mercoledì 1 dicembre 2021

Il dopo teatro di MVL: Antichi Maestri al Vascello

Il gruppo Monteverdegge teatro ha visto al Teatro Vascello Antichi maestri, traduzione teatrale di Fabrizio Sinisi dall’omonimo libro di Thomas Bernhard, per la regia di Federico Tiezzi. Sandro Lombardi in gran forma è il perfetto protagonista Reger, un uomo ossessivo e bisbetico che da trent’anni si siede per l’intera giornata su una panca in una sala del Kunsthistorishes Museum di Vienna per osservare sempre lo stesso quadro, L’uomo con la barba bianca di Tintoretto. Atzbacher è un giovane uomo che dialoga con Reger, forse un suo amico o un suo estimatore, interpretato dal bravo Martino D’Amico, che prende appunti sul suo taccuino per disegnare a parole un ritratto di Reger, mentre il guardiano del museo, Irrsigler, non proferisce parola per tutta la durata dello spettacolo, ma semplicemente fa il guardiano: osserva, controlla, si allena, si sgranchisce, tutto senza dire alcunchè. Lo spazio scenico è contenuto in una specie di light box il cui perimetro è disegnato da tubi al neon, e al centro del quale, tra ritratti stampati in negativo, campeggia il quadro di Tintoretto. Anche se tutta la pièce si costruisce e sviluppa intorno a questo dipinto, del suo contenuto il protagonista non parla mai nel libro di Bernhard, e neppure nello spettacolo. Ma disserta di tante altre opere d’arte, che detesta e ritiene imperfette, concludendo tuttavia con l’invitare uno stupito Atzbacher a vedere uno spettacolo teatrale.
Tintoretto, L'uomo con la barba bianca, 1564
Il ritratto in questione mostra un anonimo vecchio canuto, che campeggia su un fondo scurissimo, di tre quarti, mentre osserva severo il suo ipotetico osservatore. Indossa un cappotto imbottito e mostra solo il dorso di una mano chiusa sul gonfio e ricco addome.

Perché Bernhard, l’autore di Antichi maestri e poi anche il regista Tiezzi, mettono il protagonista e noi spettatori proprio di fronte a quel quadro di Tintoretto?

Chi è quell’uomo che guarda non solo i personaggi, ma soprattutto la platea e che, soprattutto, si lascia guardare?

Con il gruppo di Mvl teatro abbiamo provato a dare delle risposte, inaugurando con la nostra conversazione virtuale un inedito dopo-teatro.   

Patrizia: “A me sembra che la scelta di Bernhard sia stata dettata dalla capacità che questo dipinto ha di evocare le tematiche trattate nel testo. Il guardare che diventa 'vedere' è sottolineato dalla potenza del volto, illuminato da una luce, che emerge dal buio. E questo volto, visivamente al centro della scena, contiene nello sguardo la necessità di interrogarsi sull'esistenza e sul vuoto di presenza, sull'assenza, non solo intesa come presenza fisica, ma anche come imperfezione della descrizione, della rappresentazione che l'Uomo fa del mondo, della realtà. Secondo me la dinamica di svelamento di questo ritratto si collega anche con l'esperienza della perdita della moglie che Reger sta vivendo”. 

Antonella: “La scelta di mettere al centro l'opera del Tintoretto potrebbe rappresentare l'evanescenza del vivere. La parabola del protagonista si fonde con lo sguardo dell'uomo con la barba bianca che a me sembra indagatore, ma anche benevolo. Credo che quel vecchio potrebbe essere il suo alter ego”.

Alessandro: “La mia analisi sulla bellissima messa in scena di Antichi Maestri parte dalla fine della rappresentazione. Il regista, dopo che il custode ha riposto tutti i quadri in negativo nel magazzino per la chiusura giornaliera, ci mostra, con un sapiente gioco di luci, la trasformazione dell'unico quadro rimasto, L'Uomo con la Barba Bianca, nel viso di un uomo più giovane e con la barba corta come il protagonista, Reger. Il regista svela con questa soluzione scenica la sua opinione, quella che identifica l'uomo del quadro del Tintoretto con il protagonista, magistralmente impersonato da Sandro Lombardi. Reger dunque per trent'anni guarda sé stesso e se ne compiace, sottolineando nello stesso tempo la volgarità e la sporcizia della gente che vive nella sua città e oltre i suoi confini, nel mondo. Ma perché l'amico scrittore Atzbacher è così affascinato da Reger? Perché pende dalle sue labbra prendendo nota di tutto quello che dice? Tra le molteplici interpretazioni, quella che mi sembra personalmente più suggestiva, è questa: potrebbe trattarsi di una critica alla narcisistica autoreferenzialità dell'arte, rappresentata da Reger, e alla sostanziale incapacità di comprensione da parte di commentatori e critici, rappresentati da Atzbacher”.

