Passeggere. Credete che sarà felice quest'anno nuovo?
Venditore. Oh illustrissimo si, certo.
Passeggere. Come quest'anno passato?
Venditore. Più più assai.
Passeggere. Come quello di là?
Venditore. Più più, illustrissimo.
Passeggere. Ma come qual altro? Non vi piacerebb'egli che l'anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?
Venditore. Signor no, non mi piacerebbe.
Passeggere. Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi?
Venditore. Saranno vent'anni, illustrissimo.
Passeggere. A quale di cotesti vent'anni vorreste che somigliasse l'anno venturo?
Venditore. Io? non saprei.
Passeggere. Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?
Venditore. No in verità, illustrissimo.
Passeggere. E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?
Venditore. Cotesto si sa.
Passeggere. Non tornereste voi a vivere cotesti vent'anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?
Venditore. Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.
Passeggere. Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?
Venditore. Cotesto non vorrei.
Passeggere. Oh che altra vita vorreste rifare? La vita ch'ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro, risponderebbe come voi per l'appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro?
Venditore. Lo credo cotesto.
Passeggere. Né anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo?
Venditore. Signor no davvero, non tornerei.
Passeggere. Oh che vita vorreste voi dunque?
Venditore. Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz'altri patti.
Passeggere. Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell'anno nuovo?
Venditore. Appunto.
Passeggere. Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest'anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d'opinione che sia stato più o di più peso il male che gli e toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch'è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll'anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?
Venditore. Speriamo.
Passeggere. Dunque mostratemi l'almanacco più bello che avete.
Venditore. Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi.
Passeggere. Ecco trenta soldi.
Venditore. Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi.
Pagina 292 de Il dizionario dei cantautori: “Giorgio Lo Cascio nato nel 1953 e scomparso a soli 48 anni, assieme ad Antonello Venditti, Francesco De Gregori ed Ernesto Bassignano, è stato uno dei promotori della 'scuola romana', il movimento nato intorno al Folk Studio di Trastevere. Autore di alcuni album, peraltro introvabili, documenta quel periodo nella biografia De Gregori (Muzzio 1990) e inizia la carriera proprio al suo fianco, nei primi anni Settanta. In quegli anni, insieme a Bassignano, Edoardo De Angelis e lo stesso De Gregori, allestisce al Folkstudio lo spettacolo I giovani del folk”. Quattordici righe e mezza (14,5): a tanto si riduce Giorgio Lo Cascio in un dizionario di seicento pagine (600) dedicato esclusivamente ai cantautori italiani. È incredibile come su certe figure del nostro recentissimo passato si eserciti, ancor oggi, un oblio tenace (tanto da sbagliare la data di nascita); altrettanto incredibile la mancanza di curiosità degli estensori della voce 'Giorgio Lo Cascio' (in un dizionario riservato esclusivamente al cantautorato italiano, ricordiamolo); non tanto incredibile, on the contrary, è la trascuratezza nell'uso della punteggiatura e della sintassi da parte degli estensori della voce ‘Giorgio Lo Cascio’: a rileggerli, quei tre periodi, che costituiscono ciò che resta della memoria di Giorgio Lo Cascio, suonano instabili, goffi, caracollanti.
La punteggiatura. D'Annunzio chiamava le virgole "insopportabili vermetti"; e va bene: poteva permetterselo. Come non perdonare tale idiosincrasia a chi ha donato all'umanità tali versi: Quel che ieri mi nocque, or non mi nuoce; Quello che mi toccò, più non mi tocca. È paga nel mio cuore ogni dimanda, Come l'acqua tra l'una e l'altra voce. Così discendo al mare; Così veleggio. E per la dolce landa Quinci è un cantare e quindi altro cantare. Il punto e virgola, i due punti, il punto esclamativo: che fine hanno fatto? Hanno fatto la fine di Giorgio Lo Cascio. Punto, punto e virgola. Punto e un punto e virgola! … Troppa roba! … Ah, lascia fare! Che dicono che noi siamo provinciali... siamo tirati ... Ma sì... fai vedere che abbondiamo ... abbundandis in abbundandum.
