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lunedì 1 aprile 2019

Dal laboratorio di traduzione: Joy Harjo, Come scrivere una poesia in tempo di guerra



Fiorenza Mormile

Dopo Questo è il mio cuoreQuando il mondo come lo conoscevamo finì e in particolare dopo Una mappa per il prossimo mondo questo ulteriore testo della poetessa nativa americana ben esemplifica il tratto dominante della sua scrittura: nella memoria i soprusi subiti dalla sua gente sono ferite ancora aperte e sanguinanti ma la disposizione verso il futuro è aperta e positiva. Il nonno che instilla nel cuore dei nipoti un canto salvifico sa credere in un lontano riscatto a venire e con la sua fede lo rende possibile, salvaguardando il valore e l’orgoglio delle proprie tradizioni. Purtroppo la guerra, sembra suggerire il titolo, non finisce mai veramente.


Joy Harjo 

Come scrivere una poesia in tempo di guerra


Non puoi cominciare da un punto qualunque. È un disastro.

                                                                          Schegge e l’occhio

di una casa, una fila di case. C’è un ratto che scappa

dalla luce con un brandello  di carne in bocca.  Un bimbo legato alla schiena della madre

tagliato via.                                          Soldati infestano le strade, 

il fiume, la città, il villaggio,

               la camera da letto, la nostra cucina.  Mangiano tutto.

O lo bruciano.

Uccidono quello che non possono prendere.  Stuprano.  Quello che non possono uccidere, prendono.

False voci cadono come pioggia.

                                       Come bombe.

Come lacrime di madri e padri ingoiate per una pace senza quiete.                                     

                 Come un tramonto che si inclina verso una mezzanotte senza luna.

Come un treno senza più destinazione.            Come un seme caduto dove

non c’è speranza di alberi          o di un luogo        dove possano vivere gli uccelli.


 No, comincia da qui.                   Cervi sbirciano dal limitare dei boschi.       

                                                                      Vedevamo picchi 

 grandi come il sole, cardinali rossi, e le cince ci accoglievano

                                                             con i canti del buongiorno.

Avevamo cominciato a cucinare all’aperto scivolando tra rugiada e risate, ah quelle dolci albe

piene di fumo. 

Provavamo a fingere che la guerra non ci sarebbe stata.

Anche se cominciavano a costruire le loro case intorno a noi e a pretendere di più. 

Cominciavano a insegnare ai nostri figli la storia del loro dio,                                     

                          una storia in cui saremmo sempre stati  schiavi.

No. Non qui.  

Non puoi cominciare da qui. 

È una memoria a brandelli perché è impossibile trattenerla con le parole, persino in poesia.   


Questi i ricordi lasciati qui con gli alberi:

la tasca strappata del vestito cucito a mano di tua figlia,

la fascia, il merletto.

Il mocassino ornato delicatamente di perline ancora infilato al piede del bambino,

il biglietto con la promessa di  un giovane alla sua amata —

                             No! Non è questo il punto migliore da cui cominciare.

Tutti dormivano, nonostante le bombe lontane.  Il terrore era diventato l’estraneo familiare.

Le nostre amate gemelle raggomitolate nelle loro camicie da notte, accanto al padre e a me.


Se cominciamo da qui, nessuno di noi arriverà alla fine 
                                                                                            della poesia.

Qualcuno deve uscirne vivo, cantava un nonno al nipote,

alla nipote, mentre soffiava nel cuore dei bambini il suo canto  più potente.

Lì sarebbe stato al riparo dai soldati,

che li avrebbero condotti  per miglia, fiumi, montagne lontano dal  cordone ombelicale

della storia delle origini.

Sapeva che un giorno, un giorno lontano, i nipoti sarebbero tornati, generazioni più tardi

su lucide  autostrade                       costruite sopra vecchi sentieri

attraverso muri di leggi fatte per ostacolare o distruggere,  sulle biblioteche

degli antenati nel vento, nate sulle pietre. 

Il suo canto ci porta alla sua casa natia tra queste colline fumose.