Maria: “Molto in breve, io penso che il quadro funga da quarto personaggio e come gli altri partecipi al gioco di specchi che si instaura tra di loro, in cui ciascuno guarda qualcun altro o tutti gli altri. In risposta al contradditorio monologo di Reger, allo studio che Atzbacher fa di lui, e al custode che sembra, col suo di occhio statale, controllare tutti gli altri, L’uomo dalla barba bianca rivolge il suo sguardo quasi ammiccante, ironico e forse derisorio, agli altri e al pubblico . Forse clii sta dicendo semplicemente che quello che l’arte non può dare risposte, ma solo esprimere l’interiorità umana che si pone le domande. Non è la perfezione lo scopo dell’arte, e non serve cercarne l’imperfezione che potenzialmente possono contenere le opere. Non esiste la perfezione, ma l’uomo la insegue nel tentativo di comprendere la vita e la morte. Perché proprio quel quadro? Perchè raffigura un uomo anziano che, oltre a rispecchiare Reger, esprime la saggezza umana che solo il pensiero esercitato nel tempo e l’esperienza di una vita intera possono permettere; esprime il disincanto di chi constata che nulla può essere compreso fino in fondo”.

Maria Cristina: “Forse è muto come tante opere d’arte che, indifese e indifferenti di fronte ai giudizi degli umani, sono indispensabili proprio a farli pensare, giudicare, confrontare, parlare. Le opere ci guardano, come diceva il pittore Paul Klee”. 
                                                                                                                                       Maria Cristina Reggio 







lunedì 26 luglio 2021

La poesia sussurrata all’orecchio: Flush, un progetto dell’Associazione Orlando di Bologna



Fiorenza Mormile

In questa torrida estate a volte perfino leggere può apparire una fatica insormontabile, o almeno procrastinabile… allora, cari monteverdeleggini, vi proponiamo una coppia di podcast, due antologie poetiche sonore (quella del 2021 e quella “madre”del 2020)  da ascoltare anche ad occhi chiusi, sdraiati sul lettino, oppure durante attività manuali di routine. 

Si è appena conclusa infatti la seconda stagione della rassegna “Flush. Altri punti di avvistamento sul reale” 

un progetto ideato dall’Associazione Orlando insieme alla Biblioteca Italiana delle Donne e l’Archivio di Storia delle Donne di Bologna, volto a presentare voci poetiche femminili, viventi e non, scelte e raccontate da altre donne dedite alla poesia e alla traduzione. Il nome Flush, come già per Orlando, è ulteriore titolo-omaggio all’opera di Virginia Woolf, facendo del vispo cocker spaniel appartenuto alla poetessa Elizabeth Barrett Browning il simbolo di uno sguardo alternativo, dal basso, necessario ad integrare la visione corrente della realtà.  Nel podcast autrici già note come Sylvia Plath, Amelia Rosselli, Ingeborg Bachmann, Carol Ann Duffy si alternano con altre meno familiari al pubblico italiano come l’estone Maarja Kangro o la tedesca Mara-Daria Cojocaru, presentate da diverse curatrici che ne evidenziano aspetti salienti (la mia scelta è caduta su Averno di Louise Glück). Ne esce un polittico di vite e di testi femminili variegato e coinvolgente - spesso segnato da esiti drammatici di lotta impari contro le convenzioni culminati a volte addirittura nel suicidio- ma anche testimonianza di quanto il linguaggio possa farsi robusta ancora di autoaffermazione e arma di orientamento del pensiero collettivo. Risalendo alla prima stagione della rassegna, nata come risposta condivisa all’isolamento della pandemia, troviamo riflessioni sulla parola poetica e cammei di figure chiave della voce poetica femminile come Emily Dickinson, Anne Sexton, Adrienne Rich, Audre Lorde, le battagliere  Marge Piercy e Mary Dorcey e la sorprendente Nella Nobili. Buon ascolto. 

