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martedì 24 febbraio 2015

MVL teatro: l'ultimo lavoro di Ronconi


Maria Cristina Reggio
Oggi a Perugia si svolgono i funerali di Luca Ronconi, grande regista teatrale italiano di cui non è necessario scrivere presentazioni e che, andandosene, ci lascia durante le repliche del suo ultimo lavoro sulla Trilogia di Lehman, la saga della famiglia protagonista della più famosa bancarotta del nuovo millennio (dal testo omonimo di Stefano Massini, pubblicato da Einaudi, 2014). Si possono dare quindi alcune informazioni a chi volesse ricordare uno tra i più grandi registi teatrali proprio andando a vedere al Piccolo di Milano questo spettacolo, suddiviso in due parti,  LehmanTrilogy - Prima parte e Seconda parte (attualmente in scena fino al 15 marzo e interpretate da uno strepitoso cast di attori) o a chi interessasse leggere due articoli pubblicati rispettivamente il 22 febbraio su Il manifesto e il 23 su Il foglio: il primo, Ronconi e il pessimismo della ragione, è a firma di Gianfranco Capitta,  e contiene una ricca intervista  in cui il regista parla proprio del suo ultimo lavoro, mentre il secondo, Addio a Luca Ronconi, venerato maestro, firmato dalla Redazione, rimanda a un pezzo del 2011 di Jacopo Pellegrini, Venerato maestro, e racconta le passioni del regista, esperto non solo di teatro e letteratura, ma anche di musica e melodramma,  impegnato allora e fino alla fine dei suoi giorni come maestro di recitazione in uno dei corsi di perfezionamento per giovani attori da lui tenuti presso il suo Centro Teatrale Santacristina in Umbria.
Ancora qualche notizia trovata invece sul sito dell'Ansa, per chi volesse invece, comodamente e senza muoversi da casa, fare un ripasso sull'imponente lavoro svolto da Ronconi nel teatro.  Su Rai Storia si terranno infatti due maratone notturne: una domani, mercoledì 24 marzo, a partire  dalle 23, con una lunga notte ''Speciale Luca Ronconi - Una storia lunga ottanta anni'' (con un'intervista di Franco Marcoaldi al maestro) e una seconda giovedì 25, sempre alle 23 sullo stesso canale, con ''Appunti di lavoro - Ronconi alla prova'' a cura di Ariella Beddini che ha seguito il regista al lavoro e ha anche intervistato molti degli attori che hanno lavorato con lui. Tra questi un bell'intervento di Mariangela Melato, rilasciato non molto prima della sua scomparsa.

