The wolf of Wall Street (2013)
Regia:
Martin Scorsese
Sceneggiatura:
Terence Winter
Interpreti:
Leonardo Di Caprio, Jonah Hill, Margot Robbie, Matthew McConaughey, Rob Reiner,
Kyle Chandler, Jean Dujardin, Cristin Milioti
Voto: 6,5
Trama:
Ascesa e caduta di Jordan Belfort, mago della finanza creativa
A
Scorsese fu sempre congeniale la descrizione delle parabole individuali; quando
tentò l'affresco sociale e storico risultò o patinato o insulso (pur
nell'impeccabilità formale, mai veramente smarrita).
In
The wolf of Wall Street torna al
proprio tema preferito: la narrazione d'una vita americana, disperata,
bruciante e, in tal caso, larger than life.
Tale
curva esistenziale viene declinata, però, non nei modi della tragedia (un tono
che gli è ormai estraneo), né del pamphlet politico e di denuncia (è il caso di
Oliver Stone), ma in quelli della commedia. Wolf
of Wall Street è, infatti, una godibile commedia: superficiale, divertente,
recitata da attori perfetti e scandita da una colonna sonora che svaria
splendidamente dai Devo sino a Umberto Tozzi.
Ma
gli accenti di tale commedia vengono esacerbati continuamente: l'intento è
quello di surriscaldarli sino al grottesco e all'inverosimile (anche se quel
che viene presentato non è che verità: alla base del film è, infatti, il libro
omonimo dello speculatore Jordan Belfort).
Le
truffe studiate a tavolino contro i piccoli risparmiatori, le droghe, le orge,
il lusso debordante e sardanapalesco, i tradimenti; il film si costituisce
d'una serie di vignette sarcastiche che, spesso, sfociano in una comicità slapstick
da cinema muto, come quando Jordan/Di Caprio, ad esempio, abbrutito dalle
droghe, cerca di sventare una telefonata compromettente (poiché intercettata
dal Federal Bureau) dell'amico Donnie/Hill, altrettanto strafatto: Jordan,
sbavante e reso spastico dallo stupefacente, si avviluppa nei fili del telefono,
il logorroico Donnie finisce semisoffocato.
E
l'enormità di ciò che vediamo sullo schermo (un pugno di gaglioffi inganna una
nazione) sublima peraltro in altrettante scenette degne di un surrealismo
postmoderno: la discussione su come cautelarsi giuridicamente per il gioco del
lancio del nano in ufficio (un nano, in un involucro di velcro, è scagliato
contro un enorme bersaglio di feltro: chi vince intasca migliaia di dollari di
premio); le considerazioni fra Jordan e il padre sull'evoluzione, in meglio,
della depilazione femminile; i monologhi motivazionali diretti ai dipendenti; una modella usata come spallone; il
dialogo iniziale tra un giovane Belfort e il navigato broker Hanna (un Matthew McConaughey
da Oscar, munito d'incongrua parrucca corvina), in cui il veterano consiglia,
fra un drink e l'altro servito con precisione da metronomo, una tecnica
antistress basata su masturbazione e cocaina; e in cui si svela il segreto del
mestiere: togliere ai poveri gonzi per dare ai ricchi (sé stessi) secondo un
gioco economico/giuridico con regole da videopoker dove il banco - il
truffatore - vince sempre.
Ripetiamolo:
il film, piacevolissimo (le tre ore scorrono in fretta), si tiene
apparentemente alla larga da ogni profondità: non mostra il rovescio della
medaglia (le vittime spogliate dei risparmi); non condanna, di fatto, i
comportamenti del protagonista (la cui caduta è abbastanza soffice); e nemmeno
spiega, en passant, i meccanismi reali alla base del complesso sistema del
raggiro; è lo stesso Scorsese a darne conto tramite un breve monito rivolto
proprio da Jordan/Di Caprio direttamente agli spettatori, cioè a noi: egli accenna
alla struttura truffa, poi si blocca sorridente e se ne esce con una sorta di:
"Cari miei, so già che queste cose
non v'interessano, volete attori scintillanti, frasi spiritose e una fluidità narrativa
coinvolgente; rinuncio, quindi, a spiegarle. Continuate a godervi il film che è
bello e spettacolare".
