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domenica 14 aprile 2013

Bonvissuto, "Dentro" un paese svuotato di senso

G. Luca Chiovelli
Il carcere (il tema del più interessante dei tre racconti del libro: Il giardino delle arance amare) è, da sempre, una delle metafore più stringenti della condizione umana e degli inappagati aneliti dell’esistenza. Gramsci, Wilde, Dostoevskij, Settembrini, Salamov, Primo Levi, Pellico, Hikmet, François Villon scrissero dalla prigione; e Dante, Machiavelli, Seneca, Cavalcanti, Cicerone, Catullo lontano dalla patria. Fra i numerosissimi. Infatti, in modo apparentemente contradditorio, il carcere diviene anche luogo di poesia poiché l’esilio dalla socialità, e il silenzio dal clamore del secolo, spingono irresistibilmente sia all’inventario drammatico della propria esistenza sia ad una considerazione spietata e cristallina dell’esistenza umana – considerazione altrimenti impossibile se coinvolti nel flusso quotidiano delle amicizie, degli amori, delle conoscenze, degli obblighi. La limitatezza della prigione, quindi, con le sue tetre ripetizioni e i miserevoli espedienti per la sopravvivenza, finisce per stimolare una sorta di ripensamento stoico, filtrato da una nuova sensibilità purgatoriale, su sé stessi e sulla condizione umana in generale. Non a caso i due racconti del libro di Bonvissuto che seguono (Il compagno di banco e Il giorno in cui mio padre mi ha insegnato ad andare in bicicletta) sono episodi minimi del passato, ma di densa nostalgia; la brutalità dell’esperienza carceraria ha, perciò, individuato e poi raffinato quei momenti della vita che ciascuno di noi, preso nei tumulti e nella vorticosi mediocrità d’ogni giorno, tende a smarrire, a ridimensionare, a derubricare a sbiadite istantanee fotografiche. Non sappiamo se tutto ciò corrisponda all’effettiva biografia di Bonvissuto; ciò che importa è che egli ha legato i tre racconti in una consequenzialità psicologica ed esistenziale ineccepibile e, visti gli illustri precedenti, classica. L’unico limite dell’autore, che delinea una prosa senza scarti, è l’incapacità ad elevare il discorso a riflessione universale e tragica, ristando nell’indugio di una dimensione particolare e privata.

Ma attenzione: egli può vantare una peculiarità che nessuno possiede; ha scritto quel primo racconto sul carcere oggi, e in Italia.

lunedì 7 gennaio 2013

Iniziazione e esperienza in "Dentro" di Sandro Bonvissuto


Patrizia Vincenzoni
Il bello e appassionato romanzo d'esordio di Sandro Bonvissuto è strutturato in tre racconti che costituiscono il percorso esistenziale, presentato a ritroso, del protagonista al quale non viene attribuito un nome, a sottolineare il fatto che l'identità attraversa i luoghi, delineandosi.

 I luoghi sono fisici e psichici allo stesso tempo e la narrazione li articola costantemente in una dimensione spazio-tempo.  La coppia 'dentro-fuori' si fa metafora di un percorso di iniziazione alla vita che, a ritroso, il personaggio compie.    L'uso della prima persona e il linguaggio icastico catapultano il lettore dentro il racconto, articolando esperienza ed osservazione della stessa: la scrittura è essenziale,incarnata.   L'io narrante e la sua affabulazione scarna trasformano le cose, gli atti, i contesti in esperienza attraverso la quale lo sguardo si fa introspezione, riversando nella scrittura pillole di saggezza sapienziale.  La lettura di questo romanzo  è esperienza del reale, ci conduce spontaneamente e ci fa ricontattare quel nucleo di solitudine e sorpresa  di fronte alla vita e al mistero che contiene,  rinunziando,come indica anche il testo,  al bagaglio degli 'a priori' che illusoriamente ci rendono più sicuro il mondo.

Bonvissuto scandaglia l'esistenza del protagonista  - e, in modo non scontato, tocca tematiche che interessano la vita e la riflessione di chiunque anche a livello collettivo-  attraverso tre storie temporalmente  collocate in periodi diversi: adulto in un carcere nel quale il tempo trasborda e  non offre appigli per 'essere' e lo spazio si fa claustrofobico. L'esperienza di sé, vissuta anche attraverso i luoghi, è dettata  dalla violenza di questi e  vivere, resistendo in uno stato di sospensione, diventa scelta di  sopravvivenza.

E' totale l'assenza di legame tra la vita dentro e fuori.  Il muro del carcere, come la biblioteca senza libri, ne sono testimonianza.

Nel secondo racconto le implicazioni emotive-esistenziali di tale assenza hanno dei rimandi : la scuola è il contesto/luogo anch'esso claustrofobico come il carcere, capace di portare via qualcosa di sé.   L'assenza di spazi interattivi vitali, il cortile-agorà vuoto, morto, con la presenza solo dello squallore, anche qui l'impossibile dialettica tra il 'dentro e fuori' è tale ad opera di un confine -un cancello di ferro- impermeabile.

Il banco di scuola che indica un 'noi' limitato a due,diventa un luogo-feticcio, dimensione interpersonale che non sdogana le due soggettività dei ragazzi.

L'ultimo racconto è il compimento, inteso come un nuovo inizio, di questo percorso umano anche se il ciclo di vita è relativo all'infanzia: la speranza prende il posto della disperazione contenuta, omologata,dell'assenza e dell'abbandono. Forse anche a motivo di ciò, si legge questa storia in uno stato di grazia, direi, anche perché è attraversata dalla poesia dell'ingenuità dell'infanzia che costruisce la consapevolezza di sé partendo dal sentire,come scrive l'autore, '”un disagio per aver scoperto in me un luogo interiore, e il suo silenzio metafisico”.  Tale aggettivazione stona sulle labbra di un bambino, sembra quasi che l'io dello scrittore abbia preso per un attimo il posto di questo e le parole restino tali.  In tempo di evaporazione del ruolo e della funzione paterna, il romanzo in chiusura ci offre invece la presenza autorevole e  affettiva di questi, come superamento di una difficoltà personale di andare verso un obiettivo, una spiaggia in questo caso, luogo che è metafora di un altrove inteso non come fuga ma come ricerca di sé attraverso l'altro da sé.
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