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sabato 29 novembre 2014

Un ricordo di Maria Grazia Pighetti Carbone

Assolutamente affascinante e carismatica!
Così definirei la signora Maria Grazia Pighetti Carbone, morta a Genova alcuni giorni fa, mamma di Maria Teresa.
Ho avuto la fortuna di conoscerla,  anche se per poco tempo, e ho intrattenuto con Lei un rapporto telefonico: io a Roma, Lei lontana, nella mia Liguria.
“Sa, ora sto rileggendo i tragici greci, in lingua originale s’intende”, mi diceva in una delle nostre ultime conversazioni.
Solo due anni fa, nel libro Ci chiamavano libertà. Partigiane e resistenti in Liguria 1943-1945, della giornalista Donatella Alfonso, è stata raccolta una Sua testimonianza che oggi mi sembra il modo migliore per ricordarLa e far sentire a Maria Teresa l’affetto e la vicinanza di tutti noi (a. rava).

Donatella Alfonso, Ci chiamavano libertà. Partigiane e resistenti in Liguria 1943-1945, De Ferrari Editore, 2012.

Genova - Martedi 24 aprile 2012
«Non sono antifascista perché mi sono iscritta tra gli antifascisti. Io sono nata antifascista, e lo sono stata benché mio padre fosse fascista convinto, avesse fatto la marcia su Roma, portasse la divisa e io le divise le ho sempre odiate … A sei anni mi ero già ribellata all’idea di metter la divisa di piccola italiana: quelle calze lunghe le ho sempre odiate, mi mettevo dietro tutte le altre per non far vedere che io portavo le calze corte! Sono nata antifascista, ripeto, perché non mi piaceva la disciplina, quella che mi vogliono imporre gli altri: mi piace la mia, di disciplina. Non sarei stata neanche una buona comunista, non riuscivo stare alle regole. Ho scelto comunque un partito di massa, che era la Democrazia Cristiana, perché c’era bisogno di partiti di massa, per costruire il paese. E oggi, che ho vissuto tanto e ho avuto tanto dalla vita, io non cambio cittadinanza: cerco di vivere da anarchica. E cristiana. Perché Cristo era un anarchico che proteggeva le donne di strada, le adultere… e trattava da pari tutti. il vero inventore del comunismo è stato lui».
Maria Grazia Pighetti, «la Pighetti come mi hanno sempre chiamato» ironizza lei, è seduta vicino alla finestra della casa piena ovunque di libri, sulle alture di Castelletto, a Genova. Novant’anni già passati, tra cultura, scuola e passione civile; i quotidiani accanto, le telefonate e le visite dei due figli e dei nipoti, anche per commentare un libro sulla storia greca «che sto chiosando» spiega lei «e che mi fa tornare in mente la voglia di rileggere Eschilo, Senofonte...». Insegnante di storia dell’arte, storia e filosofia per 25 anni e per altri quindici preside del liceo linguistico Grazia Deledda, ha partecipato da protagonista alla vita culturale genovese; ma, come racconta, senza scegliere invece la via della politica, nonostante le tante sollecitazioni a candidarsi per questo o quell’incarico elettivo. E insieme a lei, presenti sempre in ogni manifestazione di impegno civile, il marito Enrico Carbone, scomparso nell’agosto 2009 dopo 61 anni insieme. Una storia, la loro, nata proprio durante la Resistenza.

