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domenica 26 gennaio 2014

I racconti di MVL: Parodia di una fiaba

Lorenzo Carlo
La sera stava calando rapidamente, grigia e malinconica, quasi che l’atmosfera del cimitero avesse scavalcato il muro di recinzione, permeando anche i banchi dei fiori e i pochi passanti stanchi.
Cesira veniva avanti piano, con passi lenti e strascicati. Arrivata al suo banco dei fiori si rivolse alla figlia Valentina, una graziosa adolescente dalla figura efebica e dalla vistosa chioma rosso-Tiziano:
“Eccomi, Roscè. Ci ho messo un po’ perché da Lidl c’era una fila incredibile. E poi parlano sempre di crisi. Tieni questi sono i sacchetti di nonna: vaglieli a portare sennò quella non cena. Ah, e portale pure ‘sti quattro crisantemi che tanto ormai non se li compra più nessuno e domani sono da buttare”
La ragazzina non rispose nemmeno. Si alzò di scatto, prese i sacchetti e i fiori, scosse i lunghi capelli e si avviò senza neppure salutare.
“E non fare come al solito, che ti fai aspettare ore per cenare: lo sai com’è tuo padre! Vai e torni, d’accordo?”
La Roscetta neppure stavolta rispose. Scosse di nuovo i capelli e voltò l’angolo. Finalmente! Una delle cose che odiava di più, in questa vita di merda, era proprio passare il pomeriggio al banco dei fiori a rimpiazzare sua madre. E poi per quattro vecchiette che compravano due crisantemi ciascuna e contrattavano pure sul prezzo…
Ma adesso, finalmente, c’era l’ora sua! Arrivò rapidamente vicino a un gruppo di casermoni, le case popolari dei ferrovieri, e sotto le finestre del secondo caseggiato emise il suo fischio alla pecorara. Subito si aprì una finestra al secondo piano, un moretto si affacciò e disse “Arrivo!”.
In un paio di minuti uscì dal portone, si avvicinò a Valentina, la guardò con venerazione e disse. “Ciao, Roscè!” poi le prese dalle mani i sacchetti ed i fiori.
“Ciao, Ciriola. Andiamo”
I due si avviarono a passi rapidi verso il parco, oddio…”parco”, diciamo la discarica con vaste zone di alberi fitti.

lunedì 15 luglio 2013

Il cuscino di Bolaño


In occasione del decennale della morte di Roberto Bolaño, pubblichiamo questo articolo uscito sul "Bo" nei giorni scorsi.

Lorenzo Alunni
Se sentiamo il bisogno di qualche ragione per resistere alla tentazione di leggere uno dei libri di Roberto Bolaño, e se non vogliamo accontentarci di quella genuina indifferenza che riserviamo al 99,9% di ciò che potremmo trovare in una libreria o una biblioteca, il prontuario di buoni motivi per tenersene alla larga offre un’ampia scelta. Ci diremo che Bolaño è oggi l’autore mitizzato per eccellenza, e che dagli autori mitizzati bisogna ben tenersi alla larga, se non si vuol passare per uno di quei lettori particolarmente vulnerabili alle mode. Ci diremo che, oltretutto, ormai è dimostrato che non solo l’autore è stato mitizzato, ma che per farlo ci hanno anche mentito (per esempio sulla questione del Bolaño eroinomane o no), e che la punizione da infliggere a un autore morto ma soggetto a mitizzazione mendace è prima di tutto il non leggerlo e poi eventualmente anche lo sconsigliarlo agli altri, magari senza mai averlo letto veramente.
Ci diremo che l’esplosione di Bolaño nelle classifiche di vendita di certe nicchie del mercato editoriale e nelle conversazioni di certe categorie di lettori snob è una sapiente operazione dello squalo per eccellenza dell’editoria globale, l'agente Andrew Wylie, che per il mondo dei libri secondo alcuni corrisponde a quello che Goldman Sachs o simili è per il mondo della finanza, e basterebbe questo per convincersi a star alla larga dallo scrittore cileno.


lunedì 24 giugno 2013

Una bambina smarrita nel buio della mente

Ti racconto un libro:
Michèle Halberstadt, La petite
traduzione di Elena Cappellini
L'orma, pp. 132, euro 13,50

