Interpreti:
Leonardo Di Caprio, Jonah Hill, Margot Robbie, Matthew McConaughey, Rob Reiner,
Kyle Chandler, Jean Dujardin, Cristin Milioti
Voto: 6,5
Trama:
Ascesa e caduta di Jordan Belfort, mago della finanza creativa
A
Scorsese fu sempre congeniale la descrizione delle parabole individuali; quando
tentò l'affresco sociale e storico risultò o patinato o insulso (pur
nell'impeccabilità formale, mai veramente smarrita).
In
The wolf of Wall Street torna al
proprio tema preferito: la narrazione d'una vita americana, disperata,
bruciante e, in tal caso, larger than life.
Tale
curva esistenziale viene declinata, però, non nei modi della tragedia (un tono
che gli è ormai estraneo), né del pamphlet politico e di denuncia (è il caso di
Oliver Stone), ma in quelli della commedia. Wolf
of Wall Street è, infatti, una godibile commedia: superficiale, divertente,
recitata da attori perfetti e scandita da una colonna sonora che svaria
splendidamente dai Devo sino a Umberto Tozzi.
Ma
gli accenti di tale commedia vengono esacerbati continuamente: l'intento è
quello di surriscaldarli sino al grottesco e all'inverosimile (anche se quel
che viene presentato non è che verità: alla base del film è, infatti, il libro
omonimo dello speculatore Jordan Belfort).
Le
truffe studiate a tavolino contro i piccoli risparmiatori, le droghe, le orge,
il lusso debordante e sardanapalesco, i tradimenti; il film si costituisce
d'una serie di vignette sarcastiche che, spesso, sfociano in una comicità slapstick
da cinema muto, come quando Jordan/Di Caprio, ad esempio, abbrutito dalle
droghe, cerca di sventare una telefonata compromettente (poiché intercettata
dal Federal Bureau) dell'amico Donnie/Hill, altrettanto strafatto: Jordan,
sbavante e reso spastico dallo stupefacente, si avviluppa nei fili del telefono,
il logorroico Donnie finisce semisoffocato.
E
l'enormità di ciò che vediamo sullo schermo (un pugno di gaglioffi inganna una
nazione) sublima peraltro in altrettante scenette degne di un surrealismo
postmoderno: la discussione su come cautelarsi giuridicamente per il gioco del
lancio del nano in ufficio (un nano, in un involucro di velcro, è scagliato
contro un enorme bersaglio di feltro: chi vince intasca migliaia di dollari di
premio); le considerazioni fra Jordan e il padre sull'evoluzione, in meglio,
della depilazione femminile; i monologhi motivazionali diretti ai dipendenti; una modella usata come spallone; il
dialogo iniziale tra un giovane Belfort e il navigato broker Hanna (un Matthew McConaughey
da Oscar, munito d'incongrua parrucca corvina), in cui il veterano consiglia,
fra un drink e l'altro servito con precisione da metronomo, una tecnica
antistress basata su masturbazione e cocaina; e in cui si svela il segreto del
mestiere: togliere ai poveri gonzi per dare ai ricchi (sé stessi) secondo un
gioco economico/giuridico con regole da videopoker dove il banco - il
truffatore - vince sempre.
Antonio Pascale, Le attenuanti sentimentali Einaudi, pp. 232, euro 19,50
Finalmente
un libro da cui spremere qualcosa. Un libro che non è un romanzo, né un saggio;
forse un pamphlet; sicuramente una raccolta d'impressioni e di scatti umorali.
Antonio Pascale, casertano di Caserta, ora monteverdino (nuovo), dipendente
del Ministero delle Politiche Agricole, ha dalla sua un incedere obliquo,
risentito, polemico, divertito; inusuale. Questo, per me, è già un pregio. Nel
libro rilevano i rapporti con le donne (amiche, mogli, figlie, figlie di
amici), la mezza età, i mutamenti antropologici dell'italiano, la stupidità, gli
scazzi improvvisi, le eccentriche interpretazioni scientifiche della realtà
sociale (eccentriche rispetto alla medietà dei loci communes) e, soprattutto,
l'insofferenza verso la carineria.