«Ho letto tutto quello che si poteva ma la scuola non mi piaceva. Però è proprio grazie alla scuola, al liceo D’Oria, che ho incontrato due delle persone che più mi hanno formato; don Guano insegnante di religione al ginnasio, che mi fece capire la differenza tra cristiano e cattolico e come si poteva essere entrambe le cose restando coerenti; e poi Caterina Marcenaro, che diventò la famosa soprintendente dei beni culturali del dopoguerra, e che fu
mia insegnante di storia dell’arte; mi insegnò che si poteva dire no. Allora era più azionista che comunista, mentre più avanti aderì al Pci, pur essendo una grande, raffinata borghese; una persona di grande dirittura morale. Il terzo incontro per me fondamentale fu quello con Giuseppe Dossetti: e peraltro fu una cosa casuale… una discussione durata un’ora e mezza, nel 1945, che mi ha segnato per sempre. Io non so se c’è Dio ma personalmente ci credo, è una decisione mia. Sono cattolica perché è la mia religione, ma le religioni sono costruzioni umane, ogni popolo e ogni persona fa la sua; guai se lo conoscessimo, la fede è un atto volontario.
Ho già detto che mio padre, avvocato, era fascista convinto e io me ne vergognavo. Ma non ho mai nascosto cosa pensavo io, e devo dire che comunque anche mio padre decise di aiutare molti ebrei… considerava assurde le leggi razziali, quella persecuzione, con il suo modo di vedere il fascismo, proprio non c’entrava nulla. D’altro canto lui era scappato di casa a quindici anni, si era dichiarato anarchico, poi fu dannunziano e infine fascista e lo fu tutta la vita. Però gli riconosco la coerenza e comunque il rispetto anche verso le mie idee che erano contrastanti, oltre all’amore per i libri che mi ha trasmesso. in seconda liceo mi ricordo che molti miei compagni volevano festeggiare la presa di Barcellona da parte dei franchisti; solo io e due mie compagne decidemmo di non partecipare, di entrare a scuola. Sulla lavagna campeggiò per un mese Pighetti crumira. Ed ero così apertamente antifascista che dopo la maturità, nel 1939, la Marcenaro e Dusetti, che era il mio professore di filosofia, mi dissero quanto erano felici a vedere che una persona nata in una famiglia fascista fosse antifascista, e che questa era una speranza per l’Italia futura.
La mia attività di supporto alla Resistenza comincia nel ’43 a Pieve Ligure, dove ero sfollata e da dove venivo, regolarmente a piedi, fino a nervi per prendere il tram e andare all’università. insieme a me c’erano le sorelle Gulberti, due amiche con le quali facevamo piccole azioni; portare documenti, ma anche armi. Mi ricordo che una volta mi diedero due bombe a mano da portare a Genova… lungo la strada incontro l’avvocato De Maestri che era in carrozza
e che ha insistito per darmi un passaggio. io non potevo dire di no e allora salgo e mi dicevo, oddio se ci fermano questo qui lo arrestano e lui non c’entra nulla… ma andò bene, superammo il posto di blocco senza problemi».

Maria Grazia Pighetti aderisce ai Gdd, i gruppi di difesa della donna, e fa parte di una rete che prepara e diffonde informazioni, volantini, materiali; poi si iscrive alla Dc, e nelle organizzazioni giovanili incontra il futuro marito, Enrico Carbone «con il quale cominciai a discutere nel 1945 dell’idea di Dio e abbiamo smesso solo perché lui non c’era più». Ma sono anche i tempi dei comizi, della propaganda, dei circoli e delle sezioni da organizzare nei paesi e nei quartieri, per le prime elezioni libere. Però la scelta finale è quella di continuare ad insegnare, e fare politica così, piuttosto che entrare in una lista dove peraltro sarebbe stata eletta senza problemi. Ironica e disincantata, oggi la politica la segue sui giornali e nei talk show televisivi («purchè non sia quello di Vespa» avverte) e confessa: il nostro però era un altro mondo.

«Era un gioco, anche, ci siamo divertiti tanto. Avevamo anche un giornale che si chiamava L’età nuova in cui io scrivevo di cultura, libri, cinema, teatro; ed Enrico che studiava economia e commercio, curava la parte economica. Io ero, e sono rimasta sempre, della corrente di sinistra, lui era più moderato. Nel gruppo più a sinistra, allora, c’era anche Gianni Baget Bozzo. D’altro canto non dimentichiamo quanti cattolici hanno aderito alla lotta partigiana, da Paolo Emilio Taviani, Pittaluga, allo stesso Bisagno, Aldo Gastaldi, e poi il professor Achille Pellizzari: tutti comandanti. Io l’ho fatta, la Resistenza, perché faceva parte della mia vita. Ma non ci ho mai pensato e non ci penso neanche di essere riconosciuta ufficialmente come partigiana; ho avuto tanto dalla vita, non ho chiesto nulla. Voglio essere io a stimare me stessa, non cerco qualcuno che lo faccia per me.
Così è stato per la politica: credo di essere moderatamente intelligente ma non furba, e in politica questo serve; io sono di una onestà maniacale e anche se non disprezzo la politica anzi, continuo appassionatamente e arrabbiatamente a seguirla; non so se ci siano o ci siano stati politici integralmente onesti perché non so se sia possibile. Quando andavamo in giro per comizi, mi ricordo che mangiavamo in qualche trattoria e spendevamo due o trecento lire; ci capita di andare a Portofino e spendiamo mille lire, pur mangiando le solite cose semplici. Io e mio marito rimaniamo fulminati! Per fortuna io, che avevo il mio stipendio di insegnante, quei soldi
li avevo, ma come dirlo al partito? E invece, quando l’ho raccontato, mi sono sentita dire: ah, non preoccuparti, lì c’è andato Taviani e ha speso tremila lire…»

