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mercoledì 23 settembre 2015

Il prossimo libro di Emmanuel Carrère

Maria Teresa Carbone
Come sarà il prossimo libro di Emmanuel Carrère? Se lo chiedeva, dopo Limonov, Sara Sullam nel numero del «verri» dedicato agli Eccessi dell’io (55, giugno 2014): «Lasciati da parte gli “occhi dell’occidente – scriveva Sullam in chiusura di un breve saggio sull’autore francese – quali strade prenderà ora quell’io narrante ipertrofico, quale zona del vasto territorio della narrativa contemporanea sceglierà di esplorare?». La stessa domanda non possono non porsi oggi i lettori riemergendo dalle quattrocento e passa pagine del Regno, se non altro perché a questo libro, ben più che al precedente, Carrère assegna un ruolo di assoluto rilievo nel proprio percorso letterario, tanto da definirlo, nelle sue stesse pagine, un «capolavoro» (sia pure «artigianale»), l’opera dopo la quale potrà «finalmente tirare i remi in barca». Non tappa fra le altre, quindi, ma desiderato approdo e probabile punto di partenza verso nuove rotte. Se poi davvero l’io di Carrère sia pronto a «farsi indietro, e finalmente scomparire», come lo scrittore ha dichiarato in un’intervista uscita sulla «Paris Review» nel 2013, quasi al termine della lunga (sette anni) gestazione del Regno, non è ancora dato sapere. Ma certo è che con questo libro Carrère intende dare il colpo definitivo alla sua immagine di autore di autofiction, contro la quale finora ha combattuto invano.
Difficile, in effetti, resistere alla tentazione di vedere nel suo uso tenace e spericolato della prima persona l’emblema di un narcisismo incontenibile (e su questo Carrère potrebbe essere, o essere stato, d’accordo) e insieme una maschera che, per quanto aderente al modello, ne è irrimediabilmente separata: un meccanismo di finzione, insomma, tale da rendere i suoi récits non meno romanzeschi di tutti i romanzi che si dichiarano tali, scritti o no alla terza persona. A questa lettura, però, lo scrittore si oppone tacciando di «superstizione editoriale» l’idea stessa di autofiction e, come scrive Luigi Grazioli nel saggio che gli ha dedicato (Emmanuel Carrère, doppiozero 2013), facendo ripetuta «professione di sincerità». Ma come non essere sospettosi, «con tutto il dibattito sulla trasparenza, la finzione, la verità che ha attraversato la cultura francese, e non solo, dagli anni Sessanta in poi e che Carrère stesso non misconosce di certo»?

domenica 16 febbraio 2014

L'incipit della domenica: Lo sciopero degli elettori

Il 16 febbraio 1848 nasceva a Trévières, nel Calvados, Octave Mirbeau, che sarebbe poi diventato giornalista, scrittore, critico, infaticabile poligrafo, popolarissimo nella Francia a cavallo fra Otto e Novecento soprattutto per i suoi articoli provocatori. Fu reazionario e in seguito anarchico, si distinse tra i maggiori difensori di Dreyfuss ma questo non gli impedì posizioni accesamente patriottiche. Scrisse decine di romanzi (oggi il più noto è probabilmente Diario di una cameriera, per la trasposizione cinematografica di Luis Bunuel), è ricordato anche perché fu tra i primissimi ad acquistare i quadri di un Van Gogh ancora ignoto. Di lui proponiamo oggi, a 166 anni dalla nascita, l'inizio di un articolo uscito su "Le Figaro" il 28 novembre 1888. 

Octave Mirbeau
Una cosa mi colpisce prodigiosamente – oserei dire che mi stupefà - ed è che nel preciso momento in cui scrivo, dopo le innumerevoli esperienze, dopo gli scandali quotidiani, possa ancora esistere nella nostra cara Francia (come dicono alla commissione bilancio) un elettore, un solo elettore - questo animale irrazionale, inorganico, allucinante - che acconsenta a distogliersi dai propri affari, dai propri sogni o piaceri, per votare a favore di qualcuno o qualcosa. Quando si rifletta per un solo istante, tale sorprendente fenomeno non è fatto per sconcertare le più sottili filosofie e confondere la ragione? Dov’è il Balzac che ci darà la fisiologia dell’elettore moderno? e lo Charcot che ci spiegherà l’anatomia e la mentalità di questo incurabile demente ? Lo aspettiamo.
Capisco che un truffatore trovi sempre degli azionisti, la Censura dei difensori, l’Opèra-Comique dei dilettanti, il Constitutionnel degli abbonati, Carnot dei pittori che celebrino il suo ingresso rigido e trionfale in una città della Linguadoca (…) Ma che un deputato o un senatore, o un presidente di Repubblica, o chiunque tra tutti gli strani burloni che reclamano una funzione elettiva, quale che sia, trovi un elettore, vale a dire l’essere non sognato, il martire improbabile che vi nutra col suo pane, vi vesta con la sua lana, vi ingrassi con la sua carne, vi arricchisca col suo denaro, con la sola prospettiva di ricevere, in cambio di questa prodigalità, delle bastonate in testa, dei calci nel didietro, quando non siano colpi di fucile nel petto, in verità tutto ciò supera le nozioni già parecchio pessimiste che fin qui mi ero fatto dell’umana stupidità in generale, e della stupidità francese in particolare, il nostro caro ed immortale sciovinismo !

domenica 29 settembre 2013

L'incipit della domenica: La religiosa


“Con il passare dei secoli, aumenterà il numero di libri, al punto che possiamo prevedere un tempo in cui imparare dai libri sarà difficile come studiare l’universo". Così scrisse il preveggente Denis Diderot, di cui tra pochi giorni, il 5 ottobre, ricorre il trecentesimo anniversario dalla nascita. Lo ricordiamo dedicandogli l'incipit della domenica di oggi, tratto da una delle sue opere più celebri, La religiosa. Il testo, nella traduzione di Antonio De Giorgio, è reperibile e scaricabile integralmente alla pagina Diderot del benemerito sito Liber Liber, che mette a disposizione del pubblico classici italiani e talvolta, appunto, anche stranieri. Chi conosce il francese potrà approfondire la conoscenza dei libri del grande illuminista nella sezione a lui dedicata del sito dell'Université du Québec à Chicoutimi.

