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martedì 8 settembre 2026

STASERA ANDIAMO AL TEATRO VASCELLO?

foto di scena da Tragudia, Il canto di Edipo, regia di Alessandro Serra

KAOS è la parola che quest’anno tiene il filo degli spettacoli che vedremo al Teatro Vascello, luogo che come ogni teatro è un “argine che contiene il fiume senza annullarlo”: queste ultime sono parole della direttrice artistica Manuela Kustermann alla presentazione della stagione 2026-27. Kaos - manteniamo questa dicitura senza tradurla in caos per restare nel suo significato originario - è un termine greco composto (da χαίνω e χάσκω), che, etimologicamente, significa voragine, gorgo buio, abisso, uno spazio spalancato che nel mito conteneva in stato informe i quattro elementi primari acqua, terra, fuoco, e aria.

Si può dire che il teatro, fino dalle sue origini, ha messo in atto un contenimento rispetto al Kaos, ovvero all’abisso che tormenta gli esseri umani, elaborando i grandi temi tragici e provocando la catarsi collettiva di una comunità, ed oggi, in una società pervasa dalla smaterializzazione digitale, il teatro può e forse deve necessariamente continuare a svolgere questo compito, convocando nello stesso luogo, mediante la fisicità e la presenza di chi lo abita, il corpo degli attori e “le solitudini plurali della platea”, sono ancora parole di Manuela Kustermann.

Per attraversare la ricchissima programmazione 2026-27 al Teatro Vascello, che interroga mediante arti performative e musica gli spettatori su questo kaos nel quale siamo immersi, scegliamo quest’anno di presentarla trimestralmente, in modo da non perdere neppure una data. Infatti, a differenza del cinema, di cui la riproducibilità offre le circostanze per vedere e rivedere una copia, in teatro ogni recita – anche la replica, sì - è un evento unico, vivo, comunque irripetibile e tante volte dispiace non avere saputo in anticipo la data di una rappresentazione e averla perduta. Per questo, a inizio dicembre, scriveremo un nuovo post di aggiornamento per il trimestre successivo, e così via. 

Per ora, quindi, presenteremo sinteticamente solo gli spettacoli che a settembre, ottobre e novembre, il teatro Vascello porterà in scena, - con cadenza settimanale - frutto del lavoro e della collaborazione di tante compagnie e produzioni teatrali italiane e internazionali, nonché di diverse collaborazioni con realtà culturali come il Romeuropa Festival e l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”. 

A settembre si inizia dal 15 al 16, fino al con un viaggio nell’universo di una delle maestre della danza postmoderna, l’americana Lucinda Childs, con GLASS WITH SILENCE, in cui si presentano due lavori iconici degli anni ’70 e due nuove coreografie della danzatrice e coreografa ispirate ai celebri e ipnotici Études di Philip Glass. Seguono alcuni spettacoli di teatro d’attore: dal 23 al 27 settembre LO STRANO CASO DEL DOTTOR JEKILL E DEL SIGNOR HIDE, liberamente tratto dal romanzo di R.L. Stevenson con regia di Fabio Condemi, con gli spazi e immagini di Fabio Cherstich e con Christian La Rosa. 

Poi, a fine settembre, andranno in scena due lavori che guardano alla Grecia: dal 29 settembre al 4 ottobre TRAGUDIA, IL CANTO DI EDIPO, in cui la regia di Alessandro Serra, di cui avevamo già visto uno splendido Macbettu recitato in sardo, traduce la tragedia di Edipo nella lingua della Magna Grecia, il grecanico, mentre dal 7 all’11ottobre con LEMNOS, progetto performativo corealizzato con il Romaeuropa Festival, con la regia, drammaturgia, scene e video di Giorgina Pi attraverserà il mito arcaico, la poesia e il paesaggio contemporaneo dell’isola di Lemnos. 

Dal 14 al 18 ottobre il regista Elio De Capitani, con scene e costumi di Carlo Sala, porta in scena L’OROLOGIO AMERICANO, un testo nel quale il drammaturgo americano Arthur Miller nel 1980 affrontava, attraverso il meccanismo del ricordo, la storia di una famiglia e la crisi economica degli anni Trenta in America, e che vedrà impegnata in scena la giovane Compagnia dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”. 

Come il già citato LEMNOS, tra ottobre e novembre tre altri spettacoli co-realizzati dal Teatro Vascello con il Romaeuropa festival: dal 28 al 29 ottobre debutterà in prima nazionale di LA MEDIUM, un lavoro femminista di e con Marta Cuscunà, ispirato alla storia vera di Hersilie Rouy, musicista e compositrice figlia del celebre illusionista Charles Rouy (noto per il numero de "La Donna Invisibile"), che finì ingiustamente rinchiusa in un manicomio. 
Segue, dal 31 ottobre al 1° novembre, CATALOGO, un intervento coreografico che riunisce in un’unica serata alcuni tra i più importanti coreografi della scena italiana e internazionale: Silvia Gribaudi, Francesca Pennini / CollettivO CineticO, Sotteraneo, Emio Greco | Pieter C. Scholten. L’idea originale di Marta Ciappina (Premio Danza&Danza 2022 e Premio Ubu 2023 come miglior attrice/performer,) realizzata con Marco D’Agostin, Damien Modolo, mette in scena un blind-date coreografico, ovvero un insieme di azioni coreografiche in cui i performer non hanno mai visto prima M., la protagonista, danzatrice che decide di orchestrare la propria sparizione. 

Dopo la danza si torna al teatro d’attore, ancora con il Romaeuropa Festival il 4-5 novembre con STARMAN, LA VERA STORIA DI LEON SKUM di e con Pietro Giannini, Premio Ubu come miglior attore 2025, che costruisce la storia della figura prismatica e controversa di Leon Skum. L’attore - regista è giovanissimo, ma lo avevamo già visto con il monologo La traiettoria calante, racconto di inchiesta sui fatti che hanno portato alla tragedia del ponte Morandi, che aveva debuttato al Romaeuropa Festival nel 2023, nell’ambito della rassegna Anni Luce- PoweredbyRef, prodotto dal Teatro Nazionale di Genova. 

A novembre due brevi intervalli di un solo giorno : il 10 novembre con la danza contemporanea Coreana C’ERA UNA VOLTA, coreografia, danzatori LIM Jinho, JI Kyung Min, LEE Kyunggu e l’ 11 novembre con IL GIORNO DELLA CIVETTA una lettura-concerto dal vivo con musiche originali e direzione artistica di Paolo Vivaldi al pianoforte, e voce recitante di Vita Villi, dopo di che si torna ancora ad una produzione teatrale in collaborazione con il Romaeuropa Festival, IL PRODIGIO, dal 13 al 22 novembre, in cui Giacomo Bisordi porta in scena l’omonimo primo romanzo del drammaturgo Fabrizio Sinisi. In scena si alterneranno quattro bravissimi attori italiani, Gabriele Portoghese, Federica Rosellini, Chiara Ferrara e Candida Nieri. 

Il primo trimestre di programmazione si conclude a fine novembre, dal 24 al 29, con QUINTO: NON UCCIDERE, dal 24 al novembre, uno spettacolo ispirato al film Broken Lullaby di Ernst Lubitsch. scritto e diretto da Massimiliano Civica - quattro volte Premio Ubu per la miglior regia, con Maria Vittoria Argenti, (che ha collaborato al testo) Monica Demuru, Luigi Fedele, Francesco Rotel Francesco Rotelli, Marcello Sambati, Paola Tintinelli. 

Non resta da fare altro che consultare il sito del Teatro e prenotare, ricordando che i soci di Monteverdelegge hanno una scontistica dedicata, e allora, ci vediamo al Vascello! 

venerdì 28 novembre 2025

MVL teatro: l'Antigone potente di Roberto Latini al Teatro Vascello fino al 30 novembre

"Spettacolo potente nella sua duplice lettura tra il mito e il presente". Con dodici parole il nostro amico Alessandro ha definito l'Antigone di Jean Anouilh con la regia Roberto Latini in scena al Teatro Vascello fino al 30 novembre. Potente, si, lo è, e per tante ragioni, per il testo e per la regia che stravolgono il mito antico di Antigone, caparbia eroina classica chiusa in sé stessa che, secondo Sofocle, decideva di morire per difendere il suo diritto a rispettare la sacralità dell’umano rispetto alle leggi del potere. Questa è, invece, una Antigone ben incuneata nel presente, morente “nel quotidiano fallire”, scrive Roberto latini nelle sue note di regia, ben consapevole che misurarsi con la tragedia di Sofocle attraverso la riscrittura di Anouilh comporta una necessaria fallimentare immersione nella realtà odierna. Per chi volesse leggerlo, il testo di Anouilh si può trovare sul web digitando titolo e autore su Google. 