La
carineria intellettuale, il buonismo. Il biologico. L'odio verso il biologico,
inteso come modo di vita alternativo, come ritorno all'antico: lo slow food, la
decrescita felice: questo lo fa imbestialire e costituisce il bordone tematico
dell'opera tanto da risuonare in ogni pagina, anche quando l'autore sembra
parlare d'altro. Pascale, infatti, si imbestialisce: non risparmia nessuno. Non
che il Nostro non sia d'accordo con l'istanza prima dei biologici: le risorse
del pianeta sono agli sgoccioli: su questo conviene. È nella risposta che egli
dissente; e lo fa con furia scoglionata lungo l’intero libro. Egli afferma: la
risposta non è nel ritorno alla lentezza, alle macine da mulino, ai muretti a
secco, a tutto il bric-à-brac da Mulino Bianco che informa gli hipster
dell'alimentazione; la risposta, come è sempre stato, risiede nella scienza, o
meglio, nel metodo scientifico d'affrontare i problemi: soppesare le evenienze,
compulsare dati, sparnazzare tomi pieni di statistiche storiche, sceverare
soluzioni, bocciare i passi falsi, farsi cautelosi, ma, sempre, porsi il
problema, perché la realtà – insegna Pascale - va accettata come problema e i
problemi sono fatti per essere risolti; i carini (col vinello biologico, la
paura del nuovo, il misoneismo a priori) rifuggono la realtà per rintanarsi
in un passato idealizzato che, secondo lui, tanto ideale non era: anzi, la figura del contadino felice, arcadica o
goethiana, è una stampa d'Épinal, immaginosa e priva di fondamento: i contadini
di una volta, come i nonni di Pascale, tendevano alla sobrietà forzata, altro
che slow food.
Solo
dalla tecnologia la liberazione: i concimi di sintesi, i diserbanti, gli
agrofarmaci hanno affrancato gli antenati dalle ristrettezze di una condizione
feudale; e lavatrici e frigoriferi hanno operato in tal senso sulle antenate.
Zoppas e Ignis, sono, quindi, le vere femministe del Novecento.
Ti racconto un libro (a cura di Domenico Gallo e Italo Poma), Storie della Resistenza Sellerio, pp 448 Alceste
Il volume della Sellerio assomma vari resoconti, in prima persona, delle azioni di guerriglia e della vita quotidiana dei partigiani italiani, dal 1943 alla Liberazione. Storie della Resistenza è un testo ammirevole, ma scriverne oggi significa scadere, inevitabilmente, nella commemorazione doverosa e conformista. O meglio: io non sono capace di parlarne senza scongiurare tale pericolo. In tal modo, inoltre, otterrei l'effetto contrario a quello voluto, l'unico che m'interessi davvero: la lettura diretta del libro stesso. Il panegirico buonista: un sistema perfetto per invogliare il like, scaricarsi la coscienza e passare oltre. Come già evidenziato, quando più ci si allontana dal fenomeno sorgivo tanto più si alza il rischio dell'ufficialità più urtante. Che comprendo. Ho deciso, quindi, di arrivare al cuore della celebrazione approdando mellifluo a rive poco battute. Per ben due volte. Stavolta parlando della canzone simbolo della Resistenza, Bella ciao, tanto cantata quanto poco conosciuta; la prossima volta rivelando, com'è giusto, storie ignote di uomini ormai sconosciuti e storie di piccole patrie che non sono più.
Bella ciao è divenuta, ormai, il simbolo incontrastato del periodo resistenziale italiano e, in generale, di qualsivoglia opposizione a regimi antilibertari. Una vittoria, tuttavia, postuma, ottenuta sul lungo periodo ai danni di Fischia il vento(1), che fu il vero inno di larga parte delle brigate partigiane nel Nord Italia.