Tra le diverse recensioni che ho letto su questo nuovo film di Davide Ferrario, mi ha colpito una considerazione di Federico Pontiggia su Il fatto quotidiano: "laleggerezza calviniana del racconto vince il peso esistenziale della storia. Niente di clamoroso e sorprendente, ma un piccolo film condivisibile". La luna su Torino, concordo, ha una leggerezza calviniana. E, concordo, non è un film clamoroso. Ma un film per essere visto, circuitato, promosso e apprezzato deve essere per forza clamoroso? O piuttosto deve lasciare qualche emozione, un ricordo, un'idea? Io, com'è chiaro dalla domanda retorica, propendo per questa seconda posizione. Stufa non dei film belli o di grandi film, ma di quelli clamorosi intesi - come ormai s'intendono usando questa accezione - opere fastose imponenti con super cast e super incassi. Tanto per capirci: ho considerato un gioiello sorprendente Still life(regia Uberto Pasolini) che, facendo un giro di voce tra gli amici cinefili, abbiamo visto in tre. Eppure ho un'anima pop. Ma torniamo a Torino e alla sua luna con la quale Ferrario illumina una città inusuale, almeno per il grande schermo.
Caspar David Friedrich,
Viandante sul mare di nebbia
G. Luca Chiovelli La
mancanza della persona amata fu celebrata dai maggiori poeti. Dal sommo Jaufre Rudel, ad esempio, la cui vita, più che la propria opera, esigua, sono l’idea
platonica della lirica dell’assenza.
Il
poeta provenzale fu glorificatore dell'amor di lontano: in esso l’ostacolo insormontabile
o la distanza che si frappone fra i due amanti son visti, allo stesso tempo,
come dannazione e occasione di sfogo lirico. Giusto. Gli amori impossibili sono
i più dolci.
Anche
William Shakespeare compose sonetti sull’assenza. Ne presentiamo due. Il loro
destinatario non è una donna, una lontana Melisenda da Tripoli, ma un
giovinetto: probabilmente il Conte di Southampton (Henry Wriothesley, III; il
famigerato ‘fair youth’).
Sono
quindi, due composizioni a sfondo omoerotico, come se ne ritrovano,
copiosamente, nell'Antologia Palatina. A differenza di quelle, però, che son solari,
birbanti, chiare, definite, i lavori del bardo sono gravati da un concettismo
che, se urta al primo approccio, amplifica, invece, enormemente il piacere della
lettura ulteriore.
La
poesia di Shakespeare, come tutta l’arte simbolica, ricrea continuamente sé
stessa.
Per
questo è immortale.
Il
sonetto 97 è uno dei più belli della raccolta. Uno dei più belli di sempre.
G. Luca Chiovelli Succede,
nella vita. La verità è quella che è, non quella che dovrebbe essere.
La
condanna: il libero arbitrio, la facoltà di scegliere. Non la nostra: quella
degli altri.
Se le
volontà degli altri potessero acconciarsi alle nostre, ecco la felicità.
Ma questo
non è dato all'uomo, condannato ai saliscendi della passione, agli andirivieni
della fortuna.
D'altra
parte se non fossimo eternamente e ineluttabilmente infelici non ci sarebbe
bisogno della poesia e della musica.
Non ci
sarebbe arte, in effetti.
Se
fossimo perfettamente, pienamente, felici, così felici da non avere sentore
della nostra propria felicità, non esisterebbero nemmeno la guerra e la
disperazione, concime dell'arte.
Saffo,
aristocratica dell’isola di Lesbo, che, forse, Ereso partorì, e Leucade
disfece, quasi duemilasettecento anni fa, conobbe come pochi tale destino. Come
Guido Cavalcanti, John Donne, Stendhal, Catullo.
L’amore
che brucia il ventre, la passione destinata a infrangersi contro il reale, il
sentimento inappagato, senza compromessi, smisurato: tutto questo porta al suo canto
eolico.
E Saffo
conferma, se ce ne fosse ancora bisogno, che la poesia nasce da una
predisposizione potente dell’animo capace a filtrare e trasformare ciò che gli
altri cuori non possono che rendere in misura volgare.
Ecco,
ad esempio, un frammento dedicato alla propria bionda figlioletta, Cleide:
Ho una bella bimba.