Roberto Latini, Antigone, foto Manuela Giusto 

 Il fallimento, d’altra parte – come racconta Cecilia Grassi Alessi in una scheda della Treccani anch’essa fruibile online, aveva già accompagnato al suo debutto l’opera al piccolo Théâtre de l’Atelier a Parigi il 6 febbraio 1944. Infatti la prima rappresentazione era stata accolta dal silenzio del pubblico, senza applausi, in una Parigi occupata dalle truppe tedesche sotto il governo di Vichy: Antigone sembrava rappresentare forse una incarnazione di un movimento di Resistenza che l’autore descriveva come suicidario, incoerente e perdente, mentre Creonte poteva sembrare un collaborazionista di Vichi, di cui l’autore scavava con troppa compassione le contraddizioni e forse, in fondo, anche le motivazioni. Pur immersi in un contesto diverso, è proprio questo aspetto che spiazza nello spettacolo al Vascello: la profonda sfaccettatura dei protagonisti, il loro non essere opposti, ma piuttosto le due facce di un conflitto fallimentare allo specchio. La pièce inizia con un prologo che indica agli spettatori, come in una fotografia, i personaggi - personaggi e non attori, che non vediamo ancora all’opera, ma che con echi pirandelliani, rappresenteranno la storia di Antigone: la protagonista, quella pensante, è magra e bruttina ed è sorella della bella Ismene, anch’essa assorta nei suoi pensieri, e poi Creonte, più padre che zio, vecchio e stanco che medita accanto al suo paggio, mentre la nutrice, che fa la maglia,  è una sorta di madre-nonna di Antigone ed è quella che parla di più, dice, commenta, ama come una madre- nonna la giovane adolescente. Siamo di fronte ad una famiglia che “gioca” il play di Antigone, con un padre, una madre e due figlie, delle quali una è una sciacquetta burattina che segue le regole del quieto vivere, mentre l’altra, quella mitica, l’eroina, fa tardi la notte, perde tempo distesa nei parti a guardare le stelle e le albe… Nel dramma infatti gli attori sono persone con una maschera sul viso, che raccontano ciascuno la propria storia che, pur legata al mito, ha piuttosto il sapore della cronaca. 

Nella regia di Latini e con le scene di Gregorio Zurla il palcoscenico mostra un attraversamento pedonale (memoria pop di Abbey Road?),  con fermata dell’autobus, panchina e telefono pubblico a gettoni, cimelio novecentesco insieme con tanti vecchi scatoloni televisori con le loro manopole, di quelli anni ’60: le cose accennano al secolo scorso, quello analogico, in cui non c’erano ancora né i cellulari, né gli schermi piatti, e neppure i monopattini che sfrecciano oggi sulle strisce pedonali. Roberto Latini- Antigone dapprima parla alla nutrice dalla platea vestito come un comune spettatore, ma quando scende dalla cavea sul palco si trasforma in una splendida primadonna, eroina rock - trans - nero vestita con un abito lungo e gonfio di taffetà, che domina con il suo corpo maestoso e con la sua voce incandescente l’intero palcoscenico. La sua Antigone è una adolescente che parla a quelli di oggi e a quelli che lo sono stati, che scava nei ricordi di quanti oggi sono adulti, forse anche vecchi, e che qualche tempo fa hanno gridato ai loro padri le ragioni della loro ribellione. E Creonte non è un re mitico che difende con forza la ragion di Stato, ma un vecchio zio-padre borghese stanco che rivela le sue debolezze, i compromessi che deve accettare, le vili verità che per mera praticità che ha dovuto nascondere al suo regno famigliare.

Roberto Latini, Antigone, foto Manuela Giusto

Antigone sale sul piedistallo fatto di televisioni e, novella polena rivoluzionaria con abito al vento lo attacca su un sottofondo musicale pop emozionante, lo ghermisce, lo incalza, gli urla il suo bisogno di giustizia e affronta con coraggio l’esito delle sue scelte, ma d’altro canto rivela anche la sua fragilità, le sue adolescenziali contraddizioni, le sue paure, le sue non scelte.  In fondo questa Antigone è una ragazza borghese novecentesca che contesta le regole della società borghese in cui è cresciuta. Nel secolo scorso, insieme ai telefoni e alle televisioni e alle lucidatrici esisteva ancora questa parola, borghesia, vecchia piccola borghesia, contro cui tanti giovani si scagliavano opponendo con veemenza la loro critica. Questa parola oggi non si sente più, è sparita insieme ai gettoni dei telefoni pubblici, ma forse la voce di questa Antigone sessantottina ha ancora qualcuno che, nel buio del teatro, vuole ascoltare il suo grido, la sua protesta, oggi dispersa nei social, nel talk show, negli schermi infiniti dei cellulari. Il coro di Anouilh diceva,  alla fine, che senza la piccola Antigone, è vero, sarebbero stati tutti più tranquilli. Forse oggi siamo tutti troppo tranquilli.

Maria Cristina Reggio 

lunedì 21 luglio 2025

Con il teatro VASCELLO riprendiamo il largo a settembre

Stanno per iniziare le vacanze estive e nella calura romana non pensiamo ancora a cosa ci aspetta nelle sere d’autunno, ma se facciamo due passi in Via Carini, veniamo attratti dal richiamo delle colorate locandine del teatro Vascello, fitte fitte di nomi che appartengono alla storia culturale del teatro nazionale e internazionale. 

Ci avviciniamo e scopriamo la meraviglia: il teatro di ricerca è vivo, ci aspetta a settembre con 28 spettacoli che ci offrono tanti nuovi stimoli, voci e visi di attori che conosciamo o che ci piacerebbe conoscere, registi che, insieme con i migliori drammaturghi hanno tante storie ancora da raccontare. Con la sua energia travolgente, ce ne parla Manuela Kustermann in questo breve video. 

Sulla locandina scorriamo qualche nome, da Andrea De Rosa a Mario Martone, a Pippo Delbono o Ascanio Celestini, Roberto Latini, Fabio Condemi, Marco Martinelli, Marcido Marcidoris, Daria Deflorian, Carrozzeria Orfeo. Poi scopriamo che alcuni spettacoli sono realizzati in collaborazione con il Romaeuropa Festival, dal Frankenstein dei Motus, al nuovo lavoro di Milo Rau, di Fabiana Jacozzilli e molti altri. A questo LINK si può visionare la stagione completa 2025-2026. Se si vuole invece scaricare il PDF del libretto della stagione, si può cliccare QUI. 

A questo LINK  si possono scoprire le tipologie di abbonamento offerte per la prossima stagione e per qualsiasi info ci si può rivolgere via mail  a  promozioneteatrovascello@gmail.com oppure telefonare ai numeri 06 5881021 – 06 5898031. 

Non resta a questo punto che augurare buone vacanze a tutti i lettori di Monteverdelegge e a tutti gli appassionati di Monteverdelegge Teatro, in attesa di aggiornamenti sul varo autunnale nel mare teatrale del nostro amato teatro Vascello, ricordando che per tutti gli iscritti alla nostra Associazione esistono promozioni e prezzi speciali. E se poi vorremo incontrarci e bere un bicchiere e fare quattro chiacchiere ascoltando musica dal vivo oppure assistere ad una stand-up comedy, ci si vede sempre al solito posto, al Coffe Plant Bistrot, nel foyer del teatro Vascello, via Carini 78, a Monteverde vecchio.  

sabato 22 febbraio 2025

MVL TEATRO: Il Ministero della Solitudine al Vascello

La solitudine è un dolente karaoke cantato a una bambola di plastica 

Maria Cristina Reggio 

Di cosa si potrà mai occupare un Ministero della Solitudine? Bisognerebbe chiederlo agli inglesi, che nel 2018 ne hanno istituito uno per la prima volta al mondo, seguiti a ruota nel 2021 dal Giappone, e la compagnia guidata dalla regista Lisa Ferrazzo Natoli con Alessandro Ferroni, disegnatore del suono ce ne mostra una possibile declinazione immaginaria portandolo nuovamente sul palcoscenico al Teatro Vascello. In scena, accanto ad un ufficio provvisorio dell’ipotetico Ministero dotato di tavolino con bolla del pesce rosso e piantina con innaffiatoio che evocano, forse, il prendersi cura di un altro essere vivente, campeggia, centrale e girevole, un grande blocco verticale che funge da cambio scena, su cui girano la grande parete di un alveare, un distributore di oggetti e un maxi frigorifero formato famiglia, elementi-simbolo di una socialità. Nonostante la rotatoria apparizione di questi oggetti, i cinque personaggi che popolano il palcoscenico non riescono a farli diventare luoghi di scambio di una comunità. Vi camminano intorno frettolosi incrociandosi nelle loro traiettorie solitarie, senza incontrarsi davvero, senza mai entrare in relazione tra loro, se non per pochi istanti.

