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sabato 21 novembre 2015

Le poesie della domenica - W.Shakespeare/P.B. Shelley, La Regina Mab

La figura della Regina Mab appare per la prima volta in Giulietta e Romeo (atto I, scena IV). Essa spiega Shakespeare molto più d’un Amleto o d’un Riccardo III.
E spiega la vera fascinazione dei suoi versi.
Shakespeare fu un analista eccezionale del potere e dei suoi meccanismi; la formidabile padronanza della terminologia giuridica e diplomatica testimonia in lui il rango altissimo dello storico. Ma questo magistero (che si ritrova anche nei sonetti) non basta a esaurirlo. In tal caso, infatti, Shakespeare rileverebbe come artista pari a John Donne, ad esempio, o ai barocchi spagnoli. In lui avvertiamo altro: come l’agitarsi d’una forza occulta.
Ogni personaggio delle tragedie shakespeariane, infatti, si muove, uccide, parla e decade agito da una potenza oscura, assolutamente irrazionale (nonostante i loro gesti siano considerati razionali, e cristallini, a un esame superficiale, politico). E tale fondo insondabile non è psicologico, e men che meno individuale, bensì mitico: è il retaggio pagano, precristiano, germanico, che opera celato dietro l'umano trapestio della temporalità; è la matrice limacciosa dell’Inghilterra, quando l’Inghilterra non era ancora tale. In questo mondo primitivo è ancora la magia a vigere, così come il presagio, la credenza sovrannaturale, il sogno premonitore – tutte emanazioni di un Destino implacabile superiore a qualsiasi eroe, o deità. Macbeth, ad esempio, è un uomo divorato dall’ambizione, e Shakespeare lo mostra nella sua scalata al potere supremo, a qualsiasi prezzo (questo il lato ‘politico’, in piena luce); e però tale ascesa è spinta non dall’avidità individuale, ma dalle tre fatidiche sorelle (Weird Sisters), le preveggenti; e le tre streghe, sputate dalle profondità ancestrali d’un Inghilterra remota e brutale, appartengono a regioni in cui la nozione di causa ed effetto non vale. Lì sono la maledizione, la dannazione, il sortilegio a vantare realtà; o una visione fantasmatica (lo spettro di Banquo); o un sogno ingannatore; è quel recesso a imporre la sua legge all’uomo e non viceversa; alla fine Macbeth sarà costretto ad ammettere ch’egli stesso è un nulla, un guitto diretto da burattinai beffardi, uno sbuffo di fumo; e invece ciò che appariva quale fuggevole visione (le Weird Sisters) sono l’autentica radice del reale, i fenomeni di quel Destino inesplicabile (Wyrd) a cui necessariamente soggiace l’umanità.
E così è per Giulietta e Romeo. Alla luce è una storia d’amore, purissima; ma tale alone caldo e splendido è attorniato da un oceano d’ombre; e la Regina Mab nuota in tale oscurità. Ed ecco che vien meno la razionalità: Romeo è assillato da un sogno, da un presagio; chiede conforto a Mercuzio e questi, pur nel tentativo di recargli conforto, non può che evocare sinistramente - confermandolo - quel mondo superstizioso, gelido e obliquo, umido d’un folclore barbarico, in cui il male germina senza motivo, maligno e irridente come il convoglio dispettoso e folle di Mab.
Un dio inconoscibile e onnipotente attende alle vite di Macbeth e Romeo e Giulietta come alle nostre; egli si manifesta nelle visioni e nei sogni, che sono reali; siamo noi (e Macbeth, Giulietta e Romeo) a essere nulla, un veloce delirio, una battuta dimenticata su di un palcoscenico che non esiste più.

ROMEO. Ho fatto un sogno, stanotte.

MERCUZIO. Anch’io ho sognato.

ROMEO.E che hai sognato?

MERCUZIO. Che spesso i sognatori mentono.

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