G. Luca Chiovelli Credetemi, leggere tanto per leggere mi
disgusta. Come offrire dolci a chi ha fatto indigestione di cioccolata. Leggere
come terapia, leggere l'ultima novità, leggere il libro dell'amico ... tutto
ciò mi ripugna irresistibilmente ... per tacere dell’orrore che ispirano ormai i
libri ... con quella carta crocchiante … un olezzo acido da sbrigativa cartiera
fordiana … edizioni inutili di autori inutili, che presentono già il macero,
fetenti d'effimero, con risvolti allucinati e copertine d'un kitsch lisergico
... no, tutto questo non è il mio regno di lettore.
Solo l'avidità della conoscenza m'ispira
il desiderio bruciante della lettura, non altro.
Se tale brama manca preferisco poltrire
nell'ignavia.
Non leggere niente, in tali condizioni,
è più nobile del leggere qualcosa – una cosa qualsiasi, a caso.
Rassomiglio insomma a Sherlock Holmes
che, in mancanza d'uno stimolo intellettuale, si abbandona a una letargia
melanconica, alleviata appena dalla cocaina (in vena una soluzione 7%) o dagli
spettrali accordi del violino, che inseguono i saliscendi tartiniani del Trillo
del diavolo ... nel salottino a Baker Street, mentre il reduce dall'Afghanistan
John Watson, in poltrona, davanti al fuoco inglese d'un caminetto inglese,
serrato fuori l'umido lividore dei pomeriggi invernali di Londra, segue con occhio
ansioso e clinico tali manifestazioni depressive, da umor nero.
E cosa ci strappa dalla depressione, a
me e Sherlock?
L'ansia di capire, di scoprire, di
sollevare il velo dipinto dei fenomeni. L'ansia di conoscenza brucia l'anima, non
c'è niente da fare ... basta un piccolo accenno, quasi sempre casuale, un
minuscolo arzigogolo che risale alla mente, un addentellato trascurato nel mare
della conoscenza e una frenesia incontrollabile scuote le mie membra
intorpidite di lettore. Allora sì che è una festa ... ma che dico: festa? È,
clinicamente, come per Holmes, una libidine maniacale, incontrollabile,
travolgente. Un piccolo spunto, si diceva ... un esempio? Eccolo. Qualche tempo
mi ero incapricciato della poesia orientale; cinese e giapponese, ma,
soprattutto, persiana. Ero reduce, infatti, da una visita al Museo Nazionale
d'Arte Orientale, in Via Merulana, a Roma.
In una bacheca lessi una breve lirica
ricca d'una metafora che esercitò su di me un fascino profondo, inspiegabile:
il poeta paragonava la propria amata a un cipresso.
Non ricordavo chi fosse l'autore; tornai
al museo, ma non riuscii a ritrovare il cartiglio fatale. Feci qualche ricerca;
forse il poeta era Amir Khusrow. Non fui capace nemmeno di ritrovare l'esatta
lirica; una che le si poteva approssimare era questa:
Il parco ha cipressi, larici e pini
ma nulla ti somiglia mia divina, mio
cipresso.
Non hai bisogno di pugnali o spade o
coltelli
un dardo dal tuo occhio mi rubò la vita.
Il fuoco d’amore è dolce, oh, quanto
dolce
ma quest’inferno lo preferisco al
paradiso.
Bacia gli occhi del tuo Khusrow, sciocca
ragazza,
ogni sua piccola lacrima è come una perla.
Non importava. L'occasione viene sempre
dimenticata. Il morbo, però, era già in me, e operava. Mi procurai, già febbricitante,
una serie di antologie di poesia persiana del Medioevo.
Un sirventese provenzale (occitanico) scritto nel clima antiromano, anticlericale e antifrancese seguito ai massacri delle crociate contro gli Albigesi (a Bezier, il 22 luglio 1209, furono uccisi fra i 7000 e i 20000 eretici).
L'invettiva contro il covo di vipere romane è dura e giustamente celebre, ma non è questo che ci interessa.
Ciò che interessa è che, fra il 1227 e il 1229, un tolosano, Guilhelm Figueira appunto, potesse già esprimere posizioni nettamente ghibelline (contro il Papa e a favore dell'Imperatore Federico II di Svevia) e un intransigente moto dell'anima, dettato dal disgusto verso la cupidigia e l'odio che originarono le stragi; un moto del cuore (e della ragione filosofica) che, qualche decennio più tardi, si ascriverà ai grandi poeti italiani: fra i sommi, Dante, e il primo amico e iniziatore di Dante, Guido Cavalcanti.
Nel seno dell'Europa, segnato tragicamente da tali eventi, sorgevano, insomma, potentissimi aneliti alla palingenesi spirituale e alla genuinità del primo Cristianesimo.
Da tale punto di vista non sono infondate quelle ipotesi, pur minoritarie, che vedono nei poeti ghibellini italiani una sorta di setta politico-spirituale che ostentava un formale omaggio alla Chiesa, e che invece, al riparo da un linguaggio letterario a doppio taglio, esoterico, la additava al disprezzo, auspicando, al contempo, l'avvento d'una figura in grado di restaurare la purezza del messaggio evangelico.
Queste interpretazioni furono sempre rigettate come bislacche; per me non lo sono. Anzi, mi colmano di gioia; e di felicità; seppur fossero false. Leggendo di questi uomini, persi nei cunicoli folli della storia: uomini a volte meschini, a volte nobili; ora traditori e servili, altre solitari e tetragoni contro il vento delle epoche; di fronte a tali sofferenze, a tali pensieri smisurati, a tali incroci di mondi, filosofie e passioni, non posso che provare il sentimento vertiginoso e smisurato della meraviglia. E non è la sempre risorgente meraviglia l'origine dell'amore per la conoscenza?
Traduzione e note di Francesco Zambon.
