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venerdì 9 gennaio 2015

Honorificabilitudinitatibus


Honorificabilitudinitatibus.
La più lunga parola del vocabolario inglese, fra quelle che alternano vocali e consonanti.
Fa la sua apparizione nel V atto, scena prima, di Pene d’amor perdute (Love’s labour lost, 1593-1598). Zucca (Costard) e Motto (Moth) deridono il linguaggio forbito di Nataniele e Oloferne:

MOTH [Aside to COSTARD]
They have been at a great feast
of languages, and stolen the scraps.

COSTARD
O, they have lived long on the alms-basket of words.
I marvel thy master hath not eaten thee for a word;
for thou art not so long by the head as
honorificabilitudinitatibus: thou art easier
swallowed than a flap-dragon.

(Motto. Sono stati a un gran convito di linguaggi, e han fatto fuori gli avanzi.

Zucca. Oh, è una vita che questi ci campano, sul paniere degli avanzi.
Mi fa specie che il tuo padrone non ti abbia già ingurgitato, visto che sei un motto; e mica un motto spilungone, come ad esempio honorificabilitudinitatibus. Un motto come te lui se lo ingolla come un chicco d'uva passa).

Honorificabilitudinitatibus è l’ablativo (o dativo) plurale del latino honorificabilitudinitas, ovvero la condizione per ricevere onori e cariche.
Shakespeare (colui che crediamo essere Shakespeare; colui che crediamo abbia scritto le opere che Shakespeare ha scritto) usa tale parola una sola volta in tutta la sua produzione (che vanta una lussureggiante ricchezza di quasi trentamila vocaboli).
Il termine fu in uso sin dall’VIII secolo dell’era volgare.
Erasmo, Albertino da Mussato, Papia, Ugone della Volta la citano. Fra gli altri. E così Dante.
Alighieri, nel De vulgari eloquentia, (II, 7) passa al setaccio le parole confacenti al volgare illustre, quelle che adatte alla poesia tragica, le sole nobili. Egli le chiama “ben pettinate” (pexa), parole di due o tre sillabe, senza z o x, dolci e levigate, quali “amore, donna, disio, virtute, donare, letitia, salute, securtate, defesa”.
Eccezioni a tali parole ben pettinate sono quelle irsute, a sua volta divise in necessarie e ornamentali. Le necessarie sono i monosillabi e le interiezioni (te, me, si, no, à). Ornamentali, invece, sono “quei polisillabi che, misti con vocaboli ben pettinati, rendono una bella armonia d'insieme”, quali
Impossibilitate,
benaventuratissimo,
inanimatissimamente,
disaventurissimamente,
sovramagnificentissimamente (che è un endecasillabo)
Dalla norma, prosegue il poeta, sono esclusi i vocaboli che eccedono l'endecasillabo come "succede alla nota parola honorificabilitudinitade, che in volgare ha dodici sillabe e in latino ne raggiunge ben tredici".
Nota parola per Dante Alighieri. E tale doveva essere anche per William Shakespeare che ambientò un terzo dei suoi drammi e delle sue commedie in Italia. Ma come poteva lo Shakespeare della tradizione (l'amico Ben Jonson lo diceva ignorante di latino e greco) padroneggiare un tal mostro linguistico?
Ovvio, risponderebbe qualcuno. Le opere di Shakespeare non le ha scritte Shakespeare (uno zotico, figlio di un conciatore, semianalfabeta, sconosciuto ai più, ignobile, meschino), ma Francis Bacon (Francesco Bacone), filosofo, scienziato, letterato, diplomatico, aristocratico e dotto giurisprudente (vedi la profusione di precisi termini giuridici in Bacon/Shakespeare).
Una delle tante riprove? Provate ad anagrammare quella parola lì, honorificabilitudinitatibus.
Ne trarrete questa ulteriore frase latina: “hi ludi, F. Baconis nati, tuiti orbi”, ovvero “queste opere, frutto di Francesco Bacone, sono preservate per il mondo”.
Mark Twain e Sigmund Freud furono baconiani convinti.
Beffardo che il termine fatale, honorificabilitudinitatibus, compaia in una scena dell’Ulisse di Joyce (Scilla e Cariddi) in cui viene, invece, sostenuta la tesi stratfordiana classica, ovvero che Shakespeare è davvero Shakespeare. Ecco Stephan Dedalus:

“Egli [Shakespeare] ha nascosto il suo nome, un bel nome, William, nei drammi, qua una comparsa, là un clown, come un antico pittore italiano metteva il suo viso in un angolo oscuro della sua tela. L'ha rivelato nei sonetti dove c'é Will in eccesso. Come a John O'Gaunt il suo nome gli è caro, caro quanto lo stemma e il cimiero che si guadagnò a forza di piaggerie, interzato in banda di nero con una lancia d'acciaio, honorificabilitudinitatibus, più caro della sua gloria di crollascena [shake-scene] del paese”.