Ciascuno percorre ossessivamente la sua strada, talvolta si ferma, acceso da un attacco di danza, o meglio ancora da improvvisi movimenti incontrollati del corpo che più che al ballo fanno pensare alla sindrome di Tourette, perso nella propria musica pop. Proprio quest’ultima- da David Bowie a Lucio Battisti - e il suo volume diventano l’elemento principale che traccia la drammaturgia, avvolgendo gli spettatori in quella fascinazione ormai ricorrente in molti spettacoli e di cui anche noi spettatori sembra che non sappiamo più fare a meno. Alcuni spettatori accendono perfino il cellulare con Shazam per riconoscere i brani. Eppure, stavolta qualcosa sembra non funzionare nel volume: la musica si sente talvolta ovattata, soffocata come se provenisse da un auricolare di un personaggio, per poi esplodere e avvolgere l’intera platea, simulacro di un immenso auricolare collettivo. 

Non è un guasto, no, è il punctum dello spettacolo, quel qualcosa che, per via della sua incongruenza, colpisce profondamente i nostri sensi di spettatori per dirci qualcosa di importante, su cui riflettere: ciascuno dei personaggi, come noi, è perso nel proprio ascolto individuale e solitario, il “dispositivo” - walkman, cellulare o televisore che sia - che ogni giorno trasporta i nostri suoni, le nostre voci e le nostre parole fino al massimo volume.  Il fragore della musica è la loro - e la nostra - compagnia, e allora non resta altro da fare, ciascuno per nel proprio sordo ascolto, se non improvvisare un celibe Karaoke ad una testimone inerte, una bambola umana che giace su una sedia a rotelle. 

IL MINISTERO DELLA SOLITUDINE 

regia Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni

drammaturgia del testo Fabrizio Sinisi 

con Caterina Carpio, Tania Garribba, Emiliano Masala, Giulia Mazzarino, Francesco Villano 

Uno spettacolo di lacasadargilla, 

al Teatro Vascello dal 18 al 23 febbraio 2025

dal martedì al venerdì h 2, sabato h 19 e domenica h 17.




domenica 22 ottobre 2023

IL DOPO TEATRO. Umberto Orsini racconta le contraddizioni di Ivan Karamazov al Teatro Vascello

Il DOPO TEATRO è una conversazione che si svolge su whatsapp nel gruppo teatro di Monteverdelegge dopo ogni spettacolo. Le persone del gruppo che hanno visto lo spettacolo si scambiano idee, domande, commenti e suggestioni che vengono montati qui nel blog. 

Maria Cristina:  "Un grigio tribunale dismesso, sopravvissuto a un incendio, accoglie al teatro Vascello il dispiegarsi dei ricordi che Umberto Orsini - con la regia di Luca Micheletti - dedica a Le memorie di Ivan Karamazov. Il personaggio letterario di Dostoevskij, interpretato dallo stesso attore con cinquantaquattro anni di meno, era entrato nelle case dei boomer italiani attraverso il tubo catodico di una sapiente tv che a quel tempo divulgava la letteratura sotto forma di sceneggiati in un paese popolato da tanti analfabeti e li faceva appassionare alle storie e personaggi dei grandi romanzieri. Ora le vecchie puntate settimanali hanno lasciato il posto ad infinite serie tv che catturano le notti di insonni consumatori di smart tv, mentre le librerie sono state sostituite da ristoranti e bistrot. Quindi cosa resta da fare agli spettatori se non applaudire l’immensa bravura e l’impeto di un bravo attore che contesta – con la prestanza del suo corpo di ottantanovenne – la sorte destinata da Dostoevskij al protagonista del suo capolavoro? Secondo te come funziona qui il meccanismo teatrale della memoria?" 

Patrizia: "Non so, la domanda mi sembra complessa, difficile. Gli 'oggetti' di scena, scarni, scuri, coperti da una polvere materica bianca - forse neve -, dominati dallo scranno fuori misura di un'aula giudiziaria in cui manca la presenza fisica del giudice, compongono la stanza mentale e psichica di Ivan Karamazov. E’ questa l’aula chiusa e senza vita, nella quale il protagonista dibatte ossessivamente il suo processo alla ricerca di un' assoluzione dall'angoscia della colpa di aver mosso la mano dell'assassino del padre con le sue teorie sulla necessità del delitto. La memoria è attraversata da stati deliranti che convocano fatti, presenze, arringhe sostenute da ragioni che cadono dall'alto - i fogli scritti che scendono sul palcoscenico."

Ornella: "Eh, cara Maria Cristina, il romanzo di Dostoevskij e lo spettacolo da cui è tratto,  toccano temi filosofici ed etici molto complessi, presentati da diverse angolature che a me - lo confesso - richiedono ancora un tempo di riflessione. Quindi ho più dubbi che risposte. E nel continuo alternarsi di passato e presente sull'onda della memoria, vera protagonista di questo questo spettacolo, i temi trattati arrivano fino all'attualità, alla nostra contemporaneità, su cui è ancora più difficile dare risposte: crimine e colpa, fede e libero arbitrio dell'individuo in merito alle scelte riguardanti la propria esistenza e infine il modello sociale proposto dal Grande Inquisitore nella Siviglia del Cinquecento, così totalizzante sulle coscienze,  paragonabile all'attuale potere impersonale del mercato.  Dal romanzo al palcoscenico, la memoria di Ivan Karamazov si intreccia con quella di Umberto Orsini che gli dà voce e corpo con un monologo che si dipana in tre parti: una sorta di prologo della vicenda del romanzo, "Il Grande Inquisitore" e una parte di appunti dal diario che il giovane Orsini aveva scritto durante la preparazione dello sceneggiato televisivo di Sandro Bolchi. E proprio questi ultimi ultimi testimoniano oggi il corpo a corpo con il testo di Dostoevskij che ha segnato profondamente, fin dagli esordi,  la vita di questo splendido attore."

Maria Cristina: “E invece sono ancora qui” dice Umberto Orsini nei panni del suo personaggio: a dispetto dell’età, il vecchio attore è ancora è vivo per sé e per chi lo ascolta perché le sue domande si rivolgono proprio alla platea e la coinvolgono." 

Ornella : "Un giovane di ottantanove anni! "

Maria Cristina: "Il suo è il tempo di un monologo in cui i ricordi, i rimpianti e i ripensamenti aprono spiragli luminosi nella memoria, accendendo brevi lampi, con porte che si socchiudono sul passato della sua e della nostra storia condivisa. Nonostante una regia ripetitiva e con pochi slanci, l’attore conduce le parole del suo monologo – di cui ha firmato la drammaturgia a due mani con il regista - con una voce e un corpo che non concedono distrazioni allo spettatore, con la passione di un avvocato difensore che seduce la corte ad ascoltare le ragioni di un Ivan le cui contraddizioni sopravvivono al destino di oblio riservatogli dal suo creatore."  

Gianna: "Io sono affascinata dall'argomento, dalla pulsione interiore di Ivan che è condannato a rivivere in eterno il processo per l’assassinio del padre. E la sua invettiva addolorata contro un Dio che ha dato agli uomini la libertà ma gli uomini non la sanno comprendere, cercano il dominio e sono servi dei prepotenti. Un Dio che ammette l’uccisione dei bambini non può esistere. Ivan come il Grande Inquisitore, come il diavolo beffardo contrapposto a Alëša come Cristo che torna nel mondo. E quel bacio finale che brucia le labbra del Grande Inquisitore, come il bacio di Alëša brucia quelle di Ivan perché gli trasmette l’amore che lui rinnega e ha rinnegato. Non so rispondere alla domanda su come funzioni il meccanismo teatrale della memoria. la scena scura, quasi nera - con un vecchio Ivan che si muove e si agita in uno spazio angusto polveroso e ammuffito, quasi un sotterraneo, un sottosuolo -  è dominata dalla voce del protagonista e dal suo disperato grido di ricerca di comprensione di un senso della vita: Orsini è superlativo."

 Hanno partecipato alla conversazione Maria Cristina Reggio, Gianna Benigni, Ornella Munafò e Patrizia Vincenzoni

LE MEMORIE DI IVAN KARAMAZOV 

drammaturgia di Umberto Orsini e Luca Micheletti

regia di Luca Micheletti

con Umberto Orsini

dal romanzo di Fëdor M. Dostoevskij

Teatro Vascello, via Carini 78 

dal 10 al 22 ottobre. Repliche dal martedi al venerdi h 21 - sabato h 19 - domenica h 17

domenica 23 ottobre 2022

IL DOPO TEATRO. Cassandra risorge con Sonia Bergamasco al Teatro Vascello

Il DOPO TEATRO è una conversazione che si svolge su WhatsApp dopo ogni spettacolo. Scaturisce da alcune domande che si sono poste le persone del gruppo di teatro dell'associazione Monteverdelegge che hanno visto lo spettacolo, e i dialoghi vengono trasferiti e montati qui nel blog con una breve introduzione. Maria Cristina Reggio

Resurrexit Cassandra, foto di scena di Hanna Hauer

Il gruppo Monteverdelegge Teatro è andato a vedere al Teatro Vascello Resurrexit Cassandra, con regia, scenografia e video dell’artista belga Jan Fabre, recitata da una bravissima Sonia Bergamasco su testi di Ruggero Cappuccio. In scena, su un pavimento pieno di serpenti di legno, abbiamo visto ergersi una splendida Sonia Bergamasco, immobile e gigante come una statua della sacerdotessa, proferire i suoi vaticini davanti a un video a parete in cui l’attrice stessa si dibatteva imbracciando un’ascia distruttrice.

