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lunedì 30 settembre 2013

Cecità: lo scrittore e il "mal bianco"


Sabato 5 ottobre nel Salone degli affreschi del Dsm (via Colautti 28-30) si terrà l'incontro iniziale del gruppo di lettura 2013-2014 dedicato quest'anno al tema dei sensi. Primo libro condiviso, proposto da molti partecipanti, Cecità di José Saramago (in originale Ensaio sobre a Cegueira, "Saggio sulla cecità") . Pubblichiamo qui alcuni stralci di una intervista che lo scrittore portoghese, scomparso nel giugno 2010, ha rilasciato a Irina Bajini nel 1996, quando il romanzo è uscito in Italia, e che è stata pubblicata sul "manifesto" il 13 luglio di quell'anno.
 Mentre in tutti i suoi romanzi precedenti c'è il Portogallo di Lisbona o della campagna, e compaiono personaggi dalla precisa identità e dai caratteri ben definiti, "Cecità" è ambientato in una città anonima e coloro che vi si muovono non hanno un nome. Come mai?
Questa scelta deriva dal fatto che il mio libro affronta un problema universale: quello del comportamento razionale o irrazionale dell'uomo. Se il fine della ragione è quello di conservare la vita, allora l'umanità oggi sta andando - razionalmente - contro la sua stessa ragione. Ho caratterizzato i personaggi non attraverso grandi scavi psicologici, ma soprattutto attraverso le loro azioni, anche perché la situazione limite che si trovano a vivere impone loro di lottare in primo luogo per la sopravvivenza.
Nel romanzo, la cecità - che è insieme reale e metaforica - colpisce tutti all'infuori di una donna, la moglie dell'oculista. Questo personaggio fa subito pensare alla Blimunda del "Memoriale del convento", che a digiuno riesce a leggere i pensieri e a "vedere" l'anima della gente. E' casuale che anche questa volta si attribuisca a un essere di sesso femminile la possibilità di "andare al di là"?
Era inevitabile che consegnassi questa capacità a una donna. Io dico sempre che la moglie del medico è la gemella di Blimunda: nel suo caso era presente un elemento magico, nella moglie dell'oculista no.
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