martedì 7 gennaio 2014

Caro Antonio, sono colpevole, ma concedimi le attenuanti sentimentali

G. Luca Chiovelli

Antonio Pascale, Le attenuanti sentimentali
Einaudi, pp. 232, euro 19,50

Finalmente un libro da cui spremere qualcosa. Un libro che non è un romanzo, né un saggio; forse un pamphlet; sicuramente una raccolta d'impressioni e di scatti umorali. Antonio Pascale, casertano di Caserta, ora monteverdino (nuovo), dipendente del Ministero delle Politiche Agricole, ha dalla sua un incedere obliquo, risentito, polemico, divertito; inusuale. Questo, per me, è già un pregio. Nel libro rilevano i rapporti con le donne (amiche, mogli, figlie, figlie di amici), la mezza età, i mutamenti antropologici dell'italiano, la stupidità, gli scazzi improvvisi, le eccentriche interpretazioni scientifiche della realtà sociale (eccentriche rispetto alla medietà dei loci communes) e, soprattutto, l'insofferenza verso la carineria.
La carineria intellettuale, il buonismo. Il biologico. L'odio verso il biologico, inteso come modo di vita alternativo, come ritorno all'antico: lo slow food, la decrescita felice: questo lo fa imbestialire e costituisce il bordone tematico dell'opera tanto da risuonare in ogni pagina, anche quando l'autore sembra parlare d'altro. Pascale, infatti, si imbestialisce: non risparmia nessuno. Non che il Nostro non sia d'accordo con l'istanza prima dei biologici: le risorse del pianeta sono agli sgoccioli: su questo conviene. È nella risposta che egli dissente; e lo fa con furia scoglionata lungo l’intero libro. Egli afferma: la risposta non è nel ritorno alla lentezza, alle macine da mulino, ai muretti a secco, a tutto il bric-à-brac da Mulino Bianco che informa gli hipster dell'alimentazione; la risposta, come è sempre stato, risiede nella scienza, o meglio, nel metodo scientifico d'affrontare i problemi: soppesare le evenienze, compulsare dati, sparnazzare tomi pieni di statistiche storiche, sceverare soluzioni, bocciare i passi falsi, farsi cautelosi, ma, sempre, porsi il problema, perché la realtà – insegna Pascale - va accettata come problema e i problemi sono fatti per essere risolti; i carini (col vinello biologico, la paura del nuovo, il misoneismo a priori) rifuggono la realtà per rintanarsi in un passato idealizzato che, secondo lui, tanto ideale non era: anzi, la figura del contadino felice, arcadica o goethiana, è una stampa d'Épinal, immaginosa e priva di fondamento: i contadini di una volta, come i nonni di Pascale, tendevano alla sobrietà forzata, altro che slow food.
Solo dalla tecnologia la liberazione: i concimi di sintesi, i diserbanti, gli agrofarmaci hanno affrancato gli antenati dalle ristrettezze di una condizione feudale; e lavatrici e frigoriferi hanno operato in tal senso sulle antenate. Zoppas e Ignis, sono, quindi, le vere femministe del Novecento.

lunedì 25 novembre 2013

Eva, figlia di due padri


Melania Mazzucco, Sei come sei
Einaudi, pp. 248, euro 17,50
Patrizia Vincenzoni
"Il loro desiderio è stato esaudito. Che anche voi possiate esaudire il vostro".
Cosi in epigrafe la formula di congedo delle fiabe armene a sottolineare l'importanza di non perdere di vista il proprio desiderio, quasi un augurio che l'autrice sembra inviare, mentre ci apprestiamo alla lettura di Sei come sei. Crediamo sia utile ricordare, anche se non riportata, la formula d'inizio "c'era o non c'era una volta", cara alla tradizione armena, che suggerisce la necessità di una sospensione di incredulità a chi entra, leggendo, in un ambito fiabesco. In linea con tale atmosfera le brevi pagine della prefazione scritte da Eva, l'adolescente protagonista, che ci aprono verso una dimensione temporale immaginaria. Il romanzo tratta temi controversi che attraversano la contemporaneità, rispetto ai quali la scrittrice evitare di assumere una qualche posizione ideologica. La Mazzucco 'entra' nella narrazione, ne segue storia ed eventi, i personaggi del romanzo da subito diventano persone.
Due uomini gay sono padri di Eva, nata da un utero in affitto, ritratta nella fase adolescenziale che la vede impegnata a difendersi dai pregiudizi e dal bullismo dei compagni di classe, violenza che produce un fatto grave da cui Eva fugge mettendosi in viaggio, in incognito, alla ricerca del padre del quale, tempo prima, è stata privata, poiché non riconosciuto dalla legge come tale. L'altro padre Christian, il genitore legale, giovane filologo, poco tempo prima ha perduto la vita in un incidente con la moto, ed Eva è stata affidata al fratello di questi.

lunedì 11 novembre 2013

Pascale: distrazioni, affetti, attenuanti


Lunedì 11 novembre alle 18 da Plautilla biblio-libreria gratuita (via Colautti 28-30) una conversazione con Antonio Pascale, di cui è da poco uscito per Einaudi il (non) romanzo Le attenuanti sentimentali. Una pagina dal primo capitolo:

Antonio Pascale
Ho esordito poco prima del nuovo millennio con un libro strano: La città distratta. Il protagonista non c’era. Cioè, il protagonista era la città, la città di Caserta con tutte le sue appendici. Le appendici parlavano, si raccontavano.
Ero un perfetto sconosciuto, molto timido quando si trattava di affrontare il pubblico, con problemi di dislessia e disgrafia e varie altre complicazioni, sbagliavo le concordanze, mi perdevo in digressioni, parlavo sottovoce.
Nel 2003 arrivò La manutenzione degli affetti. Tutti a dirmi: che bel titolo. Firmai uno spropositato numero di dediche personalizzate (genere in cui mi accorsi di eccellere) e tutte finivano con: «alla manutenzione dei tuoi sogni futuri, questo libro è dedicato».
Cominciai a essere invitato in televisione. La mia prima domanda televisiva fu: «La manutenzione degli affetti, in che senso?» Non ebbi modo di spiegarmi perché il presentatore intervenne per dirmi: «È dunque un libro di consigli pratici?» «No, – risposi, – tutt’altro», e l’intervista finí lí perché il tempo era scaduto.
Ma mi sentivo forte, parlavo ormai con agilità alle conferenze, frequentavo un sacco di cene dove almeno metà dei commensali mi diceva: La manutenzione degli affetti non l’ho letto, però che bel titolo. I critici scrissero: tre racconti su sette sono davvero riusciti (e non erano mai gli stessi), però ora aspettiamo Pascale alla prova del romanzo.
Nell’attesa, mi ammalai. Un giorno mi svegliai trasformato in un essere pieno di bolle. Un’orticaria. È lo stress, cosí mi dissero all’IDI. Antistaminico e passa. Alla terza pillola le bolle andarono via del tutto. Sono forte, pensai. Due giorni dopo arrivò una dermatite devastante. È lo stress.
Cioè? – chiesi al dermatologo dell’IDI.
E che ne so io: si guardi dentro.
Che se ci pensate solo un attimo è un concetto estremamente pernicioso, guardarsi dentro, e poi dove? Comunque, cominciai a guardarmi dentro. Risultato: mi ammalai ancora di piú.
Omeopatia, – mi consigliò una scrittrice napoletana, mentre mi serviva una cena macrobiotica, a casa sua, a Napoli.
Intossicazione, – mi disse il medico, al pronto soccorso, dopo qualche ora. – Cozze?
Macrobiotico.
Macrobiotico? A Napoli? Ma lei vuole sfidare la sorte.

domenica 20 ottobre 2013

Saramago, uomini ciechi nel mondo

José Saramago, Cecità
traduzione di Rita Desti
Einaudi 2005

Enza Bertoni

Nella tragicità di questo avvenimento paradossale, la cecità improvvisa degli abitanti di una intera città, con un'unica eccezione, ciò che mi colpisce maggiormente è l'indifferenza.Inizialmente tutto ciò che accade può essere percepito come una tragica catastrofe, una momentanea tragica avventura, ma a mano a mano che si va avanti con la lettura ci si accorge che è una cecità che va verso un'altra direzione, che è un viaggio del "vedere" con occhi nuovi, che l'occhio non potrà fermarsi da nessuna parte se non verso un viaggio interiore.
Vedo? No! Da quale parte il mio occhio si avvia ? Da quale spazio, verso dove ? Su quale spazio si focalizza ? Penetra oltre ?
E' questo il messaggio che l'autore, secondo me, ci manda, ci sollecita, andare oltre, vedere oltre.
Il puntuale racconto degli eventi quotidiani, dei bisogni fisiologici, raccontati fino al disgusto di se stessi, la laidezza e lo squallore deturpano questo luogo di dolore.
Questo vagabondare da una camerata all'altra, produce una forma di interiorizzazione, quasi un'oasi di raccoglimento; questi esseri incomunicanti, ma che vogliono favorire contatti. Attraverso le immagini inquietanti che l'autore ci propone, si cerca di appropriarsi di uno spazio diverso. Si avverte la rappresentazione dell'altro quasi come in un sogno, un altro di cui si ha paura.
La cecità diventa occasione di chiusura da un lato e dall'altro verso una solitudine liberatoria, una prigione e contemporaneamente l'imposizione  di altri sensi.
Cecità diventa metafora della vita : l'uomo è un cieco nel mondo, in questo mondo non decifrabile, opaco; un mondo invisibile ci sovrasta, una cecità che spegne tutto, una disperazione, ma che deve sollecitare nuove modalità dell'essere umano, che deve sentire come importante conseguenza quello di svincolarsi sia dalla nostalgia del mondo visivo, sia dal credere che da solo ce la farà.
L'uomo ha sempre bisogno dell'altro per poter sopravvivere.