* * * * *
Non voglio più tardare né esitare ancora
a comporre un sirventese su questa melodia che mi piace;
eppure non ho dubbi che mi procurerà sentimenti ostili
perché questo sirventese tratta
dei falsi e dei perfidi
di Roma, che è alla testa della decadenza
in cui degenera ogni bene.
Non mi stupisco, Roma, se la gente cade in errore,
perché hai gettato il mondo in tormento e in guerra
e pregio e pietà muoiono a causa tua e sono sotterrati,
Roma ingannatrice,
di tutti i mali guida,
cima e radice: tanto che il nobile re d'Inghilterra
è stato da te tradito.
Roma bara, la cupidigia ti acceca:
alle tue pecorelle tondi troppo la lana.
Lo Spirito Santo che assunse carne umana
ascolti le mie preghiere
e spezzi il tuo becco.
Roma, non ti darò tregua: perché sei falsa e perfida
con noi e con i Greci.
Roma, ai deboli di mente tu rodi la carne e le ossa
e guidi i ciechi con te dentro alla fossa;
trasgredisci i comandamenti di Dio, tanto grande
è la tua cupidigia:
in cambio di denaro
perdoni i peccati. Roma, di un pesante fardello
di male ti carichi.
Roma, sappi che il tuo vile mercato
e la tua follia hanno causato la perdita di Damietta.
Male ti comporti, Roma; Dio ti abbatta
e ti mandi in rovina,
perché ipocritamente
ti comporti per denaro, Roma di vile razza
e violatrice di patti.
Roma, davvero io so con assoluta certezza
che sotto parvenza di falso perdono
hai mandato al supplizio la nobiltà di Francia,
lontano dal paradiso,
e che hai ucciso,
Roma, il nobile re Luigi: perché con false prediche
lo hai attirato fuori di Parigi.
Roma, ai Saraceni fai ben poco danno,
ma Greci e Latini li mandi al massacro.
Nel fuoco dell'abisso, Roma, hai eletto dimora,
nella perdizione.
Dio non mi faccia mai partecipe,
Roma, del perdono e del pellegrinaggio
che hai fatto ad Avignone.
Roma, senza ragione hai ucciso molta gente
e non mi piace affatto la via tortuosa che segui,
perché alla salvezza, Roma, sbarri la porta.
Ha una pessima guida
in estate come in inverno
chi segue le tue orme, perché il diavolo lo trascina
nel fuoco dell'inferno.
Roma, è facile dirti il male che meriti,
dato che per scherno martirizzi i cristiani;
ma in quale libro trovi scritto che si debbano uccidere,
Roma, i cristiani?
Dio, che è il pane vero
e quotidiano, mi conceda di veder capitare
ciò che desidero ai Romani.
Roma, sei stata veramente assai sollecita
negli ipocriti perdoni che hai concesso a danno di Tolosa:
ti rodi le mani alla maniera di una rabbiosa,
Roma seminatrice di discordia.
Ma se il valoroso conte
vive ancora due anni, la Francia avrà motivo di dolersi
dei tuoi inganni.
Roma, è così grande il tuo tradimento
che provochi il disprezzo di Dio e dei suoi santi;
ti comporti cosi male, Roma falsa e perfida,
che per te sparisce,
diminuisce e si dissolve
la gioia di questo mondo. E fai un grave oltraggio
al conte Raimondo.
Roma, Dio aiuti e dia potere e forza
al conte che tonde i Francesi e li scortica,
calpestandoli sotto i suoi piedi quando li affronta:
che gioia per me!
Roma, Dio si ricordi
dei tuoi grandi torti; e gli piaccia sottrarre il conte
a te e alla morte.
Roma, mi consola il fatto che tra poco
andrai a finire male se il giusto Imperatore
segue senza deviare il suo destino e fa quello che deve.
Roma, in verità lo dico,
vedremo decadere
la tua potenza: Roma, il vero Salvatore
mi conceda di vederlo presto.
Roma, per denaro tu compi molte azioni spregevoli,
molte insolenze e molte vigliaccherie.
Tale è la tua smania di dominare il mondo
che nulla temi,
né Dio né i suoi divieti:
anzi vedo che fai dieci volte più male
di quanto io non sia in grado di dire.
Roma, tu stringi cosi forte i tuoi artigli,
che ciò che puoi afferrare difficilmente ti sfugge;
se al più presto non perdi la tua potenza, in trappola
sarà caduto il mondo:
sarà morto e sconfitto
e il pregio distrutto. Roma, il tuo papa
fa di questi miracoli.
Roma, Colui che è Luce del mondo, vera vita
e vera salvezza, ti mandi in malora,
perché tanti e cosi risaputi sono i tuoi misfatti, da far
gridare il mondo.
Roma sleale,
radice di ogni male,
nel fuoco infernale brucerai senza scampo,
se non cambi rotta.
Roma, meriti biasimo a causa dei tuoi cardinali
per i criminali peccati di cui fanno parlare,
perché non pensano se non a come poter rivendere
Dio e chi lo ama;
e a nulla serve correggerli.
Roma, è disgustoso ascoltare e sentire
le tue prediche.
Roma, sono indignato perché il tuo potere aumenta
e grande angoscia per causa tua ci opprime tutti:
sei rifugio e fonte di inganno, di vergogna
e di disonore.
I tuoi pastori
sono impostori e falsi, Roma, e chi li frequenta
fa davvero una cosa insensata.
Roma, male agisce il papa quando contende
all'imperatore il diritto alla corona,
lo dichiara in errore e concede il perdono ai suoi nemici:
un simile perdono
non conforme a ragione,
Roma, è ingiusto; e chi lo giustifica
si copre di vergogna.
Roma, il Glorioso, che per noi soffrì mortale dolore
sulla croce, ti dia cattiva sorte,
perché vuoi sempre portare la borsa piena,
Roma di malaffare,
che hai il cuore tutto
volto al guadagno: per questo la cupidigia ti trascina
nel fuoco inestinguibile.