Dante, Shakespeare, Bacon, Joyce, Freud.
Echi di una parola. Fantasmi di una grande Europa.

sabato 6 luglio 2013

L'"Ulisse" come manuale di self-help. Una conversazione con Declan Kiberd

Enrico Terrinoni
ET: Negli ultimi decenni la critica joyciana, un’industria culturale transnazionale e iper-specializzata, ha versato fiumi di inchiostro per spiegarci quanto fosse difficile accedere all’universo di James Joyce, lasciando intendere che questa complessità necessitasse di interpreti privilegiati, un po’ come per i testi sacri. C’è da chiedersi se questi sacerdoti del joycianesimo internazionale non siano una moderna personificazione di quel principio di autorità su cui non dovrebbero mai fondarsi i «saperi inesatti». Tuttavia una certa tendenza si sta facendo strada ultimamente, soprattutto grazie alla scuola irlandese che tu, Seamus Deane e altri avete inaugurato: una tendenza che rimette al centro dell’attenzione l’evento umano, esistenziale, anche ordinario di cui Joyce si occupa, senza focalizzarsi solo sugli straordinari effetti speciali linguistici e stilistici.
DK: Qualche anno fa ho pubblicato un libro dal titolo Ulysses and Us (Faber & Faber 2009), la cui tesi è che Joyce intendesse Ulisse come una sorta di manuale di self-help, un libro che ci insegna a vivere. Sembrerà strano per un’opera piena di sperimentalismi formali, ma credo sia vero: riguarda un giovane, Stephen Dedalus, un laureato che soffre di depressione e che ha bisogno di uscire da questa condizione per accedere alla «gloria» della vita quotidiana. Incontra un uomo di 38 anni, Leopold Bloom, che lo aiuta in un simile percorso. Stephen lavora ogni tanto come insegnante in una scuola. A colloquio col direttore gli annuncia la sua volontà di smettere di insegnare, dicendo di essere più interessato ad apprendere. Ritiene che chi si è messo ad insegnare l’abbia fatto perché ha dimenticato come si fa ad imparare. Credo che in qualche modo Joyce pensasse a questo libro come a una modalità alternativa di insegnamento.

lunedì 10 giugno 2013

Tre voci italiane per l'Ulisse di Joyce

Bloomsday 2013. Per la prima volta il 16 giugno, curiosa festa insieme accademica e informale che ricorda la data entro la quale si svolge l'azione dell'Ulisse, vedrà tre versioni italiane del capolavoro di Joyce: la traduzione "classica" di Giulio De Angelis, cui nel 2012 si è affiancata quella di Enrico Terrinoni, edita da Newton Compton, e di recente quella di Gianni Celati, uscita per Einaudi. 
Ecco gli incipit a confronto:

Stately, plump Buck Mulligan came from the stairhead, bearing a bowl of lather on which a mirror and a razor lay crossed.

Solenne e paffuto, Buck Mulligan comparve dall’alto delle scale, portando un bacile di schiuma su cui erano posati in croce uno specchio e un rasoio.
Traduzione di Giulio De Angelis (Oscar Mondadori)

Statuario, il pingue Buck Mulligan spuntò in cima alle scale,con in mano una ciotola di schiuma su cui giacevano in croce uno specchio e un rasoio.
Traduzione di Enrico Terrinoni con Carlo Bigazzi (Newton Compton)

Imponente e grassoccio, Buck Mulligan stava sbucando dal caposcala con in mano una tazza piena di schiuma, su cui s'incrociavano uno specchio e un rasoio.
Traduzione di Gianni Celati (Einaudi)

Enrico Terrinoni è ospite di Plautilla martedì 11 giugno alle 18 per un incontro intitolato "Aspettando il Bloomsday: traduzioni a confronto". 
Chi invece si trovasse a Genova domenica 16, potrà calarsi anche fisicamente nelle atmosfere del romanzo di Joyce.
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