mercoledì 16 giugno 2021

Dal Laboratorio di traduzione: "Dal campo del desiderio" di Natalie Diaz Premio Pulitzer 2021 per la poesia



Natalie Diaz (@NatalieGDiaz) | Twitter

                      

Fiorenza Mormile

Il Pulitzer per la poesia 2021 è andato alla poetessa nativa americana Natalie Diaz per Postcolonial Love Poem: Poems, raccolta già risultata finalista in altri importanti riconoscimenti letterari.

Il nostro Laboratorio di traduzione ne dà notizia felice ed orgoglioso avendo apprezzato e tradotto suoi testi nel 2019, per lo più dal primo libro When My Brother Was an Atzec, confluiti nell’articolo su Nuovi Argomenti Officina Poesia cui vi rimandiamo.

Natalie Diaz, 42 anni, è nata e cresciuta nel Fort Mojave Indian Village di Needles, in California. È iscritta alla Gila River Indian Tribe e insegna Poesia moderna e contemporanea all’Arizona State University. Ha studiato alla Old Dominion University di Norfolk, Virginia, dove ha anche svolto un master di perfezionamento artistico nel 2007.  Ha fatto parte della squadra di basket del campus, giocando successivamente anche come professionista, per dedicarsi poi alla scrittura.                            

In un’intervista ha dichiarato che per lei la poesia è un modo di centrarsi nel suo corpo: «Credo davvero nel potere fisico della poesia, del linguaggio. Da dove veniamo noi, diciamo che il linguaggio ha un'energia, e io sento che è un'energia fisica. Per me, è molto simile a quello che ho fatto su un campo da basket». Da Postcolonial Love Poem pubblichiamo qui nella nostra traduzione "Dal campo del desiderio" (From the Field of Desire).

giovedì 27 maggio 2021

"la home dove sempre ritorni": "Calendiario" di Maria Teresa Carbone


Fiorenza Mormile

Calendiario  è la prima raccolta poetica di Maria Teresa Carbone, uscita nel 2020 per Aragno nella collana “i domani”. Coltivata nell’arco di oltre quindici anni consta di due parti: Calendiario, appunto, e Cinque quarti. Esercizi di cosmogonia quotidiana. Dai titoli appare quindi programmatica la fusione di tempo e scrittura. Quella praticata nella decennale attività di giornalista, critica, traduttrice e qui divenuta poesia, in una cronaca ragionata di pensieri neri e non, esposti con sincerità cristallina. In un’ideale mappa cartesiana di questo libro potremmo collocare come ordinata il tempo e come ascissa le relazioni, col loro carico di problematicità, anche se tutti noi Monteverdeleggini conosciamo l’inesauribile attitudine di Maria Teresa a mettere in relazione persone e mondi. Diviso nelle sezioni “Giorno” e “Notte” Calendiario apre sull’intento, per sdrucciolevole che sia, di collocarsi: “sulla mappa confusa di questo tempo mio/ manca il puntino rosso/ io sono qui/ qui e non altrove (io)”. È corredato da foto della stessa autrice (dodici, come i mesi) che ne esemplificano la realtà ritraendola con tocco elusivo ed enigmatico. Esterni, per lo più di viaggio, e interni domestici, numericamente prevalenti. Autoscatti ‘tagliati’ nello specchio della camera da letto o del vetro del forno, un angolo di spalla, un divano dove di sghembo poggia un quadro, presumibilmente crollato dalla parete piena di ricordi familiari per il cedere di un chiodo il cui  buco è bene in vistaNei testi iniziali predominano esempi di crudeltà relazionale, quella tra adulti e bambini “sei cretina lo sai che/ sei cretina dimmi che sai che/sei cretina”, tra bambini e verso gli animali, rivolta comunque nei confronti dei più deboli “mi piace torturare mio fratello/mi fa sentire potente”;“i bambini hanno smesso di gridare/ l’animale ha smesso di muoversi”. Nell’imparziale mettersi in discussione perfino il grande amore per i cani viene trapassato da un dubbio lacerante: “se avessi molta fame/vorrei mangiarlo”? per concludere poi “vale la pena di vivere mangiando il proprio cane"?   

venerdì 7 maggio 2021

mvl teatro: andiamo al Vascello ad ascoltare Lavia che legge le Favole di Wilde?