JACOB: “Ho visto al Vascello la Cassandra con Sonia Bergamasco: uno spettacolo ben confezionato, estetico, ma freddo e senza emozione. Lei è brava, precisa e volutamente estraniante. Personalmente non è mi è piaciuto ma il pubblico e la critica ne parlavano entusiasti.
Cosa pensate?
”

MARIA CRISTINA: “A me è piaciuto moltissimo: la voce dell’attrice che all’inizio dello spettacolo parlava con timbro maschile, accentuava la dimensione mitica delle sue parole. Così alta, statuaria, immobile, Cassandra era presente e umana solo nelle sue parole dette e sputate, inascoltate per punizione divina. Secondo il mito, infatti, Apollo aveva punito la sacerdotessa cui aveva donato la facoltà della preveggenza perché lei aveva rifiutato il suo amore, e, sputandole in bocca, la aveva condannata a proferire parole cui nessuno avrebbe prestato fede”.

JACOB: “Lei è una brava attrice, penso semplicemente che lei abbia fatto e interpretato ciò che il regista le aveva chiesto e lo abbia fatto in modo pulito e chiaro, impeccabile. Siccome le parole di Cassandra non devono essere prese in considerazione, la recitazione era volutamente estraniata, ma questo a me non è piaciuto perché allontanava lo spettatore dall’attrice e dallo spettacolo. Il risultato era una recitazione forte e chiara, ma anche molto statica, e per me, in definitiva, noiosa. Le parole dell’attrice erano chiare con una perfetta dizione all’inizio, ma poi diventavano liquide come l’acqua che inonda una città.”

CLAUDIA: “La protagonista sulla scena dava una voce diversa ad ognuna delle accuse che rivolgeva: una volta severa, una volta suadente, una volta sarcastica e volgare, ma dietro di lei scorreva un filmato in cui l'azione aveva un risultato sempre uguale: restava solo l'autodistruzione e nessuna voce poteva essere ascoltata.”

MARIA CRISTINA: “Il video bianco e nero di Jan Fabre con Cassandra in azione, rabbiosa e con una ascia in mano,  era in perfetto contrasto con lei che in scena cambiava i colori e gli stili degli abiti, ma era immobile, statuaria. Secondo voi perché?”

CLAUDIA: “Il video proiettato dietro a Cassandra non era in bianco e nero, anche se avvolto in una nebbia che ingrigiva tutto e lei indossava una camicina di colore sempre diverso, intonato con quello del vestito che portava in scena: nero, rosso, verde, blu, bianco. 
Il video secondo me voleva esibire lo sdoppiamento forse incomprensibile di un’umanità che inganna sé stessa: da una parte si agita e autodistrugge, così come faceva l’attrice nella grande proiezione, e dall'altra, con le parole di Cassandra in scena, dichiara la propria colpevolezza.
”

JACOB: “Ma perché uno spettacolo deve essere così concettuale? Se lei sulla scena è statica, ma  in carne e ossa, perché il regista ha voluto dare un po’ di movimento solo nel video proiettato dietro di lei? Secondo me è teatro nel teatro, una matrioska in cui il reale si confonde con la finzione, ma così il teatro diventa elitario e perde il suo senso.”

MARIA CRISTINA: “Non credo che ci sia uno sguardo elitario nella regia, se ci mostra rabbiosa una Cassandra che il mito ha tramandato come vittima. Per me assistere al conflitto tra la donna statuaria e prigioniera dei propri abiti sul palco e quella che si dibatte nell’azione del video è uno stimolo a riflettere sulla figura tragica della sacerdotessa, e su ciò che essa rappresenta: in fondo, la sua preveggenza è sempre muta, nessuno dà ascolto alle sue parole e alla sua disperazione. E ancora oggi non la ascoltiamo.”

Hanno partecipato alla conversazione Claudia Corpetti, Maria Cristina Reggio e Jacob Olesen.









lunedì 7 febbraio 2022

IL DOPO TEATRO. Miracoli Metropolitani al Teatro Vascello

Il DOPO TEATRO  è una conversazione che si svolge su whatsapp dopo ogni spettacolo. Scaturisce da una domanda specifica che viene rivolta a quanti nel gruppo di teatro dell'associazione Monteverdelegge hanno visto lo spettacolo, e le risposte vengono trasferite e montate qui nel blog come un dialogo preceduto da una breve introduzione. 

Miracoli Metropolitani
Qualche giorno fa, al teatro Vascello abbiamo assistito allo spettacolo Miracoli Metropolitani messo in scena dalla compagnia Carrozzeria Orfeo, con la drammaturgia di Gabriele Di Luca che ne ha firmato anche la regia insieme a Massimiliano Setti e Alessandro Tedeschi. Premettiamo che, con questo testo, Di Luca è stato selezionato come autore italiano nel progetto Americano ITALIAN PLAYWRIGHTS PROJECT 3a EDIZIONE. Il testo scenico narrava le disgraziate vicende di sette personaggi che si incontrano in una improbabile quanto fetida cucina, allestita in una ex carrozzeria sotterranea: in un mondo futuro divenuto una gigantesca cloaca per via di un progressivo allagamento di materiali tossici, un cuoco fallito e sua moglie, contornati da figure tanto grottesche quanto disperate, preparano cibi a domicilio per la popolazione costretta a stare rinchiusa dentro casa. La finzione paradossale narrata sul palcoscenico rispecchia in modo sconcertante la realtà vissuta da tante persone durante la pandemia, coinvolgendo la platea in una partecipazione calorosa alle situazioni tragicomiche narrate e alle battute che – per lo più intrise di una giovanile grevità - incalzavano i dialoghi a ritmo serrato. Pareri contrastanti hanno diviso gli spettatori di Monteverdelegge teatro che hanno assistito a questo spettacolo, ed io stessa, di fronte all’entusiasmo degli spettatori che mi stavano intorno, mi sono fatta tante domande, così ho chiesto 

MARIA CRISTINA: Un gran successo ha accolto questo spettacolo, eppure il linguaggio mi ha lasciata perplessa, tra lo show televisivo e la commedia satirica.  E noi, abbiamo applaudito ammirati oppure ci  siamo sentiti estranei a tanto divertimento? C'era un cambiamento, un’evoluzione una trasformazione nei personaggi e nel modo di raccontarne la storia? A me sembra evidente la volontà di farli "redimere" rispetto all'exploit trash iniziale. Mano a mano diventano più interessanti, meno tagliati con l'accetta. 

 ANNAMARIA: Mi è piaciuto molto! Secondo me c’erano molti spettatori perché lo spettacolo era coinvolgente, cinematografico, ricco di un'alternanza tra momenti corali e intensi primi piani. Ho apprezzato la recitazione degli attori e l’ottima regia, in cui le sequenze si alternavano come quelle di un film, senza mai avere tempi morti. La drammaturgia e la scrittura erano molto efficaci e in grado di portare lo spettatore a connettersi con i temi della nostra attualità e a sentirsi partecipi dei drammi individuali di ciascuno. Per me la drammaturgia non ha raccontato la trasformazione dei personaggi, quanto piuttosto le sfaccettature delle loro personalità e attraverso questo processo ha messo in scena la loro storia personale e relazionale. 

ALESSANDRO: Lo spettacolo è durato due ore e quindici minuti senza intervallo e se partiamo da questa considerazione, ci rendiamo conto che dopo Giorgio Strehler e Luca Ronconi ci saremmo potuti trovare di fronte a uno spettacolo di alto, altissimo livello. Che dire...il pubblico, in una sala completamente esaurita, si è a più riprese sganasciato dalle risate ed ha applaudito entusiasta alla fine dello spettacolo. Quindi a molti è sembrato ottimo. Personalmente ho seguito il lavoro abbastanza sconcertato dalla risposta degli spettatori. Mi sono trovato di fronte ad un umorismo assurdo, ma, purtroppo per me, non nel senso di Beckett o Ionesco. L'autore scrive così: "Una commedia dove si ride tanto, ma dove non si sta ridendo affatto. L’alimentazione, il rapporto con il cibo come forma di compensazione al dolore, come alienazione di un Occidente decadente e sovralimentato, sempre più distratto e imprigionato dai suoi passatempi superflui, la questione ambientale, la solitudine e la responsabilità: sono questi i temi attorno ai quali di sviluppa il mondo di Miracoli metropolitani. È il racconto di una solitudine sociale e personale dove ogni uomo, ma in fondo un’intera umanità, affronta quotidianamente quell’incolmabile vuoto che sta per travolgere la sua esistenza." Si - sono questi i temi dello spettacolo, ma a mio avviso sono temi drammatici, su cui c'è da piangere, non certo da ridere. Cambierei il termine commedia in quello più consono di tragedia, avvertirei gli spettatori di portarsi dietro dei fazzoletti per tamponare le lacrime dovute sia alla storia (che parla di rifiuti venduti come alimenti, di un suicidio che segue una terribile vicenda personale, di un personaggio paralizzato dall'ictus) che agli spettatori che se la sono spassata così tanto su argomenti del genere. Certamente gli attori assolvono con convinzione alle parti a loro assegnate, la realizzazione è stata adeguata al canovaccio, io comunque sono uscito estenuato e senza applaudire (ero in terza fila centrale e mi imbarazzava uscire a metà spettacolo). Anche se attorno a noi la società è sempre più penosa e sconcertante, non mi sembra il caso di ridere sugli aspetti più deprimenti che ci offre. Comunque gli spettatori hanno riso e questo secondo me era spiegabile solo in due modi: o per effetto gregge (ricordiamoci di Tre uomini in barca di J.K.Jerome nel pezzo sulla canzone in tedesco) oppure perché si vedevano riflessi in uno specchio grottesco del mondo in cui viviamo. Ma se il mondo è questo che c’è da ridere? Aggiungo una considerazione sulla drammaturgia: nel corso della storia i personaggi subiscono leggere, minime trasformazioni, ma appunto le subiscono perché il tempo passa e i figli nascono, i prigionieri finiscono di scontare la pena, etc. Forse solo il ragazzo prende coscienza e sembra diventare l’unica evoluzione quasi positiva. Per me è stato un supplizio. 