Roberto Liberatori
"La tana che mi ero costruita si era trasformata in una prigione nella quale mi rinchiudevo ogni giorno di più e della quale sarei stata incapace di trovare la chiave". Lei, la protagonista del romanzo, è una bambina ipersensibile e diversa dagli altri. Quando a otto anni perde il nonno, col quale ha un rapporto speciale, si accorge che la famiglia cerca di proteggerla dal dolore. Questo fatto scatena nella sua mente un malinteso che la spinge ad annullarsi, a rendersi muta e invisibile a tutti. Fino al punto di volere la morte. Prende avvio da questa scelta estrema e sofferta il romanzo di Michèle Halberstadt, giornalista e produttrice cinematografica francese.  La sua scrittura sapiente ripercorre le fasi di questa discesa negli angoli bui della mente con il racconto in prima persona della nostra protagonista. Attorno a lei i genitori, una sorella messa su un piedistallo, uno zio egocentrico, una compagna di classe carogna e due amici del nonno grazie ai quali intravede un mondo raffinato e cosmopolita, in cui l'arte è un piacere a cui vale la pena di consacrarsi. La "piccola" cerca di sopravvivere al suo mondo di sentimenti soffocati con la lettura e la scrittura: inventa un personaggio, Laure, amica immaginaria che rappresenta ciò che vorrebbe essere. E continua a dialogare muta col nonno. Ma quando tutto sembra perso, si spezza qualcosa nella sua mente e la piccola intravede una seconda possibilità, o meglio una scelta di vita diversa. Semplicemente volendo.  La rinascita della nostra  protagonista è la presa di coscienza dei propri doni, di tutto quello che, per un malinteso, può essere scambiato per "singolarità". Nel breve romanzo la lasciamo così, alle prese con la sua nuova vita. Lei, a passeggio con il suo abito leggero che svolazza al vento e la voglia di sorridere a tutti. Noi, a riflettere su come la mancanza di comunicazione e una percezione sbagliata di se stessi possa produrre tanta infelicità. Anche in tenera età. 

mercoledì 8 maggio 2013

Sorrisi amari al Café de l'Univers


Ti racconto un libro
Fouad Laroui, L'esteta radicale, Del Vecchio, traduzione di Cristina Vezzaro, pp.156, euro 13

Fabio Cenciarelli
La scelta di un libro è sempre stata per me come una piccola caccia al tesoro. Imbattermi ne L'esteta radicale di Fouad Laroui lo ritengo sicuramente un colpo di fortuna.
Fouad Laroui, nato a Oujda nel 1958, ma originario di El Jadida (vicino Casablanca), è uno scrittore marocchino che vive da vent'anni in Europa. In un divertente aneddoto racconta come la sua scelta di voler proseguire gli studi universitari in Francia con indirizzo letterario sia stata poi arbitrariamente direzionata dal fatidico professor Pizzagalli, un nome che certamente Laroui non ha dimenticato, verso gli studi di Matematica superiore. Così Laroui, dopo una laurea in ingegneria in Francia, arriverà a insegnare economia, scienze ambientali, poi epistemologia e finalmente letteratura francese ad Amsterdam dove si trasferirà.
Non è un azzardo osservare che questa sua poliedricità risalti in modo piuttosto evidente, anche se sotto una forma più esplicitamente letteraria, nella raccolta di racconti brevi che compongono L'esteta radicale. Una serie di storie che traggono il pretesto dalle conversazioni di un gruppo di amici riuniti a un tavolo del Cafè de l'Univers, a Casablanca. Se alcune storie partono direttamente dalle voci di Hamid, Rachid, Ali o Nagib, altre invece sono narrazioni in qualche modo indirette, non si servono cioè dell'introduzione di nessuno dei giovani marocchini che ingannano il loro tempo seduti a questo bar dal nome così evocativo.

Il gioco dei giorni narrati

Un nuovo indirizzo si aggiunge alla lista degli Amati blog qui a fianco: si tratta di Dicono di oggi, è online dal primo gennaio di quest'anno e sicuramente piacerà a molti lettori di Monteverdelegge. L'idea di mettere insieme "un progetto editoriale basato su un vasto database di citazioni letterarie che parlano dei 366 giorni dell’anno" è di Antonella Sbrilli, ma l'iniziativa è aperta a tutte/i quelle/i che vorranno aggiungere il loro contributo a questo Gioco dei giorni narrati, per riprendere il titolo di un libro che la stessa Antonella Sbrilli (nascosta dietro l'alias Toni A. Brizi) ha pubblicato anni fa. Anche la Biblioteca Marconi di Roma ha aderito al progetto, allestendo addirittura una piccola urna dove è possibile inserire nuove citazioni. Frutto di vent'anni di ricerca, la lista di "romanzi, racconti, poesie (ma anche opere d’arte,  film, canzoni) che si svolgono in un giorno dichiarato o fanno riferimento a una data, dal primo gennaio (compleanno di Lolita di Nabokov), alla notte di Capodanno raccontata da Saramago" è già molto lunga. Motivo di più per mettersi a caccia di date (finora) dimenticate.