Durante il conflitto Bella ciao ebbe diffusione limitata nella zona laziale-abruzzese (forse reatina) e, più estesa, nell’ambito dell’Appennino modenese (la si attesta durante la proclamazione della Repubblica di Montefiorino) e bolognese. Ciò sarebbe in accordo con le prime parole del testo che sembrano situare gli avvenimenti nella seconda metà del 1944 durante la ritirata nazifascista quando rastrellamenti e repressioni incrudelivano più dolorosamente proprio in quelle aree.
Il primato della canzone fu però sancito nel dopoguerra, dapprima nei vari festival socialisti e comunisti, poi, a livello europeo, grazie all’interpretazione del pistoiese Yves Montand (Ivo Livi, 1921-1991), depurata, tuttavia, dal riferimento alla guerra di Liberazione (fu omessa l’ultima strofa).
L’origine della ballata, che ebbe una più tarda variante di risaia (2), va ricercata indagando separatamente musica e testo.
La musica risale probabilmente ad una rima infantile (3):
La me nòna l'è vecchierèlla
la me fa ciau
la me diś ciau
la me fa ciau ciau ciau
la me manda la funtanèla
a tor l'acqua per deśinar
Fontanèla mi no ghe vago
la me fa ciau
la me diś ciau
la me fa ciau ciau ciau
fontanèla mi no ghe vago
perché l'acqua la me pol bagnar
Ti darò cicento scudi
la me fa ciau
la me diś ciau
la me fa ciau ciau ciau
ti darò cicento scudi
perché l'acqua te pol bagnar
Cinque scudi l'è assai denaro
la me fa ciau
la me diś ciau
la me fa ciau ciau ciau
cinque scudi l'è assai denaro
perché l'acqua la me pol bagnar
Alor corro a la fontanèlla
la me fa ciau
la me diś ciau
la me fa ciau ciau ciau
alor corro a la fontanèlla
a tor l'acqua per deśinar
Essa era usata, in ambito scolare, per migliorare il coordinamento dei movimenti dei bambini. Questi, situati l’uno di fronte all’altro, ripetevano i versi schiaffeggiandosi i palmi delle mani secondo tale schema:
I. sAxdA - sBxdB
II. sAxdB - dAxsB
III. sAxdA - sBxdB
IV. dAxdB
V. sAxdA - sBxdB
VI. sAxsB
Dove A e B sono i partecipanti, s = mano sinistra; d = mano destra; x = battuta contro. Ad esempio, in I, entrambi i bambini battono le proprie palme l’una contro l’altra; in II, invece, la sinistra del primo bambino batte contro la destra del secondo e viceversa.
La derivazione dalla rima ha il pregio di giustificare i battimani (pur "rifunzionalizzati" da gioco a incitamento) e la melodia in modo minore, rara nell’Italia settentrionale (4).
Il testo, invece, intrattiene un rapporto complesso con ballate popolari molto risalenti. Quasi sicuramente esso origina da varie lezioni di Fior di tomba(5).
Per il famoso incipit, da lezioni veneziane e novaresi. Quest’ultima di seguito:
Sta mattina mi sun levata, mi sun levata prima del sul
Sun andàita a la finestra, ò veduto il mio primo amor,
che parlava a una ragazza; o che pena, o che dolor!
Cara mamma, portè-mi in nanna, ch’i poss pu di gran dolor.
Cara mamma, portè-mi in chiesa, sotto i piè del confessor;
Colla bocca dirò i peccati, e cogli occhi farò l’amor.
Faremo fare una cassa tonda, per star dentro noi altri tre,
Prima páder, poi la madre, poi ‘l mio amor in braccio a me;
Ed ai piedi della fossa pianteremo un bel fior;
Alla sera il piantaremo, al mattin sarà fiorì.
E la gente passeranno, lor diranno: - O che bel fior!