martedì 27 agosto 2013

Avvolgente, irraggiungibile Mabel

Luca Ricci, Mabel dice sì
Arcipelago Einaudi, pp. 144, euro 12,50
 
Patrizia Vincenzoni
In epigrafe la formula "Preferirei di no" di Bartleby, lo scrivano, opera di Hermann Melville, fa da contrasto al titolo affermativo del romanzo: come a dire la difficoltà a stabilire un punto d'incontro fra prospettive diverse.
Mabel dice sì  si avvale di una scrittura esangue, ridotta all'osso ma estremamente efficace, quasi ipnotica, smembrante, capace come poche di mettere a nudo pensieri e sentimenti delle figure ritratte. L'effetto che tale scrittura produce è quello di tenere viva l'attenzione anche perché accadono continuamente fatti nel luogo dove si svolge il romanzo, lo spazio apparentemente angusto della reception di un albergo in una città di provincia, che poi si intuisce essere Pisa.
La trama: un pianista, studente del conservatorio, accetta di lavorarare, inizialmente nei fine settimana, come portiere di notte per arrotondare gli introiti e portare a termine gli studi: la narrazione è costruita unicamente sulla sua voce e sulle vicende che vedono Mabel protagonista,  collega che conosce  durante il primo turno di lavoro.

mercoledì 21 agosto 2013

Su Teju Cole: la parte dell'ombra


Teju Cole, Città aperta (Open City)
traduzione di Gioia Guerzoni
Einaudi, pp. 270, euro 17, 50

Fabio Pedone
«Ho esplorato me stesso»: il frammento di Eraclito che, non denunciato, fa da titolo alla seconda parte di Città aperta di Teju Cole (Einaudi, traduzione di Gioia Guerzoni) delinea il rapporto tra io e mondo in questa esperienza sì ibrida ma tutt’altro che caotica; aperta come la città da cui prende spunto ma composta, piana, intessuta di sensazioni sottili e di ricordi, soprassalti, momenti di conoscenza inaspettata. Questo “romanzo” in realtà è il resoconto calmo, disponibile a ogni deviazione dettata dalla memoria o dal caso, dei vagabondaggi newyorkesi del protagonista. Ennesimo attraversamento spaesato di una città su cui così tanto è stato scritto. Open city: New York come città aperta alle migrazioni e alla varietà di contatti ed esperienze interetniche, ma anche la città come libro da leggere e “museo di tutto” carico di segni che vanno colti seguendo le vie inaspettate dello sguardo (optic) e decodificati con l’aiuto dei più vari e vitali riferimenti culturali, delle opere storiche, dei resti del passato esposti nei musei (op. cit.). Viviamo un’epoca eminentemente frammentaria. Relitti e frantumi di un altro tempo si incistano nel presente, nella forma attuale di una città, mutati in immagini-ombra. Ma è la città che infine legge l’uomo, lo squaderna a se stesso; lasciando però punti ciechi e angoli sfocati in quel testo interiore.
Julius, cresciuto in Nigeria ed emigrato a New York da adolescente, proprio come l’autore, è un casuale flâneur. Non colleziona, bensì intercetta i segni che il passato ha lasciato sparsi per la città malgrado tutte le sue trasformazioni. Psichiatra nella vita, Julius lavora nella parte dell’ombra, da dove (come stelle la cui luce arriva ancora a noi dallo spazio profondo ma che potrebbero essere già scomparse) gli fanno cenno i milioni di dimenticati, rimossi dal cuore stesso dell’America: le minoranze, i perseguitati, gli schiavi neri su cui le banche hanno costruito le loro fortune immani; le ossa di quegli uomini e donne riaffiorano ancora oggi a migliaia dai terreni dell’antico Negro Burial Ground su cui si ergono i grattacieli della finanza. E Julius passeggia, si perde, osserva immagini e ascolta storie, ricomponendo in sé i sedimenti della città.

