Giulia Caminito
Il vademecum del piccolo scrittore / I
Un anno fa andai da un’amica con qualcosa che scrissi in un
periodo di transizione della mia vita, che a venticinque anni non ha visto un
granché in fondo, ma nel mio esiguo orizzonte quelle pagine avevano espresso
qualcosa. Lei lo ha letto, non l’ha del tutto cestinato, io ci ho lavorato
ancora, asciugandolo come un’aringa al sole e gliel’ho riportato. La sua
opinione a quel punto era che il “romanzo” non era malvagio, si doveva solo
correggere un po’ e che già poteva essere qualcosa da proporre in qualche modo.
Però mi fece una domanda, che cambiò le sorti circa il mio interessamento per
tale scritto: “Tu cosa vorresti dire?” Ovviamente pensavo di avere una sfilza
di cose interessantissime da dire e mi sono messa mentalmente a compilarla.
Alla fine ho stiracchiato tre o quattro frasi, di dubbia costruzione
grammaticale, balbettando e stropicciandomi le mani. Cosa volevo dire? Volevo
raccontare una parte del mio vissuto da venticinquenne studentessa di
filosofia, un po’ ironica, senza troppe pretese, con uno stile colloquiale,
mettere a parte il mondo della vita universitaria appena trascorsa. Era
abbastanza da dire? Forse sì forse no. La mia amica, e mi piace chiamarla così
perché i consigli datemi sono secondo me un segno di amicizia, non ha smontato
il mio castello dalle fragili fondamenta e ha solo detto: “Leggiti un paio di
questi libri”.