Quello è il fior della Rosina, che l’è morta per l’amor! –
Per l’argomento, la scaturigine è da ricercarsi presso varianti molto più risalenti (anteriori al 1400), di ambiente normanno (poi tracimate in Catalogna e Alta Savoia/Piemonte): una bella ragazza deve essere data in isposa ad un principe o imperatore, ma rifiuta, vuole sposare un prigioniero messo a morte; se non sarà così vorrà essere seppellita assieme a lui e alla famiglia (in tre, poiché lei e il suo amato sono una cosa sola). Qui la traduzione d’una versione torinese:
Di là da quelle boscaglie una bella ragazza c’è;
Suo padre e sua madre vogliono maritarla.
Vogliono darla a un principe figliuolo d’imperatore.
- Io non voglio né re, né principe figliuolo d’imperatore;
datemi quel giovinetto che c’è in quella prigione.
- O figlia, la mia figlia, non è un partito per te;
domani alle undici ore lo faranno morire.
- Se fanno morire quel giovine, mi facciano morir me;
mi facciano fare una tomba, che ci sia posto per tre,
che ci stiano padre e madre, il mio amore in braccio a me.
In cima a quella tomba pianteranno rose e fiori;
tutta la gente, che ci passa sentiranno l’odore;
diranno: - È morta la bella, è morta per l’amore!
Bella ciao risulta, perciò, dalla combinazione di varianti italiane settentrionali (procedenti da modelli medioevali della Francia normanna) secondo leggi di trasmissione orale (con variazioni, arricchimenti, permutazioni, tacitamenti) proprie della canzone popolare (il blues, caso particolare e minimo di tale gigantesco corpo letterario, non fa eccezione).
Nella rielaborazione partigiana, di ascendenza maschile, la parte della protagonista viene ridotta alla seconda strofa; una parte, invece, amplificata nella versione di risaia, spinta sull’urgenza sociale. Nonostante ciò è proprio la versione resistenziale quella più vicina al sentimento originario, un semplice e profondo inno sull’immortale unità di Amore e Morte.
Una mattina mi son svegliato
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
Una mattina mi son svegliato
e ho trovato l'invasor.
O partigiano, portami via,
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
O partigiano, portami via,
ché mi sento di morir.
E se io muoio da partigiano,
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
E se io muoio da partigiano,
tu mi devi seppellir.
Mi seppellirai [mi porterai / e seppellire] lassù in [sulla] montagna,
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
E seppellire [mi seppellirai /mi porterai] lassù in [sulla] montagna
[sotto l'ombra] all'ombra di un bel fior.
E [tutte] le genti che passeranno
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
E [tutte] le genti che passeranno
Ti diranno "Che bel fior!"
"È questo il fiore del partigiano",
O bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
"È questo il fiore del partigiano
morto per la libertà!"
A pura titolo di curiosità faccio notare che lo stesso tema (l'amore di una principessa per un prigioniero) è al centro delle strofe del poema medioevale indiano Le stanze dell'amor furtivo, di Bilhana.
(1) Fu Felice Cascione (1918-1944) ad elaborarne il testo e adattarlo al tradizionale russo Katyusha.
(2) L’autore dei testi di tale versione fu il mondino Scansani di Gualtieri, Reggio dell’Emilia. Milva e Giovanna Daffini le interpreti principali. Qui il testo:
Alla mattina appena alzata
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
Alla mattina appena alzata
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
alla mattina appena alzata
in risaia mi tocca andar.
E fra gli insetti e le zanzare
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
e fra gli insetti e le zanzare
un dur lavor mi tocca far.
Il capo in piedi col suo bastone
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
il capo in piedi col suo bastone
e noi curve a lavorar.
O mamma mia, o che tormento!
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
o mamma mia o che tormento
io t’invoco ogni doman.
Ma verrà un giorno che tutte quante
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
ma verrà un giorno che tutte quante
lavoreremo in libertà
alla mattina appena alzata
in risaia mi tocca andar.
E fra gli insetti e le zanzare
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
e fra gli insetti e le zanzare
un dur lavor mi tocca far.
Il capo in piedi col suo bastone
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
il capo in piedi col suo bastone
e noi curve a lavorar.
O mamma mia, o che tormento!
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
o mamma mia o che tormento
io t’invoco ogni doman.
