Visualizzazione post con etichetta William Shakespeare. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta William Shakespeare. Mostra tutti i post

sabato 21 novembre 2015

Le poesie della domenica - W.Shakespeare/P.B. Shelley, La Regina Mab

La figura della Regina Mab appare per la prima volta in Giulietta e Romeo (atto I, scena IV). Essa spiega Shakespeare molto più d’un Amleto o d’un Riccardo III.
E spiega la vera fascinazione dei suoi versi.
Shakespeare fu un analista eccezionale del potere e dei suoi meccanismi; la formidabile padronanza della terminologia giuridica e diplomatica testimonia in lui il rango altissimo dello storico. Ma questo magistero (che si ritrova anche nei sonetti) non basta a esaurirlo. In tal caso, infatti, Shakespeare rileverebbe come artista pari a John Donne, ad esempio, o ai barocchi spagnoli. In lui avvertiamo altro: come l’agitarsi d’una forza occulta.
Ogni personaggio delle tragedie shakespeariane, infatti, si muove, uccide, parla e decade agito da una potenza oscura, assolutamente irrazionale (nonostante i loro gesti siano considerati razionali, e cristallini, a un esame superficiale, politico). E tale fondo insondabile non è psicologico, e men che meno individuale, bensì mitico: è il retaggio pagano, precristiano, germanico, che opera celato dietro l'umano trapestio della temporalità; è la matrice limacciosa dell’Inghilterra, quando l’Inghilterra non era ancora tale. In questo mondo primitivo è ancora la magia a vigere, così come il presagio, la credenza sovrannaturale, il sogno premonitore – tutte emanazioni di un Destino implacabile superiore a qualsiasi eroe, o deità. Macbeth, ad esempio, è un uomo divorato dall’ambizione, e Shakespeare lo mostra nella sua scalata al potere supremo, a qualsiasi prezzo (questo il lato ‘politico’, in piena luce); e però tale ascesa è spinta non dall’avidità individuale, ma dalle tre fatidiche sorelle (Weird Sisters), le preveggenti; e le tre streghe, sputate dalle profondità ancestrali d’un Inghilterra remota e brutale, appartengono a regioni in cui la nozione di causa ed effetto non vale. Lì sono la maledizione, la dannazione, il sortilegio a vantare realtà; o una visione fantasmatica (lo spettro di Banquo); o un sogno ingannatore; è quel recesso a imporre la sua legge all’uomo e non viceversa; alla fine Macbeth sarà costretto ad ammettere ch’egli stesso è un nulla, un guitto diretto da burattinai beffardi, uno sbuffo di fumo; e invece ciò che appariva quale fuggevole visione (le Weird Sisters) sono l’autentica radice del reale, i fenomeni di quel Destino inesplicabile (Wyrd) a cui necessariamente soggiace l’umanità.
E così è per Giulietta e Romeo. Alla luce è una storia d’amore, purissima; ma tale alone caldo e splendido è attorniato da un oceano d’ombre; e la Regina Mab nuota in tale oscurità. Ed ecco che vien meno la razionalità: Romeo è assillato da un sogno, da un presagio; chiede conforto a Mercuzio e questi, pur nel tentativo di recargli conforto, non può che evocare sinistramente - confermandolo - quel mondo superstizioso, gelido e obliquo, umido d’un folclore barbarico, in cui il male germina senza motivo, maligno e irridente come il convoglio dispettoso e folle di Mab.
Un dio inconoscibile e onnipotente attende alle vite di Macbeth e Romeo e Giulietta come alle nostre; egli si manifesta nelle visioni e nei sogni, che sono reali; siamo noi (e Macbeth, Giulietta e Romeo) a essere nulla, un veloce delirio, una battuta dimenticata su di un palcoscenico che non esiste più.

ROMEO. Ho fatto un sogno, stanotte.

MERCUZIO. Anch’io ho sognato.

ROMEO.E che hai sognato?

