Teatro Vascello

Il DOPO TEATRO  è una conversazione che si svolge su whatsapp dopo ogni spettacolo. Scaturisce da una domanda specifica che viene rivolta a quanti nel gruppo di teatro dell'associazione Monteverdelegge hanno visto lo spettacolo, e le risposte vengono trasferite e montate qui nel blog come un dialogo preceduto da una breve introduzione. 

Miracoli Metropolitani
Qualche giorno fa, al teatro Vascello abbiamo assistito allo spettacolo Miracoli Metropolitani messo in scena dalla compagnia Carrozzeria Orfeo, con la drammaturgia di Gabriele Di Luca che ne ha firmato anche la regia insieme a Massimiliano Setti e Alessandro Tedeschi. Premettiamo che, con questo testo, Di Luca è stato selezionato come autore italiano nel progetto Americano ITALIAN PLAYWRIGHTS PROJECT 3a EDIZIONE. Il testo scenico narrava le disgraziate vicende di sette personaggi che si incontrano in una improbabile quanto fetida cucina, allestita in una ex carrozzeria sotterranea: in un mondo futuro divenuto una gigantesca cloaca per via di un progressivo allagamento di materiali tossici, un cuoco fallito e sua moglie, contornati da figure tanto grottesche quanto disperate, preparano cibi a domicilio per la popolazione costretta a stare rinchiusa dentro casa. La finzione paradossale narrata sul palcoscenico rispecchia in modo sconcertante la realtà vissuta da tante persone durante la pandemia, coinvolgendo la platea in una partecipazione calorosa alle situazioni tragicomiche narrate e alle battute che – per lo più intrise di una giovanile grevità - incalzavano i dialoghi a ritmo serrato. Pareri contrastanti hanno diviso gli spettatori di Monteverdelegge teatro che hanno assistito a questo spettacolo, ed io stessa, di fronte all’entusiasmo degli spettatori che mi stavano intorno, mi sono fatta tante domande, così ho chiesto 

MARIA CRISTINA: Un gran successo ha accolto questo spettacolo, eppure il linguaggio mi ha lasciata perplessa, tra lo show televisivo e la commedia satirica.  E noi, abbiamo applaudito ammirati oppure ci  siamo sentiti estranei a tanto divertimento? C'era un cambiamento, un’evoluzione una trasformazione nei personaggi e nel modo di raccontarne la storia? A me sembra evidente la volontà di farli "redimere" rispetto all'exploit trash iniziale. Mano a mano diventano più interessanti, meno tagliati con l'accetta. 

 ANNAMARIA: Mi è piaciuto molto! Secondo me c’erano molti spettatori perché lo spettacolo era coinvolgente, cinematografico, ricco di un'alternanza tra momenti corali e intensi primi piani. Ho apprezzato la recitazione degli attori e l’ottima regia, in cui le sequenze si alternavano come quelle di un film, senza mai avere tempi morti. La drammaturgia e la scrittura erano molto efficaci e in grado di portare lo spettatore a connettersi con i temi della nostra attualità e a sentirsi partecipi dei drammi individuali di ciascuno. Per me la drammaturgia non ha raccontato la trasformazione dei personaggi, quanto piuttosto le sfaccettature delle loro personalità e attraverso questo processo ha messo in scena la loro storia personale e relazionale. 