Comincia da qui.

domenica 25 novembre 2018

Dal laboratorio di traduzione: "Retaggio" di Kaveh Akbar

Fiorenza Mormile

Nella Giornata contro la violenza sulle donne vi proponiamo Retaggio, un testo di denuncia contro la condanna a morte di una ragazza iraniana impiccata per avere ucciso l’uomo che cercava di violentarla.
L’autore è il poeta iraniano-americano Kaveh Akbar, nato a Teheran il 15 gennaio 1989 e trasferitosi con i genitori negli Stati Uniti in giovanissima età.

Kaveh al lavoro - foto di proprietà dell'autore
Nel testo l’impatto contro con il rigore spietatamente misogino della giustizia iraniana mina l’attaccamento di Akbar alle proprie radici natali e culturali. La penultima strofa “possa Dio colpirci /per farci (…) ridestare il cervello a frustate” suona sarcastica rispetto ai metodi adottati dalla Shari’a. Le aspettative deluse “esponiamo l’amore alla luce/ per stupirci della sua impotenza” scatenano in Akbar un profondo senso di colpa, facendolo sentire correo di quella morte: “malgrado tutti i nostri rituali di misericordia (…) te abbiamo mandato avanti”. Qualcosa di simile avviene all’interno di ciascuno di noi anche qui, così lontano dagli ayatollah, ad ogni nuovo caso di violenza di genere.

                                                                                                                     Reyhaneh Jabbary














Retaggio

Reyhaneh Jabbary, una donna iraniana di 26 anni, è stata impiccata 
il 25 ottobre 2014, per aver ucciso 
un uomo che cercava di violentarla. 
il corpo è una moschea prestata dal Cielo    secoli e secoli
macchiano il mattone smaltato    la nostra pelle si sfalda come un frammento
al centro di una clessidra    a volte mi vergogno tanto

del mio sentire  quanto poco conti    gli angeli non hanno a cuore l’umiltà
ti sei rasata il capo    hai passato undici giorni in isolamento mezza morta di fame
e non una tromba divina si è sciolta in canto    ora è solitudine tutto intorno                 

più che una persona sto diventando un vaso di ricordi    è un mito
che l’amore  viva nel cuore    vive nella gola lo spingiamo fuori
quando parliamo    quando restiamo senza fiato ne prendiamo un po’ per noi

nei libri l’amore può far cessare la guerra    un soldato getta  la spada
per imboccare di ostriche il nemico    nella vita esponiamo l’amore alla luce
per stupirci della sua impotenza    hai detto in una lettera a Sholeh

che non uccidevi neppure gli scarafaggi nella cella    li tiravi su
per le antenne e li lanciavi tra le sbarre in un cortile
dove vedevi uomini martellare lunghe assi di cipresso per farne una forca

gli stessi uomini che anni  prima avevano gettato i loro anelli nel fango    che li innaffiavano
cinque volte al giorno    che sparavano ai merli per  scacciarli dai rami dei mandorli
e baciavano la terra alla vista dei germogli    per poi maledirsi a vicenda quando gli steli

invece di lambirgli le labbra si seccavano alle loro ginocchia    possa Dio colpirci
per farci svegliare    ridestare il cervello a frustate    si possa misurare ogni vittoria
dall’assenza momentanea del dolore    non c’è conforto nella storia    è un dono

ricevuto alla nascita    una tasca in cui ci ripieghiamo alla morte  e ora addio a te montagna
a te armada di fiori    a te intero miserabile decennio con un groppo in gola
malgrado tutti i nostri rituali di misericordia ripetuti all'infinito    te abbiamo  mandato avanti.

Traduzione di Maria Adelaide Basile, Marta Izzi, Giselda Mantegazza, Fiorenza Mormile, Anna  Maria  Rava, Anna  Maria Robustelli, Jane Wilkinson.


Heritage

Reyhaneh Jabbari, a 26-year-old Iranian woman,
was hanged on October 25th, 2014, for killing a man
who was attempting to rape her.

the body is a mosque borrowed from Heaven    centuries of time
stain the glazed brick    our skin rubs away like a chip
in the middle of an hourglass    sometimes I am so ashamed

of my sentience how little it matters    angels don't care about humility       
you shaved your head    spent eleven days half-starved in solitary
and not a single divine trumpet wept into song    now it's lonely all over