MERCUZIO. Che spesso i sognatori mentono.

lunedì 22 giugno 2015

Eleanor Wilner, Meditazione su alcuni versi del sonetto 73 di Shakespeare



Meditazione su alcuni versi del sonetto 73 di Shakespeare

Quando foglie gialle, poche o nessuna, resistono
come sono preziose le poche foglie rimaste
se precedute dall’assenza di tutte le altre.

Chiaro, come il meno rende caro, e come i giambi
cadono come foglie, separati, come le virgole battono
il tempo, e incardinano il ritmo dei suoni.

Ma più di tutto, amo questo verso perché
sento col cuore quando quel “resistono”
risuona a fine verso, la nota più profonda,

tempo passato, puro  rintocco lirico: nudi cori in
rovina dove dolci cantavano un tempo gli uccelli. E allora
penso a Wordsworth (che non amo),

ai suoi “Versi”  sull’abbazia in rovina aperta
al cielo, i cui monaci un tempo facevano risuonare
quei cori , piccoli uccelli di Dio, perduti se non

per il dolce verso del bardo- un incanto che,
come un argine, si oppone alla marea
montante del tempo reale: là, dove curva il fiume,

e sulle sue rive, la città di Hay-on-Wye,
casa dopo casa, stanza dopo stanza di vecchi
libri imputriditi, perfino i fienili ricolmi,

libri che sanno di muffa e degrado, di cuoio 
marcito nell’umido. E là trovai un libro
che ti mandai (amavi Wordsworth con vero

abbandono), tu, così intransigente–
un libro in cui un tipo strambo si era messo
a criticare i canti degli uccelli: per ognuno

aveva steso un rigo di note, poi, come
fosse un critico musicale in una sala da concerto,
ci spiegava esattamente il valore
dei canti,  e alcuni li lodava, ma i più
li liquidava, descrivendone con sicumera,  
le pecche. Così, fu a te, critica spietata

delle melodie fallite della mediocrità,
al vaglio del tuo orecchio assoluto–
che mandai quel libretto come una sorta di tacito

gioco tra noi che avresti capito. Tu, che ti muovi
ora solo nella memoria, e in quelle
tue poesie, dove dolci cantavano un tempo gli uccelli. 

Meditation on Lines from Shakespeare Sonnet 73
     
               For Julia Randall, 1923-2005

When yellow leaves, or none, or few, do hang...
How precious are the few remaining leaves
when prefaced by the absence of them all.

Clear, how less makes dear, and how the iambs
fall like leaves, discrete, how commas keep
the beat, like hinges swing the sounds.

But most of all, I love this line because
I hear by heart, when that "do hang"
rings at line's end, the deeper sound,

past tense, pure lyric knell: bare ruined choirs
where late the sweet birds sang. And then
I think of Wordsworth (whom I do not love),

his "Lines" above the ruined abbey open
to the sky, whose monks once made those
choirs sing, the little birds of God, gone but for

the bard's sweet line –a loveliness that,
like levee, stands against the rising
tide of real time: there, where the river bends,

and, on its banks, the town of Hay-on-Wye,
house after house, room after room of old
and musty books, even the barns piled high,

books smelling of mildew and decay, of leather
rotting in the damp. And there I found a book
I sent to you (who loved Wordsworth with

a true abandonment), uncompromising you–
a book in which some addled man had thought
to act as critic of the songs of birds: for each,

he set a little line of notes, and then, as if
he were a music critic at a concert hall,
he let us know exactly what the songs were

worth, and some he praised, but most of them
dismissed, and told, in no uncertain terms,
their flaws. So, it was to you, fierce critic

of the failed melodies of mediocrity,
winnower with your own pitch perfect ear–
I sent that little book as a kind of inside

joke you'd understand. You, who move
now in memory alone, and in those poems
of yours, where late the sweet birds sang.


* * * * * 

William Shakespeare, Sonetto 73

Contempla in me quell’epoca dell’anno
Quando foglie ingiallite, poche o nessuna, pendono
Da quei rami tremanti contro il freddo,
nudi cori in rovina, ove dolci cantarono gli uccelli.

Tu vedi in me il crepuscolo di un giorno,
Quale dopo il tramonto svanisce all’occidente,
Subito avvolto dalla notte nera,
gemella della morte, che tutto sigilla nel riposo.

