- Dici che Dio è
vanitoso?
- No, non è
vanitoso. Vuole godersi le cose belle con noi.
Io credo che Dio si
incazza se tu,
di fronte al colore
viola di un campo di fiori,
neanche te ne
accorgi.
“Penso che tu sia
troppo bassa, Medea. Non credo che qualcuno potrebbe mai trovarti
attraente. Guarda quanti brufoli hai in faccia! Non raggiungi il
metro e cinquanta, scarso. Sembri una bambina, di quelle viziate e
sbilenche, a cui manca sempre qualcosa. Io se fossi in te mi vestirei
da puttana, del genere che però poi non si mischia mai con i
clienti. Chissà forse qualcuno, allora, avrà voglia di considerarti
come una donna. Te lo dico per amicizia, Medea. Solo per questo.
Sono la tua miglior
amica, no?”
Viola aveva una gatta
di nome Camilla. Le aveva scelto un nome semplice, senza rimandi
letterari, senza implicazioni sentimentali, per non darle il
privilegio di uscire dalla propria mediocrità.
Si odiavano Viola e
Camilla. Il felino era macchiato di bianco e nero, tanto da venir
spesso soprannominato “mucca”, “zebra” e “procione”;
aveva la brutta abitudine di dormire sulla sedia che Viola usava in
cucina riempiendola di peli. Lei ogni settimana cambiava sedia, pur
avendone solo tre a disposizione, e Camilla, puntualmente, si faceva
trovare pronta, per le otto e mezza in punto, acciambellata sul
cuscino di Ikea. Una volta era stato color avorio, ora tendeva al
giallino, macchiato di caffè e saliva di gatto.
