sabato 26 ottobre 2013

Calvino e il cinema

Oggi alle 11 nel Salone degli affreschi del Dsm (via Colautti 28-30) riunione del gruppo di lettura dedicato quest'anno ai sensi. Libro condiviso, Sotto il sole giaguaro di Italo Calvino. Per ricordare lo scrittore, di cui il 15 ottobre cadeva il novantesimo anniversario della nascita, proponiamo ampi brani di un articolo sul suo rapporto con il cinema, pubblicato il 30 settembre sulla rivista online Ilciottasilvestri, in occasione di una rassegna di film "calviniani" al Cinema Trevi di Roma.

Italo Calvino è morto improvvisamente il 20 settembre 1985, nello stesso giorno del terribile terremoto in Messico, proprio lui che era nato - da sanremese emigrante - lì vicino, a Cuba, mamma botanica e papà agronomo. Inoltre stava proprio per recarsi in Messico per sposarsi. Ma la cattolica Mexico City non avrebbe mai concesso l'ok alle nozze con una donna divorziata e dunque si era diretto verso l'isola atlantica dell'amico Che Guevara... Nel trentesimo anniversario della sua scomparsa ci saranno certo, da ora in poi, molte iniziative e manifestazioni per celebrarlo. In Italia e nel mondo (è stato dopo Dante Alighieri il più tradotto dei nostri narratori). Ma quest'anno, nel novantesimo della nascita, non sembra che la prassi intellettuale di Calvino sia molto ricordata. Anche se, recentemente, in due preziosi volumi, Vito Santoro, e prima ancora, nel 1990, Lorenzo Pellizzari si sono accostati a Calvino in maniera differente, partendo dal cinema per arrivare alla letteratura e alla saggistica e svelare il mistero di una scrittura unica, contaminata e multimediale ante litteram. 

venerdì 25 ottobre 2013

C'è chi fugge dalla scuola e chi dall'analfabetismo

Marco Biasio
Il recente rapporto di Save The Children, in seno alla campagna “Allarme Infanzia”, individua, tra gli altri, un dato inquietante, paradossale nella sua enormità: in Italia, la dispersione scolastica (i ragazzi che finiscono solo le scuole medie inferiori) si attesta al 17,6%. Una percentuale molto lontana dagli standard richiesti dall'Unione Europea (sotto il 10%) e dalla maggioranza di altri paesi Ue come Francia (11,6%), Germania (10,5%), Inghilterra (13,5%), persino Grecia (11,4%). Il Ministro dell'Istruzione Maria Chiara Carrozza, che nello scorso maggio ebbe già modo di definire “emergenza” il quadro statistico nel complesso, ha previsto uno stanziamento ad hoc di 80 milioni di euro, all'interno del nuovo Decreto Scuola, per arginare il fenomeno. 
Chissà cosa ne penserebbe Jackson, 11 anni, keniano, aspirante pilota, che ogni giorno percorre con la sorella minore 30 chilometri nella savana, a zig zag tra giraffe ed elefanti, per raggiungere una baracca di lamiera. E Zahira, che è marocchina, di anni ne ha 12 e, con le amiche Zineb e Noura, tutti i lunedì si inerpica per le strette mulattiere attorno alla catena dell'Atlante, per sfuggire a quell'analfabetismo che era la condizione naturale di sua nonna, nella speranza di diventare un giorno dottore. Anche il tredicenne Samuel, indiano, coltiva l'ambizione di indossare il camice bianco. La sua riabilitazione è fisica ancor prima che scolastica: costretto su una sgangherata sedia a rotelle, spinta dai fratelli minori Gabriel ed Emmanuel, viaggia per un'ora e mezza, il tempo necessario – salvo imprevisti – per coprire la distanza di quattro chilometri che lo separa dall'istituto. 

mercoledì 23 ottobre 2013

I gatti, Baudelaire e la poesia sconfitta (e tre poesie sui gatti, ovviamente)

Balthus, Il gatto nel Mediterraneo
G. Luca Chiovelli


Prima o poi qualcuno si deciderà a raccontare la storia della letteratura moderna come storia di una sconfitta. Una capitolazione progressiva che vede l'artista sempre più emarginato dal ritmo pulsante dei secoli, dagli onori, dai monumenti più duraturi del bronzo, dalle acclamazioni dei re o dei signori, dal ruolo di creatori dello spirito dei popoli.
A quando data l'inizio di questa parabola implacabile?

In un post che parlava di tutt'altro (ma in realtà parlava anche di questo poiché tutto si collega a tutto) abbiamo presentato un brano de Il Novellino, una raccolta duecentesca di brevi apologhi; in esso un giovane interroga due individui. Ecco il primo:



Uno, che aveva il cuore più ardito e la faccia più tranquilla, si fece avanti ...



Ardito, sereno, sicuro del proprio ruolo sociale. È un mercante, molto ricco. Si è fatto strada da solo, ci tiene a precisarlo, non deve nulla a nessuno.
Poi, il secondo:

Una persona d’aspetto nobile che aveva una faccia timorosa e stava più indietro che l’altro. Non così arditamente disse ...