Tu vedi in me il languire di quel fuoco,
che aleggia sulle ceneri della propria giovinezza,
come sul letto di morte su cui dovrà spirare,
Consunto da ciò che già fu suo alimento.

Questo tu vedi, che fa il tuo amore più forte,
a degnamente amare chi presto ti verrà meno.

(Traduzione di Alberto Rossi e Giorgio Melchiori)

That time of year thou mayst in me behold
when yellow leaves, or none, or few, do hang
upon those boughs which shake against the cold,
bare ruined choirs, where late the sweet birds sang.

In me thou see’st the twilight of such day
as after sunset fadeth in the west;
which by and by black night doth take away,
Death’s second self, that seals up all in rest.

In me thou see’st the glowing of such fire,
that on the ashes of his youth doth lie,
ts the deathbed whereon it must expire,
consumed with that which it was nourished by.

This thou perceiv'st, which makes thy love more strong,
to love that well which thou must leave ere long.

venerdì 9 gennaio 2015

Honorificabilitudinitatibus


Honorificabilitudinitatibus.
La più lunga parola del vocabolario inglese, fra quelle che alternano vocali e consonanti.
Fa la sua apparizione nel V atto, scena prima, di Pene d’amor perdute (Love’s labour lost, 1593-1598). Zucca (Costard) e Motto (Moth) deridono il linguaggio forbito di Nataniele e Oloferne:

MOTH [Aside to COSTARD]
They have been at a great feast
of languages, and stolen the scraps.

COSTARD
O, they have lived long on the alms-basket of words.
I marvel thy master hath not eaten thee for a word;
for thou art not so long by the head as
honorificabilitudinitatibus: thou art easier
swallowed than a flap-dragon.

(Motto. Sono stati a un gran convito di linguaggi, e han fatto fuori gli avanzi.

Zucca. Oh, è una vita che questi ci campano, sul paniere degli avanzi.
Mi fa specie che il tuo padrone non ti abbia già ingurgitato, visto che sei un motto; e mica un motto spilungone, come ad esempio honorificabilitudinitatibus. Un motto come te lui se lo ingolla come un chicco d'uva passa).

Honorificabilitudinitatibus è l’ablativo (o dativo) plurale del latino honorificabilitudinitas, ovvero la condizione per ricevere onori e cariche.
Shakespeare (colui che crediamo essere Shakespeare; colui che crediamo abbia scritto le opere che Shakespeare ha scritto) usa tale parola una sola volta in tutta la sua produzione (che vanta una lussureggiante ricchezza di quasi trentamila vocaboli).
Il termine fu in uso sin dall’VIII secolo dell’era volgare.
Erasmo, Albertino da Mussato, Papia, Ugone della Volta la citano. Fra gli altri. E così Dante.
Alighieri, nel De vulgari eloquentia, (II, 7) passa al setaccio le parole confacenti al volgare illustre, quelle che adatte alla poesia tragica, le sole nobili. Egli le chiama “ben pettinate” (pexa), parole di due o tre sillabe, senza z o x, dolci e levigate, quali “amore, donna, disio, virtute, donare, letitia, salute, securtate, defesa”.
Eccezioni a tali parole ben pettinate sono quelle irsute, a sua volta divise in necessarie e ornamentali. Le necessarie sono i monosillabi e le interiezioni (te, me, si, no, à). Ornamentali, invece, sono “quei polisillabi che, misti con vocaboli ben pettinati, rendono una bella armonia d'insieme”, quali
Impossibilitate,
benaventuratissimo,
inanimatissimamente,
disaventurissimamente,
sovramagnificentissimamente (che è un endecasillabo)
Dalla norma, prosegue il poeta, sono esclusi i vocaboli che eccedono l'endecasillabo come "succede alla nota parola honorificabilitudinitade, che in volgare ha dodici sillabe e in latino ne raggiunge ben tredici".
Nota parola per Dante Alighieri. E tale doveva essere anche per William Shakespeare che ambientò un terzo dei suoi drammi e delle sue commedie in Italia. Ma come poteva lo Shakespeare della tradizione (l'amico Ben Jonson lo diceva ignorante di latino e greco) padroneggiare un tal mostro linguistico?
Ovvio, risponderebbe qualcuno. Le opere di Shakespeare non le ha scritte Shakespeare (uno zotico, figlio di un conciatore, semianalfabeta, sconosciuto ai più, ignobile, meschino), ma Francis Bacon (Francesco Bacone), filosofo, scienziato, letterato, diplomatico, aristocratico e dotto giurisprudente (vedi la profusione di precisi termini giuridici in Bacon/Shakespeare).
Una delle tante riprove? Provate ad anagrammare quella parola lì, honorificabilitudinitatibus.
Ne trarrete questa ulteriore frase latina: “hi ludi, F. Baconis nati, tuiti orbi”, ovvero “queste opere, frutto di Francesco Bacone, sono preservate per il mondo”.
Mark Twain e Sigmund Freud furono baconiani convinti.
Beffardo che il termine fatale, honorificabilitudinitatibus, compaia in una scena dell’Ulisse di Joyce (Scilla e Cariddi) in cui viene, invece, sostenuta la tesi stratfordiana classica, ovvero che Shakespeare è davvero Shakespeare. Ecco Stephan Dedalus:

“Egli [Shakespeare] ha nascosto il suo nome, un bel nome, William, nei drammi, qua una comparsa, là un clown, come un antico pittore italiano metteva il suo viso in un angolo oscuro della sua tela. L'ha rivelato nei sonetti dove c'é Will in eccesso. Come a John O'Gaunt il suo nome gli è caro, caro quanto lo stemma e il cimiero che si guadagnò a forza di piaggerie, interzato in banda di nero con una lancia d'acciaio, honorificabilitudinitatibus, più caro della sua gloria di crollascena [shake-scene] del paese”.

Dante, Shakespeare, Bacon, Joyce, Freud.
Echi di una parola. Fantasmi di una grande Europa.

mercoledì 16 luglio 2014

"Mentre parliamo il tempo sarà già fuggito, come se ci odiasse ..." / 1


Ne L'attimo fuggente di Peter Weir, il professor John Keating, interpretato da Robin Williams, guida i propri allievi lungo un istruttivo itinerario: egli mostra agli studenti, nell'atrio della prestigiosa scuola privata che li ospita, le fotografie delle vecchie classi che si sono succedute nei decenni trascorsi; essi possono quindi osservare gruppi di centinaia di ragazzi e insegnanti; reclute, laureati; e belle speranze, e intenzioni; volti, atteggiamenti, sguardi, posture; il passato, recente o remoto, fissato dal nitido bianco e nero dei nitrati fotografici.
Keating, dietro a loro, come un bardo sapiente e amico sussurra: quello che vedete è passato, ma anche questo (noi!) passerà, sbrigatevi perciò, siate sinceri e cogliete l'attimo perché quello che vedete è passato, ma anche questo momento che viviamo passerà ... passerà veloce come un refolo improvviso e inafferrabile ...
Nel carpe diem oraziano (e di Lucrezio e Catullo) citato da Keating ognuno ravvede un invito a godersi la vita prima della morte, a decidere della propria esistenza senza curarsi dei soloni e dei benpensanti. Vero, ma tale invito si basa sul monito più antico della poesia occidentale: il memento mori, ovvero il ricordare, vivamente e acutamente, che anche una bellezza e una felicità godute in pieno svaniranno sotto l'imperio della Morte, figlia del Tempo.
Ecco perché le foto che il professore addita (all'inizio del film, si badi) donano a tutta la pellicola quel sottile tono struggente e nostalgico - un sentire diffuso che ne ha decretato il successo (al di là delle cadute finali nella commozione più facile).
Il tema del memento mori nella letteratura europea è costante; affiora prepotente nella letteratura classica, nel Medioevo, nel Seicento barocco e nel Romanticismo; deborda modernamente persino negli Stati Uniti con l'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, in cui ogni poesia è un epitaffio che riassume l'intera vita di un defunto nel cimitero dell'immaginario paese di Spoon River; non è inutile sapere che l'opera fu ispirata dal settimo volume dell'Antologia Palatina, sublime raccolta di epigrammi greci in quindici libri (ne abbiamo parlato a proposito di Paolo Silenziario; il settimo libro raccoglie gli epigrammi funerari e sepolcrali).
Irretito da Masters e dai Greci, mi ha punto la voglia di fare il Keating; vi presento, perciò, una serie di celebri carpe diem della poesia occidentale; fin qui nulla di nuovo. Li accompagno, però, con foto estive di attrici americane degli anni Venti (stars on the beach).
Chiederete: perché questo accostamento bislacco?
Rispondo: perché il cinema degli anni Venti in America (the silent cinema) fu una stagione felice, breve e quasi arcadica; giovane, elegante, ingenua, cosmopolita; uno sprazzo semplice e geniale in cui autori, registi, scenografi, attori e scrittori creavano storie al fine dichiarato d'intrattenere un pubblico vasto e popolare, naturalmente sollevati dalla preoccupazione per un gusto artistico alto e definito: come accadeva a Molière e Shakespeare, insomma.
E, soprattutto, il cinema muto appare oggi quale epoca assolutamente altra, un reperto straniero e irrecuperabile come la felice giovinezza; annientato dall'avvento del sonoro, esso è sopravvissuto in poche copie, negletto dalla critica, insidiato dalla corrosione; risalta alla nostra sensibilità come nostalgia per una perdita - una perdita di cui non sappiamo fissare i contorni o quantificare l'entità, ma che agisce insinuante nelle profondità sconosciute del cuore.
Queste immagini, come quelle di Keating, testimoniano di un mondo ormai dissolto, gioioso e vitale; ci sussurrano, come nelle parole del guerriero anglosassone:     