ALESSANDRO: Lo spettacolo è durato due ore e quindici minuti senza intervallo e se partiamo da questa considerazione, ci rendiamo conto che dopo Giorgio Strehler e Luca Ronconi ci saremmo potuti trovare di fronte a uno spettacolo di alto, altissimo livello. Che dire...il pubblico, in una sala completamente esaurita, si è a più riprese sganasciato dalle risate ed ha applaudito entusiasta alla fine dello spettacolo. Quindi a molti è sembrato ottimo. Personalmente ho seguito il lavoro abbastanza sconcertato dalla risposta degli spettatori. Mi sono trovato di fronte ad un umorismo assurdo, ma, purtroppo per me, non nel senso di Beckett o Ionesco. L'autore scrive così: "Una commedia dove si ride tanto, ma dove non si sta ridendo affatto. L’alimentazione, il rapporto con il cibo come forma di compensazione al dolore, come alienazione di un Occidente decadente e sovralimentato, sempre più distratto e imprigionato dai suoi passatempi superflui, la questione ambientale, la solitudine e la responsabilità: sono questi i temi attorno ai quali di sviluppa il mondo di Miracoli metropolitani. È il racconto di una solitudine sociale e personale dove ogni uomo, ma in fondo un’intera umanità, affronta quotidianamente quell’incolmabile vuoto che sta per travolgere la sua esistenza." Si - sono questi i temi dello spettacolo, ma a mio avviso sono temi drammatici, su cui c'è da piangere, non certo da ridere. Cambierei il termine commedia in quello più consono di tragedia, avvertirei gli spettatori di portarsi dietro dei fazzoletti per tamponare le lacrime dovute sia alla storia (che parla di rifiuti venduti come alimenti, di un suicidio che segue una terribile vicenda personale, di un personaggio paralizzato dall'ictus) che agli spettatori che se la sono spassata così tanto su argomenti del genere. Certamente gli attori assolvono con convinzione alle parti a loro assegnate, la realizzazione è stata adeguata al canovaccio, io comunque sono uscito estenuato e senza applaudire (ero in terza fila centrale e mi imbarazzava uscire a metà spettacolo). Anche se attorno a noi la società è sempre più penosa e sconcertante, non mi sembra il caso di ridere sugli aspetti più deprimenti che ci offre. Comunque gli spettatori hanno riso e questo secondo me era spiegabile solo in due modi: o per effetto gregge (ricordiamoci di Tre uomini in barca di J.K.Jerome nel pezzo sulla canzone in tedesco) oppure perché si vedevano riflessi in uno specchio grottesco del mondo in cui viviamo. Ma se il mondo è questo che c’è da ridere? Aggiungo una considerazione sulla drammaturgia: nel corso della storia i personaggi subiscono leggere, minime trasformazioni, ma appunto le subiscono perché il tempo passa e i figli nascono, i prigionieri finiscono di scontare la pena, etc. Forse solo il ragazzo prende coscienza e sembra diventare l’unica evoluzione quasi positiva. Per me è stato un supplizio. 

FEDERICA: Mi associo a quanto detto da Alessandro, perché anche io non ho compreso le battute tutte prevedibili e tutto l’entusiasmo visto in sala e nei social. Non ho mai applaudito nemmeno io e la motivazione delle ovazioni credo fosse nella geniale operazione di marketing fatta dalla compagnia, che prevedeva persino un cartoncino con un QR - appoggiato ciascuna poltrona – che portava ai video dell’esilarante lavoro di backstage. Il cambiamento dei personaggi non mi è pervenuto, ma ho ammirato l’interpretazione del personaggio di Hope realizzata da Ambra Chiarello, l’unica che mi abbia davvero convinta con il suo humour intelligente, soprattutto quando tratta il tema dei rapporti degli italiani con gli immigrati. 

GLORIA: A mio modo di vedere, l'utilizzo di una chiave comica nel disagio intendeva ricreare un’altalena di stati d'animo divergenti. Su molte cose non ci sarebbe da ridere, eppure esiste il black humor che, nella risata, solleva una consapevolezza amara e angosciante. Inoltre l’umor nero, che necessita d'esser sottile, era affiancato da caratteristiche affini alla blue comedy, che tende a lanciar battute più esplicite, grezze e volgari. Del resto, però, lo sprezzo tipico di quest’ultima ben rappresenta la realtà contemporanea, con i suoi stereotipi, le sua banalità e la sua sgarbatezza minacciosamente presenti. In questo contesto non giudicherei la bassa comicità come fine a sé stessa, ma piuttosto come profondamente educativa.
Credo che nessuno potrebbe considerarlo uno spettacolo divertente, così pervaso come è dall’angoscia della solitudine familiare, in cui l’inconsistente materialismo e la viltà portano al fallimento educativo, come ad esempio la retorica di un idealismo estremo che si perde nel comportamento concreto e quotidiano della figura della nonna, madre che, lottando per i suoi ideali socio-politici aveva reso il figlio un orfano d'amore. Di fronte a tutto questo, la figura del professore è il simbolo di una sorta di redenzione, con la sua disponibilità affettiva e gratuità di intenti. E tutto questo ci fa riflettere, meditare


Hanno partecipato alla conversazione Alessandro D., Annamaria C., Federica B., Gloria e la sottoscritta.

