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mercoledì 5 marzo 2014

Laboratori Officina poesia 2014/Appunti sul III incontro



appunti I incontro
appunti II incontro

Raethia Corsini
Il programma del terzo incontro aveva come titolo:  Ritmo e voce nella tradizione poetica italiana. 
Primo viaggio attraverso i classici: Dante, Petrarca e gli altri.
Dopo una prima ora trascorsa (soprattutto) ad ascoltare la poetessa e docente Sonia Gentili, che ci ha donato alcune parole chiave per ri-entrare nel mondo dei classici, come spesso accade durante i laboratori, che sono dei lavori in corso, la conversazione è virata sul rapporto tra poesia e immagine grazie a uno stimolo dato da una delle partecipanti nell'incontro precedente. Se ne è parlato quindi con Sonia Gentili e una sua ospite, l'artista Teresa Iaria. Di seguito le parole chiave di questo incontro che ha mosso i suoi passi dalla lettura di quattro brani: 

Guido Cavalcanti, Donna me prega
Dante Alighieri, Al poco giorno
Francesco Petrarca, Rerum vulgarium fragmenta, XXX


Key-words

Sulla poesia classica

Dalla poesia scientifica e cosmologica a quella lirica, d'amore, intimista
Per i cavalcantiani l'amore è una questione "del mondo"
L'amore nasce intorno a un'immagine che tutta ci investe
La ripetizione ossessiva come forma di contenimento della follia
Forme metriche, temi lirici e follia
la metrica "deputata" è la sestina, tentativo di portare all'estremo lo stato ossessivo
Oltranza di un desiderio

venerdì 29 novembre 2013

Bibliomania e bibliofollia / 5 - Francesco Petrarca, Il mio amore insaziabile per i libri

"Nei libri", scrive Francesco Petrarca, "c'è qualcosa di singolare: l'oro, l'argento, le gemme, le vesti di porpora, le case adorne di marmi, i campi ben coltivati, i dipinti, i cavalli ben bardati, e le altre cose di questo genere danno un piacere muto e superficiale; i libri dilettano nel fondo dell'animo, parlano con noi, ci consigliano e con noi si uniscono con viva e vivace familiarità; né solamente ciascuno di essi penetra nell'animo del lettore, ma suggerisce il nome di altri; e l'uno gli dà il desiderio dell'altro".
I libri della vita formano un cosmo vivo e personale: ognuno rimanda all'altro e ognuno fa amare l'altro: Platone chiama Solone, Svetonio Plinio, Cicerone Senofonte. In Petrarca tutto parla di un ordine classico, sovranamente inteso: ogni suo libro è una ricapitolazione dell'universo, ordinato in gerarchie immutabili; i pensieri ivi espressi sono colonne su cui poggiano architravi concettuali equilibrati e inscalfibili; tutte le pagine vengono disegnate calligraficamente, su ottima carta, con minuzia implacabile, e ideate per una durata degna di un classico, poiché i concetti ch'essa esprime sono eterni, come furono eterne la la tradizione greca, poi quella romana e, quindi, a compimento fatale, la cristiana; e nessuna critica contingente può scuotere l'andamento stoico del Petrarca prosatore: in esso vige una fermezza d'animo e a un sentimento d'accettazione del destino mutuato da Seneca e ch'egli volge, grazie ai Padri della Chiesa, come l'amato Sant'Agostino, in un quieto pessimismo.

mercoledì 27 novembre 2013

Il cane di Petrarca

Francesco Petrarca fu sempre un amante della vita campestre.
Lo si sente da come parla del proprio rifugio nella campagna, Valchiusa (Fontaine-de-Vaucluse, nella Provenza), accanto alla fonte del fiume Sorga. Ecco una lettera indirizzata all'amico Guido Sette:

" ... quei campi rappresentano il luogo della pace, la casa del riposo, il porto delle fatiche, l'ospizio della serenità, l'officina della solitudine ... Non vi si sente il fragore delle armi, il tripudio vano dei trionfi o l'inconsulta tristezza che può nascere per ragioni opposte, e dalla quale siamo ora angosciati. Guizzano i pesci argentei nell'onda cristallina, sparsi per i prati lontano muggiscono i buoi, sussurrano i venti leggermente muovendo le fronde, diversamente cantano gli uccelli sui rami ..." (1)
La prosa del poeta Francesco Petrarca è, ahi, spesso superiore alla prosa del prosatore Giovanni Boccaccio. E qui, in tali passi, essa ha un gusto assolutamente sincero, tanto che i rimandi, coltissimi, alla classicità, si stemperano in un'aria dolcemente bucolica.

lunedì 18 novembre 2013

"Allor che i giorni ...". Una poesia dell'amor di lontano

Di Jaufre Rudel (1125? - 1148), sappiamo pochissimo. Di lui rimangono solo sei componimenti. Sei. Nonostante tale scarno raccolto, l’opera e la vita di Jaufre Rudel, nativo di Blaye, nell’Aquitania, Francia meridionale della costa atlantica, hanno commosso i cuori e le menti di decine di poeti. Perché? La risposta è semplice: egli visse quando uomini, sentimenti e azioni possedevano ancora i contorni favolosi e liquidi necessari alla creazione del bello. Dell’uomo Rudel sappiamo quasi nulla, come detto; il suo ricordo sopravvive, però, in una vida, biografia anonima in prosa occitanica (propria della Francia meridionale del tempo), che precedeva la compilazione delle sei liriche. E fu la breve vida, redatta circa un secolo dopo, a tramandarne la figura: non già dell’uomo Rudel, che non conosceremo mai, ma del Rudel eterno, stilizzato come in quelle miniature medioevali in cui i colori (oro, azzurro, rosso) delineano una vicenda simbolica, sospesa, ineluttabile. Eccola:

“Jaufre Rudel di Blaia fu persona assai nobile, principe di Blaia. E s'innamorò della contessa di Tripoli, senza averla vista, per il bene che ne udì dire dai pellegrini che venivano da Antiochia. E scrisse su di lei parecchie poesie con bella musica e semplici parole. E per il desiderio di vederla, si fece crociato prendendo il mare, e sulla nave fu colto da malattia e condotto in un albergo a Tripoli come morto. E lo si fece sapere alla contessa, ed ella si recò da lui, al suo capezzale, e lo strinse fra le braccia. E quando egli seppe che era la contessa, recuperò subito l'udito e il respiro, lodando Iddio per averlo tenuto in vita finché l'avesse vista: e così morì fra le braccia di lei. Ed ella lo fece seppellire con grande onore nella casa del Tempio; e poi, in quello stesso giorno, si fece monaca a causa del dolore che ebbe dalla morte di lui”.


venerdì 11 ottobre 2013

Tre poesie sull'autunno (John Keats, Vincenzo Cardarelli, Mimnermo)

Gustave Courbet, La foresta in autunno

Tre poesie sull’autunno, molto diverse fra loro.
John Keats, Vincenzo Cardarelli, Mimnermo.

John Keats (31 ottobre 1975 - Roma 23 febbraio 1821). La poesia è uno dei vertici della letteratura. Keats annota ogni minimo particolare, parla di nocciola, zucca, non di frutti; di api, pettirossi, agnelli, cavallette, rondini, mai di animali; di salici e viti, non di piante o verzure. Nella lotta fra la lingua dantesca, definita e implacabile, e quella petrarchesca, che si compiace della vaghezza, la poesia inglese ha compiuto la sua scelta. E Keats, che di se affermò: “Non so niente, non ho letto niente”, era, invece, un lettore avido di Alighieri. Scrisse un meraviglioso sonetto, Un sogno. Dopo la lettura dell’episodio di Paolo e Francesca di Dante. E poi, basta leggere quel verso: “Nubi striate fioriscono il giorno che dolcemente muore (While barred clouds bloom the soft-dying day)”: non ricorda, forse il verso di Purgatorio, VIII, 1-6:

Era già l'ora che volge il disio
ai navicanti e 'ntenerisce il core
lo dí c'han detto ai dolci amici addio;
e che lo novo peregrin d'amore
punge, s'e' ode squilla di lontano
che paia il giorno pianger che si more

Dal fiorentino Keats mutua l’atmosfera, dolcissima e crepuscolare, e in più, riesce a raggiungere un’equilibrio miracoloso fra il molle struggimento per il declino della stagione piena e la gioia per la messe di doni che l’autunno ha maturato proprio dall’estate trionfante. All’autunno sembra una poesia italiana o latina; in una lettera a Fanny Keats, il poeta disse: “Vorrei che l'italiano si sostituisse al francese in tutte le scuole del nostro paese, perché quella sì che è una lingua ricca di vera poesia e di fascino …”. Dopo Pablo Neruda, un altro estimatore della nostra povera patria.

Stagione di nebbie e morbida abbondanza,
Tu, intima amica del sole al suo culmine,
Che con lui cospiri per far grevi e benedette d'uva
Le viti appese alle gronde di paglia dei tetti,
Tu che fai piegare sotto le mele gli alberi muscosi del casolare,
E colmi di maturità fino al torsolo ogni frutto;
Tu che gonfi la zucca e arrotondi con un dolce seme
I gusci di nòcciola e ancora fai sbocciare
Fiori tardivi per le api, illudendole
Che i giorni del caldo non finiranno mai
Perché l'estate ha colmato le loro celle viscose:

Chi non ti ha mai vista, immersa nella tua ricchezza?
Può trovarti, a volte, chi ti cerca,
Seduta senza pensieri sull'aia
Coi capelli sollevati dal vaglio del vento,
O sprofondata nel sonno in un solco solo in parte mietuto,
Intontita dalle esalazioni dei papaveri, mentre il tuo falcetto
Risparmia il fascio vicino coi suoi fiori intrecciati.
A volte, come una spigolatrice, tieni ferma
La testa sotto un pesante fardello attraversando un torrente,
O, vicina a un torchio da sidro, con uno sguardo paziente,
Sorvegli per ore lo stillicidio delle ultime gocce.

E i canti di primavera? Dove sono?
Non pensarci, tu, che una tua musica ce l'hai -
Nubi striate fioriscono il giorno che dolcemente muore,
E toccano con rosea tinta le pianure di stoppia:
Allora i moscerini in coro lamentoso, in alto sollevati
Dal vento lieve, o giù lasciati cadere,
Piangono tra i salici del fiume,
E agnelli già adulti belano forte dal baluardo dei colli,
Le cavallette cantano, e con dolci acuti
Il pettirosso zufola dal chiuso del suo giardino:
Si raccolgono le rondini, trillando nei cieli. (1)

Vincenzo Cardarelli (Corneto Tarquinia, 1º maggio 1887 - Roma, 18 giugno 1959). È una piccola poesia, quasi dimessa. Come il suo autore, vissuto sempre in solitudine. Il suo poetare è, al contrario di Keats, di lingua petrarchesca, come nella migliore tradizione letteraria italiana: sfumato e mai precisato. I toni son quelli della rinuncia, di una mestizia senza eroismo.
Petrarca scrisse il De vita solitaria, un elogio della solitudine come occasione per la placida contemplazione della natura e per la riflessione religiosa, ma anche per ribadire il proprio ruolo centrale di umanista. La vita solitaria di Cardarelli, invece, è quella dell'artista novecentesco che ha perso il ruolo centrale di vate, di uno sconfitto che, nella creazione, sceglie una maniera piana, modesta, pacatamente rimembrante; uno stoicismo marginale opposto a un mondo che della poesia ha deciso di fare a meno. L'autunno è qui, insieme, stagione e metafora della vita.

Autunno. Già lo sentimmo venire
nel vento d'agosto,
nelle piogge di settembre
torrenziali e piangenti,
e un brivido percorse la terra
che ora, nuda e triste,
accoglie un sole smarrito.
Ora passa e declina,
in quest'autunno che incede
con lentezza indicibile,
il miglior tempo della nostra vita
e lungamente ci dice addio.