Ha simile la piccola figura a fiori d’oro.
L’amor mio: Cléide si chiama.
Se in cambio di lei mi date la Lidia intera,
Io non la do; se tutte le cose amabili mi date
Ebbene, io non la do
… leggiadra bimba …
Ci sono
parole più semplici e belle?
Oppure
leggete questi tre notturni:
Stella di sera, porti
Quanto l’alba lucente
Sperde: porti la pecora, la capra.
Alla mamma riporti la figlia
È sparita la luna,
Le Pleiadi. Notte
Alta.
L’ora del tempo varca.
Io dormo
Sola.
Le stelle intorno alla bella luna
Di nuovo nascondono il luminoso aspetto,
Quando piena di luce risplende
... su tutta la terra ... argentea
Quante
volte abbiamo letto di albe lucenti e notti e solitudini? Anche di poetastri e
poeti della domenica? Eppure queste sono magnifiche, perché promanano da un
animo già formato alla poesia, perché da Saffo vengono, dalle scheggiature dei
suoi nove libri.
Ecco,
invece, due lievi punture di gelosia:
Di nuovo Eros che scioglie le membra mi
Sconvolge, animale
Invincibile, dolce e amaro.
Atti, ti venne a noia curarti di me e voli
Verso Andromeda ...
Di me ti sei scordata, e non a me
vuoi bene: a un altro
Ma
l’amore, come insegna Guido Cavalcanti, è una tempesta corporale, squarcia il
petto e le viscere (“L’amore vien tagliando con tal forza che lo spirito fugge
via e solo l’apparenza rimane, morta, in sua signoria”). Ed ecco Saffo invidiare
un uomo (uno qualsiasi, uno di cui non rimarrà memoria alcuna, ma, in tale
occasione, pari a un dio!) sol perché gode il privilegio celeste di ascoltare
la voce bassa e dolce della persona amata:
Simile a un dio mi sembra quell'uomo
che siede davanti a te, e da vicino
ti ascolta mentre tu dolcemente parli
e amorosamente sorridi. E questo
fa sobbalzare il mio cuore nel petto.
Se appena ti vedo, subito non posso
più parlare:
la lingua si spezza: un fuoco
leggero sotto la pelle mi corre:
nulla vedo con gli occhi e le orecchie
mi rombano:
un sudore freddo mi pervade: un tremore
tutta mi scuote: sono più verde
dell'erba; e poco lontana mi sento
dall'essere morta.
Ma tutto si può sopportare...
E
oltre:
... Scuote Amore il mio cuore
come il vento sul monte
si abbatte sulle querce …
Altrove
si ritrova un sentimento più pacato (e con tale forza lo ritroveremo, duemila
anni dopo, sotto altre latitudini, in John Donne, ad esempio). Ecco il commiato
di una giovane allieva che si strugge per la perdita della maestra di vita; ed
ecco Saffo, esperta del dolore e della realtà, che, con delicatezza somma, le
vieta il lamento e, allo stesso tempo, perché, commossa, non può fare
altrimenti, lo esacerba rievocando nostalgica ciò che è stato e non sarà più:
Vorrei davvero esser morta.
Essa lasciandomi piangendo forte,
mi disse: "Quanto ci e` dato soffrire,
o Saffo: contro ogni mia voglia
io devo abbandonarti".
"Allontanati felice" risposi
"Ma ricorda che fui di te
sempre amorosa.
Ma se tu dimenticherai
(e tu dimentichi) io voglio ricordare
i nostri celesti patimenti:
le molte ghirlande di viole e rose
che a me vicina, sul grembo
intrecciasti col timo;
i vezzi di leggiadre corolle
che mi chiudesti intorno
al delicato collo;
l'olio da re, forte di fiori,
che la tua mano lisciava
sulla lucida pelle;
e i molli letti
dove alle tenere fanciulle ioniche
nasceva l'amore della tua bellezza.
Non un canto di coro,
ne' sacro, ne' inno nuziale
si levava senza le nostre voci;
e non il bosco dove a primavera
il suono..."