Roma, dal rancore che porti nella gola
nasce il succo di cui muore e si strangola lo sventurato
sentendo in cuore dolcezza; perciò il saggio trema
quando riconosce e distingue
il mortale veleno
(e da dove viene: Roma, dal cuore ti cola!)
di cui sono colmi i petti.
Roma, si è sempre sentito raccontare
che la tua testa è vuota perché la fai spesso rasare.
Per questo penso e credo che bisognerebbe strapparti,
Roma, il cervello
perché un cappello d'infamia
portate tu e Cìteaux, che a Béziers avete ordinato
uno spaventoso massacro.
Roma, con esca ingannatrice tu tendi la tua rete
e mangi molti bocconi maledetti, chiunque ne sia vittima,
perché sotto il tuo innocente aspetto di agnello
si nascondono lupi rapaci,
serpenti coronati
nati da vipera: per questo il diavolo li accoglie
come suoi intimi.
Note
[Guilhelm Figueira], tolosano di origine e sarto di professione, secondo la vida antica Guilhem Figueira avrebbe abbandonato la sua città quando essa cadde in mano ai Francesi (11 aprile 1229) e si sarebbe trasferito in Lombardia; a Tolosa compose questo celebre sirventese fra il 1227 e il 1229.
1-2: Lo schema metrico della poesia e con ogni probabilità anche la sua melodia sono quelli della canzone mariana Flors de paradis, regina de bon aire.
9: Si allude naturalmente alla Crociata contro gli Albigesi.
13-14: Giovanni Senzaterra, il cui nipote Ottone di Brunswick era stato scomunicato e deposto dal trono di Germania a favore di Federico II.
17: La definizione di Cristo come Spirito Santo incarnato potrebbe rivelare un influsso della dottrina catara.
37: Riferimento all'indulgenza concessa dalla Chiesa ai nobili francesi che prendevano parte alla Crociata albigese.
40-42: Il trovato re allude a Luigi VIII, che morì a Montpensier il 2 novembre 1226, subito dopo la presa di Avignone.
68: Raimondo VII di Tolosa.
78-81: Quando Guilhem Figueira scriveva, il conte Raimondo non si era dunque ancora arreso ai Francesi (11 aprile 1229).
86: L'imperatore Federico II, dal quale il trovatore spera sostegno alla causa tolosana.
127-128: Nel conflitto tra Federico II e il papa Gregorio IX, Figueira - su posizioni che si potrebbero definire "ghibelline" ante litteram - si schiera decisamente a favore dell'imperatore.
152: Il senso è: "avete una pessima reputazione", con allusione ai cappelli infamanti che erano obbligati a portare alcuni condannati.
153-154: La responsabilità del massacro compiuto a Béziers il 22 luglio 1209 (le fonti indicano tra le 7.000 e le 20.000 vittime) ricade essenzialmente sulle spalle dell'abate cistercense Arnaut Amalric, che comandava l'esercito crociato e che, secondo il cronista tedesco Cesario di Heisterbach, non potendo distinguere fra eretici e cattolici, avrebbe pronunciato la terribile frase: "Uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi".
157-158: Questa immagine (che risale a luoghi evangelici come Mt 7,15 e Lc 6,44) era corrente nel medioevo. I Catari la usavano nella loro polemica antiromana; cfr. per esempio il trattato apologetico La Chiesa di Dio: ,,[La Chiesa romana] perseguita e assassina chiunque non voglia acconsentire ai suoi peccati e alle sue azioni. Essa non fugge di città in città, ma domina le città, i borghi e le province e siede maestosamente nelle pompe di questo mondo; ed è temuta dai re, dagli imperatori e dagli altri signori. Non è affatto come le pecore fra i lupi, ma come i lupi fra le pecore e i capri [ ... ]. Soprattutto, perseguita e assassina la santa Chiesa di Cristo, la quale sopporta tutto con pazienza, come fa la pecora che non si difende dal lupo. Eppure, in contrasto con tutto ciò, i pastori della Chiesa romana non si vergognano di dire che sono loro le pecore e gli agnelli di Cristo; e dicono che la Chiesa di Cristo, quella che perseguitano, è la Chiesa dei lupi. Ma questa è una cosa assurda, perché una volta i lupi perseguitavano e uccidevano le pecore.
Bisognerebbe che oggi tutto andasse alla rovescia perché le pecore fossero diventate tanto feroci da mordere, inseguire e uccidere i lupi".
159: I serpenti coronati sono i vescovi e i prelati che portano la corona, cioè la mitria; per il riferimento alla "razza di vipere", cfr. Mt 3,7 e Ld,7.
Ibn Arabi (Murcia 7 agosto 1165 - Damasco 16 novembre 1240) fu un filosofo e poeta mistico dell'Islam.
Una figura gigantesca (è detto "sommo maestro") di cui, in Europa, si sa poco o nulla (fanno eccezione gli studi di Henry Corbin e poco altro; alcune traduzioni italiane sono, invece, disponibili, ancorché rapsodiche).
Ibn Arabi viaggiò molto, avido di verità e conoscenza: Arabia, Nord Africa, Medio Oriente e, infine, la Siria, Damasco. Da giovane incontrò Averroè, il più importante filosofo arabo medioevale; non più giovane conobbe, invece, Rumi, il grande poeta mistico della Persia. Tali notazioni biografiche non sono oziose: servono a far capire all'ascoltatore disattento che, nel secondo secolo del secondo millennio, l'influenza dottrinale e filosofica dell'Islam si estendeva dalla Cina sino alla Spagna. Studiare la cultura del Medioevo europeo significa necessariamente far riferimento a tale cultura.
In Ibn Arabi tutto è simbolo. Il volto dell'amante, le sopracciglia, la bocca; l'alba il giorno la notte.
La Donna, qui, è la Divina Sapienza. Dio. L'Amore è estinzione del proprio sé a favore dell'annullamento in Dio. Dove è il corpo non è Dio, dove è Dio non esiste il corpo.