Come è fuggito il tempo, e come si è oscurato
Sotto il velo della notte, quasi non fosse mai esistito!  (glc)

Anita Page (Anita Evelyn Pomares, 1910-2008)

Kostantinos Kavafis

Stanno i giorni futuri innanzi a noi
Come una fila di candele accese
Dorate, calde e vivide.
Restano indietro i giorni del passato,
Penosa riga di candele spente:
Le più vicine danno fumo ancora
Fredde disfatte e storte.
Non le voglio vedere, m'accora il loro aspetto,
La memoria m'accora del loro antico lume.
E guardo avanti le candele accese.
Non mi voglio voltare, ch'io non scorga, in un brivido,
Come s'allunga presto la tenebrosa riga,
Come crescono presto le mie candele spente.
Anonime bathing beauties

Ovidio

Scorre nascostamente e sparisce il fuggevole tempo
Bebe Daniels (Phyllis Virginia Daniels, 1901-1971) col marito Ben Lyon

François Villon

Ditemi dove, in che contrada
è Flora, la bella romana,
Alcibiade o Taide,
che fu sua cugina germana,
Eco che parla se la voce si rincorre
al di sopra di un fiume o su uno stagno,
la cui bellezza fu troppo più che umana.
Ma dove sono le nevi dell'altr'anno?

Dov'è la dottissima Eloisa,
per cui fu castrato e entrò in convento
Piero Abelardo a Saint Denis?
Per amor suo subì questo destino.
E dimmi ancora dov'è la regina,
quella che comandò che Buridano
fosse gettato nella Senna dentro un sacco?
Ma dove sono le nevi dell'altr'anno?

La regina Bianca come giglio
che cantava con voce di sirena,
Berta dal grande piede, Alice, Beatrice,
Erembourg che dominava tutto il Maine,
e la valorosa Giovanna di Lorena
che gli Inglesi bruciarono a Rouen,
dove sono, dove, Vergine sovrana?
Ma dove sono le nevi dell'altr'anno?

