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venerdì 6 giugno 2014

Breve storia imperiale del pane e pomodoro

G. Luca Chiovelli

Nel 1521, alla vigilia di Ferragosto, Hernan Cortés espugna Tenochtitlán, capitale dell'Impero Azteco. Quella che, per ammissione dello stesso Cortés, era la città più bella del mondo, viene rasa al suolo.
Il conquistatore lasciò ai posteri alcune considerazioni:

"Intendevo attaccarli e ucciderli tutti ... decisi di penetrare in città poco prima dell'alba e distruggere il più possibile ... la nostra foga di distruzione ... nelle strade si alzavano mucchi di cadaveri ... fummo costretti a camminarci sopra ..."

In appena mezzo secolo la popolazione del centro America collassò da 28 a 4 milioni.
I libri, i monumenti e la storia della civiltà mexica si dissolsero in polvere e cenere.
I sopravvissuti alla guerra, alla fame e alle pestilenze furono asserviti allo sfruttamento del Nuovo Reame di Spagna: piantagioni e miniere reclamavano con forza i loro schiavi.
I tesori dell'intelligenza e della terra, invece, vennero sequestrati e recati in Europa: oro, argenti, gioielli, vesti, uomini, bambini, animali, frutta e bacche esotiche: fra queste ultime lo xitomatl, succoso e giallo: un pomo rigonfio, dorato, dissetante, gustoso. In spagnolo xitomatl tramutò in tomatl, quindi in tomate (come in francese e tedesco) da cui l'inglese tomato. In italiano, ovvio, pomi d'oro.

In Italia il pomo d'oro arriva nel 1596 (a Napoli, la spagnola Napoli) e abbellisce i davanzali come pianta ornamentale. Fra le mani spagnole e italiane, ghiotte di incroci e varietà, la bacca diviene definitivamente rossa. E commestibile. La plebe se ne infischia dell'ikebana e scopre la novità americana. Chef, gourmet, filologi della salsa e dotti del cibo, invece, si svegliano lentamente dal torpore, sbadigliando sbadati, come il giovin signore di Parini: il grande cuoco Vincenzo Corrado nota (1815) che il popolo, irretito dallo stomaco, già abbina il pomo d'oro a maccheroni e pizza: trasfonde, perciò, la rivelazione nei suoi ricettari; Ippolito Cavalcanti, Duca di Buonvicino (1839), fine gastronomo, codifica il ragù; s'avanza, infine, il piatto transnazionale par excellence: la pizza, rossa di xitomatl, e riverberata in combinazioni innumerevoli.

A quelle date gli Aztechi sono già finiti nel cassetto a scomparsa della dimenticanza.
Nel 1992 Manuel Vázquez Montalbán, letterato, comunista e raffinato crapulone, entro le cui vene scorre - suo malgrado - il sangue bollente dei conquistatori, erompe in un divertente panegirico del pomodoro; o meglio: del pane e pomodoro:


"È indispensabile che tutti gli esseri e tutti i popoli saggi della terra capiscano che pane e pomodoro è un paesaggio fondamentale dell'alimentazione umana. Piatto peccaminoso per eccellenza perché comprende e semplifica il peccato rendendolo accessibile a chiunque. Piatto peccaminoso in quanto può significare un'alternativa a tutto ciò che è trascendente, a tutto ciò che è pericolosamente trascendente, se diventa cultura della negazione. Non fate la guerra ma pane e pomodoro. Non votate per la destra ma mangiate pane e pomodoro. No alla NATO e sì al pane e pomodoro. Ovunque e sempre"

Ovviamente Montalbán (in quanto Montalbán: pace all'anima sua) non era tenuto a ricordare lo xitomatl; in quanto spagnolo forse sì; in quanto spagnolo e comunista sicuramente sì: eppure anch’egli dimenticò le ascendenze di un frutto talmente usuale sulle nostre tavole da farcelo ritenere europeo e di nostra proprietà, italiana o spagnola. E invece era il frutto - suo malgrado - di una rapina cruenta e abietta.