FEDERICA: Mi associo a quanto detto da Alessandro, perché anche io non ho compreso le battute tutte prevedibili e tutto l’entusiasmo visto in sala e nei social. Non ho mai applaudito nemmeno io e la motivazione delle ovazioni credo fosse nella geniale operazione di marketing fatta dalla compagnia, che prevedeva persino un cartoncino con un QR - appoggiato ciascuna poltrona – che portava ai video dell’esilarante lavoro di backstage. Il cambiamento dei personaggi non mi è pervenuto, ma ho ammirato l’interpretazione del personaggio di Hope realizzata da Ambra Chiarello, l’unica che mi abbia davvero convinta con il suo humour intelligente, soprattutto quando tratta il tema dei rapporti degli italiani con gli immigrati. 

GLORIA: A mio modo di vedere, l'utilizzo di una chiave comica nel disagio intendeva ricreare un’altalena di stati d'animo divergenti. Su molte cose non ci sarebbe da ridere, eppure esiste il black humor che, nella risata, solleva una consapevolezza amara e angosciante. Inoltre l’umor nero, che necessita d'esser sottile, era affiancato da caratteristiche affini alla blue comedy, che tende a lanciar battute più esplicite, grezze e volgari. Del resto, però, lo sprezzo tipico di quest’ultima ben rappresenta la realtà contemporanea, con i suoi stereotipi, le sua banalità e la sua sgarbatezza minacciosamente presenti. In questo contesto non giudicherei la bassa comicità come fine a sé stessa, ma piuttosto come profondamente educativa.
Credo che nessuno potrebbe considerarlo uno spettacolo divertente, così pervaso come è dall’angoscia della solitudine familiare, in cui l’inconsistente materialismo e la viltà portano al fallimento educativo, come ad esempio la retorica di un idealismo estremo che si perde nel comportamento concreto e quotidiano della figura della nonna, madre che, lottando per i suoi ideali socio-politici aveva reso il figlio un orfano d'amore. Di fronte a tutto questo, la figura del professore è il simbolo di una sorta di redenzione, con la sua disponibilità affettiva e gratuità di intenti. E tutto questo ci fa riflettere, meditare


Hanno partecipato alla conversazione Alessandro D., Annamaria C., Federica B., Gloria e la sottoscritta.

                                                                                                                                    Maria Cristina Reggio

lunedì 6 dicembre 2021

IL DOPO TEATRO. Tavola tavola, chiodo chiodo al teatro Vascello

Il DOPO TEATRO è una conversazione che si svolge su whatsapp dopo ogni spettacolo. Scaturisce da una domanda specifica che viene rivolta a quanti nel gruppo di teatro dell'associazione Monteverdelegge hanno visto lo spettacolo, e le risposte vengono trasferite e montate qui nel blog come un dialogo preceduto da una breve introduzione. 
“Te piace ‘o teatro?” “Si, tanto”, sembrano dirsi Lino Musella e gli spettatori del teatro Vascello. Premio UBU per il migliore attore nel 2019, durante il lockdown ha preparato con Tommaso De Filippo lo spettacolo Tavola tavola, chiodo chiodo. Sul palcoscenico, questo straordinario attore ha portato la lotta per difendere il teatro compiuta per tutta una vita da Eduardo de Filippo, grande attore, autore e regista italiano. In scena Musella lo impersona mentre scrive e pensa ad alta voce, lavorando incessantemente, accompagnato dal suono vivo della chitarra vibrante di Marco Vidino. Fin dalla prima scena, infatti, armeggia intorno a un insieme di piccoli pezzi di legno che compone per farli diventare il modellino del “suo” Teatro San Ferdinando, e vi si dedica con la stessa devozione amorosa che aveva Luca, il personaggio più famoso di Eduardo, il protagonista di Natale in casa Cupiello.

MARIA CRISTINA «Il suo lavoro è una “costruzione” del teatro, sia come luogo che come istituzione culturale, ma la sua è una battaglia persa: alla fine dello spettacolo il suo modellino crolla come un castello di carte. Tutto questo lavoro, per costruire»

CARLA «Costruisce materialmente il teatro come fosse la sua casa, perché in fondo la sua vita è coincisa con il teatro»

MARIA CRISTINA   «Traffica sempre, lavora, inchioda, dipinge, monta un riflettore che va in soffitta, accende candele su una ribalta di ferro, ogni tanto risponde al telefono a un’Eccellenza che gli propone di diventare direttore del Teatro Stabile di Napoli, scrive e legge lettere indirizzate agli amici, ai colleghi, ai politici»

ALESSANDRA «Nel grido di dolore che traspare dalle lettere che scrive alle istituzioni, c’è amarezza, ma anche rabbia e sgomento verso coloro che non riescono a riconoscere l’immenso valore del teatro, del suo teatro, nella costruzione di un mondo nel quale si identificava pienamente»

ORNELLA  «Monta e smonta le assi del modellino del "suo" teatro, il San Ferdinando, allestisce le luci di scena, accende e spegne candele, ma attraverso tali gesti mette in scena la costruzione stessa della macchina teatrale mostrandone gli ingranaggi, che padroneggia da abile artigiano (come dice il titolo, "Tavola tavola, chiodo chiodo"). Le candele diventano così parte di un rito che si compie sul palcoscenico, illuminando un'inferriata che via via rappresenta un balcone di scena, la grata del carcere minorile Filangieri di Napoli, per i cui ragazzi Eduardo tanto si è speso, e altro ancora» 

ALESSANDRA «Costruisce tante cose … un futuro, una speranza, un riscatto, la memoria di una città, di un popolo»

MARIA CRISTINA «Con il suo corpo inventa, sì,  e costruisce cose e persone»

ORNELLA «Il corpo dell'attore "inscena" una grammatica di gesti e suoni: con il solo movimento della spalla Eduardo-Lino mostra il dolore interiore per la morte della figlia Luisella, mentre dal corpo-a-corpo fra Eduardo e Gervaso sul senso della vita, sul lavoro, sui rapporti sociali, sui valori (un pezzo di rara bravura, in cui Musella interpreta sia l'intervistato che l'intervistatore) emergono lo spessore umano e la passione civile dell'artista, e insieme la denuncia attualissima dell'insensibilità del potere politico».

