Visualizzazione post con etichetta Herbert Kappler. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Herbert Kappler. Mostra tutti i post

lunedì 24 marzo 2014

1944-2014: l'ordine è già stato eseguito. Un ricordo delle Fosse Ardeatine

[Foto di P. Vincenzoni]
A cura del Cantiere24-MVL Gruppo Reportage*

[cliccare per ingrandire]

L’8 settembre 1943 l’Italia dichiara l’armistizio con le forze alleate rappresentate, in Italia, da Gran Bretagna e Stati Uniti. La Germania, che occupava il suolo patrio come alleato, diviene, da subito, forza nemica.
Il 10 settembre sparsi resti dell’esercito italiano (in modo spontaneo e in presenza di ordini contradditori), con l’ausilio di alcuni volontari civili, cercano inutilmente di contrastare una veloce e potente incursione tedesca per l'occupazione della capitale.
Nonostante il sacrificio di più di mille resistenti, Roma capitola.
Si organizza, perciò, una Resistenza interna coordinata dal Comitato di Liberazione Nazionale (che comprendeva i maggiori partiti italiani, da quello socialista e comunista sino alla Democrazia Cristiana). L’azione di guerriglia e sabotaggio contro le forze naziste fu portata avanti ininterrottamente per nove mesi, dall'ottobre 1943 sino alla liberazione della città, nei primi giorni del giugno 1944.
Il 23 marzo 1944 un commando gappista (GAP, Gruppi d'Azione Patriottica) attacca una colonna del Reggimento Bozen (appartenente alla polizia nazista: Ordnungspolizei) facendo esplodere un ordigno in Via Rasella. Nell’azione, completata dal lancio di bombe a mano, muoiono 33 tedeschi.
La rappresaglia, sollecitata da Hitler in persona, viene affidata, dopo essere colata giù per i gradi della burocrazia militare, al tenente colonnello Herbert Kappler.

[Foto di A. Cecchi Pandolfini] 
Una vista d'insieme dell'entrata alle Fosse Ardeatine con il gruppo scultoreo di Francesco Coccia.
Subito dopo l'attacco partigiano le autorità tedesche ordinarono il rastrellamento. Fu un'azione veloce, sommaria, in cui i Todeskandidaten (prigionieri 'degni di morte') vennero scelti solo allo scopo di raggiungere il totale richiesto. 

3 condannati a morte
16 condannati a pene detentive fra 1 e 15 anni
1 persona assolta al processo
154 sotto inchiesta di PG
23 in attesa di giudizio presso il Tribunale Militare Tedesco
40 fermati presso la Questura
10 fermati presso Via RAsella
10 fermati per ragioni di pubblica sicurezza
3 ignoti
75 ebrei
[Foto di A. Cecchi Pandolfini]
Una parte del piazzale antistante le cave dell'eccidio. Subito dopo la fine della guerra il Comune di Roma bandì subito un concorso, aperto ad artisti e architetti, per la sistemazione monumentale del luogo. Due diversi gruppi, vincitori ex aequo, e formati da Nello Aprile, Cino Calcaprina, Aldo Cardelli, Mario Fiorentino, Francesco Coccia e dagli architetti architetti Giuseppe Perugini e Mirko Basaldella idearono la costruzione del sacrario, curarono la sistemazione del piazzale e consolidarono le gallerie in cui avvenne il massacro.
[Foto di M.C. Masotti]
L'ingresso alle Cave. Qui vennero portati trecentotrentacinque uomini (dieci italiani per ogni tedesco morto). L'Alto Comando Tedesco escluse, quale luogo per la rappresaglia, Forte Bravetta, già sede di fucilazioni fasciste; si orientò, quindi, anche in considerazione dell'isolamento della zona per le cave di pozzolana e arenaria comprese fra le Catacombe di Santa Domitilla e San Callisto, sulla Via Ardeatina.
All'operazione, eseguita rapidamente il giorno dopo l'attacco partigiano, parteciparono 73 uomini di Kappler: 12 ufficiali, 60 sottoufficiali e graduati, 1 soldato semplice.


mercoledì 16 ottobre 2013

16 ottobre '43, la dimenticanza è la morte più crudele



Il 16 ottobre 1943 il tenente colonnello Herbert Kappler, agli ordini del generale delle SS Karl Wolff, eseguì un rastrellamento sistematico degli ebrei romani; nella rete caddero 1259 cittadini,  363 uomini, 689 donne, 207 bambini.
I catturati furono trasferiti nel Collegio Militare lungo Via della Lungara, sotto al Gianicolo; a pochi passi dal Vaticano. Trattenuti alcuni giorni, vennero in seguito smistati presso campi di concentramento italiani (Fossoli, presso Verona), quindi costretti alla discesa infernale (Auschwitz, Dachau, Mauthausen, Ravensbrük), una catabasi senza ritorno.
Il 16 ottobre si è lentamente fatto strada nell'immaginario del dopoguerra; ora è un simbolo, come il 24 marzo per le Ardeatine o il 4 giugno, anniversario della liberazione di Roma.


Un'imposizione dolce e postuma, simile a quella avvenuta per Bella ciao, un canto partigiano minore che, specie dopo l'interpretazione di Yves Montand, cominciò a sostituire, nelle marce e nei cori, Fischia il vento, il vero inno della Resistenza, modellato sul tradizionale russo Katiuscia.

I simboli sono necessari al ricordo; ancorano l'attenzione a fatti precisi; vanno, tuttavia, dosati con cautela perché, quasi sempre, rischiano di irrigidirsi nell'osservanza burocratica e lacrimosa, nei peana dei cantori ufficiali. E questo è più di un rischio quando i sopravvissuti, i testimoni, vengono a mancare e la storia orale, intessuta di sangue, è sostituita dai rendiconti di chi, pur bene intenzionato, non riesce a ricreare la fluida spontaneità della rievocazione.

In realtà gli ebrei romani deportati furono oltre tremila.

Di alcuni nessuno ne ha sentito parlare. Persino le opere più meritorie non li contemplano. Di questi semisconosciuti ne conosco almeno un paio.

Ebrei di Primavalle. O ebrei lì rifugiati.

Privacy Policy