* * * * *

D'estate ci godiamo la caprese, l'insalata, e la sera, al ristorantino, una rassicurante pizza: capricciosa, rustica, boscaiola o, magari, napoletana (potremmo dire: spagnola).

Invitante, profumata; rossa di pomi d'oro: che, se ci pensate bene, e non conoscete Cortés, è un bel controsenso: ma come? Pomi d'oro, va bene, ma perché in realtà sono rossi, di un rosso evidente, plateale, inconfutabile? Cos'è questa storia?
Una storia beffarda, risponderemo, come la Storia maggiore: spietata, immemore, ingiusta.
Oggi i pomidoro per la nostra insalata e per la nostra pizza estive li raccolgono gli ultimi, come sempre - africani, disoccupati, inoccupati, bengalesi: sono, per il volgere del Saṃsāra dell'iniquità, gli schiavi e i vinti dei tempi a venire, i nuovi Aztechi.


* * * * *

Facciamo pace con Montalbán.
Montalbán, scrittore, comunista e crapulone, stringe la fetta di pane raffermo per impregnarla meglio d'olio. Con i polpastrelli delle dita esercita una dolce pressione sulla crosta della larga fetta: la mollica, perciò, già infracidita dai succhi dello xitomatl, s’imbeve di umori aciduli, salati e vellutati al tempo stesso.
Montalbán, sono sicuro, compiva questo gesto già da ragazzino, quando non era né comunista né scrittore né crapulone; e neanche l’ispirazione per un fittizio commissario siciliano di Vigata.

Stringere il pane, quello del pane e pomodoro, è, infatti, un gesto dettato non dall’esperienza, ma dall’olio.
Io e Montalbán, lo spagnolo Montalbán, l’abbiamo condiviso per decenni, senza conoscerci. Era l'olio, il filo d'olio, giallino, sottile, perfetto e implacabile - quello che stillava dalle vecchie caraffe di casa - a imporci tale liturgia gestuale.
L'olio d'oliva, comune alla Spagna e all'Italia da due millenni. Forse più. L'olio: più antico della Croce e della Beata Vergine Maria.
Le giare d'olio spagnolo, a milioni, sbarcavano a Roma almeno dai tempi del primo imperatore: Ottaviano Augusto; olio – milioni di tonnellate d'olio, per secoli - olio i cui contenitori - innumeri anch'essi - si accatastarono a Testaccio (ripetiamolo: per secoli!), sino a formare una collina - o un monte. Il Monte dei Cocci.
Per duemila anni (e più) gli antenati di Montalbán, e i miei antenati, strizzarono insieme il pane mollo d'acqua; e d'olio.
Duemila anni fa gli spagnoli erano i servitori di Roma e accudivano quei cespugli umili e senza pretese per noi, allora padroni del mondo (Te pido disculpas, Manuel).
Millecinquecento anni dopo sarà la volta degli Aztechi a servire: a rifornire i nuovi aguzzini (gli Spagnoli stavolta) di oro, stoffe, esseri umani e, dulcis in fundo, pomodoro (o xitomatl).
Un’ulteriore scorreria, insomma, ebbe a perfezionare la leggendaria semplicità del pane e olio per donarci pane, olio e pomodoro.
Furono necessari dieci congiurati (tre imperi, tre popoli, due continenti e due oceani, Atlantico e Mediterraneo), qualche milione di morti e quasi duemila anni per ordire il piatto dei poveri più sopraffino.

martedì 5 novembre 2013

Oh per Bacco!

Baccanale, Pablo Picasso (1962)

E dove non è vino non è amore, né alcun altro diletto hanno i mortali.
(Euripide, Le Baccanti)

Raethia Corsini


Fino all'Ottocento il vino è stata la bevanda più diffusa e consumata in Italia. Più dell'acqua, che era poco salubre. Fin dai tempi remoti, nella nostra penisola ci sono state così tante vigne e vino che i greci ci chiamavano Enotria, ossia Paese del vino. Questa e altre amenità si possono scoprire alla mostra in corso al Vittoriano, intitolata  “Verso il 2015 - La cultura del vino in Italia”, curata da Massimo Montanari, docente di storia medievale e storia dell'alimentazione all'Università di Bologna, con la collaborazione di Yann Grappe, docente all'Università di Pollenzo, quella fondata da Carlo Petrini, presidente Slow Food International.   