Eppure
questo disimpegno, che pare totale, cela alcuni sottintesi concettuali
notevoli. Notevoli per chi li sa cogliere.
Ad
esempio, nel caso precedente, Jordan sembra anche affermare, sottopelle: "Non ve ne importa niente di queste cose, vi
capisco, son cose difficili, tecniche; ma è questo vostro menefreghismo a creare
i Belfort di questo mondo, e, in Italia, i Ricucci e i Coppola; l’indifferenza
ci fa prosperare, ma contenti voi, che posso fare, babbei che non siete altro?".
Oppure
nella scena sullo yacht, a fronte del cocciuto agente FBI che ha deciso di
perseguirlo; nelle more di un brillante dialogo teso a corrompere il federale,
Jordan sembra in realtà affermare: "Ma
perché vi accanite contro di me? Io son solo una rotellina del
sistema, un self made man del raggiro: andate invece presso la Lehman Brothers,
la Merryll Lynch e le altre enormi corporation dove le cose che faccio io le
fanno mille volte più in grande. Avreste tanto da scoprire su di loro. Perché
non lo fate? Avete paura? Siete collusi?".
Oppure nel finale, quando l’agente, ottenuta la condanna del cattivo, torna a
casa con l’autobus assieme a gente comune e poveracci (fra cui sono, forse, alcune vittime di
Jordan e compari) e sembra chiedersi, muto: “Non
staremo vuotando l’oceano con un secchio bucato? Non sarò, infine, che un inutile
ingranaggio d’una giustizia sociale impossibile e davvero mai voluta?”
Vi
è poi una scena capitale che dice tutto sul capitalismo globale di rapina di
quegli anni, che sono anche i nostri; una scena che pare
goliardica, ma è, invece, assolutamente rivelatrice: Donnie, l’amico più stretto
di Jordan e co-fondatore della società, riceve pacchi di intimazioni,
citazioni e avvisi di garanzia da parte del Federal Bureau; e cosa fa? Li straccia, li getta nel cestino dei
rifiuti e ci piscia sopra al grido di: "Fuck USA!" in una parodia, a ruoli epocali invertiti, degli
hippies che rifiutavano le cartoline precetto per la guerra in Vietnam e
bruciavano la bandiera a stelle e strisce. Qui Scorsese forse insinua,
sornione: “Caro spettatore, con questa
metafora voglio significare: dall'opposizione antisistema hippy (che anch’io ho
fatto in tempo a vivere) siamo passati, da Reagan in poi, all'opposizione
yuppie. Gli hippies vagheggiavano un mondo di pace e amore, senza divisioni
nazionali; gli yuppies un mondo diviso in caste di ricchezza e altrettanto
ecumenico, dove solo le multinazionali, e non gli stati, hanno rilevanza”.
Un
ribaltamento ideologico secondo cui il Chief Executive d'una corporation (e i
suoi sgherri) sono entità apolidi ben più potenti di presidenti e governi
(ormai a loro libro paga) e, pur americani (o italiani o coreani), si sentono
estranei alla propria patria e fedeli esclusivamente alla Prima Internazionale
del Capitalismo Finanziario e di Rapina basato sulla Truffa. Jordan Belfort è il Woody Guthrie del turbocapitalismo finanziario: lotta di classe, ma dall'alto verso il basso.
Chissà
se Martin Scorsese, sotto l’epidermide fluida e irresistibile della propria narrazione,
voleva davvero instillare questi dubbi. In ogni caso egli ne ha stimolato l’insorgere
e, per questo, il nostro elogio risulta ancor più deciso.
Nel
cast rileva, oltre alla tripletta DiCaprio/Hill/McConaughey, anche la star di The artist, Jean Dujardin, nelle vesti d'un
banchiere svizzero, vischioso e mellifluo.
concordo pienamente con questa perfetta, acuta, intelligente riflessione/recensione: ho moto amato questo film e vi ho ritrovato per intero un grande scorsese (oltre che un di caprio ormai insuperabile). grazie.
RispondiElimina