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domenica 8 settembre 2013

L'incipit della domenica: Le novelle della nonna

Questo pomeriggio, a Mantova, con una conversazione fra il francese Emmanuel Carrère e l'italiana Elena Stancanelli si chiude la diciassettesima edizione del Festivaletteratura di Mantova. Tanti, come sempre, gli appuntamenti, che consentono ai lettori curiosi di organizzarsi percorsi insoliti, fuori dalle piste più battute: interessante, quest'anno, il filo dedicato all'Africa, che ha visto in scena la poetessa sudafricana Karen Press, tradotta in italiano per Donzelli da Paola Splendore, il kenyota Binyavanga Wainaina, autore e giornalista, ma soprattutto grande tessitore di imprese culturali in Africa e nel mondo (di lui è appena uscito per 66thand2nd Un giorno scriverò di questo posto) e la scrittrice Taiye Selasi, nata a Londra da padre ghanese e madre nigeriana, ora residente negli Usa, il cui La bellezza delle cose fragili, pubblicato in questi giorni da Einaudi, ha attirato elogi come una calamita. Per collegare idealmente il nostro Incipit della domenica al festival, abbiamo però scelto un altro filone, quello delle Fiabe italiane, che nel corso della rassegna sono state proposte al pubblico mantovano da Luca Scarlini. E presentiamo quindi l'attacco di una raccolta bellissima e misconosciuta, le Novelle della nonna pubblicate alla fine dell'Ottocento dalla toscana Emma Perodi, a lungo direttrice del "Giornale dei bambini", con la speranza che a qualcuno, o a molti, venga voglia di leggere il seguito.
 
Emma Perodi
Tutte le campane di Poppi e della valle suonavano a festa in quella notte chiamando i fedeli alla messa di Natale, e pareva che a quell'invito rispondessero le campane di Soci, di Bibbiena, di Maggiona e di tutti i paesi e i castelli eretti sui monti brulli, che s'inalzavano fino all'Eremo di Camaldoli e al Picco della Verna, tanto era lo scampanìo che si udiva da ogni lato.
In una casa di Farneta, piccolo borgo sulla via di Camaldoli, la famiglia del contadino Marcucci era tutta riunita sotto l'ampia cappa del camino basso, che sporgeva fin quasi a metà della stanza. Il camino, nel quale crepitava un bel ceppo di faggio, era grande davvero, altrimenti non avrebbe potuto contener tanta gente, perché i Marcucci erano un subisso!
Il vecchio capoccia era morto, la moglie gli sopravviveva, e intorno a lei erano aggruppati i cinque figliuoli maschi, i quali avevano tutti moglie, meno l'ultimo, Cecco, che era tornato da poco dal reggimento, e aveva sempre addosso la tunica d'artiglieria. I quattro fratelli maggiori si ritrovavano di già la bella caterva di quindici figliuoli, fra grandi e piccini, così che fra la vecchia Regina, le nuore, i figliuoli e quei quindici nipoti, facevano venticinque persone. È vero che il podere era grande, ma se i ragazzi maggiori non si fossero ingegnati ad accompagnare col trapelo le carrozze che andavano a Camaldoli, facendo in su e in giù l'erta via tre o quattro volte il giorno, la famiglia Marcucci non avrebbe attecchito il desinare con la cena.
Quella sera la vecchia Regina stava seduta sopra una panca molto vicina al fuoco crepitante, e le sue mani operose, che intrecciavano di consueto i fili di paglia per farne cappelli, restavano inerti in grembo.
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