martedì 7 maggio 2013

Gli anni fulgenti di Miss Brodie


Sul risvolto dell'edizione Adelphi di Gli anni fulgenti di Miss Jean Brodie è scritto, fra l'altro, che il romanzo di Muriel Spark è “un labirinto psicologico degno di Henry James, e insieme un congegno narrativo perfetto come quello di certe inamovibili commedie inglesi in cartellone per decenni”. Una definizione precisa e che tuttavia rischia di far apparire il libro, uscito nel 1961, come un oggetto sorpassato, se non polveroso. Utile quindi confrontare queste parole con la recensione che Martin Price pubblicò sul “New York Times” all'indomani della pubblicazione del testo, in cui il critico osserva che “la maggior parte di noi ha conosciuto qualcuno come Miss Jean Brodie, forse un'insegnante, come nel romanzo di Muriel Spark, una zia dalla reputazione un po' dubbia o una cugina di cui si preferisce non parlare, forse la madre di uno dei nostri migliori amici”. Questa assurda Miss Brodie, che “si impossessa di docili ragazzine... e cerca di fare di loro delle europee, invece di sciatte piccole provinciali” è una donna in cerca di Assoluto, a rischio di travolgere chi la circonda e se stessa. Una figura in via di estinzione?

Alcuni link utili: 
La biografia di Muriel Spark su Wikipedia (in italiano)

Gli anni fulgenti di Miss Brodie (The Prime of Miss Jean Brodie) è il libro di cui si parlerà nell'incontro mensile del gruppo di lettura di Monteverdelegge, sabato 11 maggio alle 11 nel Salone degli affreschi del Dsm (via Colautti 28)

venerdì 26 aprile 2013

"I miei genitori", un dialogo con Nicola Lagioia

Giovedì 11 aprile Nicola Lagioia ha partecipato da Plautilla a un incontro, che ha preso spunto dal suo racconto I miei genitori, appena uscito per Einaudi solo in formato digitale. Ecco alcuni momenti della conversazione.

I miei genitori è uscito in ebook all'interno di una nuova collana di Einaudi, I Quanti, destinata appunto solo al supporto digitale. Il racconto è stato scritto su commissione?
No, Einaudi mi ha semplicemente chiesto un testo breve da inserire fra quelli che avrebbero inaugurato la collana e io ho  proposto questo, che era già pronto. Era comunque inedito, così come quello di Tiziano Scarpa, che è uscito in contemporanea, mentre gli altri titoli della collana, di taglio saggistico, erano già usciti su carta. In effetti, questa collana di ebook è un po' un esperimento: l'editoria digitale in Italia copre ancora una parte minuscola del mercato, meno dell'un per cento, mentre negli Stati Uniti sembra corrisponda già a più di un quarto del settore editoriale. Così le case  editrici italiane vogliono fare qualcosa, ma senza rischiare troppo.

Quando è stato scritto il racconto? 
Io sono un autore di romanzi, ma tutte le volte che pubblico un nuovo libro, dopo il periodo dedicato alla sua promozione, scrivo qualche racconto. Si tratta, in alcuni casi, di "false partenze": credo di avere trovato lo spunto per un romanzo, butto giù magari trenta o quaranta pagine e poi mi accorgo che è impossibile andare avanti. Anche ne I miei genitori c'è l'embrione di un romanzo che poi non si è sviluppato: l'ho scritto dopo Riportando tutto a casa e mi piaceva l'idea di ritornare negli stessi luoghi, ma in un periodo precedente, dagli anni Ottanta all'inizio degli anni Settanta.