Mimnermo da Smirne (o da Colofone; 650 a. C. circa). Più che in Cardarelli, l’autunno qui è solo intuito; è la chiara allegoria del declino della vita, della vecchiaia. I giovani sono come le foglie della primavera, che godono una breve e intensa stagione, inconsapevoli del destino imposto dagli dei, da Zeus e dalle dee oscure, le Chere. E quando quella fugace gioia è dileguata, forse è preferibile la morte.
Non è ardito pensare che la celeberrima poesia di Ungaretti, Soldati (Si sta/come d’autunno/sugli alberi/le foglie), abbia qui una propria radice ispirativa.

Come le foglie che fa germogliare la stagione di primavera
ricca di fiori, appena cominciano a crescere ai raggi del sole,
noi, simili ad esse, per un tempo brevissimo godiamo
i fiori della giovinezza, né il bene né il male conoscendo
dagli dèi. Oscure sono già vicine le Chere,
l'una avendo il termine della penosa vecchiaia,
l'altra della morte. Breve vita ha il frutto
della giovinezza, come la luce del sole che si irradia sulla terra.
E quando questa stagione è trascorsa,
subito allora è meglio la morte che vivere.
Molti mali giungono nell'animo: a volte, il patrimonio
si consuma, e seguono i dolorosi effetti della povertà;
sente un altro la mancanza di figli,
e con questo rimpianto scende all'Ade sotterra;
un altro ha una malattia che spezza l'animo. Non v'è
un uomo al quale Zeus non dia molti mali. (2)

Consigli di lettura

John Keats, Iperione, odi e sonetti, Sansoni, 1984
Vincenzo Cardarelli, Tutte le opere, Mondadori, 1962
Mimnermo, Come le foglie, in I lirici greci, Einaudi, 1975


(1) Season of mists and mellow fruitfulness,
Close bosom friend of the maturing sun;
Conspiring with him how to load and bless
With fruit the vines that round the thatch-eves run;
To bend with apples the mossed cottage-trees,
And fill all fruit with ripeness to the core;
To swell the gourd and plump the hazel shells
With a sweet kernel; to set budding more,
And still more, later flowers for the bees,
Until they think warm days will never cease,
For summer has o’er-brimmed their clammy cells.

Who has not seen thee oft amid thy store?
Sometimes whoever seeks abroad may find
Thee sitting careless on a granary floor,
Thy hair soft-lifted by the winnowing wind;
Or on a half-reaped furrow sound asleep,
Drows’d with the fume of poppies, while thy hook
Spares the next swath and all its twined flowers:
And sometimes like a gleaner thou dost keep
Steady thy laden head across a brook;
Or by a cyder-press, with patient look,
Thou watchest the last oozings hours by hours.

Where are the songs of spring? Ay, where are they?
Think not of them, thou hast thy music too,-
While barred clouds bloom the soft-dying day,
And touch the stubble palins with rosy hue;
Then in a wailful choir the small gnats mourn
Among the river sallows, born aloft
Or sinking as the light wind lives or dies;
And full-grown lambs loud bleat from hilly bourn;
Hedge-crickets sing; and now with treble soft
The red-breast whistles from a garden-croft;
And gathering swallows twitter in the skies.

(2) ἡμεῖς δ', οἷά τε φύλλα φύει πολυάνθεμος ὥρη
ἔαρος, ὅτ' αἶψ' αὐγῆις αὔξεται ἠελίου,
τοῖς ἴκελοι πήχυιον ἐπὶ χρόνον ἄνθεσιν ἥβης
τερπόμεθα, πρὸς θεῶν εἰδότες οὔτε κακὸν
οὔτ' ἀγαθόν· Κῆρες δὲ παρεστήκασι μέλαιναι,
ἡ μὲν ἔχουσα τέλος γήραος ἀργαλέου,
ἡ δ' ἑτέρη θανάτοιο· μίνυνθα δὲ γίνεται ἥβης
καρπός, ὅσον τ' ἐπὶ γῆν κίδναται ἠέλιος.
αὐτὰρ ἐπὴν δὴ τοῦτο τέλος παραμείψεται ὥρης,
αὐτίκα δὴ τεθνάναι βέλτιον ἢ βίοτος·
πολλὰ γὰρ ἐν θυμῶι κακὰ γίνεται· ἄλλοτε οἶκος
τρυχοῦται, πενίης δ' ἔργ' ὀδυνηρὰ πέλει·
ἄλλος δ' αὖ παίδων ἐπιδεύεται, ὧν τε μάλιστα
ἱμείρων κατὰ γῆς ἔρχεται εἰς Ἀΐδην·
ἄλλος νοῦσον ἔχει θυμοφθόρον· οὐδέ τίς ἐστιν
ἀνθρώπων ὧι Ζεὺς μὴ κακὰ πολλὰ διδοῖ.

