Maria Teresa Carbone
Una settimana dopo l'assegnazione del Nobel per la letteratura a Alice Munro, Ladbrokes si è portato avanti: le scommesse per il vincitore dell'anno prossimo sono aperte, chiunque può puntare soldi sul candidato preferito (ci sono anche due italiani, Umberto Eco e Dacia Maraini, qui ribattezzata "Darcia"). Il favorito è l'eterno Murakami Haruki, destinato probabilmente a non assicurarsi il premio neanche questa volta: troppo giovane (anche se ormai, a 64 anni, forse l'età canonica è stata raggiunta) e un po' troppo pop per i gusti degli accademici svedesi.
Già, i misteriosi gusti degli accademici di Stoccolma: ogni anno le redazioni culturali di tutto il mondo cercano di prepararsi al fatidico secondo (o terzo) giovedì di ottobre, spulciando la lista dei Nobel più probabili e chiamando a raccolta i loro collaboratori. Spesso il gioco non funziona e ci si trova a dover rintracciare all'ultimo momento qualcuno che possa dire - peggio, scrivere - qualcosa di decente su un autore sconosciuto ai più (caso classico degli ultimi anni, Herta Müller). Ma qualche volta l'elenco dei favoriti contiene il nome giusto, a dimostrazione che i criteri dei giurati del Nobel si muovono secondo binari in parte prevedibili: una giudiziosa alternanza di lingue e di provenienze, una costante attenzione alla solidità della carriera, che va di pari passo con una spiccata diffidenza nei confronti delle sperimentazioni (anche se il Nobel a Beckett nel '69 sta lì a testimoniare che le eccezioni sono consentite), una lodevole flessibilità nei confronti delle varie forme di scrittura, dal teatro alla poesia, al racconto. Come dire che il premio a Alice Munro rientra perfettamente nello schema, con l'aggiunta che per la prima volta l'accademia di Stoccolma assegna il riconoscimento a un/a canadese.