Il titolo del racconto, I miei genitori, lascia pensare che l'io narrante sia un figlio, i cui ricordi familiari occupano il centro del testo. In realtà, però, questa figura non appare.
Ho scelto un titolo volutamente ambiguo: nel racconto infatti compaiono due bambini o meglio, ce n'è uno solo, il figlio del protagonista, a cui del resto si accenna appena. Il secondo bambino non solo non compare, ma viene evocato semplicemente come una potenzialità, nel momento in cui Gioia fa il test di gravidanza. Eppure per molti lettori proprio lui è l'ipotetico io narrante del racconto. Per me invece è l'altro ragazzino, il figlio di Antonio e di sua moglie, ricoverata in un reparto oncologico, ma non mi dispiace il fatto che ci sia questo margine di dubbio.

Uno dei temi del racconto sembra essere il rapporto fra le figure dei due protagonisti, che sembrano incapaci di prendere vere decisioni e la natura che li circonda, molto più potente di loro, come in un "sogno di mezza estate". 
E' proprio così: l'intero racconto si svolge nell'arco di una notte d'estate, durante la quale Antonio e Gioia  si muovono come pupazzi,  possedendo pensieri e sentimenti, ma in realtà lasciandosi trascinare da quello che sta accadendo loro. Quando una persona è innamorata, è in certo senso posseduta da questo sentimento più grande di lei.  E questo Shakespeare lo ha saputo descrivere come nessun altro, con i suoi innamorati che si rincorrono nel bosco fatato, senza vedersi e senza mai capire quello che succede. 

Ci sono scrittori secondo i quali i personaggi vivono di vita propria, guidando la mano dell'autore. Antonio e Gioia appartengono a questa "famiglia"?
Beh, sarebbe bello se  a un certo punto lo scrittore potesse mettere il pilota automatico e procedere senza sforzi, ma almeno per me non è così. Posso dire però che quando un personaggio è sufficientemente delineato, la gamma di scelte dei suoi possibili comportamenti si restringe naturalmente. Forse anche per questo preferisco scrivere romanzi perché in un romanzo tutto è molto più concentrato, puntato verso l'interno, mentre il racconto si apre verso l'esterno. Questo ovviamente non implica una scala di valori: si tratta di forme diverse, che si aprono entrambe alla possibilità di scrivere capolavori, come dimostrano gli splendidi racconti di Cechov o, nei nostri tempi, di Alice Munro. 


giovedì 14 marzo 2013

Una lettera su "Il comunista" di Morselli

«Tutto nella vita è inutile, se la morte è invincibile»
(G. Morselli, frammento datato 28 luglio 1967, in Quaderno XV)


Cara C.,


è stato pubblicato nel blog di Monteverdelegge  lo scambio epistolare tra Italo Calvino e Guido Morselli a proposito del manoscritto Il comunista, che il leggendario funzionario Einaudi criticò con intelligenza (e una stilla di veleno), regalando una bella soddisfazione all’autore sconosciuto benché non lo aiutasse a pubblicare presso l’ambita casa editrice. Erano gli anni Sessanta, lo scrittore che aveva militato nel Partito comunista e che aveva dovuto tribolare per ripulire la letteratura italiana dalle ideologie pareva seccato di un romanzo con un simile titolo, proveniente da un signore estraneo alle militanze e a ogni engagement. Perciò mostrava subito una certa qual diffidenza per un «romanzo politico» (ma la politica in Morselli è l’involucro, il bruco per fare uscire la farfalla metafisica, o quantomeno per contenere nella pancia un libretto di Giobbe, una lamentazione del ‘sociale’). Perché non ha scritto un saggio? – è il Leitmotiv della lettera di Calvino. Perché per scavare in quel Pci che neppure conosce (diceva offendendo l’interlocutore o comunque trascurando quel singolare dono mimetico, il calarsi nei panni altrui che era il suo Grande Gioco), per scovare il punto debole del marxismo, inventa dei personaggi di finzione? Se non fosse stato tanto gratificato dalla attenzione di uno dei più celebri letterati dell’epoca, lo Scrittore Postumo avrebbe potuto semplicemente replicare: –  E perché lei, Calvino, invece di mettere a confronto le piccole soluzioni salariali del marxismo con i grandi difetti dell’umanità, il «legno stortissimo» che si nascondeva con pudore al Cottolengo e che sembra inguaribile, irriducibile alle misure umane, perché invece di portare in scena in un grande trattato il marxismo di impronta illuminista e il cattolicesimo dell’epoca pacelliana, o almeno riassumere il discorso in una ‘lezione italiana’,  ha preferito raccontare in un romanzo breve molto breve, la Giornata dello scrutatore?