                                                                                                                                    Maria Cristina Reggio

lunedì 6 dicembre 2021

IL DOPO TEATRO. Tavola tavola, chiodo chiodo al teatro Vascello

Il DOPO TEATRO è una conversazione che si svolge su whatsapp dopo ogni spettacolo. Scaturisce da una domanda specifica che viene rivolta a quanti nel gruppo di teatro dell'associazione Monteverdelegge hanno visto lo spettacolo, e le risposte vengono trasferite e montate qui nel blog come un dialogo preceduto da una breve introduzione
Te piace ‘o teatro?” “Si, tanto”, sembrano dirsi Lino Musella e gli spettatori del teatro Vascello. Premio UBU per il migliore attore nel 2019, durante il lockdown ha preparato con Tommaso De Filippo lo spettacolo Tavola tavola, chiodo chiodo. Sul palcoscenico, questo straordinario attore ha portato la lotta per difendere il teatro compiuta per tutta una vita da Eduardo de Filippo, grande attore, autore e regista italiano. In scena Musella lo impersona mentre scrive e pensa ad alta voce, lavorando incessantemente, accompagnato dal suono vivo della chitarra vibrante di Marco Vidino. Fin dalla prima scena, infatti, armeggia intorno a un insieme di piccoli pezzi di legno che compone per farli diventare il modellino del “suo” Teatro San Ferdinando, e vi si dedica con la stessa devozione amorosa che aveva Luca, il personaggio più famoso di Eduardo, il protagonista di Natale in casa Cupiello.

MARIA CRISTINA «Il suo lavoro è una “costruzione” del teatro, sia come luogo che come istituzione culturale, ma la sua è una battaglia persa: alla fine dello spettacolo il suo modellino crolla come un castello di carte. Tutto questo lavoro, per costruire»

CARLA «Costruisce materialmente il teatro come fosse la sua casa, perché in fondo la sua vita è coincisa con il teatro»

MARIA CRISTINA   «Traffica sempre, lavora, inchioda, dipinge, monta un riflettore che va in soffitta, accende candele su una ribalta di ferro, ogni tanto risponde al telefono a un’Eccellenza che gli propone di diventare direttore del Teatro Stabile di Napoli, scrive e legge lettere indirizzate agli amici, ai colleghi, ai politici»

ALESSANDRA «Nel grido di dolore che traspare dalle lettere che scrive alle istituzioni, c’è amarezza, ma anche rabbia e sgomento verso coloro che non riescono a riconoscere l’immenso valore del teatro, del suo teatro, nella costruzione di un mondo nel quale si identificava pienamente»

ORNELLA  «Monta e smonta le assi del modellino del "suo" teatro, il San Ferdinando, allestisce le luci di scena, accende e spegne candele, ma attraverso tali gesti mette in scena la costruzione stessa della macchina teatrale mostrandone gli ingranaggi, che padroneggia da abile artigiano (come dice il titolo, "Tavola tavola, chiodo chiodo"). Le candele diventano così parte di un rito che si compie sul palcoscenico, illuminando un'inferriata che via via rappresenta un balcone di scena, la grata del carcere minorile Filangieri di Napoli, per i cui ragazzi Eduardo tanto si è speso, e altro ancora» 

ALESSANDRA «Costruisce tante cose … un futuro, una speranza, un riscatto, la memoria di una città, di un popolo»

MARIA CRISTINA «Con il suo corpo inventa, sì,  e costruisce cose e persone»

ORNELLA «Il corpo dell'attore "inscena" una grammatica di gesti e suoni: con il solo movimento della spalla Eduardo-Lino mostra il dolore interiore per la morte della figlia Luisella, mentre dal corpo-a-corpo fra Eduardo e Gervaso sul senso della vita, sul lavoro, sui rapporti sociali, sui valori (un pezzo di rara bravura, in cui Musella interpreta sia l'intervistato che l'intervistatore) emergono lo spessore umano e la passione civile dell'artista, e insieme la denuncia attualissima dell'insensibilità del potere politico».