La selva di simboli mistici è spesso impenetrabile, ma anche una lettura superficiale, che non ne tenga conto, è egualmente appagante.
Anche la Vita Nova di Dante è tale, se pur se ne ignori il significato profondo.
Alcuni temerari hanno messo in connessione tale misticismo con quello dello stil novo italiano. Sono stati respinti con perdite. Anch'io ero scettico, poi ho mutato parere. Laddove inizia la prima poesia europea vi è, infatti, l'Islam: in Provenza (sottoposta alla pressione culturale della Spagna moresca; non dimentichiamo che il liuto è arabo: al' ud); e in Sicilia (araba per un secolo) quando, presso la corte la corte di Federico II, si sviluppò la radice possente della letteratura nazionale. Come poteva il misticismo di Guido Cavalcanti, Dante, Guinizelli essere immune da tali condizionamenti? Immune da una tradizione mistica soverchiante che avviluppava l'Europa dalla Turchia sino all'Africa e alla Spagna e che, proprio allora, nei suoi celeberrimi centri di traduzione, stava recuperando alla comprensione occidentale i capolavori della filosofia e della scienza classiche? Lo ritengo impossibile. Con ciò non si vuol certo significare che Donna me prega o Donne ch'avete intelletto d'amore siano poesie di ascendenza islamica. Si vuol significare, più modestamente, ma non con minor importanza, che il nucleo ideologico di tale visione metafisica aveva la propria scaturigine nel pensiero mistico dell'Islam (o meglio: in una parte d'esso, quello sufi, di respiro universale; eretico, quindi, rispetto all'ortodossia sunnita) proprio di alcuni pensatori d'eccezione: fra questi, Ibn Arabi.
Stupiti?
"Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quanto ne sogni la tua filosofia".
La mia Anima è tutta presa di Lei
benché io non possa vedere il Suo Volto;
se potessi vedere il Suo Viso,
sarei ucciso dalle Sue Sopracciglia scure;
e quando il mio sguardo cadesse su di Lei,
cadrei prigioniero di ciò che vedrei,
e passerei la notte stregato da Lei,
e delirerei ancora quando l’Alba si fa luminosa.
Ahimè! Per la mia grande risolutezza!
Io dico che se la grande risolutezza giovasse,
la Bellezza di quella timida Incantatrice,
non mi avrebbe reso così smarrito.
È per Bellezza come una tenera Gazzella,
il cui pascolo conoscono gli Asini Selvatici,
il cui sguardo timido, col capo a metà distolto,
rende schiave le Anime degli Uomini!
Il sue respiro è così dolce che sembrerebbe
deliziante profumo di muschio odoroso,
lei è radiosa come il Sole di mezzogiorno,
lei brilla come la Luce della Luna.
Se appare, rivela
lo Splendore incantato del Mattino;
se scioglie le Sue trecce, la Luna
è nascosta dai Suoi Capelli neri come la notte.
Prendi il mio cuore ma lasciami, ti prego, i miei occhi,
o Luna, attraverso la Notte più scura,
che io possa guardarti.
Perché tutta la mia gioia è in ciò che vedo!
G. Luca Chiovelli Maymun ibn Qays noto come Al-A'sha (570 circa-625 circa) ovvero il Nittalopo, a causa della sua vista indebolita e della conseguente preferenza per la semioscurità. La poesia è tratta da un volume Donzelli del 2003 che raccoglie liriche della tradizione araba, persiana, turca ed ebraica. Dal libro in questione traggo altresì la fulminea biografia del Nostro: "Nacque e morì in un oasi a sud di Ryad ... viaggiò ... molto, probabilmente come mercante. In una delle sue poesie racconta come, per far soldi, abbia girato il mondo: Oman, Homs e Gerusalemme, ma anche Etiopia, Iraq, Iran e Arabia meridionale". Si spinse forse a Bisanzio. È considerato poeta preislamico anche se, forse, fu tentato dalla conversione. O forse no, come vedremo. Di Al-A'sha non so nulla. Ignoro il contesto storico. E la lingua. Le allusioni, i riferimenti. Il senso di pietà e comprensione per la sua donna che emerge da tale solitaria lirica. Eppure son grato a questo libro: prima di crepare ho conosciuto un nuovo amico: Al-A'sha, nato in una oasi dell'Arabia centrale. Nella poesia a volte meno si sa meglio è. L'ignoranza stimola la leggenda e, perciò, ancora, la poesia, che ne esce doppiamente amplificata. Come accade quando scorriamo le storie dei poeti della Provenza, condensate in rapide biografie, dette vidas: dicono qualcosa, tutto e niente, ciò che è filologicamente inattendibile, ma poeticamente rilevante. Meglio così. Come per Jaufré Rudel, che scrisse sei poesie e divenne immortale per la meravigliosa vida che apposero al suo minuscolo canzoniere: quasi una settima poesia, forse la più bella. “Jaufré Rudel de Blaia era uomo molto nobile, principe di Blaia. S'innamorò della contessa di Tripoli, senza averla mai vista, per il bene che ne sentiva dire dai pellegrini che venivano da Antiochia ... per il desiderio di vederla si fece crociato e si mise per mare; sulla nave lo prese una malattia; fu condotto a Tripoli, in un albergo, e dato per morto. Fu fatto sapere alla contessa, ella venne da lui, al suo capezzale e lo prese fra le braccia. Egli si rese conto che si trattava della contessa e di colpo recuperò l'udito e l'odorato e si mise a lodare Dio di avergli concesso di vivere tanto da poterla vedere; e così morì tra le sue braccia. Ella lo fece seppellire con grande pompa nella casa del Tempio; poi, in quel giorno, si fece monaca per il dolore provato per la sua morte”.