La mostra beneficia di supporti istituzionali altisonanti: è infatti organizzata sotto l'Alto Patronato del Presidente della Repubblica, promossa dal Ministero delle politiche agricole e nasce in collaborazione con Expo 2015 (dove sarà ospitato un padiglione interamente dedicato al vino italiano). Il suo  obiettivo è presentare al grande pubblico una delle nostre eccellenze, offrendone una lettura storico-culturale (non solo edonistico-consumistica) che parla di noi come popolo. Perché come scrive Montanari «[...] quando raccontiamo la storia del vino ci accorgiamo che è il vino stesso a raccontare la nostra.[...] Il vino narra gli scambi, i commerci, la politica, le guerre, le relazioni sociali, gli usi a tavola e perfino il rapporto con l'idea che abbiamo del divino (si pensi, per esempio alla Comunione con il vino benedetto, nda)». Il vino è un'invenzione dell'uomo, il risultato di un artificio nel senso  di "fare con arte", per questo diventa cultura. Nella sala Brasini del Vittoriano lo sforzo è raccontare proprio questo, grazie a una selezione di testimonianze e documenti in un itinerario che parte dalla Mesopotamia, passa per l'antica Grecia, l'Impero romano e arriva al Medioevo cristiano attraverso variegati reperti in ceramica: oltre tre mila, si segnala nella presentazione. A occhio non parevano così tanti, ma non li ho contati e faccio atto di fede. C'è una piccola sala dedicata a manoscritti cartacei provenienti dalla Biblioteca Internazionale La Vigna, che forniscono solo un assaggio del vasto patrimonio librario esistente nel mondo intorno al rapporto tra vino e uomo, che è storia ricca, complessa e fatta di fatica, lavoro, amore, ispirazione e che pervade ogni espressione culturale e artistica. Fatto, quest'ultimo, che nella mostra si intuisce anche nella sezione dedicata a “Vino e cinema” con proiezioni di scene da oltre cento film provenienti dall'archivio Teche Rai. Film che hanno segnato la storia del grande schermo italiano, diretti da maestri: è gradevole il montaggio che li unisce in un "grammelot" inneggiante il vino. Così come è attraente la proiezione video a ciclo continuo della letture fatte da Paola Pitagora: citazioni letterarie e poetiche tratte da opere di classici italiani e non solo. Perché il vino nella sua lunga storia ha affascinato tutti gli artisti: pittori, poeti, scrittori, scultori, attori, musicisti. Perché tutto questo si possa narrare serve però la Terra e chi la lavora.

martedì 3 settembre 2013

De le più ricche terre di Levante, e meglio ornate, si dice esser Damasco

Alceste

La Siria e Damasco in alcuni classici italiani.
Per stimolare una minuscola riflessione sul conflitto imminente; l'ennesima guerra contro le terre del passato (Iraq, Afghanistan, Egitto; e poi Iran, Grecia, Italia; e poi, chissà, Cina, Russia ...), per cancellare definitivamente la storia e vivere un eterno presente.
Ma si può vivere un eterno presente? In Blade runner, di Ridley Scott, il film ripreso da un romanzo di Philip K. Dick, gli ingegneri cibernetici sono costretti ad inserire ricordi artificiali nei replicanti Nexus 6; per non farli impazzire. Il passato è indispensabile. E le terre del passato che, curiosamente, coincidono con un asse del male inventato dai signori del mondo, vanno difese. 
Perché il passato non insegna nulla sulla vita, ma la rende tollerabile e, forse, desiderabile.

Ludovico Ariosto

dall'Orlando Furioso, canto XVII, 18-21

De le più ricche terre di Levante,
de le più populose e meglio ornate
si dice esser Damasco, che distante
siede a Ierusalem sette giornate,
in un piano fruttifero e abondante,
non men giocondo il verno, che l'estate.
A questa terra il primo raggio tolle
de la nascente aurora un vicin colle.