giovedì 1 agosto 2013

Giostre e pavoni in atteggiamenti sospetti

Giulia Caminito

Il vademecum del piccolo scrittore / I

Un anno fa andai da un’amica con qualcosa che scrissi in un periodo di transizione della mia vita, che a venticinque anni non ha visto un granché in fondo, ma nel mio esiguo orizzonte quelle pagine avevano espresso qualcosa. Lei lo ha letto, non l’ha del tutto cestinato, io ci ho lavorato ancora, asciugandolo come un’aringa al sole e gliel’ho riportato. La sua opinione a quel punto era che il “romanzo” non era malvagio, si doveva solo correggere un po’ e che già poteva essere qualcosa da proporre in qualche modo. Però mi fece una domanda, che cambiò le sorti circa il mio interessamento per tale scritto: “Tu cosa vorresti dire?” Ovviamente pensavo di avere una sfilza di cose interessantissime da dire e mi sono messa mentalmente a compilarla. Alla fine ho stiracchiato tre o quattro frasi, di dubbia costruzione grammaticale, balbettando e stropicciandomi le mani. Cosa volevo dire? Volevo raccontare una parte del mio vissuto da venticinquenne studentessa di filosofia, un po’ ironica, senza troppe pretese, con uno stile colloquiale, mettere a parte il mondo della vita universitaria appena trascorsa. Era abbastanza da dire? Forse sì forse no. La mia amica, e mi piace chiamarla così perché i consigli datemi sono secondo me un segno di amicizia, non ha smontato il mio castello dalle fragili fondamenta e ha solo detto: “Leggiti un paio di questi libri”.

mercoledì 31 luglio 2013

Covacich, trame riflesse dentro una scacchiera

Mauro Covacich, L'esperimento
Einaudi, pp. 176, euro 18,50 

In una lunga intervista pubblicata sulla rivista online "Arabeschi", Mauro Covacich si descrive con le parole di un autore amato, Goffredo Parise: «Io – aveva detto di sé l'autore del Padrone – non sono un letterato. Non appartengo al mondo delle belle lettere, al mondo degli autori che scrivono libri a partire dai libri, che scrivono libri a partire dalla letteratura. Io sono uno scrittore, sono uno che può scrivere soltanto della vita; può scrivere soltanto traducendo a suo modo, metabolizzando a suo modo la vita, non altri libri». Nell'autoritratto di Parise si specchia Covacich e di certo sa di consegnarsi a una zona d'ombra che non esclude forse la fama, ma fa della sua opera un caso atipico nel paesaggio della nostra narrativa contemporanea. 
Osservato con diffidenza dai letterati, di rado accoglienti verso chi rivendica di non essere uno dei loro, e noto al pubblico più per i suoi articoli (solitamente molto acuti) sul "Corriere della sera" e su altri giornali, che per i lavori letterari, l'outsider Covacich si è tuttavia guadagnato nel tempo un numero crescente di lettori.

martedì 30 luglio 2013

Barnes, un viaggio nel passato dai bordi della vita

Julian Barnes, Il senso di una fine
traduzione di Susanna Basso
Einaudi, pp.150,  euro 17,50

Patrizia Vincenzoni  
In questo romanzo, breve e intenso, Julian Barnes racconta il senso di fallimento di un uomo, Tony Webster, ritratto mentre passa in rassegna la  vita, vissuta  ponendosi come al riparo dalla stessa. Rimorso, senso di sconfitta e un sentimento di costante tristezza connotano questa vita mancata, la mediocrità come paracadute di fronte alle richieste e agli imprevisti che ha incontrato nel corso dell'esistenza.
La lettera con la  quale un avvocato informa Tony che la madre di Veronica, sua ex ragazza ai tempi della scuola, gli ha destinato un diario scritto da un amico Adrian Finn, morto suicida all'età di ventidue anni, insieme a una piccola somma in denaro,  è il grimaldello che lo scuote dalla rassicurante  e noiosa routine nella quale vive da sempre.  Il viaggio a ritroso nel tempo e nella storia personale, alla ricerca delle responsabilità  riguardo a scelte/non scelte, si avvale del ricorso alla memoria, una memoria fallace, troppo simile a "quella certezza che prende consistenza là dove le imperfezioni... incontrano le inadeguatezze della documentazione". 

venerdì 26 aprile 2013

"I miei genitori", un dialogo con Nicola Lagioia

Giovedì 11 aprile Nicola Lagioia ha partecipato da Plautilla a un incontro, che ha preso spunto dal suo racconto I miei genitori, appena uscito per Einaudi solo in formato digitale. Ecco alcuni momenti della conversazione.