Principe, non chiedete oggi né domani
dove sono, né nel corso di quest'anno,
perché non vi rimandi al ritornello:

ma dove sono le nevi dell'altr'anno?
Gloria Swanson (Gloria May Josephine Swanson, 1899-1983) e Phyllis Haver (1899-1960)
William Shakespeare

Tempo divoratore, spunta gli artigli al leone
e costringi la terra a divorar la sua dolce prole,
strappa le zanne aguzze dalle fauci feroci della tigre
ed ardi nel suo sangue l’immortale fenice,

rendi pure nel tuo corso stagioni tristi e liete
e fa quello che vuoi, Tempo dal veloce passo,
al mondo intero e ai suoi effimeri piaceri:
ma il più atroce dei delitti io ti proibisco.

Non scolpire le tue ore sulla fronte del mio amore,
non segnarvi linee con la tua grottesca penna;
durante la tua corsa lascia che resti intatto
qual modello di bellezza agli uomini futuri.

Oppure scatenati, vecchio Tempo: contro ogni tuo torto,
il mio amore nei miei versi vivrà giovane in eterno.

giovedì 10 luglio 2014

Vita e sogno, pagine di uno stesso libro

G. Luca Chiovelli

- IV secolo a.C. Platone, VII libro de La Repubblica:
“Si immaginino degli uomini chiusi fin da bambini in una grande dimora sotterranea, incatenati in modo tale da permettere loro di guardare solo davanti a sé. Dietro di loro brilla, alta e lontana, la luce di un fuoco, e tra il fuoco e i prigionieri corre una strada con un muretto. Su questa strada delle persone trasportano utensili, statue e ogni altro genere di oggetti; alcuni dei trasportatori parlano, altri no. Chi sta nella caverna, non avendo nessun termine di confronto e non potendo voltarsi, crederà che le ombre degli oggetti proiettate sulla parete di fondo siano la realtà; e che gli echi delle voci dei trasportatori siano le voci delle ombre”.

- IV-III secolo a. C. Aneddoto del maestro Zhuāngzǐ:

"Una volta Zhuāngzǐ sognò di essere una farfalla, una farfalla che svolazzava qua e là spensierata.
Non sapeva di essere Zhuāngzǐ.
Improvvisamente si svegliò ed ecco che era di nuovo Zhuāngzǐ.
Ma ora non sapeva più se era Zhuāngzǐ che aveva sognato di essere una farfalla oppure se era la farfalla che stava sognando di essere Zhuāngzǐ".

- 54 d. C. San Paolo, Prima lettera ai Corinzi, 13, 12
"Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia. Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto”. (Videmus nunc per speculum in aenigmate, tunc autem facie ad faciem; nunc cognosco ex parte, tunc autem cognoscam sicut et cognitus sum)

- I secolo d. C., Vangelo secondo Giovanni, 14, 30

"Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il Principe di questo mondo ..."

- III secolo d. C., Ipostasi degli Arconti (dai codici gnostici di Nag Hammadi).

Sophia crea, da sola (senza Gesù Cristo), Yahwhe (Samael, Yaldabaoth) ovvero Satana, il Demiurgo ingannatore, creatore del mondo materiale:

"E prese la sua forma dall’ombra ed è diventato una Bestia Arrogante che assomiglia ad un leone. Ed è androgino, perchè è dalla materia che proviene.
Aprì gli occhi e vide un grande quantità di materia senza limiti, ed egli divenne arrogante, dicendo: 'Sono io che sono Dio, e non c’è nessun altro a parte me'".

martedì 17 giugno 2014

mvl cinema: Solo gli amanti sopravvivono

Solo gli amanti sopravvivono (2013)
Regia: Jim Jarmusch
Sceneggiatura: Jim Jarmusch
Interpreti: Tim Hiddleston, Tilda Swinton, John Hurt, Mia Wasikowska
Voto: 6