Nelle
liriche di Saffo, frammentate e tronche come epigrafi museali, si ritrova anche
l’orgoglio della poesia e la celebrazione del proprio ruolo:
Io dico che taluno di me avrà
Memoria
La
coscienza di un ruolo eminente che si colora di noia e disprezzo per chi, la
poesia, non la ama. Alla poesia, infatti, come all’amore, ripugnano le mezze
vie. Ecco, perciò, la meritata maledizione verso una cialtrona, molto attuale:
Morte, inerzia di sonno
per te, silenzio di memoria, sempre:
tu non attingi rose
poetiche.
Disprezzata e scura, vagherai nell’Ade,
svolacchierai tra nere larve
Sulla
vita dell’amabile Saffo sorsero varie leggende, alcune mirabili e da
accogliersi come poesie ulteriori, altre di rara stupidità: queste ultime non
ci interessano.
Una di
tali leggende la celebra suicida (si gettò in mare dalla rupe Leucade), per
amore del barcaiolo Faone. Da questo episodio, che accogliamo con gioia, come
detto, trasse versi faticosi Giacomo Leopardi; Ovidio, invece, ch’era un genio,
inventò, nelle Eroidi, una bellissima
lettera d’amore: in essa Saffo scrive a Faone: dimmi se mi ami, solo questo; se
non mi vuoi, se io non suscito in te l’amore, dammi un segno crudele, ch’io almeno
lo sappia e possa cercare la morte nelle acque, presso la rupe bianca di
Leucade; questa la chiusa:
“ … ma se sei contento di essere fuggito lontano dalla
pelasgica Saffo (e tuttavia non potrai trovare il perché io meriti di essere
fuggita) una lettera crudele faccia sapere a me sventurata almeno questo,
perché io possa andare a cercare il mio destino nelle acque di Leucade”
Una
leggenda così bella ha il doppio merito di eternare la protagonista e di creare
nuova letteratura.
Saffo
fu maestra, moglie, madre; amante; e bambina, ragazza, donna, vecchia.
Sembra, infatti, che visse fino a tarda età. Conobbe amore, gelosia, tenerezza, ripulsa, tutto il
vasto iride delle passioni e, in più, conobbe l’alito della morte, ovvero lo
spegnersi di quei moti spossanti e micidiali, dolci e sfiancanti:
Ermete venne …
Io gli dissi: “Signore
No, per la dea beata,
io non ho gusto di grandezze:
vaghezza mi punge
di morire. Vedere
nella rugiada i fiori
di loto, lungo l’Acheronte”…
E
ancora:
[A me] ormai la vecchiaia [inaridisce] la pelle, che era un
tempo [delicata],
e i capelli, da neri che erano, sono diventati [bianchi]
...,
il cuore mi si è fatto pesante e non mi reggono le ginocchia,
che erano un giorno leggere nella danza come quelle di
cerbiatti.
[Per questo] gemo di continuo. Ma che cosa potrei fare?
Non è possibile, per chi è uomo, scansare la vecchiaia
Ma, da ultimo,
qual è il lascito della grande poetessa? Questo: semplice, profondo, inevitabile:
Quale la cosa più bella
sopra la terra bruna? Uno dice “Una torma
di cavalieri!”, uno di fanti, uno di navi.
Io, ciò che s'ama.
Farlo capire a tutti è così semplice! …
Di lei l'amato incedere, il barbaglio
del viso chiaro vorrei scorgere,
più che i carri dei Lidi e le armi
grevi dei fanti.