Ma verrà un giorno che tutte quante
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
ma verrà un giorno che tutte quante
lavoreremo in libertà.
(3) Roberto Leydi, I canti popolari italiani, 1973. Della rima Leydi esamina le lezioni trentina (quella proposta) e lombarda (La mia nonna l’è vecchierèlla/la mi di’ ciò/la mi fa ciò ciò ciò). Entrambe derivano dalla ballata nota come La bevanda soporifera.
(4) Due caratteristiche che fecero pensare ad una derivazione slava della melodia.
(5) Costantino Nigra, Canti popolari del Piemonte, 1888.
Questo breve volume di Mario Tronti è cosi
largamente condivisibile che avevo pensato di farne un'antologia di passi a uso
del lettore e stampigliarli sopra un ‘Echt’, approvato, come faceva Ezra Pound
mentre leggeva in bozze i capitoli de La
terra desolata di Eliot.
Da esso, come vedremo, dissento per un solo
punto, pur essenziale.
Il libretto è costituito dall'esame di alcune
voci politiche capitali (autonomia, popolo, stato, partito, lavoro, crisi) e da
due saggi (del 1981 e del 2013), inerenti il destino e il ruolo della sinistra
nella storia internazionale.
L'asse portante dell'opera consiste nella
puntigliosa ripulitura dei concetti chiave del linguaggio politico, ormai
incrostati dal pettegolezzo quotidiano attorno a essi e, perciò,
irriconoscibili dai cittadini e inservibili per il discorso politico.
“Coltivare
il linguaggio, affinarlo, accudirlo, lavorare alla chiarezza del dire e dello
scrivere, senza rinunciare ad andare nel profondo, sfidare l'incomprensione ,
non per ermetismo, ma per antagonismo ... io penso che la parola sia una forma
di lotta ... L'etica del discorso diviene obbligazione politica. Il linguaggio
serve per dire pensiero. Se la parola, detta o scritta, non contiene un concetto,
non dà libertà, mai, dà oppressione, sempre”.
Tronti auspica un
linguaggio che si distingua per la nettezza e per l'immediata riconoscibilità
da parte del cittadino, in quanto parte di un patrimonio intellettuale comune,
elaborato democraticamente e in grado di sfidare il lessico dei demagoghi e
degli ingannatori (basti pensare ai nuovi ritornelli di moda: "agibilità
politica di Berlusconi", "coesione", "responsabilità"
per rendersene conto):
“La
semplificazione del messaggio mira a colpire la ragione umana. Si vuole fare
dell'essere razionale un animale istintuale. Quanto più lo stimolo e volgare
tanto piu facile viene la risposta immediata ... Tra intellettualità diffusa e
chiacchiera da bar non c'e quasi nessuna differenza ...”
Benissimo. Avevo già
affrontato il problema nel post su Carofiglio. Un linguaggio restituito alla
verginità, risonante della propria ricchezza, finalmente comunicativo. Non
posso che essere d'accordo.