Un film di Jim Jarmusch, sicuramente, ma declinato in tono minore; insidiato dalla maniera; eppure da vedere; notturno, rallentato, sospeso fra la rassegnazione e un rilassato e divertito tono kitsch. 
Due vampiri, amanti millenari, depositari di una sapienza profonda, eppure proiettati verso il futuro incolore della postmodernità, popolata da zombies, ovvero umani: razza superficiale e dal sangue infetto ... Adam (Tom Hiddleston) vive a Detroit; è sfibrato, deluso; colleziona chitarre rarissime, è un esteta, già amico dei decadenti francesi, di Byron, Shelley e Tesla: e medita il suicidio ... Eve (Tilda Swinton) vive a Tangeri, è una lettrice onnivora e instancabile (conosce decine di lingue), ma l'estenuata decadence non le ha tolto ancora la fame di vita ... 
La prima ora di film scorre lentamente, ed è un pregio ... Ecco Adamo ed Eva (Adam e Eve, troppo facili questi nomi!) riuniti a Detroit; ecco l'amico Christopher Marlowe (John Hurt; il drammaturgo secentesco che, scopriamo, oltre a essere un vampiro, è l'autore segreto delle opere di Shakespeare); ecco i Nostri procurarsi il sangue negli ospedali tramite medici corrotti e compiacenti (e celandosi sotto il nome di Dottor Faust o Dottor Caligari) oppure concedersi escursioni notturne in visita a vecchi teatri trasformati in parcheggio ... o in visita alla vecchia casa di Jack White (del gruppo rock White Stripes), ultimo di sette fratelli ... oppure gustare languidamente sorbetti ematici ... 
La visita della sorella Ava (Mia Wasikowska) porterà scompiglio nel loro menage tanto da costringerli a fuggire a Tangeri. Senza più cibo, e allo stremo delle forze, essi decideranno di recuperare gli antichi istinti - le innate abitudini di predatori.

* * * * *

Non è la credibilità che interessa ... o la sospensione dell'incredulità ... o l'eccesso didascalico e kitsch, come spiegato ... ma l'atmosfera snervata e stancamente cupa, che lascia indovinare la rivelazione ultima ... ovviamente già sentita ... sentita milioni di volte ... miliardi ... trita eppur vera e maestosa: l'amore è totale, eterno. E solo l'amore, fedele e appassionato (quello che non si cura delle distanze) assicura l'eternità - tramite uno squisito contrappasso.
In aereo (i nostri si spostano solo con voli notturni) Eve legge assorta il sonetto 116 di William Shakespeare (dovremmo dire: di Christopher Marlowe):

Non sarà che alle nozze di animi costanti
Io ammetta impedimenti, amore non è amore
Che muta quando scopre mutamenti,
O a separarsi inclina quando altri si separa.
Oh no, è un faro irremovibile
Che mira la tempesta e mai ne viene scosso;
Esso è la stella di ogni sperduta nave,
Remoto il suo valore, pur se il suo luogo noto.
Amore non soggiace al tempo, anche se labbra
E rosee guance cadranno sotto la sua arcuata falce.
Amore non muta in brevi ore e settimane,
Ma impavido resiste fino al giorno del Giudizio.
Se questo è errore, e sarà contro me provato,
allora io non ho mai scritto, e mai nessuno ha amato.

Let me not to the marriage of true minds
Admit impediments. Love is not love
Which alters when it alteration finds,
Or bends with the remover to remove:
O no; it is an ever-fixed mark, 
That looks on tempests, and is never shaken;
It is the star to every wandering bark,
Whose worth's unknown, although his height be taken.
Love's not Time's fool, though rosy lips and cheeks 
Within his bending sickle's compass come; 
Love alters not with his brief hours and weeks, 
But bears it out even to the edge of doom.
If this be error and upon me proved,
I never writ, nor no man ever loved

E questo è quanto.
Non c'è altro da aggiungere.

* * * * * 

Il film si fregia di altri innocui sberleffi: nella casa di Adam appaiono diverse foto di celebrità conosciute in vita dal vampiro: Kafka, Wilde, Keaton sono della partita; assieme a loro s'intravede il ritratto di Neil Young, il cantante e chitarrista canadese già autore della colonna sonora del capolavoro di Jarmusch Dead man: Young è ancora vivo e vegeto, però.
I nomi sul passaporto di Adam e Eve: Stephen Dedalus (da Joyce, ovvio) e Daisy Buchanan, da Il grande Gatsby di Fitzgerald. E via così. 