Di Saffo, la divina Saffo, scrisse una breve biografia leggendaria
anche Giovanni Boccaccio nel suo De mulieribus
claris. Saffo, Leopardi, Ovidio, Boccaccio, Donne, Cavalcanti: quando si passeggia fra
le nubi si scomodano solo pari. La marmaglia resta a terra. Poniamo il brano
come epitaffio; di questo post, ovvio, poiché le parole della poetessa rivivranno
sempre come verità incancellabili. Ecco Boccaccio:
“Saffo
fu una fanciulla dell’isola di Lesbo, della città di Mitilene: e della sua
origine ai posteri non rimane altro. Ma se noi guardiamo allo studio, quello
che il tempo ci ha tolto lo vedremo in parte restituito; cioè essere nata di
nobili e onesti parenti; perché quello non poté mai essere desiderato da un
animo vile, e a quello non poté mai venire alcuno d’animo plebeo. E benché non
si sappia in che tempo quella vivesse, nondimeno ebbe sì nobile animo, che
essendo in fiorita età e bellezza, non fu contenta solamente sapere congiungere
insieme le lettere, ma confortata da più caldo furore d’animo e da più vivacità
d’ingegno, montata a più alto studio per lo scosceso Parnaso, montò alla cima,
non rifiutandola le Muse; e cercato il bosco dell’alloro, arrivo al tempio
d’Apollo; e bagnata nella fonte de’ poeti, prese la cetra, mentre danzavano le
sacre Muse. Ed essendo fanciulla, non esito a suonarla e a comporre versi, il
che risulto molto faticoso anche a uomini studiosissimi. Perché dire più
parole? Ella per lo suo studio arrivò a tale altezza che i suoi versi,
tramandati dagli antichi, son famosi persino oggi; per lei fu eretta una statua
di metallo consacrata a suo nome, ed ella fu annoverata tra i poeti insigni. E
certamente non sono più famose le corone dei re che la sua corona, né le mitre
dei sacerdoti, né le lauree de’ trionfanti. E come ella fu felice nei suoi
studi, allo stesso modo fu infelice nei suoi amori, perché, presa d'affetto per
un giovane, anzi vinta da una passione insanabile, o per la piacevolezza di
questi, o per la bellezza o per qualsiasi altra ragione, non volendo egli
consentire al suo desiderio, ella si dolse della sua ostinatezza, e ne scrisse
lamentevoli versi; i quali io avrei pensato elegie, perché quelle ritengo
appropriate a tale materia, se io non avessi letto che ella, quasi dispregiata
la forma dei versi antichi, trovò una nuova struttura metrica, da allora
chiamata col proprio nome. Ma che diremo noi? Son da biasimare le Muse, le
quali, suonando Anfione la sua lira, poterono muovere i sassi delle montagne; e,
cantando Saffo, non valsero ad ammorbidir il cuore d'un giovinetto".
Ti racconto un libro: Andrea Kerbaker, Lo scaffale infinito Ponte alle Grazie, pp. 264, euro 16,80 G. Luca Chiovelli Riconosciamo ad Andrea Kerbaker del coraggio. Egli ha l'ardire, in pieno 2013, nell’era della morte del cartaceo, di scrivere un libro, il proprio, che tratta di bibliofili (costruttori di biblioteche o estensori di cataloghi, i libri dei libri) che sacrificarono le proprie vite allo scopo di diffondere, creare ed alimentare amore (e, in taluni casi, libidine) per i libri stessi; una progressione vertiginosa, specie se si tien conto che noi (io, l’estensore di questa recensione e voi, i lettori) non facciamo che creare altri libri, ovvero una sequenza conchiusa e felice di parole e pensieri organizzati, microbica e temporanea oasi nel Caos universale. D’altra parte cos'è un libro se non lo specchio di altri libri? E una biblioteca in cosa consiste se non in un gioco virtualmente infinito di rimandi, che vive autoreferenziale, escludendo la realtà (della vita, secondo il filosofo Pepe Carvalho, o del mondo superiore, il solo reale)? Si potrebbe obiettare che i libri riproducono la realtà, ma questo è spesso falso; anzi, i libri ci aiutano a sopportarla, la realtà, o fuggendola o migliorandone lo spessore e l'universalità, così come il canestro di frutta di Caravaggio migliora e sublima tutti i canestri di frutta del mondo reale; e i libri di cui parla Kerbaker ancor di più assolvono a tale compito, perché sono essi stessi opere d'arte, al netto del contenuto, come il Commento di Servio a Virgilio appartenuto a Francesco Petrarca: "grande, austero, autorevole, nel suo formato imponente reso ancora più maestoso da una legatura blu intenso dove, sotto la scritta in oro Virgilius cum notis Petrarcae, si ripetono gli stemmi imperiali con la N di Napoleone [che aveva requisito il libro durante la campagna di guerra in Italia] ... "; un capolavoro bibliografico noto anche per "la celeberrima illustrazione dell'incipit, quella dipinta da Simone Martini. Un'intera pagina di grande formato su un abbacinante sfondo blu", esornata ulteriormente dalla calligrafia del Petrarca, nitida e simmetrica sino all'inquietudine. Kerbaker, anch’egli collezionista (ha un patrimonio di 25.000 volumi), si sdilinque, e con piena ragione. Non crediate che questi siano meri argomenti formali; il vestimento, infatti, influisce sulla sostanza stessa del libro e, quindi, sul godimento che se ne trae. Petrarca (o Shakespeare o Cormac McCarthy) in cattiva edizione (copertina squillante, carta riciclata, rilegatura brossurata) non è più Petrarca (o Shakespeare o Cormac McCarthy), ma un gemello, apparentemente simile, che soffre una segreta patologia; come asserì Enfield a proposito di Mr. Hyde: “Deve avere un che di deforme: dà una forte impressione di deformità, benché mi sia impossibile specificarne la natura. E' un tipo assolutamente fuori dal comune, eppure non saprei indicare niente di insolito”. Ciò è facilmente sperimentabile da chiunque.