Hanno partecipato alla conversazione Alessandra della Corte, Carla Zaccaro, Ornella Munafo e la sottoscritta.

ps. Ci permettiamo di segnalare che Valentina V. Mancini nella sua bella recensione per Teatro e critica, ricorda che il titolo Tavola tavola, chiodo chiodo recita come la lapide eretta in memoria di Peppino Mercurio, lo storico macchinista del San Ferdinando. 
Maria Cristina Reggio

mercoledì 1 dicembre 2021

IL DOPO TEATRO. Antichi Maestri al teatro Vascello

Il  DOPO TEATRO è una conversazione che si svolge su whatsapp dopo ogni spettacolo. Scaturisce da una domanda specifica che viene rivolta a quanti nel gruppo di teatro dell'associazione Monteverdelegge hanno visto lo spettacolo, e le risposte vengono trasferite e montate qui nel blog come un dialogo preceduto da una breve introduzione.
  Il gruppo Monteverdegge teatro ha visto al Teatro Vascello Antichi maestri, traduzione teatrale di Fabrizio Sinisi dall’omonimo libro di Thomas Bernhard, per la regia di Federico Tiezzi. Sandro Lombardi in gran forma è il perfetto protagonista Reger, un uomo ossessivo e bisbetico che da trent’anni si siede per l’intera giornata su una panca in una sala del Kunsthistorishes Museum di Vienna per osservare sempre lo stesso quadro, L’uomo con la barba bianca di Tintoretto. Atzbacher è un giovane uomo che dialoga con Reger, forse un suo amico o un suo estimatore, interpretato dal bravo Martino D’Amico, che prende appunti sul suo taccuino per disegnare a parole un ritratto di Reger, mentre il guardiano del museo, Irrsigler, non proferisce parola per tutta la durata dello spettacolo, ma semplicemente fa il guardiano: osserva, controlla, si allena, si sgranchisce, tutto senza dire alcunchè. Lo spazio scenico è contenuto in una specie di light box il cui perimetro è disegnato da tubi al neon, e al centro del quale, tra ritratti stampati in negativo, campeggia il quadro di Tintoretto. Anche se tutta la pièce si costruisce e sviluppa intorno a questo dipinto, del suo contenuto il protagonista non parla mai nel libro di Bernhard, e neppure nello spettacolo. Ma disserta di tante altre opere d’arte, che detesta e ritiene imperfette, concludendo tuttavia con l’invitare uno stupito Atzbacher a vedere uno spettacolo teatrale.
Tintoretto, L'uomo con la barba bianca, 1564
Il ritratto in questione mostra un anonimo vecchio canuto, che campeggia su un fondo scurissimo, di tre quarti, mentre osserva severo il suo ipotetico osservatore. Indossa un cappotto imbottito e mostra solo il dorso di una mano chiusa sul gonfio e ricco addome.

Perché Bernhard, l’autore di Antichi maestri e poi anche il regista Tiezzi, mettono il protagonista e noi spettatori proprio di fronte a quel quadro di Tintoretto?

Chi è quell’uomo che guarda non solo i personaggi, ma soprattutto la platea e che, soprattutto, si lascia guardare?

Con il gruppo di Mvl teatro abbiamo provato a dare delle risposte, inaugurando con la nostra conversazione virtuale un inedito dopo-teatro.   

Patrizia: “A me sembra che la scelta di Bernhard sia stata dettata dalla capacità che questo dipinto ha di evocare le tematiche trattate nel testo. Il guardare che diventa 'vedere' è sottolineato dalla potenza del volto, illuminato da una luce, che emerge dal buio. E questo volto, visivamente al centro della scena, contiene nello sguardo la necessità di interrogarsi sull'esistenza e sul vuoto di presenza, sull'assenza, non solo intesa come presenza fisica, ma anche come imperfezione della descrizione, della rappresentazione che l'Uomo fa del mondo, della realtà. Secondo me la dinamica di svelamento di questo ritratto si collega anche con l'esperienza della perdita della moglie che Reger sta vivendo”. 

Antonella: «La scelta di mettere al centro l'opera del Tintoretto potrebbe rappresentare l'evanescenza del vivere. La parabola del protagonista si fonde con lo sguardo dell'uomo con la barba bianca che a me sembra indagatore, ma anche benevolo. Credo che quel vecchio potrebbe essere il suo alter ego»

Alessandro: «La mia analisi sulla bellissima messa in scena di Antichi Maestri parte dalla fine della rappresentazione. Il regista, dopo che il custode ha riposto tutti i quadri in negativo nel magazzino per la chiusura giornaliera, ci mostra, con un sapiente gioco di luci, la trasformazione dell'unico quadro rimasto, L'Uomo con la Barba Bianca, nel viso di un uomo più giovane e con la barba corta come il protagonista, Reger. Il regista svela con questa soluzione scenica la sua opinione, quella che identifica l'uomo del quadro del Tintoretto con il protagonista, magistralmente impersonato da Sandro Lombardi. Reger dunque per trent'anni guarda sé stesso e se ne compiace, sottolineando nello stesso tempo la volgarità e la sporcizia della gente che vive nella sua città e oltre i suoi confini, nel mondo. Ma perché l'amico scrittore Atzbacher è così affascinato da Reger? Perché pende dalle sue labbra prendendo nota di tutto quello che dice? Tra le molteplici interpretazioni, quella che mi sembra personalmente più suggestiva, è questa: potrebbe trattarsi di una critica alla narcisistica autoreferenzialità dell'arte, rappresentata da Reger, e alla sostanziale incapacità di comprensione da parte di commentatori e critici, rappresentati da Atzbacher»

Maria: «Molto in breve, io penso che il quadro funga da quarto personaggio e come gli altri partecipi al gioco di specchi che si instaura tra di loro, in cui ciascuno guarda qualcun altro o tutti gli altri. In risposta al contradditorio monologo di Reger, allo studio che Atzbacher fa di lui, e al custode che sembra, col suo di occhio statale, controllare tutti gli altri, L’uomo dalla barba bianca rivolge il suo sguardo quasi ammiccante, ironico e forse derisorio, agli altri e al pubblico . Forse clii sta dicendo semplicemente che quello che l’arte non può dare risposte, ma solo esprimere l’interiorità umana che si pone le domande. Non è la perfezione lo scopo dell’arte, e non serve cercarne l’imperfezione che potenzialmente possono contenere le opere. Non esiste la perfezione, ma l’uomo la insegue nel tentativo di comprendere la vita e la morte. Perché proprio quel quadro? Perchè raffigura un uomo anziano che, oltre a rispecchiare Reger, esprime la saggezza umana che solo il pensiero esercitato nel tempo e l’esperienza di una vita intera possono permettere; esprime il disincanto di chi constata che nulla può essere compreso fino in fondo»

Maria Cristina: «Forse è muto come tante opere d’arte che, indifese e indifferenti di fronte ai giudizi degli umani, sono indispensabili proprio a farli pensare, giudicare, confrontare, parlare. Le opere ci guardano, come diceva il pittore Paul Klee» 

Hanno partecipato alla conversazione Alessandro Drago, Antonella Cecchi Pandolfini, Maria Vayola, Patrizia Vincenzoni e la sottoscritta. 
                                                                                                                                       Maria Cristina Reggio 







venerdì 7 maggio 2021

mvl teatro: andiamo al Vascello ad ascoltare Lavia che legge le Favole di Wilde?




Da bambina mia madre leggeva a noi tre figli accucciati intorno a lei la favola di un principe infelice che abitava in un castello da solo e che non sopportava i bambini che giocavano nel suo giardino. Seguivamo la sua voce rapiti dall'emozione e alla fine erano lacrime di commozione per quell'uomo che imparava ad amare. Si piangeva per la morte di un eroe, imparando la consolazione che solo la grande poesia può donare all'irrimediabile. Poi, da grande, ho scoperto che l'autore era lo stesso de Il ritratto di Dorian Gray. 

Ora, il Teatro Vascello e uno tra i più grandi attori e registi italiani, Gabriele Lavia, ci offrono nuovamente questa opportunità che consola. Si potrà di ascoltare insieme, seduti nella platea e a distanza di sicurezza, dopo più di un anno in cui tutti siamo rannicchiati nelle nostre tane, la voce di un attore che ci racconta le favole di cui abbiamo di nuovo e ancora tanto bisogno.  Se troviamo il coraggio di uscire, ci aspettano le letture di Lavia de LE FAVOLE di Oscar Wilde. 

Gabriele Lavia legge LE FAVOLE di Oscar Wilde

Teatro Vascello, il 7-8-9 maggio:

 il venerdì e il sabato alle ore 20 e domenica alle ore 18.   

martedì 12 gennaio 2021

Al Vascello si leggono Le istruzioni di Perec per usare la vita

Con la lettura di LA VITA, ISTRUZIONI PER L'USO di George Perec, Manuela Kustermann e Alkis Zanis ci porteranno dal Teatro Vascello a Parigi, in rue Simon-Crubellier, a visitare un condominio immaginario popolato da centinaia di persone con le loro storie intricate, discrete, particolari, o forse anche non troppo particolari.  In compagnia delle voci dei due lettori potremo così salire le scale del caseggiato popoloso cantato da Perec, entrando negli appartamenti di quel palazzo - libro - puzzle enciclopedico, tanto amato da Calvino, costellato di collegamenti, segnaletiche, cruciverba, e tanti giochi linguistici.  