E poi basta farsi cullare dai nomi: Bisanzio, Gerusalemme, Ryad. E poi: un'oasi a sud di Ryad. Oasi, cioè beduini. I beduini mi fanno venire in mente una noterella a una poesia di Abu Nuwas, contenuta nel citato libro di Donzelli; vi si nomina la tribù beduina di Banu 'Udhra: "Banu 'Udhra era una tribù araba, famosa per la devozione dei suoi membri alla poesia e la loro consacrazione all'amore semplice e disinteressato, qualcosa a metà tra l'amore platonico e l'amore cortese". Insomma, nel cuore dell'Arabia si nascondevano provenzali e stilnovisti. L'avreste mai detto? Altrove leggo: "I beduini della tribù preislamica di Banu 'Udhra ... avevano abbracciato il culto di una forma platonica d'amore, un amore contrastato, a distanza, che sarebbe durato sino alla morte". Un amore a distanza? E chi ci ricorda? Nientemeno che Jaufré Rudel, il provenzale che morì bramando l'amore della principessa di Tripoli. L'amore a distanza ("amor de lohn"), l'inappagato, il più perfetto. Vedete come tutto si tiene quando si parla fra amici. Possiamo folleggiare ancora. Si dice che Al-A'sha fu un nestoriano cristiano ("almost christian"). Si dice. I nestoriani credevano a una doppia natura del Cristo, umana e divina. Maria era madre della natura umana, ma non di quella divina, ineffabile. Il nestorianesimo, tenacemente combattuto, si diffuse in Persia, Cipro, Mesopotamia, Arabia; persino in India e Cina. Oggi sopravvive in piccoli gruppi. Eugenio Montale, in una sua lirica, si paragona a un "povero nestoriano smarrito". Il credo nestoriano fu, secondo alcuni, alla base del pervicace mito medioevale del Prete Gianni, monarca cristiano dell'Asia. In una famigerata lettera, ritenuta apocrifa, egli così si descrive:
"Sappi e fermamente credi che io, Prete Gianni, sono signore dei signori e in ogni ricchezza che c'è sotto il cielo, e in virtù e in potere supero tutti i re della terra. Settantadue re ci pagano i tributi. Sono un devoto cristiano e ovunque proteggo e sostengo con elemosine i cristiani veri governati dalla sovranità della mia Clemenza" L'epistola giunse a Manuele Comneno, imperatore di Bisanzio, al papa Alessandro III e a Federico Barbarossa. Il mito del Prete Gianni incendierà l'immaginazione di tutta la letteratura europea del tardo Medioevo. Marco Polo, Ariosto; e i poeti siciliani del Duecento, inventati alla corte di Federico II, stupor mundi; e influenzati pesantemente, scopertamente, dai francesi di Provenza - quei provenzali che, secondo alcuni studiosi, trassero linfa, a sua volta, dai poeti arabi moreschi, andalusi. Stroficamente, concettualmente; e musicalmente: e infatti il liuto è arabo (al 'ud). Come araba fu la Sicilia, per più di un secolo. Il Prete Gianni. Non conoscete la leggenda del Prete Gianni, imperatore delle tre Indie? Peggio per voi. Significa che siete sfortunati, o malaccorti, o semplicemente degli zotici, e, per soprammercato, degli Yahoo, gli scimmioni de I viaggi di Gulliver. Senza offesa. Mi viene in mente altro? A proposito di Yahoo, Oriana Fallaci. Nel clima post 11 settembre, isterico e psicopatico, licenziò alcuni goffi libelli antimusulmani o antiarabi. In essi esaltava la civiltà occidentale contro la civiltà degli stracci in testa. In un passo d'uno di questi, scorreggiato a nove colonne da Il Corriere della Sera, ella cicalava, pressappoco: "A Firenze abbiamo Michelangelo, Dante e la cupola del Brunelleschi. Noi siamo l'Occidente. Abbiamo dato tanto al mondo. E loro, invece, cosa ci hanno dato? Al massimo qualche poesiola di Omar Khayyám". Se l'avessero sentita, tra gli altri, il fiorentino Guido Cavalcanti, accusato di eresie averroiste, o il fiorentino Dante, idolatra di Federico II, uno che con il Medio Oriente aveva commerci concettuali fiorentissimi (stavo per dire: fiorentinissimi), l'avrebbero cacciata in convento. Ma non è colpa sua; della povera Oriana, intendo. Era una giornalista. Bisogna comprenderla, anche se il suo disprezzo è di una superficialità e di una meschinità accecanti, imperdonabili. In tal caso l'ignoranza non genera poesia, ma solo altra ignoranza. Evidentemente esistono due ignoranze; una felice, che si nutre della favola e della meraviglia e incita alla conoscenza; e un'ignoranza della mediocrità. Dalla prima nascono i fior, dalla seconda Giuliano Ferrara, un altro di cui non rimarrà niente. Leggete, allora, il mio amico Al-A'sha, il mezzo cieco dell'oasi di Ryad; e, se lo trovate, anche il libro della Donzelli, in cui c'è posto per geni conosciuti (Hafiz, Nizami, Khayyám) e qualche sconosciuto, come Abu Nuwas, o Al-Hallaj, o il persiano Rudagi (Come acqua salsa è il baciare/a ogni sorso s'accresce la sete); Rudagi, che in vita sua scrisse 180.000 poesie. Qualcuna in più di Khayyám, e di Dante, e di Guido.
Va' amica mia, sei libera. Tale è la sorte umana, di giorno o di notte. Lasciami, perché andarsene è meglio del bastone che sarebbe stato appeso, minaccioso, sopra la tua testa. Non perché tu abbia commesso alcun grave torto né ci abbia causato alcuna grave calamità - Va' incolpevole e pura, amante e amata. Prova un altro uomo, e io un'altra donna, proprio come vuoi tu.
Traduzione di Anna Linda Callow, da Ti amo di due amori, Donzelli, 2003. Traduzione della vida di Rudel di R. Gagliardi.
appunti I incontro appunti II incontro Raethia Corsini Il programma del terzo incontro aveva come titolo: Ritmo e voce nella tradizione poetica italiana.