I miei genitori è uscito in ebook all'interno di una nuova collana di Einaudi, I Quanti, destinata appunto solo al supporto digitale. Il racconto è stato scritto su commissione?
No, Einaudi mi ha semplicemente chiesto un testo breve da inserire fra quelli che avrebbero inaugurato la collana e io ho  proposto questo, che era già pronto. Era comunque inedito, così come quello di Tiziano Scarpa, che è uscito in contemporanea, mentre gli altri titoli della collana, di taglio saggistico, erano già usciti su carta. In effetti, questa collana di ebook è un po' un esperimento: l'editoria digitale in Italia copre ancora una parte minuscola del mercato, meno dell'un per cento, mentre negli Stati Uniti sembra corrisponda già a più di un quarto del settore editoriale. Così le case  editrici italiane vogliono fare qualcosa, ma senza rischiare troppo.

Quando è stato scritto il racconto? 
Io sono un autore di romanzi, ma tutte le volte che pubblico un nuovo libro, dopo il periodo dedicato alla sua promozione, scrivo qualche racconto. Si tratta, in alcuni casi, di "false partenze": credo di avere trovato lo spunto per un romanzo, butto giù magari trenta o quaranta pagine e poi mi accorgo che è impossibile andare avanti. Anche ne I miei genitori c'è l'embrione di un romanzo che poi non si è sviluppato: l'ho scritto dopo Riportando tutto a casa e mi piaceva l'idea di ritornare negli stessi luoghi, ma in un periodo precedente, dagli anni Ottanta all'inizio degli anni Settanta.

Il titolo del racconto, I miei genitori, lascia pensare che l'io narrante sia un figlio, i cui ricordi familiari occupano il centro del testo. In realtà, però, questa figura non appare.
Ho scelto un titolo volutamente ambiguo: nel racconto infatti compaiono due bambini o meglio, ce n'è uno solo, il figlio del protagonista, a cui del resto si accenna appena. Il secondo bambino non solo non compare, ma viene evocato semplicemente come una potenzialità, nel momento in cui Gioia fa il test di gravidanza. Eppure per molti lettori proprio lui è l'ipotetico io narrante del racconto. Per me invece è l'altro ragazzino, il figlio di Antonio e di sua moglie, ricoverata in un reparto oncologico, ma non mi dispiace il fatto che ci sia questo margine di dubbio.

Uno dei temi del racconto sembra essere il rapporto fra le figure dei due protagonisti, che sembrano incapaci di prendere vere decisioni e la natura che li circonda, molto più potente di loro, come in un "sogno di mezza estate". 
E' proprio così: l'intero racconto si svolge nell'arco di una notte d'estate, durante la quale Antonio e Gioia  si muovono come pupazzi,  possedendo pensieri e sentimenti, ma in realtà lasciandosi trascinare da quello che sta accadendo loro. Quando una persona è innamorata, è in certo senso posseduta da questo sentimento più grande di lei.  E questo Shakespeare lo ha saputo descrivere come nessun altro, con i suoi innamorati che si rincorrono nel bosco fatato, senza vedersi e senza mai capire quello che succede. 

Ci sono scrittori secondo i quali i personaggi vivono di vita propria, guidando la mano dell'autore. Antonio e Gioia appartengono a questa "famiglia"?
Beh, sarebbe bello se  a un certo punto lo scrittore potesse mettere il pilota automatico e procedere senza sforzi, ma almeno per me non è così. Posso dire però che quando un personaggio è sufficientemente delineato, la gamma di scelte dei suoi possibili comportamenti si restringe naturalmente. Forse anche per questo preferisco scrivere romanzi perché in un romanzo tutto è molto più concentrato, puntato verso l'interno, mentre il racconto si apre verso l'esterno. Questo ovviamente non implica una scala di valori: si tratta di forme diverse, che si aprono entrambe alla possibilità di scrivere capolavori, come dimostrano gli splendidi racconti di Cechov o, nei nostri tempi, di Alice Munro. 