Nel 1943 la laurea in storia; l’anno seguente Maria Grazia comincia, pur poco convinta, a insegnare a quella che allora si chiamava Regina Margherita, scuola per signorine benestanti. «Una scuola per ragazze ricche e ignoranti che andavano a scuola per avere una vernice di cultura» le bolla lei, che era stata chiamata a insegnare storia, filosofia e arte; ma l’anno seguente, dopo la Liberazione, la scuola non solo cambia nome e viene intitolata alla scrittrice premio Nobel Grazia Deledda, ma cambiano anche le allieve: tornano molte che erano fuggite da Genova per la guerra, e la giovanissima insegnante si trova ad avere allieve più grandi di lei . Intanto, anche il ruolo delle donne nella scuola e nella cultura risente del nuovo clima. Ma la strada da fare, commenta oggi Pighetti, è ancora lunga.

«Pensiamo che nel 1904 Maria Montessori fu la prima donna a laurearsi in medicina e negli stessi anni una cugina di mia madre si laureò in lettere a Pavia con un abito di velluto con lo strascico e tutti i professori della commissione in frac. E se a metà degli anni ’60 c’erano solo quattro ragazze iscritte a ingegneria a Genova e ora sono più dei maschi, significa che sul piano della dignità pubblica passi avanti ne sono stati fatti, sotto quello della dignità privata, invece no.
Tendiamo ancora ora ad essere oggetto nelle mani di coloro che amiamo, siano mariti, amanti, figli; io sono un’eccezione saggia. Perché, anche se lo pensavo, non ho mai fatto sentire a mio marito che lo consideravo da meno di me né che io volessi essere da più di lui. L’errore, e in questo la società è cambiata male, è stato quello di considerare più la superiorità dell’uno dell’altro che non la parità vera. E se c’è ancora tanto cammino da fare per le donne, non dimentichiamo che c’è la rabbia dei maschi, che non accettano di essere messi in un ruolo inferiore o che le donne scelgano per sé. Per questo c’è tanta violenza, perversione, schiavitù persino… d’altronde forse nemmeno quelli che conoscono un poeta raffinato come Novalis ricordano che scriveva, rivolgendosi alla fidanzata diciottenne morta: “Sono contento che tu sia morta perché ora sei veramente mia”. E le cose non sono cambiate, quante donne vengono uccise perché gli uomini dicono “tu mi fai rimanere solo, ma tu sei solo mia”?
Io vedo tutto questo e mi dico che sono così vecchia… aspetto solo di sapere cosa c’è dall’altra parte. vedere se c’è Dio, visto che ci ho creduto. E se non c’è nulla, allora dormo».

lunedì 24 marzo 2014

1944-2014: l'ordine è già stato eseguito. Un ricordo delle Fosse Ardeatine

[Foto di P. Vincenzoni]
A cura del Cantiere24-MVL Gruppo Reportage*

[cliccare per ingrandire]