sabato 22 giugno 2013

Monumenti di carta

Ti racconto un libro:
Andrea Kerbaker, Lo scaffale infinito
Ponte alle Grazie, pp. 264, euro 16,80

G. Luca Chiovelli

Riconosciamo ad Andrea Kerbaker del coraggio. Egli ha l'ardire, in pieno 2013, nell’era della morte del cartaceo, di scrivere un libro, il proprio, che tratta di bibliofili (costruttori di biblioteche o estensori di cataloghi, i libri dei libri) che sacrificarono le proprie vite allo scopo di diffondere, creare ed alimentare amore (e, in taluni casi, libidine) per i libri stessi; una progressione vertiginosa, specie se si tien conto che noi (io, l’estensore di questa recensione e voi, i lettori) non facciamo che creare altri libri, ovvero una sequenza conchiusa e felice di parole e pensieri organizzati, microbica e temporanea oasi nel Caos universale. D’altra parte cos'è un libro se non lo specchio di altri libri? E una biblioteca in cosa consiste se non in un gioco virtualmente infinito di rimandi, che vive autoreferenziale, escludendo la realtà (della vita, secondo il filosofo Pepe Carvalho, o del mondo superiore, il solo reale)? Si potrebbe obiettare che i libri riproducono la realtà, ma questo è spesso falso; anzi, i libri ci aiutano a sopportarla, la realtà, o fuggendola o migliorandone lo spessore e l'universalità, così come il canestro di frutta di Caravaggio migliora e sublima tutti i canestri di frutta del mondo reale; e i libri di cui parla Kerbaker ancor di più assolvono a tale compito, perché sono essi stessi opere d'arte, al netto del contenuto, come il Commento di Servio a Virgilio appartenuto a Francesco Petrarca: "grande, austero, autorevole, nel suo formato imponente reso ancora più maestoso da una legatura blu intenso dove, sotto la scritta in oro Virgilius cum notis Petrarcae, si ripetono gli stemmi imperiali con la N di Napoleone [che aveva requisito il libro durante la campagna di guerra in Italia] ... "; un capolavoro bibliografico noto anche per "la celeberrima illustrazione dell'incipit, quella dipinta da Simone Martini. Un'intera pagina di grande formato su un abbacinante sfondo blu", esornata ulteriormente dalla calligrafia del Petrarca, nitida e simmetrica sino all'inquietudine. Kerbaker, anch’egli collezionista (ha un patrimonio di 25.000 volumi), si sdilinque, e con piena ragione. Non crediate che questi siano meri argomenti formali; il vestimento, infatti, influisce sulla sostanza stessa del libro e, quindi, sul godimento che se ne trae. Petrarca (o Shakespeare o Cormac McCarthy) in cattiva edizione (copertina squillante, carta riciclata, rilegatura brossurata) non è più Petrarca (o Shakespeare o Cormac McCarthy), ma un gemello, apparentemente simile, che soffre una segreta patologia; come asserì Enfield a proposito di Mr. Hyde: “Deve avere un che di deforme: dà una forte impressione di deformità, benché mi sia impossibile specificarne la natura. E' un tipo assolutamente fuori dal comune, eppure non saprei indicare niente di insolito”.
Ciò è facilmente sperimentabile da chiunque.

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