domenica 14 aprile 2013

Bonvissuto, "Dentro" un paese svuotato di senso

G. Luca Chiovelli
Il carcere (il tema del più interessante dei tre racconti del libro: Il giardino delle arance amare) è, da sempre, una delle metafore più stringenti della condizione umana e degli inappagati aneliti dell’esistenza. Gramsci, Wilde, Dostoevskij, Settembrini, Salamov, Primo Levi, Pellico, Hikmet, François Villon scrissero dalla prigione; e Dante, Machiavelli, Seneca, Cavalcanti, Cicerone, Catullo lontano dalla patria. Fra i numerosissimi. Infatti, in modo apparentemente contradditorio, il carcere diviene anche luogo di poesia poiché l’esilio dalla socialità, e il silenzio dal clamore del secolo, spingono irresistibilmente sia all’inventario drammatico della propria esistenza sia ad una considerazione spietata e cristallina dell’esistenza umana – considerazione altrimenti impossibile se coinvolti nel flusso quotidiano delle amicizie, degli amori, delle conoscenze, degli obblighi. La limitatezza della prigione, quindi, con le sue tetre ripetizioni e i miserevoli espedienti per la sopravvivenza, finisce per stimolare una sorta di ripensamento stoico, filtrato da una nuova sensibilità purgatoriale, su sé stessi e sulla condizione umana in generale. Non a caso i due racconti del libro di Bonvissuto che seguono (Il compagno di banco e Il giorno in cui mio padre mi ha insegnato ad andare in bicicletta) sono episodi minimi del passato, ma di densa nostalgia; la brutalità dell’esperienza carceraria ha, perciò, individuato e poi raffinato quei momenti della vita che ciascuno di noi, preso nei tumulti e nella vorticosi mediocrità d’ogni giorno, tende a smarrire, a ridimensionare, a derubricare a sbiadite istantanee fotografiche. Non sappiamo se tutto ciò corrisponda all’effettiva biografia di Bonvissuto; ciò che importa è che egli ha legato i tre racconti in una consequenzialità psicologica ed esistenziale ineccepibile e, visti gli illustri precedenti, classica. L’unico limite dell’autore, che delinea una prosa senza scarti, è l’incapacità ad elevare il discorso a riflessione universale e tragica, ristando nell’indugio di una dimensione particolare e privata.

Ma attenzione: egli può vantare una peculiarità che nessuno possiede; ha scritto quel primo racconto sul carcere oggi, e in Italia.

giovedì 14 marzo 2013

Caro Morselli, caro Calvino


Italo Calvino scrive a Guido Morselli spiegandogli perché ha deciso di non pubblicare Il comunista. Morselli gli risponde.

Torino, 5 ottobre 1965
Caro Morselli,
finalmente ho letto il Suo romanzo. So d'aver tardato oltremisura e che non c'è nulla che spazientisca un autore quanto queste lunghe attese: ma la lettura dei manoscritti è un lavoro supplettivo per cui devo rubare del tempo al lavoro e alle altre letture che riempiono - ahimè senza margine - le mie giornate feriali e festive, inverno ed estate. Ed è anche un lavoro - devo dirglielo subito -che, quando si tratta di romanzi politici,
faccio senza nessuna speranza. La politica continua a interessarmi, e così la letteratura (con tutto ciò che questo nome implica) ma dal romanzo politico non mi aspetto nulla, né in un campo d'interessi né nell'altro. Credo cioè che si può fare opera di letteratura creativa con tutto, politica compresa, ma bisogna trovare forme di discorso più duttili, più vere, meno organicamente false di quello che è il romanzo oggi. Trattando i problemi che stanno a cuore si possono scrivere saggi che siano opere letterarie di gran valore, valore poetico dico, con non solo idee e notizie, ma figure e paesi e sentimenti. Delle cose serie bisogna imparare a scrivere così, e in nessun altro modo.
Le ho detto questo prima, come avrei potuto dirglielo prima di leggere il Suo romanzo: insomma è chiaro che gran parte del mio giudizio è basato su questo apriori.
Cominciando a leggerLa ho però provato interesse. Il Suo libro si presenta gremito di fatti, di dati, di documentazione d'una vita reale, ed è questa parte non-romanzesca, questo materiale accumulato dentro, che mi faceva appunto rimpiangere che Lei non avesse scritto, che so?, una divagazione sul movimento operaio emiliano, raccogliendo e commentando memorie dirette e indirette, o una biografia, o un libro di ricordi e pensieri. Macché "divagazione"!