Live streaming dal 15 gennaio 2021, ogni venerdì alle ore 21 e il sabato alle ore 19

visione gratuita previa prenotazione:

promozioneteatrovascello@gmail.com
oppure direttamente:
Streaming su Piattaforma ZOOM Teatro Vascello.
Link di invito: https://zoom.us/j/8371827431
ID Riunione 837 182 7431

domenica 23 febbraio 2020

MVL TEATRO: Gifuni recita gli scritti di Aldo Moro - al Vascello fino al 23 febbraio


Maria Cristina Reggio 

Tutto esaurito al Teatro Vascello per Con il vostro irridente silenzio, in cui Fabrizio Gifuni, fino al 23 febbraio, legge le parole di Aldo Moro, prigioniero delle Brigate Rosse dal 16 marzo al 9 maggio 1978 e poi trucidato dai suoi aguzzini. Nella sua performance, come sempre strepitosa, l’attore dà voce e corpo alle lettere che lo statista indirizzò a parenti, amici, rappresentanti della politica e delle istituzioni italiane, pubblicate da Einaudi nel 2018, Lettere dalla prigionia, a cura di Miguel Gotor, e al suo memoriale, ritrovato in fotocopia solo dodici anni dopo il rapimento, dietro a un pannello di carton gesso nel covo dei brigatisti di Via Monte Nevoso a Milano. (Il Memoriale della Repubblica, Gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia e l'anatomia del potere italiano, a cura di  Miguel Gotor, Einaudi, 2011).
Efficace nel suo intento, che è quello di liberare dal silenzio dell’oblio le enigmatiche parole di Moro, l’assolo di Gifuni che recita in piedi sul palco per quasi due ore commuove, soprattutto per l’accento che l’attore posa sulle parole, utilizzando tutto il proprio corpo per scagliarle come frecce verso le  orecchie di chi lo ascolta: il suo viso si contrae, le sue braccia indicano o si ritraggono e le sue gambe sono scosse da fremiti, sostenendo il peso dell’accusa e l’intensità di affetto di un uomo prigioniero che, mano a mano che passano i giorni, si rende conto di essere condannato a morte, non solo dai suoi rapitori, ma anche da coloro  ai quali chiede aiuto.  In un crescendo che, da un sommesso dolore e da un iniziale sconcerto misto a commozione si trasforma mano a mano in toccante disperazione, l’attore trascina gli spettatori in un’invettiva contro un partito, quello della Democrazia Cristiana, che ha rappresentato e governato l’Italia per mezzo secolo e che ormai è morto insieme con tanti dei suoi fondatori e appartenenti. Come spettri, gli interlocutori a cui si rivolgeva Moro riaffiorano alla memoria, e mano a mano si ricostruisce in teatro un periodo buio, scuro, pieno di misteri di questo Paese. Si esce dalla platea con tante domande, e a Gifuni spetta senz'altro il merito di farci desiderare di cercare le risposte nei libri in cui sono pubblicate le lettere e le memorie dello statista. 

domenica 2 febbraio 2020

MVL TEATRO: Una Locandiera da non perdere, al Teatro Vascello fino al 2 febbraio


Nel 1783, a Parigi, Goldoni scriveva i suoi Memoires, ed a questa sua autobiografia si ispira Andrea Chiodi, regista con i Proxima Res de La Locandiera (al Teatro Vascello fino a domenica 3 febbraio, da non perdere), una tra le commedie più famose del grande veneziano.

Il perfetto orologio teatrale di Goldoni, la dinamica regia di Chiodi, l’esilarante estro attoriale di Tindaro Granata e l’elegante disinvoltura di Mariangela Granelli creano una narrazione che rapisce emotivamente gli spettatori, trascinandoli nell’incanto collettivo di un divertimento intelligente che gode tra arguzia e oscenità.
Il meccanismo teatrale, obbediente ai ricordi narrati da Goldoni nelle sue memorie, si sdoppia tra un gioco di attori in carne ed ossa e di bambole (simili a quelle con cui il commediografo, bambino, muoveva i primi passi nel campo dell’invenzione teatrale) che “giocano” a specchio i loro ruoli, sopra e sotto un lunghissimo tavolo sul palco. Gli attori, con la pelle incipriata e splendide parrucche in pastasciutta e costumi di Margherita Baldoni, che paiono usciti intatti da un baule di scena del Casanova creato da Danilo Donati per Fellini, interpretano bravissimi, in cinque, tutti i ruoli, resuscitando proprio quella comicità, talvolta molto più fisica che intellettuale, tipica di quella commedia dell’arte che Goldoni si era impegnato per una vita a riformare.

A mo’ di quinte infatti stanno sospesi in scena, su attaccapanni mobili, tutti i costumi dei personaggi, che i cinque attori, perfetti emuli di una compagnia di giro, (Caterina Carpio, Caterina Filograno, Tindaro Granata, Mariangela Granelli, Fabio Marchisio) si cambiano in scena con grande maestria e nonchalance. Qua e là Mirandolina accenna il noto canto della contadina insidiata da Don Giovanni, additando, come ora si suole, una certa similitudine tra la locandiera e l’aristocratico conquistatore punito. Ma se pure le arie di Mozart arrecano sempre piacere all’orecchio, anche se solo canticchiate, il parallelo tra i due personaggi suggerito dalla regia poco si confà alla saggia Mirandolina, più simile piuttosto alla collega Zerlinetta, che nel Don Giovanni abbandona i fantasiosi giochi della seduzione e punta sul sicuro, sposandosi il meno fascinoso Masetto, anzi no, Fabrizio.
 Maria Cristina Reggio



mercoledì 18 settembre 2019

MVL teatro: ci vediamo al Vascello?

Maria Cristina Reggio

L’invito che il Teatro Vascello rivolge ai cittadini romani è a non essere Mai più soli: se infatti il teatro è, per definizione,  luogo di condivisione per la comunità, il “nostro” teatro è anche uno spazio in cui si gli abitanti di questa metropoli e del microcosmo di Monteverde si danno appuntamento, si incontrano, e vivono insieme l’esperienza di tanti spettacoli memorabili di prosa, danza e musica, e non solo.  Anche quest’anno il programma è ricco di proposte interessanti, ma c’è un cambiamento che riguarda solamente l’orario del Sabato, che viene anticipato alle 19, orario anglosassone che consente agli spettatori di cenare, dopo,  con gli amici. 

La stagione è già stata inaugurata il 16 settembre con  Moni Ovadia, che tornerà a febbraio 2020 e, per quanto riguarda la prosa, la lista dei registi e attori che si alterneranno sul palco è lunghissima, con Fabrizio Gifuni, Marco Paolini, Roberto Latini, Scimone e Sframeli, Jan Fabre, il duo Rezza-Mastrella fra tanti altri, e con un giovane regista, Giovanni Orloleva, segnalato dalla Biennale Teatro Venezia 2018, mentre, con  la consueta attenzione di questo teatro per la drammaturgia italiana contemporanea andranno in scena a maggio due testi di giovani autori, uno di Marco Andreoli e  l'altro di Davide Sacco. 

Ci saranno focus dedicati alla danza, con - per esempio - il Balletto di Roma a ottobre e il progetto europeo Dancing Partners ad aprile 2020, mentre una particolare attenzione, come sempre, è dedicata alla musica con il Circolo Gianni Bosio, la Scuola Popolare di Musica Donna Olimpia e tanti altri musicisti, come Cinzia Merlin, virtuosa pianista che accompagnerà ad aprile una interpretazione messa a punto da Manuela Kustermann su alcune pagine delle Metamorfosi di Ovidio. Per i bambini è sempre viva la sezione speciale Vascello dei Piccoli, nella quale si può già segnalare, a dicembre,  uno “spettacolo per tutti” - tra danza e circo - L’uomo calamita del Circo El Grito. 

Nella newsletter di Monteverdelegge si potrà sempre consultare la programmazione dettagliata, ma per ora si può anticipare l’apertura di ottobre con uno spettacolo sulla realtà aumentata in cui vanno in scena le nuove tecnologie, Hu Robot di Ariella Vidach e Claudio Prati (dal 4 al 6 ). Segue il regista e artista visivo belga Jan Fabre che porta il suo Giornale Notturno interpretato da Lino Musella per  il Roma Europa Festival (dall’11al 13) e, a seguire, un focus su Roberto Latini fino al 20 ottobre, che inizia il 14 con una serata in cui l'attore darà voce, con La delicatezza del poco e del niente, alla poesia di  Mariangela Gualtieri. Dal 24 al 27, infine, si potrà assistere, nell'ambito della sezione Venezia a Roma,  al Saul, un allestimento in cui il giovane regista già segnalato, Giovanni Ortoleva, riscrive la storia del mitico re biblico, ispirandosi a Gide. 

Dunque ci si vede a teatro: se ne parla prima, ci si accorda per andare insieme, ci si incontra all’uscita e si discute, anche, seduti ai tavolini del caratteristico Art Theatre BioBistrò, oppure da Plautilla, la bibliolibreria gratuita per tutti i lettori di Monteverde, allestita presso il DSM in Via Colautti 28. 

mercoledì 5 dicembre 2018

MVL teatro: Il decennio dei giovani leoni di Piazza del Popolo



Maria Cristina Reggio 
Fino al 9 dicembre va in scena al Teatro Vascello Fiato d’Artista, un diario teatrale che ha come sfondo la Roma degli anni Sessanta. Protagonista e autrice è Paola Pitagora, attrice che noi tutti, nati intorno a quel decennio abbiamo conosciuto come l’indimenticabile Lucia dei Promessi Sposi, incorniciata dalla coroncina stellata nel monitor bianconero della tivù. Erano i tempi dell’intervallo con le città d’Italia su sottofondo musicale della Sonata per arpa di Pietro Domenico Paradisi, quando le macchine percorrevano allegramente i centri storici e venivano parcheggiate anche in piazze come Piazza del Popolo, ora divenuta isola pedonale per le comitive di turisti che assaltano la capitale, nonché luogo orribilmente transennato per occasionali intrattenimenti politici e musicali. Proprio questa piazza è teatro virtuale del racconto dell’attrice, pubblicato nel 2001 da Sellerio con il titolo Fiato d’Artista, Dieci anni a Piazza del Popolo, affidato qui alla regia di sua figlia Evita Ciri e di Nicola Campiotti, e alla recitazione di due giovani attori, Giulia Vecchio e Francesco Villano. Lei controfigura dell’attrice ventenne e lui del suo giovane amore, Renato Mambor, artista della cosiddetta Scuola di Piazza del Popolo. Con tantissime belle immagini proiettate su un fondale bianco, per la gioia degli occhi e del cuore di chi ha l’età per riconoscere luoghi e personaggi di quegli anni.

