Enrico Terrinoni
ET:
Negli
ultimi decenni la critica joyciana, un’industria culturale
transnazionale e iper-specializzata, ha versato fiumi di inchiostro
per spiegarci quanto fosse difficile accedere all’universo di James
Joyce, lasciando intendere che questa complessità necessitasse di
interpreti privilegiati, un po’ come per i testi sacri. C’è da
chiedersi se questi sacerdoti del joycianesimo internazionale non
siano una moderna personificazione di quel principio di autorità su
cui non dovrebbero mai fondarsi i «saperi inesatti». Tuttavia una
certa tendenza si sta facendo strada ultimamente, soprattutto grazie
alla scuola irlandese che tu, Seamus Deane e altri avete inaugurato:
una tendenza che rimette al centro dell’attenzione l’evento
umano, esistenziale, anche ordinario di cui Joyce si occupa, senza
focalizzarsi solo sugli straordinari effetti speciali linguistici e
stilistici.
DK:
Qualche anno fa ho pubblicato un libro dal titolo Ulysses
and Us
(Faber & Faber 2009), la cui tesi è che Joyce intendesse Ulisse
come una sorta di manuale di self-help,
un libro che ci insegna a vivere. Sembrerà strano per un’opera
piena di sperimentalismi formali, ma credo sia vero: riguarda un
giovane, Stephen Dedalus, un laureato che soffre di depressione e che
ha bisogno di uscire da questa condizione per accedere alla «gloria»
della vita quotidiana. Incontra un uomo di 38 anni, Leopold Bloom,
che lo aiuta in un simile percorso. Stephen lavora ogni tanto come
insegnante in una scuola. A colloquio col direttore gli annuncia la
sua volontà di smettere di insegnare, dicendo di essere più
interessato ad apprendere. Ritiene che chi si è messo ad insegnare
l’abbia fatto perché ha dimenticato come si fa ad imparare. Credo
che in qualche modo Joyce pensasse a questo libro come a una modalità
alternativa di insegnamento.
