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giovedì 14 marzo 2013

Una lettera su "Il comunista" di Morselli

«Tutto nella vita è inutile, se la morte è invincibile»
(G. Morselli, frammento datato 28 luglio 1967, in Quaderno XV)


Cara C.,


è stato pubblicato nel blog di Monteverdelegge  lo scambio epistolare tra Italo Calvino e Guido Morselli a proposito del manoscritto Il comunista, che il leggendario funzionario Einaudi criticò con intelligenza (e una stilla di veleno), regalando una bella soddisfazione all’autore sconosciuto benché non lo aiutasse a pubblicare presso l’ambita casa editrice. Erano gli anni Sessanta, lo scrittore che aveva militato nel Partito comunista e che aveva dovuto tribolare per ripulire la letteratura italiana dalle ideologie pareva seccato di un romanzo con un simile titolo, proveniente da un signore estraneo alle militanze e a ogni engagement. Perciò mostrava subito una certa qual diffidenza per un «romanzo politico» (ma la politica in Morselli è l’involucro, il bruco per fare uscire la farfalla metafisica, o quantomeno per contenere nella pancia un libretto di Giobbe, una lamentazione del ‘sociale’). Perché non ha scritto un saggio? – è il Leitmotiv della lettera di Calvino. Perché per scavare in quel Pci che neppure conosce (diceva offendendo l’interlocutore o comunque trascurando quel singolare dono mimetico, il calarsi nei panni altrui che era il suo Grande Gioco), per scovare il punto debole del marxismo, inventa dei personaggi di finzione? Se non fosse stato tanto gratificato dalla attenzione di uno dei più celebri letterati dell’epoca, lo Scrittore Postumo avrebbe potuto semplicemente replicare: –  E perché lei, Calvino, invece di mettere a confronto le piccole soluzioni salariali del marxismo con i grandi difetti dell’umanità, il «legno stortissimo» che si nascondeva con pudore al Cottolengo e che sembra inguaribile, irriducibile alle misure umane, perché invece di portare in scena in un grande trattato il marxismo di impronta illuminista e il cattolicesimo dell’epoca pacelliana, o almeno riassumere il discorso in una ‘lezione italiana’,  ha preferito raccontare in un romanzo breve molto breve, la Giornata dello scrutatore?

Caro Morselli, caro Calvino


Italo Calvino scrive a Guido Morselli spiegandogli perché ha deciso di non pubblicare Il comunista. Morselli gli risponde.

Torino, 5 ottobre 1965
Caro Morselli,
finalmente ho letto il Suo romanzo. So d'aver tardato oltremisura e che non c'è nulla che spazientisca un autore quanto queste lunghe attese: ma la lettura dei manoscritti è un lavoro supplettivo per cui devo rubare del tempo al lavoro e alle altre letture che riempiono - ahimè senza margine - le mie giornate feriali e festive, inverno ed estate. Ed è anche un lavoro - devo dirglielo subito -che, quando si tratta di romanzi politici,
faccio senza nessuna speranza. La politica continua a interessarmi, e così la letteratura (con tutto ciò che questo nome implica) ma dal romanzo politico non mi aspetto nulla, né in un campo d'interessi né nell'altro. Credo cioè che si può fare opera di letteratura creativa con tutto, politica compresa, ma bisogna trovare forme di discorso più duttili, più vere, meno organicamente false di quello che è il romanzo oggi. Trattando i problemi che stanno a cuore si possono scrivere saggi che siano opere letterarie di gran valore, valore poetico dico, con non solo idee e notizie, ma figure e paesi e sentimenti. Delle cose serie bisogna imparare a scrivere così, e in nessun altro modo.
Le ho detto questo prima, come avrei potuto dirglielo prima di leggere il Suo romanzo: insomma è chiaro che gran parte del mio giudizio è basato su questo apriori.
Cominciando a leggerLa ho però provato interesse. Il Suo libro si presenta gremito di fatti, di dati, di documentazione d'una vita reale, ed è questa parte non-romanzesca, questo materiale accumulato dentro, che mi faceva appunto rimpiangere che Lei non avesse scritto, che so?, una divagazione sul movimento operaio emiliano, raccogliendo e commentando memorie dirette e indirette, o una biografia, o un libro di ricordi e pensieri. Macché "divagazione"!
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