Da bambina mia madre leggeva a noi tre figli accucciati intorno a lei la favola di un principe infelice che abitava in un castello da solo e che non sopportava i bambini che giocavano nel suo giardino. Seguivamo la sua voce rapiti dall'emozione e alla fine erano lacrime di commozione per quell'uomo che imparava ad amare. Si piangeva per la morte di un eroe, imparando la consolazione che solo la grande poesia può donare all'irrimediabile. Poi, da grande, ho scoperto che l'autore era lo stesso de Il ritratto di Dorian Gray. 

Ora, il Teatro Vascello e uno tra i più grandi attori e registi italiani, Gabriele Lavia, ci offrono nuovamente questa opportunità che consola. Si potrà di ascoltare insieme, seduti nella platea e a distanza di sicurezza, dopo più di un anno in cui tutti siamo rannicchiati nelle nostre tane, la voce di un attore che ci racconta le favole di cui abbiamo di nuovo e ancora tanto bisogno.  Se troviamo il coraggio di uscire, ci aspettano le letture di Lavia de LE FAVOLE di Oscar Wilde. 

Gabriele Lavia legge LE FAVOLE di Oscar Wilde

Teatro Vascello, il 7-8-9 maggio:

 il venerdì e il sabato alle ore 20 e domenica alle ore 18.   

lunedì 8 marzo 2021

Presentazione online del romanzo I FILOSOFI di Sonia Gentili


 

giovedì 18 marzo, ore 18:30 


ONLINE  sul canale Youtube del Palazzo Ducale di Genova 

presentazione del nuovo romanzo di Sonia Gentili

I FILOSOFI (Castevecchi editore)  

ne discutono con l’autrice  Elvira Bonfanti, Sergio Givone, Peppino Ortoleva, Enrico Testa 

letture di Elisa Veronica Zucchi

Nel suo libro Sonia Gentili narra uno scontro che si svolge nel II secolo tra due intellettuali, il pagano Celso e il cristiano Origene: "Ideologie e fedi sembrano trionfare, cancellando chi, come Celso, non crede nell’atto di credere, ma ogni dogma si rivela alla fine instabile e illusorio". 


sabato 6 febbraio 2021

New Mexico: Ruidoso e le donne di un gruppo di lettura

In questo articolo, estratto da Il Manifesto, Maria Teresa Carbone ci racconta come un gruppo di lettura del New Mexico, sia diventato un luogo umano e fisico di intervento sociale, e come la lettura condivisa possa creare un empatia che va al di là della letteratura coniugandosi con la pratica sociale e l'intervento diretto sul territorio.



Maria Teresa Carbone

La buona letteratura rende attivi: a Ruidoso, cittadina di ottomila abitanti nel New Mexico, dieci lettrici – addestrate e affiancate da personale sanitario – hanno allestito un centro vaccinazioni che ha inoculato 2417 dosi, poco meno di un terzo della popolazione.

Secondo uno stereotipo consolidato, i gruppi di lettura sono composti da signore non più giovani che chiacchierano dei libri appena letti sorseggiando una tazza di tè o, più audacemente, un calice di vino bianco. Come tutti gli stereotipi, anche questo non è del tutto campato in aria: è vero che nei gruppi di lettura la presenza femminile prevale, è vero che l’età media si inserisce in quella fascia che, parlassimo di sport, sarebbe definita «seniores». E tuttavia l’immagine sonnolenta che potremmo ricavare dal vecchio cliché è contraddetta dalla realtà dei fatti.

A chi non ha mai partecipato a un book club possiamo infatti testimoniare che le discussioni, pur fondate sull’imperativo dell’ascolto rispettoso di ogni voce, sono spesso (quasi sempre) vivaci e appassionate. Nel gruppo infatti non c’è – come tende a pensare chi li vede da fuori – uno sfoggio sterile di erudizione, ma il confronto tra la propria lettura di un testo, filtrata attraverso un percorso individuale di esperienze, ricordi, conoscenze, e le letture degli altri, anch’esse segnate da analoghi, ma diversi, itinerari.