Questo è un re, ma un re timoroso, uno sconfitto. Il Novellino parteggia per il re; il Novellino è legato al Medioevo, alla monarchia feudale, all’elaborazione poetica delle corti, a un mondo libresco e pre-scientifico, legato ancora a una visione simbolica e fiabesca della realtà.

martedì 22 ottobre 2013

Roma è un uomo

Raethia Corsini
Sono una delle tante romane adottive. In questa città eternamente bella e eternamente inamovibile, ci sono arrivata nel 2006 come mi è già capitato di raccontare. Grande amore. Durato, come ogni grande amore, tre anni di passione accecante, seguiti dal risveglio post incantamento, da attese disattese, da piccole illusioni che tali si sono rivelate, da sorprese come tali impreviste ma spesso liete, da liti furibonde, pacificazioni languide e ruffiane, dichiarazioni d'amore sincero e adulto seguite da minacce di separazione all'ultimo coltello o fiammifero, a memoria di gladiatori o del Nerone che fu. La relazione è ancora in corso. Abbiamo superato i fatidici sette anni, ritenuti vox populi il break event point dell'amore. Ora ci guardiamo reciprocamente senza incanti, ma un sentimento via via più profondo si sta facendo strada. Si sta profilando un'intesa che passa attraverso la conoscenza dei reciproci limiti, non più solo attraverso il desiderio di piacersi. Anche perché lei, Roma, è granitica come un bell'uomo che sa di esserlo e non fa il minimo sforzo per com-piacerti. Lui è bello, tutti cadono ai suoi piedi statuari e questo basti anche a te, partner del momento.

lunedì 21 ottobre 2013

La più grande biblioteca del mondo dentro il computer di casa

Maria Teresa Carbone
C'è stato un tempo (qualcuno se lo ricorda? diciamo una trentina d'anni fa) in cui comprare musica voleva dire andare in un negozio di dischi e uscirne con sottobraccio uno o più astucci di cartoncino piatti e quadrati, al cui interno era racchiuso – appunto – un disco (a volte due o tre) di vinile, il cosiddetto 33 giri o lp (long playing) o infine album, dal momento che ognuna delle due facciate conteneva di solito un certo numero di brani. Da allora il mercato musicale è stato investito da una rivoluzione dopo l'altra, a partire dal cd (compact disc), presentato all'inizio degli anni Ottanta come un oggetto imperituro e oggi pressoché defunto, giù giù fino alla vendita via internet di singoli brani musicali da scaricare (il modello iTunes) e, infine, all'abbonamento mensile, con ascolto in streaming, il cui esempio di maggiore successo è oggi Spotify. A questo proposito, il direttore economico  della compagnia svedese, Will Page, ha dichiarato pochi giorni fa alla “Stampa” che nei suoi primi sei mesi in Italia Spotify ha registrato 610 milioni di stream. Un risultato notevole, sulla cui durata – come si è visto – sarebbe imprudente scommettere. Sta di fatto però che l'idea di offrire ai consumatori una scelta pressoché illimitata di ascolti in cambio di una cifra mensile relativamente modica (una decina di dollari) ha preso piede anche fuori dal campo musicale.

domenica 20 ottobre 2013

Saramago, uomini ciechi nel mondo

José Saramago, Cecità
traduzione di Rita Desti
Einaudi 2005

Enza Bertoni

Nella tragicità di questo avvenimento paradossale, la cecità improvvisa degli abitanti di una intera città, con un'unica eccezione, ciò che mi colpisce maggiormente è l'indifferenza.Inizialmente tutto ciò che accade può essere percepito come una tragica catastrofe, una momentanea tragica avventura, ma a mano a mano che si va avanti con la lettura ci si accorge che è una cecità che va verso un'altra direzione, che è un viaggio del "vedere" con occhi nuovi, che l'occhio non potrà fermarsi da nessuna parte se non verso un viaggio interiore.
Vedo? No! Da quale parte il mio occhio si avvia ? Da quale spazio, verso dove ? Su quale spazio si focalizza ? Penetra oltre ?
E' questo il messaggio che l'autore, secondo me, ci manda, ci sollecita, andare oltre, vedere oltre.
Il puntuale racconto degli eventi quotidiani, dei bisogni fisiologici, raccontati fino al disgusto di se stessi, la laidezza e lo squallore deturpano questo luogo di dolore.
Questo vagabondare da una camerata all'altra, produce una forma di interiorizzazione, quasi un'oasi di raccoglimento; questi esseri incomunicanti, ma che vogliono favorire contatti. Attraverso le immagini inquietanti che l'autore ci propone, si cerca di appropriarsi di uno spazio diverso. Si avverte la rappresentazione dell'altro quasi come in un sogno, un altro di cui si ha paura.
La cecità diventa occasione di chiusura da un lato e dall'altro verso una solitudine liberatoria, una prigione e contemporaneamente l'imposizione  di altri sensi.
Cecità diventa metafora della vita : l'uomo è un cieco nel mondo, in questo mondo non decifrabile, opaco; un mondo invisibile ci sovrasta, una cecità che spegne tutto, una disperazione, ma che deve sollecitare nuove modalità dell'essere umano, che deve sentire come importante conseguenza quello di svincolarsi sia dalla nostalgia del mondo visivo, sia dal credere che da solo ce la farà.
L'uomo ha sempre bisogno dell'altro per poter sopravvivere.