L’8 settembre 1943 l’Italia dichiara l’armistizio con le forze alleate rappresentate, in Italia, da Gran Bretagna e Stati Uniti. La Germania, che occupava il suolo patrio come alleato, diviene, da subito, forza nemica.
Il 10 settembre sparsi resti dell’esercito italiano (in modo spontaneo e in presenza di ordini contradditori), con l’ausilio di alcuni volontari civili, cercano inutilmente di contrastare una veloce e potente incursione tedesca per l'occupazione della capitale.
Nonostante il sacrificio di più di mille resistenti, Roma capitola.
Si organizza, perciò, una Resistenza interna coordinata dal Comitato di Liberazione Nazionale (che comprendeva i maggiori partiti italiani, da quello socialista e comunista sino alla Democrazia Cristiana). L’azione di guerriglia e sabotaggio contro le forze naziste fu portata avanti ininterrottamente per nove mesi, dall'ottobre 1943 sino alla liberazione della città, nei primi giorni del giugno 1944.
Il 23 marzo 1944 un commando gappista (GAP, Gruppi d'Azione Patriottica) attacca una colonna del Reggimento Bozen (appartenente alla polizia nazista: Ordnungspolizei) facendo esplodere un ordigno in Via Rasella. Nell’azione, completata dal lancio di bombe a mano, muoiono 33 tedeschi.
La rappresaglia, sollecitata da Hitler in persona, viene affidata, dopo essere colata giù per i gradi della burocrazia militare, al tenente colonnello Herbert Kappler.

[Foto di A. Cecchi Pandolfini] 
Una vista d'insieme dell'entrata alle Fosse Ardeatine con il gruppo scultoreo di Francesco Coccia.
Subito dopo l'attacco partigiano le autorità tedesche ordinarono il rastrellamento. Fu un'azione veloce, sommaria, in cui i Todeskandidaten (prigionieri 'degni di morte') vennero scelti solo allo scopo di raggiungere il totale richiesto. 

3 condannati a morte
16 condannati a pene detentive fra 1 e 15 anni
1 persona assolta al processo
154 sotto inchiesta di PG
23 in attesa di giudizio presso il Tribunale Militare Tedesco
40 fermati presso la Questura
10 fermati presso Via RAsella
10 fermati per ragioni di pubblica sicurezza
3 ignoti
75 ebrei
[Foto di A. Cecchi Pandolfini]
Una parte del piazzale antistante le cave dell'eccidio. Subito dopo la fine della guerra il Comune di Roma bandì subito un concorso, aperto ad artisti e architetti, per la sistemazione monumentale del luogo. Due diversi gruppi, vincitori ex aequo, e formati da Nello Aprile, Cino Calcaprina, Aldo Cardelli, Mario Fiorentino, Francesco Coccia e dagli architetti architetti Giuseppe Perugini e Mirko Basaldella idearono la costruzione del sacrario, curarono la sistemazione del piazzale e consolidarono le gallerie in cui avvenne il massacro.
[Foto di M.C. Masotti]
L'ingresso alle Cave. Qui vennero portati trecentotrentacinque uomini (dieci italiani per ogni tedesco morto). L'Alto Comando Tedesco escluse, quale luogo per la rappresaglia, Forte Bravetta, già sede di fucilazioni fasciste; si orientò, quindi, anche in considerazione dell'isolamento della zona per le cave di pozzolana e arenaria comprese fra le Catacombe di Santa Domitilla e San Callisto, sulla Via Ardeatina.
All'operazione, eseguita rapidamente il giorno dopo l'attacco partigiano, parteciparono 73 uomini di Kappler: 12 ufficiali, 60 sottoufficiali e graduati, 1 soldato semplice.


mercoledì 13 novembre 2013

Bella ciao, breve storia di una canzone

Ti racconto un libro
(a cura di Domenico Gallo e Italo Poma), Storie della Resistenza 
Sellerio, pp 448

Alceste


Il volume della Sellerio assomma vari resoconti, in prima persona, delle azioni di guerriglia e della vita quotidiana dei partigiani italiani, dal 1943 alla Liberazione. Storie della Resistenza è un testo ammirevole, ma scriverne oggi significa scadere, inevitabilmente, nella commemorazione doverosa e conformista. O meglio: io non sono capace di parlarne senza scongiurare tale pericolo. In tal modo, inoltre, otterrei l'effetto contrario a quello voluto, l'unico che m'interessi davvero: la lettura diretta del libro stesso. Il panegirico buonista: un sistema perfetto per invogliare il like, scaricarsi la coscienza e passare oltre. Come già evidenziato, quando più ci si allontana dal fenomeno sorgivo tanto più si alza il rischio dell'ufficialità più urtante. Che comprendo. Ho deciso, quindi, di arrivare al cuore della celebrazione approdando mellifluo a rive poco battute. Per ben due volte. Stavolta parlando della canzone simbolo della Resistenza, Bella ciao, tanto cantata quanto poco conosciuta; la prossima volta rivelando, com'è giusto, storie ignote di uomini ormai sconosciuti e storie di piccole patrie che non sono più.