Per la città duo fiumi cristallini
vanno inaffiando per diversi rivi
un numero infinito di giardini,
non mai di fior, non mai di fronde privi.
Dicesi ancor, che macinar molini
potrian far l'acque lanfe (1) che son quivi;
e chi va per le vie vi sente, fuore
di tutte quelle case, uscire odore.

Tutta coperta è la strada maestra
di panni di diversi color lieti;
e d'odorifera erba, e di silvestra
fronda la terra e tutte le pareti.
Adorna era ogni porta, ogni finestra
di finissimi drappi e di tapeti,
ma più di belle e ben ornate donne
di ricche gemme e di superbe gonne.

Vedeasi celebrar dentr'alle porte,
in molti lochi, solazzevol balli;
il popul, per le vie, di miglior sorte
maneggiar ben guarniti e bei cavalli:
facea più bel veder la ricca corte
de' signor, de' baroni e de' vasalli,
con ciò che d'India e d'eritree maremme
di perle aver si può, d'oro e di gemme

(1) nanfa (o lanfa) agg. f. [dall’arabo nafḥa «odore, profumo»], ant. – Nell’espressione acqua n. (anche in una sola parola: acquananfa o acqualanfa), acqua profumata estratta per distillazione dai fiori di arancio: "oricanni d’ariento bellissimi e pieni ... qual d’acqua di fiori di gelsomino e qual d’acqua nanfa" (Boccaccio).


Matteo Maria Boiardo

dall'Orlando Innamorato, III, 23

Partiti da la fata del castello,
Ove l'arme di Ettòr già star suoleano,
Sorìa, Damasco e quel paese bello
Senza travaglia già passato aveano.

Torquato Tasso

Da La Gerusalemme Liberata, IV, 43

Figlia i' son d'Arbilan, che 'l regno tenne
del bel Damasco e in minor sorte nacque

Da La Gerusalemme Liberata, XV, 15

E 'n un momento incontra Raffia arriva,
città la qual in Siria appar primiera
a chi d'Egitto move; indi a la riva
sterilissima vien di Rinocera.

domenica 30 giugno 2013

Macadàm - della cura trasparente


“Da quella volta non era più stato solo: almeno sulla strada. La Nazionale infatti era piena di fratelli e di compagni, che lavoravano ogni giorno in fitta schiera sulla sua stessa tratta. Per ciascuno di loro provava un affetto sincero, che di sicuro non veniva dal sangue. Alcuni li conosceva solo per nome, altri per soprannome, altri ancora non li aveva mai visti ma li sentiva tutti ugualmente vicini: dei cugini buoni, dei fratelli carnali.”
Paolo Teobaldi, Macadàm, edizioni e/o

Le case cantoniere per chi è nato alla fine degli anni 80, come me, sono quegli edifici in disuso che si affacciano sulle strade, spesso con i vetri i frantumi, le mura color mattone scrostate e le erbacce a fare da decoro. Sorgono sui rettilinei o agli incroci, fredde e agghiaccianti, disabitate e funeree, in alcuni rari casi colonizzate da inquilini abusivi che contro le recinzioni hanno piazzato reti da letto e canne di bambù. Fantasmi rossastri e muti, a volte impietosamente coperti di scritte, altre volte derubati delle proprie targhe, che per lo meno ne ricordavano l’antica funzione. La casa cantoniera fa parte di quel passato prossimo, trascorso un attimo fa ma già obsoleto, insieme al carosello, alle diapositive, alla macchina per scrivere e agli ossi di seppia. 