* * * * *

La colonna sonora, eccellente, è opera simbiotica del liutista sperimentale Jozef Van Wissem e degli Sqürl; dolorosa e psichedelicamente sfasata: da ascoltare subito, in penombra, fra un ghiacciolo al sangue e l'altro.

domenica 19 gennaio 2014

L'incipit della domenica - Macbeth

SEYTON - È morta la regina, mio signore. 

MACBETH - Doveva pur morire, presto o tardi; 
il momento doveva pur venire 
di udir questa parola... 
Domani, e poi domani, e poi domani, 
il tempo striscia, un giorno dopo l'altro, 
a passetti, fino all'estrema sillaba 
del discorso assegnato; e i nostri ieri 
serviranno solo a rischiarare
la via verso la morte a dei pazzi. 
Breve candela, spegniti! 
La vita è solo un'ombra che cammina, 
un povero attorucolo sussiegoso 
che si dimena sopra un palcoscenico 
per il tempo assegnato alla sua parte, 
e poi di lui nessuno udrà più nulla: 
è un racconto narrato da un idiota, 
pieno di grida, strepiti, furori; 
e che significa nulla.

La forza del Fato (Wyrd; le streghe sono, infatti, Weird Sisters) è implacabile. Ciò che scambiamo per volontà non è che illusione di libertà. La vita è una semplice recita: quanto sangue inutile, quanti strepiti per il potere, quanto dolore e abiezione: per nulla. Questo è Macbeth, poema supremo dell'ineluttabile, tragedia perfetta e antichissima. Out, out, brief candle!

William Shakespeare 
ATTO PRIMO

SCENA I

Luogo aperto. Tuoni e lampi.

Entrano tre STREGHE.

1ª STREGA - Quando noi tre ci rivedremo ancora?
Con tuono, lampo o pioggia? Quando, allora?

2ª STREGA - Quando sarà finito il parapiglia,
e sarà vinta o persa la battaglia.

3ª STREGA - Sarà al calar del sole, questa sera.

1ª STREGA - E il luogo?

2ª STREGA - Alla brughiera.

3ª STREGA - Laggiù dobbiamo andare
Macbeth ad incontrare.

1ª STREGA - Vengo, Gattaccio.

2ª STREGA - Ci chiama Ranocchio.

3ª STREGA - Veniamo subito, in un batter d'occhio!

TUTTE E TRE - "Per noi il bello è brutto, il brutto è bello"
fra la nebbia planiamo e l'aer fello.
(Svaniscono nell'aria)

giovedì 2 gennaio 2014

"Quanto fu simile all'inverno la mia assenza da te ...". Due sonetti di William Shakespeare. E il pianto di Leopardi per Torquato Tasso.

Caspar David Friedrich,
Viandante sul mare di nebbia
G. Luca Chiovelli

La mancanza della persona amata fu celebrata dai maggiori poeti. Dal sommo Jaufre Rudel, ad esempio, la cui vita, più che la propria opera, esigua, sono l’idea platonica della lirica dell’assenza.
Il poeta provenzale fu glorificatore dell'amor di lontano: in esso l’ostacolo insormontabile o la distanza che si frappone fra i due amanti son visti, allo stesso tempo, come dannazione e occasione di sfogo lirico. Giusto. Gli amori impossibili sono i più dolci.
Anche William Shakespeare compose sonetti sull’assenza. Ne presentiamo due. Il loro destinatario non è una donna, una lontana Melisenda da Tripoli, ma un giovinetto: probabilmente il Conte di Southampton (Henry Wriothesley, III; il famigerato ‘fair youth’).
Sono quindi, due composizioni a sfondo omoerotico, come se ne ritrovano, copiosamente, nell'Antologia Palatina. A differenza di quelle, però, che son solari, birbanti, chiare, definite, i lavori del bardo sono gravati da un concettismo che, se urta al primo approccio, amplifica, invece, enormemente il piacere della lettura ulteriore.
La poesia di Shakespeare, come tutta l’arte simbolica, ricrea continuamente sé stessa.
Per questo è immortale.
Il sonetto 97 è uno dei più belli della raccolta. Uno dei più belli di sempre.
Privacy Policy