Ti racconto un libro: Andrea Kerbaker, Lo scaffale infinito Ponte alle Grazie, pp. 264, euro 16,80 G. Luca Chiovelli Riconosciamo ad Andrea Kerbaker del coraggio. Egli ha l'ardire, in pieno 2013, nell’era della morte del cartaceo, di scrivere un libro, il proprio, che tratta di bibliofili (costruttori di biblioteche o estensori di cataloghi, i libri dei libri) che sacrificarono le proprie vite allo scopo di diffondere, creare ed alimentare amore (e, in taluni casi, libidine) per i libri stessi; una progressione vertiginosa, specie se si tien conto che noi (io, l’estensore di questa recensione e voi, i lettori) non facciamo che creare altri libri, ovvero una sequenza conchiusa e felice di parole e pensieri organizzati, microbica e temporanea oasi nel Caos universale. D’altra parte cos'è un libro se non lo specchio di altri libri? E una biblioteca in cosa consiste se non in un gioco virtualmente infinito di rimandi, che vive autoreferenziale, escludendo la realtà (della vita, secondo il filosofo Pepe Carvalho, o del mondo superiore, il solo reale)? Si potrebbe obiettare che i libri riproducono la realtà, ma questo è spesso falso; anzi, i libri ci aiutano a sopportarla, la realtà, o fuggendola o migliorandone lo spessore e l'universalità, così come il canestro di frutta di Caravaggio migliora e sublima tutti i canestri di frutta del mondo reale; e i libri di cui parla Kerbaker ancor di più assolvono a tale compito, perché sono essi stessi opere d'arte, al netto del contenuto, come il Commento di Servio a Virgilio appartenuto a Francesco Petrarca: "grande, austero, autorevole, nel suo formato imponente reso ancora più maestoso da una legatura blu intenso dove, sotto la scritta in oro Virgilius cum notis Petrarcae, si ripetono gli stemmi imperiali con la N di Napoleone [che aveva requisito il libro durante la campagna di guerra in Italia] ... "; un capolavoro bibliografico noto anche per "la celeberrima illustrazione dell'incipit, quella dipinta da Simone Martini. Un'intera pagina di grande formato su un abbacinante sfondo blu", esornata ulteriormente dalla calligrafia del Petrarca, nitida e simmetrica sino all'inquietudine. Kerbaker, anch’egli collezionista (ha un patrimonio di 25.000 volumi), si sdilinque, e con piena ragione. Non crediate che questi siano meri argomenti formali; il vestimento, infatti, influisce sulla sostanza stessa del libro e, quindi, sul godimento che se ne trae. Petrarca (o Shakespeare o Cormac McCarthy) in cattiva edizione (copertina squillante, carta riciclata, rilegatura brossurata) non è più Petrarca (o Shakespeare o Cormac McCarthy), ma un gemello, apparentemente simile, che soffre una segreta patologia; come asserì Enfield a proposito di Mr. Hyde: “Deve avere un che di deforme: dà una forte impressione di deformità, benché mi sia impossibile specificarne la natura. E' un tipo assolutamente fuori dal comune, eppure non saprei indicare niente di insolito”. Ciò è facilmente sperimentabile da chiunque.
Il
primo scatto d’autore di Helmut Newton, un nudo dell’attrice Charlotte
Rampling, è così descritto: “La linea
sinuosa della schiena, con lo sguardo fisso in camera. Nuda, vestita solo della
sua bellezza, tra l'opulenza di un arredamento d'alto antiquariato”. Una
notazione preziosa poiché riassume in un guscio di noce tutta l’estetica del
fotografo berlinese (e americano d’adozione), turgida di cattivo gusto e
altrettanto vincente nell’assecondare il montante edonismo delle nuove classi
borghesi.
Non
sappiamo se fu cosciente di tale complicità (in tal caso fu uomo assolutamente
astuto) o se fu uno dei casi in cui l’esprit
du temps riesce a concretarsi nella produzione individuale di un artista di
sensibilità superiore. In entrambi i casi va riconosciuto alle sue creazioni un
rilievo sociologico e documentario di assoluto livello pur nell’insignificanza
artistica.
Fu
sicuramente un precursore. Egli nacque nell’ambiente della moda (pubblicò in
gran parte su Vogue) e, quindi, della pubblicità; e dalla pubblicità trasse
l’unica, ma potentissima linea guida del proprio operare: épater le bourgeois, sbalordire il borghese, la nuova massa. In pochi anni, infatti, a partire dalla metà
dei Sessanta, in tutto il mondo occidentale (con ritardi più o meno
accentuati fra le varie nazioni), i ceti medi abiurano definitivamente le vecchie ideologie di
riferimento (famiglia, stato, religione) sostituendovi un permissivismo consumista e totalizzante. Il borghese si ritrova quindi libero
da reticenze e lacci morali fino a poco tempo prima asseriti da autorità
secolari: il nuovo cielo è libero da nubi; ciascuno può osare tutto,
purché consumi, ovvio.
Newton
attizza le pulsioni del nuovo individuo in libera uscita dall’antico ordine
morale sostanzialmente in due modi.