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sabato 28 settembre 2013

Bibliomania e bibliofollia / 1 - Gustave Flaubert, Bibliomania

Carl Spitzweg - Il topo di biblioteca (1850)
Scritto nel novembre 1836, Bibliomania è una delle primissime creazioni di Gustave Flaubert, a quel tempo appena quindicenne.


Vi è protagonista Giacomo, un libraio di Barcellona, uomo completamente assorbito dalla bibliomania, divenuta vizio e, da ultimo, perversione che spinge al delitto.

Flaubert vanta una prosa solo leggermente sovrabbondante, ma già sicura, e tipica dei grandi realisti francesi dell'Ottocento: egli ottiene il massimo del rilievo descrittivo e psicologico con uno stile piano, favorito dalla lingua madre, sempre precisa e spietata, cartesiana.

E, del pari, l'adolescente Flaubert possiede la finezza dell'introspezione interiore; basta notare come, dopo la sapida presentazione del carattere di Giacomo, Flaubert getta lì, con la nonchalance dello scrittore di genio, cinque parole terribili: "Il savait à peine lire", egli sapeva a stento leggere. Brevissima e crudele presa d'atto della bibliofilia scaduta a pura libidine di possesso, assolutamente svincolata dalla cultura e dell’apprezzamento di ciò che gli oggetti della propria mania possono significare.

Ventun anni dopo, nel 1857, Flaubert licenzierà il capolavoro indiscusso Madame Bovary; quarantaquattro anni dopo (1880) lascerà incompiuto il capolavoro nascosto Bouvard e Pecuchet. Lo stile, raffinato dalla lenta acribia dell’autore, suonerà più sicuro e asciutto rispetto alla prova adolescenziale, ma l’ideologia (o l’idiosincrasia) sottese rimarranno le stesse del Gustave di mezzo secolo prima. Chi è Madame Bovary se non una sciocca rovinata da libri letti in gioventù che le forniranno un immaginario stolido e pronto al continuo disinganno? E chi saranno Bouvard e Pecuchet se non due candidi idioti pronti a cercare la saggezza in migliaia di libri che non capiscono affatto (e scritti da altrettanti idioti)?
La scrittura è mestiere e si affina col tempo; il cuore perde ogni illusione, si indurisce, ma, in realtà, non cambia mai. (g. l. ch.)

Bibliomania

“Aveva trent'anni, ma già sembrava vecchio e consunto; era di statura alta, ma curvo come un vecchio; i capelli era folti, ma bianchi; aveva mani forti e nervose, ma rinsecchite e coperte di rughe; il suo abito era misero e lacero, aveva l'aspetto sinistro e oscuro, la fisionomia era scialba, triste, brutta e persino insignificante. Raramente lo si vedeva per le strade, se non nei giorni in cui si tenevano aste di libri rari e originali. Allora non era più lo stesso uomo indolente e ridicolo, i suoi occhi si animavano, correva, camminava, scalpitava, a stento moderava la sua gioia, le sue inquietudini, le sue angosce, i suoi dolori; tornava a casa con il fiato mozzo, ansimante, quasi incapace di respirare, afferrava l'adorato libro, lo covava con gli occhi, lo guardava e lo amava, come un avaro ama il suo tesoro, un padre la figlia, il re la sua corona.


Quest'uomo non aveva mai parlato a nessuno, se non ai mercanti di libri usati e ai rigattieri; era taciturno e sognatore, cupo e triste: aveva una sola idea, un solo amore, una passione: i libri; e questo amore, questa passione lo bruciavano interiormente, consumavano i suoi giorni, divoravano la sua esistenza …

sabato 22 giugno 2013

Monumenti di carta

Ti racconto un libro:
Andrea Kerbaker, Lo scaffale infinito
Ponte alle Grazie, pp. 264, euro 16,80

G. Luca Chiovelli

Riconosciamo ad Andrea Kerbaker del coraggio. Egli ha l'ardire, in pieno 2013, nell’era della morte del cartaceo, di scrivere un libro, il proprio, che tratta di bibliofili (costruttori di biblioteche o estensori di cataloghi, i libri dei libri) che sacrificarono le proprie vite allo scopo di diffondere, creare ed alimentare amore (e, in taluni casi, libidine) per i libri stessi; una progressione vertiginosa, specie se si tien conto che noi (io, l’estensore di questa recensione e voi, i lettori) non facciamo che creare altri libri, ovvero una sequenza conchiusa e felice di parole e pensieri organizzati, microbica e temporanea oasi nel Caos universale. D’altra parte cos'è un libro se non lo specchio di altri libri? E una biblioteca in cosa consiste se non in un gioco virtualmente infinito di rimandi, che vive autoreferenziale, escludendo la realtà (della vita, secondo il filosofo Pepe Carvalho, o del mondo superiore, il solo reale)? Si potrebbe obiettare che i libri riproducono la realtà, ma questo è spesso falso; anzi, i libri ci aiutano a sopportarla, la realtà, o fuggendola o migliorandone lo spessore e l'universalità, così come il canestro di frutta di Caravaggio migliora e sublima tutti i canestri di frutta del mondo reale; e i libri di cui parla Kerbaker ancor di più assolvono a tale compito, perché sono essi stessi opere d'arte, al netto del contenuto, come il Commento di Servio a Virgilio appartenuto a Francesco Petrarca: "grande, austero, autorevole, nel suo formato imponente reso ancora più maestoso da una legatura blu intenso dove, sotto la scritta in oro Virgilius cum notis Petrarcae, si ripetono gli stemmi imperiali con la N di Napoleone [che aveva requisito il libro durante la campagna di guerra in Italia] ... "; un capolavoro bibliografico noto anche per "la celeberrima illustrazione dell'incipit, quella dipinta da Simone Martini. Un'intera pagina di grande formato su un abbacinante sfondo blu", esornata ulteriormente dalla calligrafia del Petrarca, nitida e simmetrica sino all'inquietudine. Kerbaker, anch’egli collezionista (ha un patrimonio di 25.000 volumi), si sdilinque, e con piena ragione. Non crediate che questi siano meri argomenti formali; il vestimento, infatti, influisce sulla sostanza stessa del libro e, quindi, sul godimento che se ne trae. Petrarca (o Shakespeare o Cormac McCarthy) in cattiva edizione (copertina squillante, carta riciclata, rilegatura brossurata) non è più Petrarca (o Shakespeare o Cormac McCarthy), ma un gemello, apparentemente simile, che soffre una segreta patologia; come asserì Enfield a proposito di Mr. Hyde: “Deve avere un che di deforme: dà una forte impressione di deformità, benché mi sia impossibile specificarne la natura. E' un tipo assolutamente fuori dal comune, eppure non saprei indicare niente di insolito”.
Ciò è facilmente sperimentabile da chiunque.

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