"Nei libri", scrive Francesco Petrarca,
"c'è qualcosa di singolare: l'oro, l'argento, le gemme, le vesti di
porpora, le case adorne di marmi, i campi ben coltivati, i dipinti, i cavalli
ben bardati, e le altre cose di questo genere danno un piacere muto e superficiale;
i libri dilettano nel fondo dell'animo, parlano con noi, ci consigliano e con
noi si uniscono con viva e vivace familiarità; né solamente ciascuno di essi
penetra nell'animo del lettore, ma suggerisce il nome di altri; e l'uno gli dà
il desiderio dell'altro".
I libri della vita formano un cosmo vivo e personale:
ognuno rimanda all'altro e ognuno fa amare l'altro: Platone chiama Solone,
Svetonio Plinio, Cicerone Senofonte. In Petrarca tutto parla di un ordine
classico, sovranamente inteso: ogni suo libro è una ricapitolazione
dell'universo, ordinato in gerarchie immutabili; i pensieri ivi espressi sono
colonne su cui poggiano architravi concettuali equilibrati e inscalfibili;
tutte le pagine vengono disegnate calligraficamente, su ottima carta, con
minuzia implacabile, e ideate per una durata degna di un classico, poiché i
concetti ch'essa esprime sono eterni, come furono eterne la la tradizione
greca, poi quella romana e, quindi, a compimento fatale, la cristiana; e
nessuna critica contingente può scuotere l'andamento stoico del Petrarca
prosatore: in esso vige una fermezza d'animo e a un sentimento d'accettazione
del destino mutuato da Seneca e ch'egli volge, grazie ai Padri della Chiesa,
come l'amato Sant'Agostino, in un quieto pessimismo.