Primo viaggio attraverso i classici: Dante, Petrarca e gli altri.
Dopo una prima ora trascorsa (soprattutto) ad ascoltare la poetessa e docente Sonia Gentili, che ci ha donato alcune parole chiave per ri-entrare nel mondo dei classici, come spesso accade durante i laboratori, che sono dei lavori in corso, la conversazione è virata sul rapporto tra poesia e immagine grazie a uno stimolo dato da una delle partecipanti nell'incontro precedente. Se ne è parlato quindi con Sonia Gentili e una sua ospite, l'artista Teresa Iaria. Di seguito le parole chiave di questo incontro che ha mosso i suoi passi dalla lettura di quattro brani:
La
cultura hip hop nasce negli anni Settanta dello scorso secolo grazie
all'incontro fra cultura afroamericana e cultura dell'immigrazione caraibica. Con
uno dei suoi maggiori esponenti, Afrika Bambaataa, fondatore della Zulu Nation,
si avrà addirittura una codifica dell’hip hop: oltre al djing (il dj), avremo
il writing (graffiti), il b-boying (breakdance) e l’mcing, incentrato sulla
figura dell’mc, acronimo di master of ceremonies, ovvero, di fatto, il rapper;
quest’ultimo si avvaleva d'una tecnica derivata dal toasting giamaicano (già
presente, tuttavia, in ambito afroamericano), sorta di flusso vocale su base
percussiva, privo di fratture vocali e di ritmo, denso di improvvisazioni e
licenze, ma caratterizzato da una certa formalità strutturale. Il toasting, e
più tardi il rap, sfociò nelle battles (rap battles, beefs, feuda, rivalries,
freestyle contests), disfide ingaggiate da più mcs, basate sulla svalutazione
delle qualità dell’avversario, sull’ingigantimento dei propri meriti, il tutto
tramite botte e risposte per le rime; una contesa affine ai dozens, d’origine
africana, in cui due rivali si rinfacciano insulti sanguinosi (omosessualità,
scarsa moralità delle madri …) davanti ad un pubblico che aizza i partecipanti
a rinfocolare la carica offensiva e, infine, decreta la vittoria del più
convincente.
E
le sfide (a colpi di disco e per le rime) debordavano anche nella vita
quotidiana: famosa quelle fra 50 Cent e Ja Rule o l’altra, dai risvolti
sanguinosi, fra Tupac Shakur e Notorius B.I.G.
Circa
sette secoli prima avvenne una delle tenzoni più famose della letteratura
italiana, quella tra Dante Alighieri e Forese Donati, fratello di Corso, guelfo
di parte nera. I rinfacci verbali avvennero verso il 1295, in un periodo di
traviamento di Dante, non sappiamo se in seguito alla morte della gentilissima
Beatrice o come breve periodo d'ingaglioffimento del poeta, uso alla taverna,
al gioco, al bere.
Il
bellissimo sceneggiato RAI del 1965, Vita di Dante, ritrae la contesa (rap) in
modo verosimile: Dante (Giorgio Albertazzi) e Forese (Pier Luigi Zolla) si
rinfacciano i sanguinosi insulti palleggiandosi, nella taverna, fra i lazzi
degli amici debosciati, una fiasca di vino.
G. Luca Chiovelli Succede,
nella vita. La verità è quella che è, non quella che dovrebbe essere.
La
condanna: il libero arbitrio, la facoltà di scegliere. Non la nostra: quella
degli altri.
Se le
volontà degli altri potessero acconciarsi alle nostre, ecco la felicità.
Ma questo
non è dato all'uomo, condannato ai saliscendi della passione, agli andirivieni
della fortuna.
D'altra
parte se non fossimo eternamente e ineluttabilmente infelici non ci sarebbe
bisogno della poesia e della musica.
Non ci
sarebbe arte, in effetti.
Se
fossimo perfettamente, pienamente, felici, così felici da non avere sentore
della nostra propria felicità, non esisterebbero nemmeno la guerra e la
disperazione, concime dell'arte.
Saffo,
aristocratica dell’isola di Lesbo, che, forse, Ereso partorì, e Leucade
disfece, quasi duemilasettecento anni fa, conobbe come pochi tale destino. Come
Guido Cavalcanti, John Donne, Stendhal, Catullo.
L’amore
che brucia il ventre, la passione destinata a infrangersi contro il reale, il
sentimento inappagato, senza compromessi, smisurato: tutto questo porta al suo canto
eolico.
E Saffo
conferma, se ce ne fosse ancora bisogno, che la poesia nasce da una
predisposizione potente dell’animo capace a filtrare e trasformare ciò che gli
altri cuori non possono che rendere in misura volgare.
Ecco,
ad esempio, un frammento dedicato alla propria bionda figlioletta, Cleide:
Ho una bella bimba.
Ha simile la piccola figura a fiori d’oro.
L’amor mio: Cléide si chiama.
Se in cambio di lei mi date la Lidia intera,
Io non la do; se tutte le cose amabili mi date
Ebbene, io non la do
… leggiadra bimba …
Ci sono
parole più semplici e belle?
Oppure
leggete questi tre notturni:
Stella di sera, porti
Quanto l’alba lucente
Sperde: porti la pecora, la capra.
Alla mamma riporti la figlia
È sparita la luna,
Le Pleiadi. Notte
Alta.
L’ora del tempo varca.
Io dormo
Sola.
Le stelle intorno alla bella luna
Di nuovo nascondono il luminoso aspetto,
Quando piena di luce risplende
... su tutta la terra ... argentea
Quante
volte abbiamo letto di albe lucenti e notti e solitudini? Anche di poetastri e
poeti della domenica? Eppure queste sono magnifiche, perché promanano da un
animo già formato alla poesia, perché da Saffo vengono, dalle scheggiature dei
suoi nove libri.
Ecco,
invece, due lievi punture di gelosia:
Di nuovo Eros che scioglie le membra mi
Sconvolge, animale
Invincibile, dolce e amaro.