domenica 14 aprile 2013

Bonvissuto, "Dentro" un paese svuotato di senso

G. Luca Chiovelli
Il carcere (il tema del più interessante dei tre racconti del libro: Il giardino delle arance amare) è, da sempre, una delle metafore più stringenti della condizione umana e degli inappagati aneliti dell’esistenza. Gramsci, Wilde, Dostoevskij, Settembrini, Salamov, Primo Levi, Pellico, Hikmet, François Villon scrissero dalla prigione; e Dante, Machiavelli, Seneca, Cavalcanti, Cicerone, Catullo lontano dalla patria. Fra i numerosissimi. Infatti, in modo apparentemente contradditorio, il carcere diviene anche luogo di poesia poiché l’esilio dalla socialità, e il silenzio dal clamore del secolo, spingono irresistibilmente sia all’inventario drammatico della propria esistenza sia ad una considerazione spietata e cristallina dell’esistenza umana – considerazione altrimenti impossibile se coinvolti nel flusso quotidiano delle amicizie, degli amori, delle conoscenze, degli obblighi. La limitatezza della prigione, quindi, con le sue tetre ripetizioni e i miserevoli espedienti per la sopravvivenza, finisce per stimolare una sorta di ripensamento stoico, filtrato da una nuova sensibilità purgatoriale, su sé stessi e sulla condizione umana in generale. Non a caso i due racconti del libro di Bonvissuto che seguono (Il compagno di banco e Il giorno in cui mio padre mi ha insegnato ad andare in bicicletta) sono episodi minimi del passato, ma di densa nostalgia; la brutalità dell’esperienza carceraria ha, perciò, individuato e poi raffinato quei momenti della vita che ciascuno di noi, preso nei tumulti e nella vorticosi mediocrità d’ogni giorno, tende a smarrire, a ridimensionare, a derubricare a sbiadite istantanee fotografiche. Non sappiamo se tutto ciò corrisponda all’effettiva biografia di Bonvissuto; ciò che importa è che egli ha legato i tre racconti in una consequenzialità psicologica ed esistenziale ineccepibile e, visti gli illustri precedenti, classica. L’unico limite dell’autore, che delinea una prosa senza scarti, è l’incapacità ad elevare il discorso a riflessione universale e tragica, ristando nell’indugio di una dimensione particolare e privata.

Ma attenzione: egli può vantare una peculiarità che nessuno possiede; ha scritto quel primo racconto sul carcere oggi, e in Italia.

lunedì 15 ottobre 2012

mvl Cinema, C'è realtà e "Reality"


Patrizia Vincenzoni
Il mondo che Reality (di Matteo Garrone) ci presenta è quello nel quale finzione e realtà si sovrappongono, dando luogo a un concretismo, orfano, quindi, del piano simbolico che invece rende possibile il sogno, il desiderio e l'affermazione più autentica di sé. Sin dalle prime inquadrature il film ci proietta in una sorta di fronte di guerra mediatica, nel quale sicuramente il bisogno preminente è apparire, ma l'omologazione di massa a questo rito crea, anche visivamente, un'ambientazione interiore e collettiva nella quale si muovono personaggi (o per meglio dire identificazioni in personaggi), che si sostituiscono alle stesse persone, tutte prese in questa ricerca disperata e disperante di identificazioni con i nuovi re Mida del protagonismo a tutti i costi.
Questi soldatini mediatici sono colti nell'impegno di sconfiggere disperazione e povertà anche ambientale (dalla quale emerge la diserzione della Cosa pubblica), partecipando inconsapevolmente a riti per i quali si 'addobbano' come luminarie da accendere alle feste di paese, complici i corpi che mostrano gli eccessi, l"'opulenza" fuori misura delle fisicità e degli abiti con i quali rivestirle, bulimia di cose e di bisogni che fanno dell'entrare nei contenitori televisivi mediatici  l'aspirazione esistenziale più forte e presente, decisiva.
Il ritorno dopo la festa, collettiva ma estranea allo stesso tempo, nella quale si festeggiano più matrimoni contemporaneamente in queste location nelle quali tutto è ridondante e artificioso, come lo è il divertimento con le sue nuove regole, i suoi eccessi, ci proietta in un silenzio dove è possibile la svestizione dei panni indossati dai personaggi e ci restituisce per un attimo le persone colte nella loro spoglia e tenera umanità.

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