La scoperta che lo stesso libro si presta a mille interpretazioni differenti, che una pagina da noi letta distrattamente ha suscitato riflessioni cui non avremmo mai pensato, ha qualcosa di eccitante e porta non solo ad approfondire la conoscenza di quella data opera, ma a guardare agli altri con maggiore attenzione. Per questo c’è chi ha detto, e noi concordiamo, che un gruppo di lettura sarebbe un buon esempio per i tanti dibattiti televisivi dove pare che ogni partecipante miri soprattutto a imporre le proprie parole su quelle altrui. Insomma, una scuola di politica viva.

Lungo preambolo per introdurre un piccolo fatto accaduto a Ruidoso, cittadina del New Mexico di circa ottomila abitanti, dieci dei quali – anzi, delle quali – sono socie orgogliose del Fabulous Ladies Book Club: donne, scrive Nora Krug sul Washington Post, che hanno superato di poco o di tanto la quarantina e che si riuniscono una volta al mese da Ranchers, una bisteccheria locale. O meglio, si riunivano, visto che l’ultima volta che il gruppo si è tenuto dal vivo è stata un anno fa, il 20 febbraio 2020 (libro prescelto per la conversazione, Becoming di Michelle Obama).

Da allora, come è successo a tanti circoli simili nel mondo, le favolose signore hanno continuato a parlare di libri attraverso uno schermo. Fino a quando, a fine dicembre, una di loro, Keri Rath, di professione ostetrica, ha saputo che era in arrivo un quantitativo di vaccino anti-Covid, ma occorreva organizzarne la somministrazione in modo efficace e rapido.

Subito Keri ha pensato alle sue compagne di lettura, «donne istruite, motivate, capaci». Detto fatto, le dieci lettrici – opportunamente addestrate e affiancate da personale sanitario – hanno allestito un centro vaccinazioni che tra il 3 e il 23 gennaio ha inoculato 2417 dosi, poco meno di un terzo della popolazione di Ruidoso, occupandosi al tempo stesso della campagna informativa via social, del coordinamento con il servizio pubblico della contea, dell’immagazzinamento del vaccino, dell’accoglienza ai cittadini.

Nonostante l’impegno (fino a cinquanta ore di lavoro volontario alla settimana), le signore sono entusiaste. «Dopo mesi in cui ci siamo sentite impotenti – ha detto una di loro, Marin Goza – abbiamo colto al volo l’opportunità di dare un aiuto per porre fine all’incubo in cui siamo piombati. Leggiamo letteratura per alimentare la nostra empatia e quindi ci è stato naturale metterla in pratica quando se n’è presentata l’occasione. Senza contare che sentivamo la mancanza delle altre, e questo è stato un modo per ritrovarci insieme».

lunedì 18 gennaio 2021

Gruppo di lettura “Libri nuovi”: Nicola LAGIOIA, La città dei vivi, Einaudi, 2020.




Roberta Rondini

Un libro che, nel parlarne, mette le ali ai piedi e le catene ai polsi, perché non è solo cronaca di un delitto efferato, narrazione di una città in un quasi sfacelo, racconto di un incubo materializzatosi tra le quattro pareti di un mediocre spazio domestico ma spunto per riflettere anche su altro, di un molto altro che riguarda tutti noi e per questo forse più difficile da accettare e da metabolizzare.

Raccontare una storia orribile, l’omicidio efferato del ventiquattrenne Luca Varani da parte di Manuel Foffo e Marco Prato, due giovani poco più grandi di lui, accaduto nel 2016 a Roma, non era né semplice né scontato. Una vicenda ancora molto calda mentre Lagioia si accinge a scrivere e sulla quale gravavano polemiche e giudizi drastici anche per la grande risonanza sui media che non avevano lesinato sulla vicenda, e su alcuni suoi risvolti, articoli, servizi giornalistici e programmi televisivi.