L'incipit della domenica - Il fu Mattia Pascal

R. Magritte,
La reproduction interdite
Il quadro di René Magritte a lato può indurre qualcuno di voi, il più pigro, a credere che la pubblicazione dell'incipit del Mattia Pascal sia istigata da considerazioni di indole metafisica e psicologica. Invece la scelta letteraria ha, oggi, origini finanziarie.
Come il Pascal muore due volte e altrettante rinasce, con diverso nome, ma eguale personalità, così avviene per le imposte o tasse italiane: uccise a chiacchiere nei comizi televisivi, rinascono con acronimi nuovi di zecca e rinnovato vigore. 
La più famigerata di tutte, anzi, è morta e rinata tre volte (ISI, ICI, IMU, TRISE), in competizione vincente con Mattia Pascal/Adriano Meis. 
Pirandello, la cui vita fu segnata dal memorabile tracollo della solfatara di famiglia (nel 1903, centodieci anni fa) che lo costrinse a sbarcare il lunario umiliandosi con ripetizioni private, approverebbe di sicuro la nostra divagazione, a mezzo tra personale omaggio letterario e scienza delle finanze.

Luigi Pirandello

Una delle poche cose, anzi forse la sola ch'io sapessi di certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal. E me ne approfittavo. Ogni qual volta qualcuno de' miei amici o conoscenti dimostrava d'aver perduto il senno fino al punto di venire da me per qualche consiglio o suggerimento, mi stringevo nelle spalle, socchiudevo gli occhi e gli rispondevo:
- Io mi chiamo Mattia Pascal.
- Grazie, caro. Questo lo so.
- E ti par poco?
Non pareva molto, per dir la verità, neanche a me. Ma ignoravo allora che cosa volesse dire il non sapere neppur questo, il non poter più rispondere, cioè, come prima, all'occorrenza:
- Io mi chiamo Mattia Pascal.
Qualcuno vorrà bene compiangermi (costa così poco), immaginando l'atroce cordoglio d'un disgraziato, al quale avvenga di scoprire tutt'a un tratto che... sì, niente, insomma: né padre, né madre, né come fu o come non fu; e vorrà pur bene indignarsi (costa anche meno) della corruzione dei costumi, e de' vizii, e della tristezza dei tempi, che di tanto male possono esser cagione a un povero innocente.
Ebbene, si accomodi. Ma è mio dovere avvertirlo che non si tratta propriamente di questo. Potrei qui esporre, di fatti, in un albero genealogico, l'origine e la discendenza della mia famiglia e dimostrare come qualmente non solo ho conosciuto mio padre e mia madre, ma e gli antenati miei e le loro azioni, in un lungo decorso di tempo, non tutte veramente lodevoli.
E allora?
Ecco: il mio caso è assai più strano e diverso; tanto diverso e strano che mi faccio a narrarlo.
Fui, per circa due anni, non so se più cacciatore di topi che guardiano di libri nella biblioteca che un monsignor Boccamazza, nel 1803, volle lasciar morendo al nostro Comune. E' ben chiaro che questo Monsignore dovette conoscer poco l'indole e le abitudini de' suoi concittadini; o forse sperò che il suo lascito dovesse col tempo e con la comodità accendere nel loro animo l'amore per lo studio. Finora, ne posso rendere testimonianza, non si è acceso: e questo dico in lode de' miei concittadini: Del dono anzi il Comune si dimostrò così poco grato al Boccamazza, che non volle neppure erigergli un mezzo busto pur che fosse, e i libri lasciò per molti e molti anni accatastati in un vasto e umido magazzino, donde poi li trasse, pensate voi in quale stato, per allogarli nella chiesetta fuori mano di Santa Maria Liberale, non so per qual ragione sconsacrata. Qua li affidò, senz'alcun discernimento, a titolo di beneficio, e come sinecura, a qualche sfaccendato ben protetto il quale, per due lire al giorno, stando a guardarli, o anche senza guardarli affatto, ne avesse sopportato per alcune ore il tanfo della muffa e del vecchiume.
Tal sorte toccò anche a me; e fin dal primo giorno io concepii così misera stima dei libri, sieno essi a stampa o manoscritti (come alcuni antichissimi della nostra biblioteca), che ora non mi sarei mai e poi mai messo a scrivere, se, come ho detto, non stimassi davvero strano il mio caso e tale da poter servire d'ammaestramento a qualche curioso lettore, che per avventura, riducendosi finalmente a effetto l'antica speranza della buon'anima di monsignor Boccamazza, capitasse in questa biblioteca, a cui io lascio questo mio manoscritto, con l'obbligo però che nessuno possa aprirlo se non cinquant'anni dopo la mia terza, ultima e definitiva morte.
Giacché, per il momento (e Dio sa quanto me ne duole), io sono morto, sì, già due volte, ma la prima per errore, e la seconda... sentirete.
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