lunedì 7 gennaio 2013

Iniziazione e esperienza in "Dentro" di Sandro Bonvissuto


Patrizia Vincenzoni
Il bello e appassionato romanzo d'esordio di Sandro Bonvissuto è strutturato in tre racconti che costituiscono il percorso esistenziale, presentato a ritroso, del protagonista al quale non viene attribuito un nome, a sottolineare il fatto che l'identità attraversa i luoghi, delineandosi.

 I luoghi sono fisici e psichici allo stesso tempo e la narrazione li articola costantemente in una dimensione spazio-tempo.  La coppia 'dentro-fuori' si fa metafora di un percorso di iniziazione alla vita che, a ritroso, il personaggio compie.    L'uso della prima persona e il linguaggio icastico catapultano il lettore dentro il racconto, articolando esperienza ed osservazione della stessa: la scrittura è essenziale,incarnata.   L'io narrante e la sua affabulazione scarna trasformano le cose, gli atti, i contesti in esperienza attraverso la quale lo sguardo si fa introspezione, riversando nella scrittura pillole di saggezza sapienziale.  La lettura di questo romanzo  è esperienza del reale, ci conduce spontaneamente e ci fa ricontattare quel nucleo di solitudine e sorpresa  di fronte alla vita e al mistero che contiene,  rinunziando,come indica anche il testo,  al bagaglio degli 'a priori' che illusoriamente ci rendono più sicuro il mondo.

Bonvissuto scandaglia l'esistenza del protagonista  - e, in modo non scontato, tocca tematiche che interessano la vita e la riflessione di chiunque anche a livello collettivo-  attraverso tre storie temporalmente  collocate in periodi diversi: adulto in un carcere nel quale il tempo trasborda e  non offre appigli per 'essere' e lo spazio si fa claustrofobico. L'esperienza di sé, vissuta anche attraverso i luoghi, è dettata  dalla violenza di questi e  vivere, resistendo in uno stato di sospensione, diventa scelta di  sopravvivenza.

E' totale l'assenza di legame tra la vita dentro e fuori.  Il muro del carcere, come la biblioteca senza libri, ne sono testimonianza.

Nel secondo racconto le implicazioni emotive-esistenziali di tale assenza hanno dei rimandi : la scuola è il contesto/luogo anch'esso claustrofobico come il carcere, capace di portare via qualcosa di sé.   L'assenza di spazi interattivi vitali, il cortile-agorà vuoto, morto, con la presenza solo dello squallore, anche qui l'impossibile dialettica tra il 'dentro e fuori' è tale ad opera di un confine -un cancello di ferro- impermeabile.

Il banco di scuola che indica un 'noi' limitato a due,diventa un luogo-feticcio, dimensione interpersonale che non sdogana le due soggettività dei ragazzi.

L'ultimo racconto è il compimento, inteso come un nuovo inizio, di questo percorso umano anche se il ciclo di vita è relativo all'infanzia: la speranza prende il posto della disperazione contenuta, omologata,dell'assenza e dell'abbandono. Forse anche a motivo di ciò, si legge questa storia in uno stato di grazia, direi, anche perché è attraversata dalla poesia dell'ingenuità dell'infanzia che costruisce la consapevolezza di sé partendo dal sentire,come scrive l'autore, '”un disagio per aver scoperto in me un luogo interiore, e il suo silenzio metafisico”.  Tale aggettivazione stona sulle labbra di un bambino, sembra quasi che l'io dello scrittore abbia preso per un attimo il posto di questo e le parole restino tali.  In tempo di evaporazione del ruolo e della funzione paterna, il romanzo in chiusura ci offre invece la presenza autorevole e  affettiva di questi, come superamento di una difficoltà personale di andare verso un obiettivo, una spiaggia in questo caso, luogo che è metafora di un altrove inteso non come fuga ma come ricerca di sé attraverso l'altro da sé.
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