C'è stato un tempo (qualcuno se lo ricorda? diciamo una
trentina d'anni fa) in cui comprare musica voleva dire andare in un
negozio di dischi e uscirne con sottobraccio uno o più astucci di
cartoncino piatti e quadrati, al cui interno era racchiuso – appunto –
un disco (a volte due o tre) di vinile, il cosiddetto 33 giri o lp (long
playing) o infine album, dal momento che ognuna delle due facciate
conteneva di solito un certo numero di brani. Da allora il mercato
musicale è stato investito da una rivoluzione dopo l'altra, a partire
dal cd (compact disc), presentato all'inizio degli anni Ottanta come un
oggetto imperituro e oggi pressoché defunto, giù giù fino alla vendita
via internet di singoli brani musicali da scaricare (il modello iTunes) e, infine, all'abbonamento mensile, con ascolto in streaming, il cui esempio di maggiore successo è oggi Spotify. A questo proposito, il direttore economico della compagnia svedese, Will Page, ha dichiarato pochi giorni fa alla “Stampa”
che nei suoi primi sei mesi in Italia Spotify ha registrato 610 milioni
di stream. Un risultato notevole, sulla cui durata – come si è visto –
sarebbe imprudente scommettere. Sta di fatto però che l'idea di offrire
ai consumatori una scelta pressoché illimitata di ascolti in cambio di
una cifra mensile relativamente modica (una decina di dollari) ha preso
piede anche fuori dal campo musicale.
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lunedì 21 ottobre 2013
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