Hanno partecipato alla conversazione Alessandra della Corte, Carla Zaccaro, Ornella Munafo e la sottoscritta.

ps. Ci permettiamo di segnalare che Valentina V. Mancini nella sua bella recensione per Teatro e critica, ricorda che il titolo Tavola tavola, chiodo chiodo recita come la lapide eretta in memoria di Peppino Mercurio, lo storico macchinista del San Ferdinando. 
Maria Cristina Reggio

mercoledì 1 dicembre 2021

IL DOPO TEATRO. Antichi Maestri al teatro Vascello

Il  DOPO TEATRO è una conversazione che si svolge su whatsapp dopo ogni spettacolo. Scaturisce da una domanda specifica che viene rivolta a quanti nel gruppo di teatro dell'associazione Monteverdelegge hanno visto lo spettacolo, e le risposte vengono trasferite e montate qui nel blog come un dialogo preceduto da una breve introduzione.
  Il gruppo Monteverdegge teatro ha visto al Teatro Vascello Antichi maestri, traduzione teatrale di Fabrizio Sinisi dall’omonimo libro di Thomas Bernhard, per la regia di Federico Tiezzi. Sandro Lombardi in gran forma è il perfetto protagonista Reger, un uomo ossessivo e bisbetico che da trent’anni si siede per l’intera giornata su una panca in una sala del Kunsthistorishes Museum di Vienna per osservare sempre lo stesso quadro, L’uomo con la barba bianca di Tintoretto. Atzbacher è un giovane uomo che dialoga con Reger, forse un suo amico o un suo estimatore, interpretato dal bravo Martino D’Amico, che prende appunti sul suo taccuino per disegnare a parole un ritratto di Reger, mentre il guardiano del museo, Irrsigler, non proferisce parola per tutta la durata dello spettacolo, ma semplicemente fa il guardiano: osserva, controlla, si allena, si sgranchisce, tutto senza dire alcunchè. Lo spazio scenico è contenuto in una specie di light box il cui perimetro è disegnato da tubi al neon, e al centro del quale, tra ritratti stampati in negativo, campeggia il quadro di Tintoretto. Anche se tutta la pièce si costruisce e sviluppa intorno a questo dipinto, del suo contenuto il protagonista non parla mai nel libro di Bernhard, e neppure nello spettacolo. Ma disserta di tante altre opere d’arte, che detesta e ritiene imperfette, concludendo tuttavia con l’invitare uno stupito Atzbacher a vedere uno spettacolo teatrale.
Tintoretto, L'uomo con la barba bianca, 1564
Il ritratto in questione mostra un anonimo vecchio canuto, che campeggia su un fondo scurissimo, di tre quarti, mentre osserva severo il suo ipotetico osservatore. Indossa un cappotto imbottito e mostra solo il dorso di una mano chiusa sul gonfio e ricco addome.

Perché Bernhard, l’autore di Antichi maestri e poi anche il regista Tiezzi, mettono il protagonista e noi spettatori proprio di fronte a quel quadro di Tintoretto?

Chi è quell’uomo che guarda non solo i personaggi, ma soprattutto la platea e che, soprattutto, si lascia guardare?

Con il gruppo di Mvl teatro abbiamo provato a dare delle risposte, inaugurando con la nostra conversazione virtuale un inedito dopo-teatro.   