É un racconto che si snoda soprattutto sul piano sentimentale, sia tra i due protagonisti, a cui la stessa Paola Pitagora, presente in scena, affida la recitazione di alcuni momenti fondamentali della loro storia, sia con gli altri personaggi, qui solo evocati, con cui i due condividevano le giornate e le notti. Nei frammenti narrati si ritrova il fermento di una generazione ormai per lo più trascorsa, divenuta ormai il soggetto di un tempo dimenticato, un passato remoto: Jannis Kounellis, Mario Schifano, Pino Pascali, Sergio Lombardo, Tano Festa, Franco Angeli, Francesco Lo Savio, Renato Mambor e Cesare Tacchi. Questi erano gli artisti che negli anni Sessanta si incontravano al bar Rosati, dove trascorrevano lunghe ora a dialogare di arte e a inventare la battaglia di una nuova avanguardia italiana che nasceva sulle ceneri della guerra perduta dai futuristi e che cercava un proprio spazio in un mondo conquistato culturalmente dalla nuova capitale del mondo, New York. Più o meno erano tutti maschi, tranne Giosetta Fioroni, e tutti belli, anzi magnifici, eroici, e, alcuni di loro, destinati a morire giovani, proprio come si addice all’epica della giovinezza: è il caso esemplare di Pino Pascali, la cui vita si infranse mentre correva con la sua amata motocicletta alle quattro del mattino, proprio nei sottopassaggi del Muro Torto a due passi da Piazza del Popolo, come racconta in scena la stessa Paola Pitagora con parole emozionate.

Erano una decina di artisti che, proprio in quegli anni, si nutrivano di un poderoso fiato d’artista ispiratore, ma anche di una profonda e rigorosa meditazione teorica. Successivamente avrebbero intrapreso altre strade, spesso divergenti e con fortune diverse, alla ricerca di una rifondazione dell’arte e dei suoi linguaggi e strumenti. Di tutto questo Paola Pitagora è l’affettuosa testimone, che – sedotta dalle idee estetiche di quegli ultimi fascinosi del secolo trascorso – si ribellò ai divieti di un padre borghese che sognava per lei un avvenire di donna tranquilla, per partecipare alle vicissitudini di Renato Mambor e del gruppo di artisti di Piazza del Popolo. Ma che, di fronte agli slip di una amante occasionale trovati nel letto e denunciati con noncurante candore dal divertito fedifrago, lo piantò in asso sbattendo la porta e se ne andò per seguire la sua strada verso una carriera di attrice affermata. Affettuosa malinconia è il sentimento che resta per questa storia, ma forse ogni ricordo che osserva a ritroso una rivoluzionaria giovinezza che si è conclusa lascia questo sapore dolce e amaro insieme. Nel frattempo i giovani leoni della Scuola di Piazza del Popolo hanno scritto un capitolo fondamentale della storia dell’arte, e di questo si parlerà ancora nella rassegna Fiato d'Artista al Teatro Vascello, in un ricco programma di incontri, fino al 9 dicembre.

giovedì 13 aprile 2017

Monteverdelegge teatro: Vecchi per niente al Teatro Vascello

Maria Cristina Reggio
Il regista Nicola Russo racconta in Vecchi per niente al Teatro Vascello (in scena fino al 14 aprile) la vita di due uomini e due donne non più giovani, e lo fa  insieme con gli attori Benedetta Barzini, Sara Borsarelli, Teresa Piergentili  Marco Quaglia, Agostino Tazzini, Guido Tonetti: niente è più difficile che superare uno stereotipo così radicato nella società attuale come quello legato alla vita della maggior parte dei vecchi, esiliati dalla tecnologia e dunque da quella che oggi è la dimensione sociale più frequentata,  e le cui le cucine e soggiorni sono bombardate dagli spettri televisivi di malattie, dolori muscolari, artrosi e incontinenze che ottundono le giornate trascorse prevalentemente a casa, spesso  in compagnia delle badanti.

  Lo spettacolo, filtrato dalle teorie di Hilmann sul carattere, si vuole snodare con una prospettiva ribaltata, per cui i personaggi non vivono solo nel presente, ma  frequentano continuamente  il loro passato, alla ricerca ciascuno del proprio rapporto con i rispettivi genitori. Ma una domanda sorge spontanea: i vecchi veri non hanno sempre uno sguardo rivolto poco al loro presente, ma piuttosto  verso il proprio passato individuale più remoto?  E non è  anche questo un luogo comune? Quante nonne e nonni ripetono con estrema vividezza il racconto di quando erano bambini, senza riuscire e ricordarsi cosa hanno fatto il giorno prima. Ma l'assenza di una vera novità non cambia molto nella resa comunque interessante e problematica di questo breve spettacolo, in cui quattro attori-personaggi che indossano una maschera coincidente con il proprio corpo e il proprio nome, Teresa,  Benedetta, Agostino e Guido, si incontrano in scena per intrecciare i propri racconti.  Sul palco non ci sono elementi di arredo al di fuori di quattro sedie , mentre lo sfondo è un fondale verde cromakey, come quelli che si usano in televisione dietro ai giornalisti del tg per fare apparire, dietro di loro, le scene registrate in altri luoghi del mondo.

Quindi Teresa,  Benedetta, Agostino e Guido abitano in un luogo senza definizioni spaziali e temporali, catapultati in un limbo qualsiasi dove possono attraversare il tempo e lo spazio  e dove vengono a loro volta "interpretati", come in uno psicodramma di Moreno,  da due attori più giovani, Sara Borsarelli e Marco Quaglia, nel loro rivolgersi ai loro stessi genitori vecchi, dove l'influenza del setting e del linguaggio psicoterapeutico sembra alludere, a tratti, ad un In Treatment di matrice televisiva. In questo attraversamento dello spazio e del tempo trasuda l'intima umanità battagliera  di questi personaggi, così come l'ha disegnata il regista insieme agli attori, i cui toni sono volte un po' troppo da caratteristi, ma comunque  in bilico precario tra la realtà e la finzione e dunque al tempo stesso comica e sorprendente, ma anche quotidiana, ordinaria, per cui non ci si stupisce se, all'uscita da teatro alcuni attori sembra proprio che  indossino  gli stessi abiti che avevano in scena.  Senza tragedia, questi sei attori-personaggi non sono in cerca di autore, ma sembrano piuttosto alla ricerca di un luogo dove raccontare frammenti delle loro vite: che  sembri il set di uno studio terapeutico oppure un confessionale televisivo oppure, senza distinzione, un  palcoscenico teatrale, poco importa perché un  pubblico li ha ascoltati comunque e questo forse basta a dare voce alle storie di tante  persone vecchie che,  chiuse nelle loro reumatiche solitudini, si scolorano in un anonimato muto. 

domenica 11 settembre 2016

MVL teatro: il circo poetico di Olshansky al Teatro Vascello


Maria Cristina Reggio

Ha i capelli brizzolati, quasi bianchi, ricci e un po' malconci come quelli di un homeless, occhi e bocca bistrati di bianco e un naso rosso da clown a forma di pera: è Vladimir Olshansky, melanconico ed estetico clown - regista russo che ha inaugurato la stagione al Teatro Vascello ( dal 17 al 20 settembre) con la sua opera di clownerie Strange Games,  dove recita con il fratello Yuri e con Carlo Deccio. Clown giallo nel famoso Slava's Snowshow, lo spettacolo magico di teatro-circo Slava Polunin visto nel 2015 al Teatro Argentina, Vladimir Olshansky è un artista formatosi a Mosca, trasferitosi successivamente a New York negli anni '80, e fondatore con Caterina Turi Bicocchi dell'associazione Soccorso Clown, un'organizzazione di operatori di teatro e circo che visitano bambini e anziani negli ospedali.  Strange Games raccoglie diverse scene  tra quelle inventate da  Olshansky nella sua carriera, e difatti la struttura dello spettacolo è  costruita come una successione di brevi sequenze che molto ricorda quelle del circo che,  come i sogni, si alternano tra loro con legami incongruenti.
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