lunedì 1 marzo 2010

Un incontro con Magda Szabó

È raro imbattersi in un personaggio costruito con tanta sapienza narrativa com'è quello di Emerenc, la protagonista del romanzo che la scrittrice ungherese Magda Szabó ha tessuto intorno alla donna che per vent'anni le è stata accanto in qualità di domestica, e finalmente di amica non dichiarata, ma stabilmente inserita in una quotidianità di cui era entrata a fare parte come una presenza scomoda, diventata presto irrinunciabile. La porta che dà il titolo al romanzo (tradotto da Bruno Ventavoli per Einaudi, pp. 251, Euro 17), quella che separa il mondo di Emerenc dal resto del circondario, torna negli incubi della voce narrante a segnare il confine tra un prima e un irrimediabile poi, tra il tempo in cui l'essere esclusa, come tutti gli altri, dai segreti di Emerenc la metteva al riparo dal nuocerle, e il giorno in cui la vecchia domestica le concesse di varcare la soglia di quella che gli altri chiamavano la Città proibita, e con questo le mise in mano la chiave per distruggere la sua esistenza. Per quanto impenetrabile, Emerenc non lo era stata abbastanza: lei che non si fidava di nessuno pur godendo della fiducia di tutti. Chiunque vorrebbe avere intorno a sé una donna come Emerenc, personaggio dotato di una tempra invidiabile che da sola regge l'asse intorno a cui si annoda via via la trama di un libro lentamente costruito sul contrasto tra due visioni del mondo apparentemente inconciliabili: da una parte quella dei coniugi che hanno assunto la domestica per potersi dedicare indisturbati alla loro scrittura, e che assecondano la comune attribuzione di valore a fatti e oggetti inessenziali; dall'altra quella di Emerenc che non si concede un attimo di inoperosità, disprezza il lavoro intellettuale, proietta i suoi ragionamenti, e la possibilità di accoglierli, indifferentemente sullo straccio con cui pulisce il pavimento, sui vicini, sugli animali che guadagna al suo affetto e sui ricordi potenti delle persone amate e via via scomparse.
Le descrizioni che tornano a lei per imbozzolarla nei fili di nuovi dettagli ne parlano come di una donna imperiosa, una sorta di valchiria sul cui capo anche il fazzoletto dimesso sembra un elmo guerriero. In quanto ex portinaia è una sorta di autorità pubblica, spetta a lei decidere se la coppia che l'ha richiesta come domestica sia sufficientemente degna e quale debba essere l'ammontare del suo onorario: il valore del lavoro che dispensa è chiaro innanzi tutto a lei stessa, che perciò declina i complimenti come inutili sottolineature e non accetta mance, né regali, però si concede di elargirne senza parsimonia a chi ottiene la sua stima.
Come colei che l'ha consegnata alla storia, una scrittrice che ha oggi ottantotto anni e sui cui libri tutti gli studenti ungheresi sono cresciuti, Emerenc è un personaggio di altri tempi e esemplifica una opzione narrativa sempre meno frequentemente scelta: quella di puntellare l'impalcatura del romanzo su una sola presenza, mentre l'intreccio agisce da sfondo il cui compito principale è quello di condurre, attraverso una progressione di curvature morbide, alla messa a fuoco sempre più netta del carattere protagonista.
«È una donna che ho amato molto ma di cui avevo anche paura - racconta Magda Szabó, disinvoltamente approdata da Budapest alla bellissima sede romana dell'Accademia di Ungheria.» Si offre di parlare latino, oppure inglese o francese sebbene poi preferisca ricorrere alla traduzione dall'ungherese, è orgogliosa dei suoi successi, persino vanitosa nei suoi ottantotto anni. Nella sua lunga vita ha attraversato una successione di tappe che hanno più volte segnato la storia, non solo del suo paese: è nata mentre l'impero asburgico crollava, aveva due anni quando i Soviet di Bela Kun tentavano il loro breve esperimento rivoluzionario, poi la reazione del nazionalista Miklos Horthy si tradusse in una sistematica persecuzione degli intellettuali, Budapest venne occupata dai Rumeni, l'anno dopo con la Pace di Trianon il territorio dell'Ungheria venne ridotto di un terzo, e l'economia crollò; ma il peggio doveva arrivare e Magda Szabó sussulta non appena il discorso sfiora gli anni `50. Fa fatica persino a nominarli: quando le si chiede in quale contesto ha ambientato il suo romanzo risponde