Patrizia: “A me sembra che la scelta di Bernhard sia stata dettata dalla capacità che questo dipinto ha di evocare le tematiche trattate nel testo. Il guardare che diventa 'vedere' è sottolineato dalla potenza del volto, illuminato da una luce, che emerge dal buio. E questo volto, visivamente al centro della scena, contiene nello sguardo la necessità di interrogarsi sull'esistenza e sul vuoto di presenza, sull'assenza, non solo intesa come presenza fisica, ma anche come imperfezione della descrizione, della rappresentazione che l'Uomo fa del mondo, della realtà. Secondo me la dinamica di svelamento di questo ritratto si collega anche con l'esperienza della perdita della moglie che Reger sta vivendo”. 

Antonella: «La scelta di mettere al centro l'opera del Tintoretto potrebbe rappresentare l'evanescenza del vivere. La parabola del protagonista si fonde con lo sguardo dell'uomo con la barba bianca che a me sembra indagatore, ma anche benevolo. Credo che quel vecchio potrebbe essere il suo alter ego»

Alessandro: «La mia analisi sulla bellissima messa in scena di Antichi Maestri parte dalla fine della rappresentazione. Il regista, dopo che il custode ha riposto tutti i quadri in negativo nel magazzino per la chiusura giornaliera, ci mostra, con un sapiente gioco di luci, la trasformazione dell'unico quadro rimasto, L'Uomo con la Barba Bianca, nel viso di un uomo più giovane e con la barba corta come il protagonista, Reger. Il regista svela con questa soluzione scenica la sua opinione, quella che identifica l'uomo del quadro del Tintoretto con il protagonista, magistralmente impersonato da Sandro Lombardi. Reger dunque per trent'anni guarda sé stesso e se ne compiace, sottolineando nello stesso tempo la volgarità e la sporcizia della gente che vive nella sua città e oltre i suoi confini, nel mondo. Ma perché l'amico scrittore Atzbacher è così affascinato da Reger? Perché pende dalle sue labbra prendendo nota di tutto quello che dice? Tra le molteplici interpretazioni, quella che mi sembra personalmente più suggestiva, è questa: potrebbe trattarsi di una critica alla narcisistica autoreferenzialità dell'arte, rappresentata da Reger, e alla sostanziale incapacità di comprensione da parte di commentatori e critici, rappresentati da Atzbacher»

Maria: «Molto in breve, io penso che il quadro funga da quarto personaggio e come gli altri partecipi al gioco di specchi che si instaura tra di loro, in cui ciascuno guarda qualcun altro o tutti gli altri. In risposta al contradditorio monologo di Reger, allo studio che Atzbacher fa di lui, e al custode che sembra, col suo di occhio statale, controllare tutti gli altri, L’uomo dalla barba bianca rivolge il suo sguardo quasi ammiccante, ironico e forse derisorio, agli altri e al pubblico . Forse clii sta dicendo semplicemente che quello che l’arte non può dare risposte, ma solo esprimere l’interiorità umana che si pone le domande. Non è la perfezione lo scopo dell’arte, e non serve cercarne l’imperfezione che potenzialmente possono contenere le opere. Non esiste la perfezione, ma l’uomo la insegue nel tentativo di comprendere la vita e la morte. Perché proprio quel quadro? Perchè raffigura un uomo anziano che, oltre a rispecchiare Reger, esprime la saggezza umana che solo il pensiero esercitato nel tempo e l’esperienza di una vita intera possono permettere; esprime il disincanto di chi constata che nulla può essere compreso fino in fondo»

Maria Cristina: «Forse è muto come tante opere d’arte che, indifese e indifferenti di fronte ai giudizi degli umani, sono indispensabili proprio a farli pensare, giudicare, confrontare, parlare. Le opere ci guardano, come diceva il pittore Paul Klee» 

Hanno partecipato alla conversazione Alessandro Drago, Antonella Cecchi Pandolfini, Maria Vayola, Patrizia Vincenzoni e la sottoscritta. 
                                                                                                                                       Maria Cristina Reggio 







lunedì 26 luglio 2021

La poesia sussurrata all’orecchio: Flush, un progetto dell’Associazione Orlando di Bologna



Fiorenza Mormile

In questa torrida estate a volte perfino leggere può apparire una fatica insormontabile, o almeno procrastinabile… allora, cari monteverdeleggini, vi proponiamo una coppia di podcast, due antologie poetiche sonore (quella del 2021 e quella “madre”del 2020)  da ascoltare anche ad occhi chiusi, sdraiati sul lettino, oppure durante attività manuali di routine. 