I'm becoming more a vessel of memories than a person    it's a myth
that love lives in the heart    it lives in the throat we push it out
when we speak    when we gasp we take a little for ourselves

in books love can be war-ending    a soldier drops his sword
to lie forking oysters into his enemy's mouth    in life we hold love up to the light
to marvel at its impotence    you said in a letter to Sholeh

you weren't even killing the roaches in your cell    that you would take them up
by their antennae and flick them through the bars into a courtyard      
where you could see men hammering long planks of cypress into gallows

the same men who years before threw their rings in the mud    who watered them
five times daily    who shot blackbirds off almond branches
and kissed the soil at the sight of sprouts    then cursed each other when the stalks

which should have licked their lips withered dryly at their knees  may God beat
us awake    scourge our brains to life    may we measure every victory
by the momentary absence of pain    there is no solace in history    this is a gift

we are given at birth    a pocket we fold into at death  goodbye now you mountain      
you armada of flowers    you entire miserable decade in a lump in my throat       
despite all our endlessly rehearsed rituals of mercy    it was you we sent on

Si ringrazia l’autore per l’autorizzazione alla riproduzione dell’originale.

martedì 30 ottobre 2018

Dal Laboratorio di Traduzione: Joy Harjo, Una mappa per il prossimo mondo

Fiorenza Mormile

Ecco una seconda poesia di Joy Harjo. Se la poesia precedente,
Photo Credit: Karen Kuehn
Quando il mondo come lo conoscevamo finìsegnava con il crollo delle Torri la fine del mondo come lo conoscevamo, questa, dedicata alla nipotina Desiray, è tutta proiettata nel mondo successivo. 
Per Harjo i nativi che vorranno abitarvi non potranno prescindere dalla consapevolezza delle proprie radici tribali e dalla necessità di superare tanto i torti subiti che gli errori compiuti. 
Prendendo forza dagli astri la piccola Desiray dovrà costruirsi da sola la propria mappa, senza farsi deviare dalle lusinghe consumistiche intorno a sé, per riconnettersi alla storia della sua gente e rinsaldare il legame tra le generazioni. 


JOY HARJO

Una mappa per il prossimo mondo
                                           per Desiray Kierra Chee

Negli ultimi giorni del quarto mondo ho voluto tracciare una mappa per chi si sarebbe arrampicato attraverso il buco nel cielo.

I miei soli strumenti erano i desideri degli umani via via che emergevano da campi di morte, camere da letto e cucine.

Perché l’anima è una vagabonda con tante mani e piedi.

La mappa deve essere di sabbia e non si legge con una luce qualunque.
Deve portare il fuoco alla città tribale vicina, per rinnovare lo spirito.

Nella legenda ci sono istruzioni sulla lingua della nostra terra, come fu che dimenticammo di riconoscere il dono, come non lo abitassimo o non ne facessimo parte.

Attenzione al moltiplicarsi di supermercati e centri commerciali,
altari del denaro. Il segno più evidente dell'allontanamento dalla grazia.

Tieni nota degli errori della nostra smemoratezza; la nebbia ci ruba i figli mentre dormiamo.

Fiori di rabbia spuntano dalla depressione. Ne nascono mostri di furia nucleare.

Alberi di cenere dicono addio all'addio e la mappa sembra scomparire.

Non conosciamo più i nomi degli uccelli, né come parlare
loro chiamandoli per nome.

Un tempo sapevamo tutto in questa lussureggiante promessa.

Ciò che ti dico è vero ed è stampato in un avviso
sulla mappa. La nostra smemoratezza ci insegue, percorre la terra dietro di noi, lasciando una scia di pannolini, siringhe e sangue sprecato.

Dovremo accontentarci di una mappa imperfetta, piccola mia.

Si entra dal mare del sangue di tua madre, dalla piccola morte di tuo padre che non vede l'ora di riconoscersi in qualcun altro.

Non c’è uscita.

La mappa si può interpretare attraverso la parete dell’intestino – una spirale sulla via della conoscenza.

Viaggerai attraverso la membrana della morte, sentirai odore di cucina dall’accampamento dove i nostri parenti banchettano con carne fresca di cervo e zuppa di mais, nella Via Lattea.

Non ci hanno mai lasciato, li abbiamo abbandonati noi in nome della scienza.

E al tuo prossimo respiro mentre entriamo nel quinto mondo
non ci sarà nessuna X, nessuna guida con parole da portare con te.