Atti, ti venne a noia curarti di me e voli
Verso Andromeda ...
Di me ti sei scordata, e non a me
vuoi bene: a un altro
Ma
l’amore, come insegna Guido Cavalcanti, è una tempesta corporale, squarcia il
petto e le viscere (“L’amore vien tagliando con tal forza che lo spirito fugge
via e solo l’apparenza rimane, morta, in sua signoria”). Ed ecco Saffo invidiare
un uomo (uno qualsiasi, uno di cui non rimarrà memoria alcuna, ma, in tale
occasione, pari a un dio!) sol perché gode il privilegio celeste di ascoltare
la voce bassa e dolce della persona amata:
Simile a un dio mi sembra quell'uomo
che siede davanti a te, e da vicino
ti ascolta mentre tu dolcemente parli
e amorosamente sorridi. E questo
fa sobbalzare il mio cuore nel petto.
Se appena ti vedo, subito non posso
più parlare:
la lingua si spezza: un fuoco
leggero sotto la pelle mi corre:
nulla vedo con gli occhi e le orecchie
mi rombano:
un sudore freddo mi pervade: un tremore
tutta mi scuote: sono più verde
dell'erba; e poco lontana mi sento
dall'essere morta.
Ma tutto si può sopportare...
E
oltre:
... Scuote Amore il mio cuore
come il vento sul monte
si abbatte sulle querce …
Altrove
si ritrova un sentimento più pacato (e con tale forza lo ritroveremo, duemila
anni dopo, sotto altre latitudini, in John Donne, ad esempio). Ecco il commiato
di una giovane allieva che si strugge per la perdita della maestra di vita; ed
ecco Saffo, esperta del dolore e della realtà, che, con delicatezza somma, le
vieta il lamento e, allo stesso tempo, perché, commossa, non può fare
altrimenti, lo esacerba rievocando nostalgica ciò che è stato e non sarà più:
Vorrei davvero esser morta.
Essa lasciandomi piangendo forte,
mi disse: "Quanto ci e` dato soffrire,
o Saffo: contro ogni mia voglia
io devo abbandonarti".
"Allontanati felice" risposi
"Ma ricorda che fui di te
sempre amorosa.
Ma se tu dimenticherai
(e tu dimentichi) io voglio ricordare
i nostri celesti patimenti:
le molte ghirlande di viole e rose
che a me vicina, sul grembo
intrecciasti col timo;
i vezzi di leggiadre corolle
che mi chiudesti intorno
al delicato collo;
l'olio da re, forte di fiori,
che la tua mano lisciava
sulla lucida pelle;
e i molli letti
dove alle tenere fanciulle ioniche
nasceva l'amore della tua bellezza.
Non un canto di coro,
ne' sacro, ne' inno nuziale
si levava senza le nostre voci;
e non il bosco dove a primavera
il suono..."
Nelle
liriche di Saffo, frammentate e tronche come epigrafi museali, si ritrova anche
l’orgoglio della poesia e la celebrazione del proprio ruolo:
Io dico che taluno di me avrà
Memoria
La
coscienza di un ruolo eminente che si colora di noia e disprezzo per chi, la
poesia, non la ama. Alla poesia, infatti, come all’amore, ripugnano le mezze
vie. Ecco, perciò, la meritata maledizione verso una cialtrona, molto attuale:
Morte, inerzia di sonno
per te, silenzio di memoria, sempre:
tu non attingi rose
poetiche.
Disprezzata e scura, vagherai nell’Ade,
svolacchierai tra nere larve
Sulla
vita dell’amabile Saffo sorsero varie leggende, alcune mirabili e da
accogliersi come poesie ulteriori, altre di rara stupidità: queste ultime non
ci interessano.
Una di
tali leggende la celebra suicida (si gettò in mare dalla rupe Leucade), per
amore del barcaiolo Faone. Da questo episodio, che accogliamo con gioia, come
detto, trasse versi faticosi Giacomo Leopardi; Ovidio, invece, ch’era un genio,
inventò, nelle Eroidi, una bellissima
lettera d’amore: in essa Saffo scrive a Faone: dimmi se mi ami, solo questo; se
non mi vuoi, se io non suscito in te l’amore, dammi un segno crudele, ch’io almeno
lo sappia e possa cercare la morte nelle acque, presso la rupe bianca di
Leucade; questa la chiusa:
“ … ma se sei contento di essere fuggito lontano dalla
pelasgica Saffo (e tuttavia non potrai trovare il perché io meriti di essere
fuggita) una lettera crudele faccia sapere a me sventurata almeno questo,
perché io possa andare a cercare il mio destino nelle acque di Leucade”
Una
leggenda così bella ha il doppio merito di eternare la protagonista e di creare
nuova letteratura.
Saffo
fu maestra, moglie, madre; amante; e bambina, ragazza, donna, vecchia.
Sembra, infatti, che visse fino a tarda età. Conobbe amore, gelosia, tenerezza, ripulsa, tutto il
vasto iride delle passioni e, in più, conobbe l’alito della morte, ovvero lo
spegnersi di quei moti spossanti e micidiali, dolci e sfiancanti:
Ermete venne …
Io gli dissi: “Signore
No, per la dea beata,
io non ho gusto di grandezze:
vaghezza mi punge
di morire. Vedere
nella rugiada i fiori
di loto, lungo l’Acheronte”…
E
ancora:
[A me] ormai la vecchiaia [inaridisce] la pelle, che era un
tempo [delicata],
e i capelli, da neri che erano, sono diventati [bianchi]
...,
il cuore mi si è fatto pesante e non mi reggono le ginocchia,
che erano un giorno leggere nella danza come quelle di
cerbiatti.
[Per questo] gemo di continuo. Ma che cosa potrei fare?