con una perifrasi: «Emerenc è morta nell'84, l'intreccio che ho raccontato si svolge nei tre decenni precedenti, il periodo più difficile della storia ungherese. Non mi feci convincere a entrare nel partito, e per questo persi il lavoro. Ero stata il punto di riferimento del ministero della cultura per quel che riguarda il cinema, mentre mio marito lo era per gli spettacoli televisivi... questo mio matrimonio è stato un miracolo, ma non poteva prolungarsi all'infinito, ho perso mio marito ventidue anni fa. Me lo aveva predetto una veggente dalla quale andai quando ero ancora una ragazzina, indovinò tutto, anche che sarei via via approdata al successo. Ci andai insieme alla mia sorellina acquisita, che mio padre raccolse alla frontiera dopo che i genitori furono ammazzati in uno dei tanti conflitti scoppiati in seguito allo spostamento delle frontiere ungheresi, dopo il trattato di Trianon». Le sue parole, la scelta degli aneddoti da ricordare, il rigore della sua educazione protestante, tutto rimanda a un tempo perduto che Magda Szabó preferisce lasciare sospeso: la Budapest nella quale la vecchia Emerenc si muove è un invidiabile precipitato di solidarietà, garanzie civili neppure lontanamente messe in discussione, piatti dell'amicizia che vanno e vengono tra le mani dei vicini, insomma un modello di quella che dovrebbe essere una organizzazione sociale di impronta marxista; ma Magda Szabó - che sembra averne registrato solo le perversioni - non vuole neppure sentire nominare l'argomento: «è difficile ricostruire l'atmosfera di un paese in mano ai sovietici, si erano impadroniti delle nostre case e si accanivano in particolare contro chiunque coltivasse un pensiero religioso. Io portavo i bambini a battezzare coperti in grandi ceste da fornaio, ma spesso mi fermavano e mi chiedevano come mai il mio pane piangesse; allora avevo davvero paura. Il partito comunista che abbiamo ereditato dall'Unione sovietica non è paragonabile a quelli occidentali, a me ha dato solo motivi di sofferenza.» Eppure, una persona come Emerenc, sola al mondo dopo che i suoi affetti sono drammaticamente scomparsi, in una società come la nostra avrebbe la vita raggelata, mentre nella Budapest descritta dalla Szabó gode del conforto di tutti nonostante le sue spigolature siano, a volte, dure da tollerare. Alla notizia che una amica si è suicidata, ricorda quanto spesso si lamentasse della sua solitudine e commenta: «Adesso non è più sola, ha i vermi che le tengono compagnia». Non è cinismo, il suo, è realistica saggezza. Nel libro si dice che la vecchia, tanto bisbetica quanto preziosa, era capace di «suscitare i sentimenti più nobili e i più meschini», e in effetti tutta la storia è un succedersi di litigi e riappacificazioni, moti di ira e di dolcezza: «Quando arrivò - ricorda Magda Szabó - somigliava a una nobile creatura selvatica, si lamentava di essere capitata nella casa di due nullafacenti, si chiedeva cosa contemplasse il mio sguardo che vagava fuori dalla finestra quando non picchiavo con le dita sulla tastiera, disprezzava il fatto che non avessi figli: per me era stata una scelta, non volevo mettere al mondo degli schiavi, ma Emerenc pensava che avrei dovuto vergognarmene.»
Il lavoro al quale Magda Szabò si sta ora dedicando è una sua personale riscrittura dell'Eneide: «mi sono messa in testa di completare i versi che Virgilio ha lasciato incompiuti, facendo morire Enea all'inizio della narrazione, e consegnando il protagonismo a un personaggio femminile». È passato all'incirca mezzo secolo da quando Herman Hesse ricevette clandestinamente un romanzo di Magda Szabò che aveva varcato le frontiere grazie a una amica comune: «Sì, il libro si intitolava L'affresco e aveva per protagonista una giovane donna destinata a diventare pittrice, in fuga da una famiglia protestante con la quale era in contrasto. In Ungheria c'era bisogno di fare conoscere i propri scrittori all'estero, ma la casa editrice Corvina, che pubblicava i miei libri, non osava proporre altro che narrativa per ragazzi. Poi, per fortuna, capitai nelle mani di Hesse, che segnalò anche gli altri miei libri perché venissero tradotti. E da allora vissi meno nascosta».
Francesca Borrelli, "il "manifesto", 14 aprile 2005
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