Bella ciao è divenuta, ormai, il simbolo incontrastato del periodo resistenziale italiano e, in generale, di qualsivoglia opposizione a regimi antilibertari. Una vittoria, tuttavia, postuma, ottenuta sul lungo periodo ai danni di Fischia il vento (1), che fu il vero inno di larga parte delle brigate partigiane nel Nord Italia.
Durante il conflitto Bella ciao ebbe diffusione limitata nella zona laziale-abruzzese (forse reatina) e, più estesa, nell’ambito dell’Appennino modenese (la si attesta durante la proclamazione della Repubblica di Montefiorino) e bolognese. Ciò sarebbe in accordo con le prime parole del testo che sembrano situare gli avvenimenti nella seconda metà del 1944 durante la ritirata nazifascista quando rastrellamenti e repressioni incrudelivano più dolorosamente proprio in quelle aree.

Il primato della canzone fu però sancito nel dopoguerra, dapprima nei vari festival socialisti e comunisti, poi, a livello europeo, grazie all’interpretazione del pistoiese Yves Montand (Ivo Livi, 1921-1991), depurata, tuttavia, dal riferimento alla guerra di Liberazione (fu omessa l’ultima strofa).
L’origine della ballata, che ebbe una più tarda variante di risaia (2), va ricercata indagando separatamente musica e testo.
La musica risale probabilmente ad una rima infantile (3):

La me nòna l'è vecchierèlla
la me fa ciau
la me diś ciau
la me fa ciau ciau ciau
la me manda la funtanèla
a tor l'acqua per deśinar

Fontanèla mi no ghe vago
la me fa ciau
la me diś ciau
la me fa ciau ciau ciau
fontanèla mi no ghe vago
perché l'acqua la me pol bagnar

Ti darò cicento scudi
la me fa ciau
la me diś ciau
la me fa ciau ciau ciau
ti darò cicento scudi
perché l'acqua te pol bagnar

Cinque scudi l'è assai denaro
la me fa ciau
la me diś ciau
la me fa ciau ciau ciau
cinque scudi l'è assai denaro
perché l'acqua la me pol bagnar

Alor corro a la fontanèlla
la me fa ciau
la me diś ciau
la me fa ciau ciau ciau
alor corro a la fontanèlla
a tor l'acqua per deśinar

Essa era usata, in ambito scolare, per migliorare il coordinamento dei movimenti dei bambini. Questi, situati l’uno di fronte all’altro, ripetevano i versi schiaffeggiandosi i palmi delle mani secondo tale schema:

I.        sAxdA - sBxdB
II.       sAxdB - dAxsB
III.      sAxdA - sBxdB
IV.     dAxdB
V.      sAxdA - sBxdB
VI.     sAxsB

Dove A e B sono i partecipanti, s = mano sinistra; d = mano destra; x = battuta contro. Ad esempio, in I, entrambi i bambini battono le proprie palme l’una contro l’altra; in II, invece, la sinistra del primo bambino batte contro la destra del secondo e viceversa.
La derivazione dalla rima ha il pregio di giustificare i battimani (pur "rifunzionalizzati" da gioco a incitamento) e la melodia in modo minore, rara nell’Italia settentrionale (4).
Il testo, invece, intrattiene un rapporto complesso con ballate popolari molto risalenti. Quasi sicuramente esso origina da varie lezioni di Fior di tomba (5).
Per il famoso incipit, da lezioni veneziane e novaresi. Quest’ultima di seguito:

Sta mattina mi sun levata, mi sun levata prima del sul
Sun andàita a la finestra, ò veduto il mio primo amor,
che parlava a una ragazza; o che pena, o che dolor!
Cara mamma, portè-mi in nanna, ch’i poss pu di gran dolor.
Cara mamma, portè-mi in chiesa, sotto i piè del confessor;
Colla bocca dirò i peccati, e cogli occhi farò l’amor.
Faremo fare una cassa tonda, per star dentro noi altri tre,
Prima páder, poi la madre, poi ‘l mio amor in braccio a me;
Ed ai piedi della fossa pianteremo un bel fior;
Alla sera il piantaremo, al mattin sarà fiorì.
E la gente passeranno, lor diranno: - O che bel fior!
Quello è il fior della Rosina, che l’è morta per l’amor! –

Per l’argomento, la scaturigine è da ricercarsi presso varianti molto più risalenti (anteriori al 1400), di ambiente normanno (poi tracimate in Catalogna e Alta Savoia/Piemonte): una bella ragazza deve essere data in isposa ad un principe o imperatore, ma rifiuta, vuole sposare un prigioniero messo a morte; se non sarà così vorrà essere seppellita assieme a lui e alla famiglia (in tre, poiché lei e il suo amato sono una cosa sola). Qui la traduzione d’una versione torinese:

Di là da quelle boscaglie una bella ragazza c’è;
Suo padre e sua madre vogliono maritarla.
Vogliono darla a un principe figliuolo d’imperatore.
- Io non voglio né re, né principe figliuolo d’imperatore;
datemi quel giovinetto che c’è in quella prigione.
- O figlia, la mia figlia, non è  un partito per te;
domani alle undici ore lo faranno morire.
- Se fanno morire quel giovine, mi facciano morir me;
mi facciano fare una tomba, che ci sia posto per tre,
che ci stiano padre e madre, il mio amore in braccio a me.
In cima a quella tomba pianteranno rose e fiori;
tutta la gente, che ci passa sentiranno l’odore;
diranno: - È morta la bella, è morta per l’amore!

Bella ciao risulta, perciò, dalla combinazione di varianti italiane settentrionali (procedenti da modelli medioevali della Francia normanna) secondo leggi di trasmissione orale (con variazioni, arricchimenti, permutazioni, tacitamenti) proprie della canzone popolare (il blues, caso particolare e minimo di tale gigantesco corpo letterario, non fa eccezione).
Nella rielaborazione partigiana, di ascendenza maschile, la parte della protagonista viene ridotta alla seconda strofa; una parte, invece, amplificata nella versione di risaia, spinta sull’urgenza sociale. Nonostante ciò è proprio la versione resistenziale quella più vicina al sentimento originario, un semplice e profondo inno sull’immortale unità di Amore e Morte.

Una mattina mi son svegliato
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
Una mattina mi son svegliato
e ho trovato l'invasor.
O partigiano, portami via,
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
O partigiano, portami via,
ché mi sento di morir.
E se io muoio da partigiano,
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
E se io muoio da partigiano,
tu mi devi seppellir.
Mi seppellirai [mi porterai / e seppellire] lassù in [sulla] montagna,
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
E seppellire [mi seppellirai /mi porterai] lassù in [sulla] montagna
[sotto l'ombra] all'ombra di un bel fior.
E [tutte] le genti che passeranno
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
E [tutte] le genti che passeranno
Ti diranno "Che bel fior!"
"È questo il fiore del partigiano",
O bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
"È questo il fiore del partigiano
morto per la libertà!"

A pura titolo di curiosità faccio notare che lo stesso tema (l'amore di una principessa per un prigioniero) è al centro delle strofe del poema medioevale indiano Le stanze dell'amor furtivo, di Bilhana.