Non è possibile, per chi è uomo, scansare la vecchiaia
Ma, da ultimo,
qual è il lascito della grande poetessa? Questo: semplice, profondo, inevitabile:
Quale la cosa più bella
sopra la terra bruna? Uno dice “Una torma
di cavalieri!”, uno di fanti, uno di navi.
Io, ciò che s'ama.
Farlo capire a tutti è così semplice! …
Di lei l'amato incedere, il barbaglio
del viso chiaro vorrei scorgere,
più che i carri dei Lidi e le armi
grevi dei fanti.
Di Saffo, la divina Saffo, scrisse una breve biografia leggendaria
anche Giovanni Boccaccio nel suo De mulieribus
claris. Saffo, Leopardi, Ovidio, Boccaccio, Donne, Cavalcanti: quando si passeggia fra
le nubi si scomodano solo pari. La marmaglia resta a terra. Poniamo il brano
come epitaffio; di questo post, ovvio, poiché le parole della poetessa rivivranno
sempre come verità incancellabili. Ecco Boccaccio:
“Saffo
fu una fanciulla dell’isola di Lesbo, della città di Mitilene: e della sua
origine ai posteri non rimane altro. Ma se noi guardiamo allo studio, quello
che il tempo ci ha tolto lo vedremo in parte restituito; cioè essere nata di
nobili e onesti parenti; perché quello non poté mai essere desiderato da un
animo vile, e a quello non poté mai venire alcuno d’animo plebeo. E benché non
si sappia in che tempo quella vivesse, nondimeno ebbe sì nobile animo, che
essendo in fiorita età e bellezza, non fu contenta solamente sapere congiungere
insieme le lettere, ma confortata da più caldo furore d’animo e da più vivacità
d’ingegno, montata a più alto studio per lo scosceso Parnaso, montò alla cima,
non rifiutandola le Muse; e cercato il bosco dell’alloro, arrivo al tempio
d’Apollo; e bagnata nella fonte de’ poeti, prese la cetra, mentre danzavano le
sacre Muse. Ed essendo fanciulla, non esito a suonarla e a comporre versi, il
che risulto molto faticoso anche a uomini studiosissimi. Perché dire più
parole? Ella per lo suo studio arrivò a tale altezza che i suoi versi,
tramandati dagli antichi, son famosi persino oggi; per lei fu eretta una statua
di metallo consacrata a suo nome, ed ella fu annoverata tra i poeti insigni. E
certamente non sono più famose le corone dei re che la sua corona, né le mitre
dei sacerdoti, né le lauree de’ trionfanti. E come ella fu felice nei suoi
studi, allo stesso modo fu infelice nei suoi amori, perché, presa d'affetto per
un giovane, anzi vinta da una passione insanabile, o per la piacevolezza di
questi, o per la bellezza o per qualsiasi altra ragione, non volendo egli
consentire al suo desiderio, ella si dolse della sua ostinatezza, e ne scrisse
lamentevoli versi; i quali io avrei pensato elegie, perché quelle ritengo
appropriate a tale materia, se io non avessi letto che ella, quasi dispregiata
la forma dei versi antichi, trovò una nuova struttura metrica, da allora
chiamata col proprio nome. Ma che diremo noi? Son da biasimare le Muse, le
quali, suonando Anfione la sua lira, poterono muovere i sassi delle montagne; e,
cantando Saffo, non valsero ad ammorbidir il cuore d'un giovinetto".
Il 3 Novembre 1944 il maggiore della Wermacht Klaus Erhardt, compagnia guastatori della 305^ divisione, assieme al proprio sottufficiale Strauss, si presenta alla caserma delle Brigate Nere di Sarzana, presso l’albergo Laurina; in un tedesco scandito e apodittico intima al piantone di metterlo immediatamente in contatto con il Comandante del presidio: formazioni partigiane minacciano il nodo ferroviario della cittadina; si rende necessaria, quindi, una strategia di difesa tempestiva e comunemente concertata. Il milite, forse soggetto alla fascinazione del grado, socchiude il portone; sopraggiunge anche il vice comandante fascista; egli non ama i propri alleati: osserva alternativamente il proprio sottoposto e i due ufficiali germanici in tenuta verde oliva; un nervo dell’occhio, teso da un istinto animale, forse intona involontariamente le fattezze in un’interrogazione di sospetto; è il prodromo di un rifiuto? Il momento, quasi banale nella propria apparente normalità, cambia, però, natura e si anima fulmineo: Erhardt e Strauss, improvvisamente, spazzano l’aria con le raffiche roventi delle machinenpistole e forzano il blocco mentre i fascisti, feriti, urlano al tradimento rovinando nel proprio sangue ...
Il
maggiore, in realtà, è il capitano della marina tedesca Rudolf Jacobs, Strauss
il proprio attendente, l’austriaco Paul; entrambi erano passati nella
formazione partigiana Ugo Muccini esattamente due mesi prima ed ora
capeggiavano un manipolo di forze miste (italiani, tedeschi, russi, polacchi).
Il
colpo di mano fallirà: Rudolf Jacobs troverà la morte, Paul rimarrà ferito (1).
Da
allora la figura del tedesco partigiano subirà una damnatio memoriae di quasi venti anni; egli attrasse l'inevitabile silenzio
dell’una e dell’altra parte poiché partecipava in egual misura all'onta dell’aguzzino
e del traditore (in Germania era repertato come ‘disperso’). Solo nel 1957 la
moglie seppe il modo in cui era morto.
Ora
Rudolf Jacobs è medaglia d’argento al valor militare.
Nel
1985 la RAI girò un documentario, Tradimento
(diretto da Ansano Giannarelli), in cui venivano ripercorse le vicende assieme
al figlio, Rudolf junior; nel 1990 la città natale, Brema, gli dedicherà una
mostra. Sarà però il regista Luigi Faccini (nativo di Lerici) a farne un
personaggio centrale della Resistenza, prima con un libro, L’uomo che nacque morendo (del 2005), poi con il docu-film omonimo (2011), girato con l'ausilio di Marina Piperno.