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giovedì 2 gennaio 2014

"Quanto fu simile all'inverno la mia assenza da te ...". Due sonetti di William Shakespeare. E il pianto di Leopardi per Torquato Tasso.

Caspar David Friedrich,
Viandante sul mare di nebbia
G. Luca Chiovelli

La mancanza della persona amata fu celebrata dai maggiori poeti. Dal sommo Jaufre Rudel, ad esempio, la cui vita, più che la propria opera, esigua, sono l’idea platonica della lirica dell’assenza.
Il poeta provenzale fu glorificatore dell'amor di lontano: in esso l’ostacolo insormontabile o la distanza che si frappone fra i due amanti son visti, allo stesso tempo, come dannazione e occasione di sfogo lirico. Giusto. Gli amori impossibili sono i più dolci.
Anche William Shakespeare compose sonetti sull’assenza. Ne presentiamo due. Il loro destinatario non è una donna, una lontana Melisenda da Tripoli, ma un giovinetto: probabilmente il Conte di Southampton (Henry Wriothesley, III; il famigerato ‘fair youth’).
Sono quindi, due composizioni a sfondo omoerotico, come se ne ritrovano, copiosamente, nell'Antologia Palatina. A differenza di quelle, però, che son solari, birbanti, chiare, definite, i lavori del bardo sono gravati da un concettismo che, se urta al primo approccio, amplifica, invece, enormemente il piacere della lettura ulteriore.
La poesia di Shakespeare, come tutta l’arte simbolica, ricrea continuamente sé stessa.
Per questo è immortale.
Il sonetto 97 è uno dei più belli della raccolta. Uno dei più belli di sempre.

martedì 3 settembre 2013

De le più ricche terre di Levante, e meglio ornate, si dice esser Damasco

Alceste

La Siria e Damasco in alcuni classici italiani.
Per stimolare una minuscola riflessione sul conflitto imminente; l'ennesima guerra contro le terre del passato (Iraq, Afghanistan, Egitto; e poi Iran, Grecia, Italia; e poi, chissà, Cina, Russia ...), per cancellare definitivamente la storia e vivere un eterno presente.
Ma si può vivere un eterno presente? In Blade runner, di Ridley Scott, il film ripreso da un romanzo di Philip K. Dick, gli ingegneri cibernetici sono costretti ad inserire ricordi artificiali nei replicanti Nexus 6; per non farli impazzire. Il passato è indispensabile. E le terre del passato che, curiosamente, coincidono con un asse del male inventato dai signori del mondo, vanno difese. 
Perché il passato non insegna nulla sulla vita, ma la rende tollerabile e, forse, desiderabile.

Ludovico Ariosto

dall'Orlando Furioso, canto XVII, 18-21

De le più ricche terre di Levante,
de le più populose e meglio ornate
si dice esser Damasco, che distante
siede a Ierusalem sette giornate,
in un piano fruttifero e abondante,
non men giocondo il verno, che l'estate.
A questa terra il primo raggio tolle
de la nascente aurora un vicin colle.

Per la città duo fiumi cristallini
vanno inaffiando per diversi rivi
un numero infinito di giardini,
non mai di fior, non mai di fronde privi.
Dicesi ancor, che macinar molini
potrian far l'acque lanfe (1) che son quivi;
e chi va per le vie vi sente, fuore
di tutte quelle case, uscire odore.

Tutta coperta è la strada maestra
di panni di diversi color lieti;
e d'odorifera erba, e di silvestra
fronda la terra e tutte le pareti.
Adorna era ogni porta, ogni finestra
di finissimi drappi e di tapeti,
ma più di belle e ben ornate donne
di ricche gemme e di superbe gonne.

Vedeasi celebrar dentr'alle porte,
in molti lochi, solazzevol balli;
il popul, per le vie, di miglior sorte
maneggiar ben guarniti e bei cavalli:
facea più bel veder la ricca corte
de' signor, de' baroni e de' vasalli,
con ciò che d'India e d'eritree maremme
di perle aver si può, d'oro e di gemme

(1) nanfa (o lanfa) agg. f. [dall’arabo nafḥa «odore, profumo»], ant. – Nell’espressione acqua n. (anche in una sola parola: acquananfa o acqualanfa), acqua profumata estratta per distillazione dai fiori di arancio: "oricanni d’ariento bellissimi e pieni ... qual d’acqua di fiori di gelsomino e qual d’acqua nanfa" (Boccaccio).


Matteo Maria Boiardo

dall'Orlando Innamorato, III, 23

Partiti da la fata del castello,
Ove l'arme di Ettòr già star suoleano,
Sorìa, Damasco e quel paese bello
Senza travaglia già passato aveano.

Torquato Tasso

Da La Gerusalemme Liberata, IV, 43

Figlia i' son d'Arbilan, che 'l regno tenne
del bel Damasco e in minor sorte nacque

Da La Gerusalemme Liberata, XV, 15

E 'n un momento incontra Raffia arriva,
città la qual in Siria appar primiera
a chi d'Egitto move; indi a la riva
sterilissima vien di Rinocera.

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