Lagioia inizia ad interessarsi all’omicidio su incarico del Venerdì di Repubblica per un reportage all’indomani del delitto. Inizialmente declina per un suo malessere ad affrontare il lavoro, tenta di scantonare, ma ci torna su per una sorta di attrazione fatale, come poi espliciterà, un’ossessione, in parte spiegata da motivazioni personali e psicologiche legate alle sue esperienze passate, in ogni caso spinta da una spiccata sensibilità per certe situazioni di frontiera culturali, sociali e comportamentali.

Una maggiore sfida, dunque, a rappresentare in un “altro” modo un accadimento altrimenti inspiegabile che lasciava intravedere nelle sue molteplici increspature aspetti complessi e sotterranei della nostra contemporaneità. Un romanzo distopico? Forse, se si intende con ciò il racconto della distopia stessa del nostro vivere metropolitano odierno. Comunque, una storia resa viva e pregnante da fatti, emozioni, irrazionalità, solitudini ed efferatezze, da un dolore serpeggiante, nascosto, poi moltiplicato ed esploso in mille frammenti di ferocia e di apparente disumanità in una Capitale attonita e esterrefatta ma infine complice.

Perché, pur se racconto di un delitto tra i più feroci e disumani che si possa immaginare, è anche  una narrazione corale che riguarda generazioni di giovani (a Roma ma non solo romani), spesso “di buona famiglia” che sembrano aver mancato molti dei punti di riferimento di quelle precedenti, e le generazioni dei loro padri e delle loro madri, genitori che si materializzano come comparse mute o fin troppo ciarliere ma sempre distanti e inadeguati, impreparati ad assolvere alla loro funzione di educatori e infine di cittadini:

… ragazzi assolutamente normali, a cui non mancava niente sul piano materiale, sembravano vivere come autentici disperati, per le droghe che prendevano, per come non riuscivano a mettere a fuoco la propria stessa identità, … per l’uso irrispettoso che facevano dei propri corpi, per il rapporto che intrattenevano con il denaro, per come sembravano incuranti di sprecare interi periodi delle loro vite...

È evidente, perciò, anche un atto di accusa forte e disperato verso una funzione genitoriale sempre più carente e incapace, fenomeno al quale negli ultimi anni molto poco si sta prestando attenzione a livello sociale e politico. 

Così, altrettanto forte e disperato è lo sguardo sulla montagna di cocaina che “splende” sulla città, consumata senza differenza di censo o di status sociale; evidenza di certo non solo letteraria ma sostanziata dai numeri e dalle analisi che certificano costantemente l’aumento del consumo di cocaina soprattutto in Europa, soprattutto nelle grandi città.

Ecco che lo sfacelo di Roma acquistava all’improvviso una sua logica…. la noia diventava speranza, l’accidia svaniva nell’operosità. Era il percorso della coca, la bianca rete elettrica che avvolgeva la città.

Il risultato finale è un romanzo documentario, rigoroso, ben strutturato e congegnato, distaccato per l’alterità che l’autore cerca e mantiene nei confronti dei colpevoli e della vittima che non è mai freddezza, bensì tentativo testardo di comprendere nelle radici più nascoste una sequenza di avvenimenti apparentemente slegati tra loro, di banalità, di compulsioni, di solitudini, di compimento del male estremo. 

martedì 12 gennaio 2021

Al Vascello si leggono Le istruzioni di Perec per usare la vita

Con la lettura di LA VITA, ISTRUZIONI PER L'USO di George Perec, Manuela Kustermann e Alkis Zanis ci porteranno dal Teatro Vascello a Parigi, in rue Simon-Crubellier, a visitare un condominio immaginario popolato da centinaia di persone con le loro storie intricate, discrete, particolari, o forse anche non troppo particolari.  In compagnia delle voci dei due lettori potremo così salire le scale del caseggiato popoloso cantato da Perec, entrando negli appartamenti di quel palazzo - libro - puzzle enciclopedico, tanto amato da Calvino, costellato di collegamenti, segnaletiche, cruciverba, e tanti giochi linguistici.  

Live streaming dal 15 gennaio 2021, ogni venerdì alle ore 21 e il sabato alle ore 19

visione gratuita previa prenotazione:

promozioneteatrovascello@gmail.com
oppure direttamente:
Streaming su Piattaforma ZOOM Teatro Vascello.
Link di invito: https://zoom.us/j/8371827431
ID Riunione 837 182 7431