Rinvenire una bella poesia in un libro
di poesie è impresa possibile ed ovvia; scovarla in una prosa pare già
operazione che ha il sapore della sfida; trovarne una in testi dimenticati e
desueti pare un impervio snobismo. D'altra parte snob è acronimo per s(ine)
nob(ilitate), il che mi aggrada grandemente, essendo sprovvisto di quarti di
nobiltà, accademica e di qualsiasi altro tipo.
E poi, chissà, frugando fra la polvere qualcuno
di voi trarrà gusto dall'operazione, e vorrà leggere uno di questi libri, come se,
rovistando in soffitta, si dia con lo stinco in una cassa dimenticata e si senta
l'insano desiderio di aprirla, solo per il ghiribizzo di sapere cosa c'è
dentro. Un esercizio spirituale e meritorio che servirà, forse, a rivitalizzare
alcuni mucchietti di cenere della letteratura nazionale.
L'importante sarà nel darsi in balia dei
suoni e nel rinunciare temporaneamente al senso; quello, il significato, arriverà
spontaneamente nella rilettura.
Occorre leggere e rileggere molto
lentamente, magari da soli.
Saliremo di difficoltà, da Leopardi a
Machiavelli sino alla vetta dell'Anonimo Romano; scenderemo di pochissimo con
Gadda, ma per buone ragioni, come vedrete. Divagheremo un pochino.
Mio Signor Padre. Sebbene dopo aver saputo quello ch'io avrò fatto, questo foglio le possa parere indegno di esser letto, a ogni modo spero nella sua benignità che non vorrà ricusare di sentir le prime e ultime voci di un figlio che l'ha sempre amata e l'ama, e si duole infinitamente di doverle dispiacere. Ella conosce me, e conosce la condotta ch'io ho tenuta fino ad ora, e forse quando voglia spogliarsi d'ogni considerazione locale, vedrà che in tutta l'Italia, e sto per dire in tutta l'Europa, non si troverà altro giovane, che nella mia condizione, in età anche molto minore, forse anche con doni intellettuali competentemente inferiori ai miei, abbia usato la metà di quella prudenza, astinenza da ogni piacer giovanile, ubbidienza e sommessione ai suoi genitori ch'ho usata io. Per quanto Ella possa aver cattiva opinione di quei pochi talenti che il cielo mi ha conceduti, Ella non potrà negar fede intieramente a quanti uomini stimabili e famosi mi hanno conosciuto ed hanno portato di me quel giudizio ch'Ella sa, e ch'io non debbo ripetere. Ella non ignora che quanti hanno avuto notizia di me, ancor quelli che combinano perfettamente colle sue massime, hanno giudicato ch'io dovessi riuscir qualche cosa non affatto ordinaria, se mi si fossero dati quei mezzi che nella presente costituzione del mondo, e in tutti gli altri tempi, sono stati indispensabili per fare riuscire un giovane che desse anche mediocri speranze di se. Era cosa mirabile come ognuno che avesse avuto anche momentanea cognizione di me, immancabilmente si maravigliasse ch'io vivessi tuttavia in questa città, e com'Ella sola fra tutti, fosse di contraria opinione, e persistesse in quella irremovibilmente.