Si è appena conclusa infatti la seconda stagione della rassegna “Flush. Altri punti di avvistamento sul reale” 

un progetto ideato dall’Associazione Orlando insieme alla Biblioteca Italiana delle Donne e l’Archivio di Storia delle Donne di Bologna, volto a presentare voci poetiche femminili, viventi e non, scelte e raccontate da altre donne dedite alla poesia e alla traduzione. Il nome Flush, come già per Orlando, è ulteriore titolo-omaggio all’opera di Virginia Woolf, facendo del vispo cocker spaniel appartenuto alla poetessa Elizabeth Barrett Browning il simbolo di uno sguardo alternativo, dal basso, necessario ad integrare la visione corrente della realtà.  Nel podcast autrici già note come Sylvia Plath, Amelia Rosselli, Ingeborg Bachmann, Carol Ann Duffy si alternano con altre meno familiari al pubblico italiano come l’estone Maarja Kangro o la tedesca Mara-Daria Cojocaru, presentate da diverse curatrici che ne evidenziano aspetti salienti (la mia scelta è caduta su Averno di Louise Glück). Ne esce un polittico di vite e di testi femminili variegato e coinvolgente - spesso segnato da esiti drammatici di lotta impari contro le convenzioni culminati a volte addirittura nel suicidio- ma anche testimonianza di quanto il linguaggio possa farsi robusta ancora di autoaffermazione e arma di orientamento del pensiero collettivo. Risalendo alla prima stagione della rassegna, nata come risposta condivisa all’isolamento della pandemia, troviamo riflessioni sulla parola poetica e cammei di figure chiave della voce poetica femminile come Emily Dickinson, Anne Sexton, Adrienne Rich, Audre Lorde, le battagliere  Marge Piercy e Mary Dorcey e la sorprendente Nella Nobili. Buon ascolto. 

mercoledì 16 giugno 2021

Dal Laboratorio di traduzione: "Dal campo del desiderio" di Natalie Diaz Premio Pulitzer 2021 per la poesia



Natalie Diaz (@NatalieGDiaz) | Twitter

                      

Fiorenza Mormile

Il Pulitzer per la poesia 2021 è andato alla poetessa nativa americana Natalie Diaz per Postcolonial Love Poem: Poems, raccolta già risultata finalista in altri importanti riconoscimenti letterari.

Il nostro Laboratorio di traduzione ne dà notizia felice ed orgoglioso avendo apprezzato e tradotto suoi testi nel 2019, per lo più dal primo libro When My Brother Was an Atzec, confluiti nell’articolo su Nuovi Argomenti Officina Poesia cui vi rimandiamo.

Natalie Diaz, 42 anni, è nata e cresciuta nel Fort Mojave Indian Village di Needles, in California. È iscritta alla Gila River Indian Tribe e insegna Poesia moderna e contemporanea all’Arizona State University. Ha studiato alla Old Dominion University di Norfolk, Virginia, dove ha anche svolto un master di perfezionamento artistico nel 2007.  Ha fatto parte della squadra di basket del campus, giocando successivamente anche come professionista, per dedicarsi poi alla scrittura.                            

In un’intervista ha dichiarato che per lei la poesia è un modo di centrarsi nel suo corpo: «Credo davvero nel potere fisico della poesia, del linguaggio. Da dove veniamo noi, diciamo che il linguaggio ha un'energia, e io sento che è un'energia fisica. Per me, è molto simile a quello che ho fatto su un campo da basket». Da Postcolonial Love Poem pubblichiamo qui nella nostra traduzione "Dal campo del desiderio" (From the Field of Desire).