(1) Fu Felice Cascione (1918-1944) ad elaborarne il testo e adattarlo al tradizionale russo Katyusha.
(2) L’autore dei testi di tale versione fu il mondino Scansani di Gualtieri, Reggio dell’Emilia. Milva e Giovanna Daffini le interpreti principali. Qui il testo:

Alla mattina appena alzata
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
Alla mattina appena alzata
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
alla mattina appena alzata
in risaia mi tocca andar.
E fra gli insetti e le zanzare
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
e fra gli insetti e le zanzare
un dur lavor mi tocca far.
Il capo in piedi col suo bastone
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
il capo in piedi col suo bastone
e noi curve a lavorar.
O mamma mia, o che tormento!
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
o mamma mia o che tormento
io t’invoco ogni doman.
Ma verrà un giorno che tutte quante
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
ma verrà un giorno che tutte quante
lavoreremo in libertà
alla mattina appena alzata
in risaia mi tocca andar.
E fra gli insetti e le zanzare
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
e fra gli insetti e le zanzare
un dur lavor mi tocca far.
Il capo in piedi col suo bastone
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
il capo in piedi col suo bastone
e noi curve a lavorar.
O mamma mia, o che tormento!
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
o mamma mia o che tormento
io t’invoco ogni doman.
Ma verrà un giorno che tutte quante
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
ma verrà un giorno che tutte quante
lavoreremo in libertà.

(3) Roberto Leydi, I canti popolari italiani, 1973. Della rima Leydi esamina le lezioni trentina (quella proposta) e lombarda (La mia nonna l’è vecchierèlla/la mi di’ ciò/la mi fa ciò ciò ciò). Entrambe derivano dalla ballata nota come La bevanda soporifera.
(4) Due caratteristiche che fecero pensare ad una derivazione slava della melodia.
(5) Costantino Nigra, Canti popolari del Piemonte, 1888.


sabato 18 maggio 2013

Rudolf Jacobs, il tedesco che si fece partigiano


Il 3 Novembre 1944 il maggiore della Wermacht Klaus Erhardt, compagnia guastatori della 305^ divisione, assieme al proprio sottufficiale Strauss, si presenta alla caserma delle Brigate Nere di Sarzana, presso l’albergo Laurina; in un tedesco scandito e apodittico intima al piantone di metterlo immediatamente in contatto con il Comandante del presidio: formazioni partigiane minacciano il nodo ferroviario della cittadina; si rende necessaria, quindi, una strategia di difesa tempestiva e comunemente concertata. Il milite, forse soggetto alla fascinazione del grado, socchiude il portone; sopraggiunge anche il vice comandante fascista; egli non ama i propri alleati: osserva alternativamente il proprio sottoposto e i due ufficiali germanici in tenuta verde oliva; un nervo dell’occhio, teso da un istinto animale, forse intona involontariamente le fattezze in un’interrogazione di sospetto; è il prodromo di un rifiuto? Il momento, quasi banale nella propria apparente normalità, cambia, però, natura e si anima fulmineo: Erhardt e Strauss, improvvisamente, spazzano l’aria con le raffiche roventi delle machinenpistole e forzano il blocco mentre i fascisti, feriti, urlano al tradimento rovinando nel proprio sangue ...
Il maggiore, in realtà, è il capitano della marina tedesca Rudolf Jacobs, Strauss il proprio attendente, l’austriaco Paul; entrambi erano passati nella formazione partigiana Ugo Muccini esattamente due mesi prima ed ora capeggiavano un manipolo di forze miste (italiani, tedeschi, russi, polacchi).
Il colpo di mano fallirà: Rudolf Jacobs troverà la morte, Paul rimarrà ferito (1).
Da allora la figura del tedesco partigiano subirà una damnatio memoriae di quasi venti anni; egli attrasse l'inevitabile silenzio dell’una e dell’altra parte poiché partecipava in egual misura all'onta dell’aguzzino e del traditore (in Germania era repertato come ‘disperso’). Solo nel 1957 la moglie seppe il modo in cui era morto.
Ora Rudolf Jacobs è medaglia d’argento al valor militare.
Nel 1985 la RAI girò un documentario, Tradimento (diretto da Ansano Giannarelli), in cui venivano ripercorse le vicende assieme al figlio, Rudolf junior; nel 1990 la città natale, Brema, gli dedicherà una mostra. Sarà però il regista Luigi Faccini (nativo di Lerici) a farne un personaggio centrale della Resistenza, prima con un libro, L’uomo che nacque morendo (del 2005), poi con il docu-film omonimo (2011), girato con l'ausilio di Marina Piperno.

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