Denis Diderot
La risposta del signor marchese di Croismare, se mai me ne darà, mi fornirà le prime righe di questo scritto. Prima di scrivergli, ho voluto conoscerlo. È un uomo di mondo, si è distinto sotto le armi, è anziano, vedovo, ha una figlia e due figli ai quali vuole molto bene e dai quali è adorato. Di nobili natali, è uomo colto, intelligente, di umore gaio, con un gusto spiccato per le belle arti. È soprattutto una persona originale. Mi hanno fatto l’elogio della sua sensibilità, del suo senso dell’onore, e della sua probità; e dal vivo interesse che ha dimostrato per il mio affare, nonché da tutto quello che mi è stato detto di lui, ho desunto che non mi ero affatto compromessa rivolgendomi a lui. Non c’è però da illudersi che si risolva a mutare la mia sorte senza sapere chi sono, ed è questo il motivo che mi induce a vincere il mio amor proprio e la mia ritrosia nel cominciare queste memorie in cui descrivo una parte delle mie sventure, rinunciando ad ogni pretesa di stile, con l’ingenuità dei miei giovani anni e la franchezza del mio carattere.

martedì 25 giugno 2013

Volodine, la bellicosa ricchezza della diversità

Antoine Volodine, Scrittori
traduzione di Federica Di Lella e Didier Alessio Contadini
Edizioni Clichy, pp. 180, euro 16

Leyla Khalil
Volodine non si sbizzarrisce con i titoli.
Scrittori. Écrivains, in francese. Punto e basta.
Eppure dietro il titolo scarno, in questa prima opera tradotta in italiano dello scrittore francese Antoine Volodine si cela un mondo. A cui, seppur parzialmente, si è tentato di iniziare i lettori e le lettrici nell'articolo La Grasse Matinée – I bei libri sono scritti in una sorta di lingua straniera, sempre scritto dalla sottoscritta.
L'autore parla di un mondo che sta ovunque e da nessuna parte, plasma ambienti familiari per straniare il lettore l'attimo dopo. Seppur con una dose immensa di pessimismo, Volodine riesce nel fanciullesco intento di sorprendere il mondo inquadrandolo da angolazioni del tutto nuove. Al post-modernismo degli impiegati annoiati, alienati, per cui tutto è noto, tutto è routine ripetitiva, il misterioso autore francese risponde dando voce a personaggi che danno conferenze dall'oltretomba, come Maria Trecentotredici, a scrittori falliti che nominano tutti i loro personaggi con le numerosissime declinazioni di uno stesso nome, Wolff, a bambini cantastorie, a folli. Scrittori tutti, sì, ma ognuno a modo suo.

lunedì 24 giugno 2013

Una bambina smarrita nel buio della mente

Ti racconto un libro:
Michèle Halberstadt, La petite
traduzione di Elena Cappellini
L'orma, pp. 132, euro 13,50

Roberto Liberatori
"La tana che mi ero costruita si era trasformata in una prigione nella quale mi rinchiudevo ogni giorno di più e della quale sarei stata incapace di trovare la chiave". Lei, la protagonista del romanzo, è una bambina ipersensibile e diversa dagli altri. Quando a otto anni perde il nonno, col quale ha un rapporto speciale, si accorge che la famiglia cerca di proteggerla dal dolore. Questo fatto scatena nella sua mente un malinteso che la spinge ad annullarsi, a rendersi muta e invisibile a tutti. Fino al punto di volere la morte. Prende avvio da questa scelta estrema e sofferta il romanzo di Michèle Halberstadt, giornalista e produttrice cinematografica francese.  La sua scrittura sapiente ripercorre le fasi di questa discesa negli angoli bui della mente con il racconto in prima persona della nostra protagonista. Attorno a lei i genitori, una sorella messa su un piedistallo, uno zio egocentrico, una compagna di classe carogna e due amici del nonno grazie ai quali intravede un mondo raffinato e cosmopolita, in cui l'arte è un piacere a cui vale la pena di consacrarsi. La "piccola" cerca di sopravvivere al suo mondo di sentimenti soffocati con la lettura e la scrittura: inventa un personaggio, Laure, amica immaginaria che rappresenta ciò che vorrebbe essere. E continua a dialogare muta col nonno. Ma quando tutto sembra perso, si spezza qualcosa nella sua mente e la piccola intravede una seconda possibilità, o meglio una scelta di vita diversa. Semplicemente volendo.  La rinascita della nostra  protagonista è la presa di coscienza dei propri doni, di tutto quello che, per un malinteso, può essere scambiato per "singolarità". Nel breve romanzo la lasciamo così, alle prese con la sua nuova vita. Lei, a passeggio con il suo abito leggero che svolazza al vento e la voglia di sorridere a tutti. Noi, a riflettere su come la mancanza di comunicazione e una percezione sbagliata di se stessi possa produrre tanta infelicità. Anche in tenera età. 
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