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domenica 20 ottobre 2013

Saramago, uomini ciechi nel mondo

José Saramago, Cecità
traduzione di Rita Desti
Einaudi 2005

Enza Bertoni

Nella tragicità di questo avvenimento paradossale, la cecità improvvisa degli abitanti di una intera città, con un'unica eccezione, ciò che mi colpisce maggiormente è l'indifferenza.Inizialmente tutto ciò che accade può essere percepito come una tragica catastrofe, una momentanea tragica avventura, ma a mano a mano che si va avanti con la lettura ci si accorge che è una cecità che va verso un'altra direzione, che è un viaggio del "vedere" con occhi nuovi, che l'occhio non potrà fermarsi da nessuna parte se non verso un viaggio interiore.
Vedo? No! Da quale parte il mio occhio si avvia ? Da quale spazio, verso dove ? Su quale spazio si focalizza ? Penetra oltre ?
E' questo il messaggio che l'autore, secondo me, ci manda, ci sollecita, andare oltre, vedere oltre.
Il puntuale racconto degli eventi quotidiani, dei bisogni fisiologici, raccontati fino al disgusto di se stessi, la laidezza e lo squallore deturpano questo luogo di dolore.
Questo vagabondare da una camerata all'altra, produce una forma di interiorizzazione, quasi un'oasi di raccoglimento; questi esseri incomunicanti, ma che vogliono favorire contatti. Attraverso le immagini inquietanti che l'autore ci propone, si cerca di appropriarsi di uno spazio diverso. Si avverte la rappresentazione dell'altro quasi come in un sogno, un altro di cui si ha paura.
La cecità diventa occasione di chiusura da un lato e dall'altro verso una solitudine liberatoria, una prigione e contemporaneamente l'imposizione  di altri sensi.
Cecità diventa metafora della vita : l'uomo è un cieco nel mondo, in questo mondo non decifrabile, opaco; un mondo invisibile ci sovrasta, una cecità che spegne tutto, una disperazione, ma che deve sollecitare nuove modalità dell'essere umano, che deve sentire come importante conseguenza quello di svincolarsi sia dalla nostalgia del mondo visivo, sia dal credere che da solo ce la farà.
L'uomo ha sempre bisogno dell'altro per poter sopravvivere.

lunedì 30 settembre 2013

Cecità: lo scrittore e il "mal bianco"


Sabato 5 ottobre nel Salone degli affreschi del Dsm (via Colautti 28-30) si terrà l'incontro iniziale del gruppo di lettura 2013-2014 dedicato quest'anno al tema dei sensi. Primo libro condiviso, proposto da molti partecipanti, Cecità di José Saramago (in originale Ensaio sobre a Cegueira, "Saggio sulla cecità") . Pubblichiamo qui alcuni stralci di una intervista che lo scrittore portoghese, scomparso nel giugno 2010, ha rilasciato a Irina Bajini nel 1996, quando il romanzo è uscito in Italia, e che è stata pubblicata sul "manifesto" il 13 luglio di quell'anno.
 Mentre in tutti i suoi romanzi precedenti c'è il Portogallo di Lisbona o della campagna, e compaiono personaggi dalla precisa identità e dai caratteri ben definiti, "Cecità" è ambientato in una città anonima e coloro che vi si muovono non hanno un nome. Come mai?
Questa scelta deriva dal fatto che il mio libro affronta un problema universale: quello del comportamento razionale o irrazionale dell'uomo. Se il fine della ragione è quello di conservare la vita, allora l'umanità oggi sta andando - razionalmente - contro la sua stessa ragione. Ho caratterizzato i personaggi non attraverso grandi scavi psicologici, ma soprattutto attraverso le loro azioni, anche perché la situazione limite che si trovano a vivere impone loro di lottare in primo luogo per la sopravvivenza.
Nel romanzo, la cecità - che è insieme reale e metaforica - colpisce tutti all'infuori di una donna, la moglie dell'oculista. Questo personaggio fa subito pensare alla Blimunda del "Memoriale del convento", che a digiuno riesce a leggere i pensieri e a "vedere" l'anima della gente. E' casuale che anche questa volta si attribuisca a un essere di sesso femminile la possibilità di "andare al di là"?
Era inevitabile che consegnassi questa capacità a una donna. Io dico sempre che la moglie del medico è la gemella di Blimunda: nel suo caso era presente un elemento magico, nella moglie dell'oculista no.
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