Dovrai navigare seguendo la voce di tua madre, rinnovare la canzone che sta cantando.

Dai pianeti balugina nuovo coraggio.

E illumina la mappa impressa col sangue della storia, una mappa che riuscirai a conoscere, se lo vorrai, dalla lingua dei soli.

Quando emergerai rintraccia le orme degli sterminatori di mostri, là dove sono entrati nelle città di luce artificiale e hanno ucciso ciò che ci stava uccidendo.

Vedrai dirupi rossi. Sono il cuore, contengono la scala.

Un cervo bianco ti accoglierà quando l’ultimo umano si isserà dalle rovine.

Ricorda il buco della vergogna che segna l’atto dell'abbandono dei nostri territori tribali.

Non siamo mai stati perfetti.

Eppure, il viaggio che facciamo insieme è perfetto su questa terra, che un tempo era una stella e ha fatto gli stessi errori degli umani.

Li potremmo rifare, ha detto lei.

Cruciale per trovare la strada è questo: non c’è inizio né fine.

Devi farti da sola la tua mappa.


(Traduzione di Maria Adelaide Basile, Marta Izzi, Giselda Mantegazza, Fiorenza Mormile, Anna Maria Rava, Anna Maria Robustelli, Paola Splendore, Jane Wilkinson).


 JOY HARJO

A Map to the Next World
                              for Desiray Kierra Chee

In the last days of the fourth world I wished to make a map for
those who would climb through the hole in the sky.

My only tools were the desires of humans as they emerged
from the killing fields, from the bedrooms and the kitchens.

For the soul is a wanderer with many hands and feet.

The map must be of sand and can’t be read by ordinary light. It
must carry fire to the next tribal town, for renewal of spirit.

In the legend are instructions on the language of the land, how it was we forgot to acknowledge the gift, as if we were not in it or of it.

Take note of the proliferation of supermarkets and malls, the
altars of money. They best describe the detour from grace.

Keep track of the errors of our forgetfulness; the fog steals our
children while we sleep.

Flowers of rage spring up in the depression. Monsters are born
there of nuclear anger.

Trees of ashes wave good-bye to good-bye and the map appears to disappear.

We no longer know the names of the birds here, how to speak to them by their personal names.

Once we knew everything in this lush promise.

What I am telling you is real and is printed in a warning on the
map. Our forgetfulness stalks us, walks the earth behind us,
leaving a trail of paper diapers, needles, and wasted blood.

An imperfect map will have to do, little one.

The place of entry is the sea of your mother’s blood, your father’s small death as he longs to know himself in another.

There is no exit.

The map can be interpreted through the wall of the intestine — a spiral on the road of knowledge.

You will travel through the membrane of death, smell cooking
from the encampment where our relatives make a feast of fresh deer meat and corn soup, in the Milky Way.

They have never left us; we abandoned them for science.

And when you take your next breath as we enter the fifth world
there will be no X, no guidebook with words you can carry.

You will have to navigate by your mother’s voice, renew the song she is singing.

Fresh courage glimmers from planets.

And lights the map printed with the blood of history, a map you
will have to know by your intention, by the language of suns.

When you emerge note the tracks of the monster slayers where they entered the cities of artificial light and killed what was killing us.

You will see red cliffs. They are the heart, contain the ladder.

A white deer will greet you when the last human climbs from the destruction.

Remember the hole of shame marking the act of abandoning our tribal grounds.

We were never perfect.

Yet, the journey we make together is perfect on this earth who was once a star and made the same mistakes as humans.

We might make them again, she said.

Crucial to finding the way is this: there is no beginning or end.

You must make your own map.


(from How We Became Human: New and Selected Poems:1975-2001 by Joy Harjo. Copyright © 2002 by Joy Harjo)

Si ringrazia l’autrice per avere autorizzato la riproduzione del testo originale.

domenica 20 novembre 2016

Addentrarsi nella foresta Levertov con il laboratorio di traduzione

Addentrarsi nella foresta Levertov: il laboratorio di traduzione 2016/2017 parte dalla prolifica poetessa inglese naturalizzata americana

Denise Levertov in uno scatto di Chris Felver
Fiorenza Mormile

Rifacendomi a Life in the Forest, titolo di una delle quasi cinquanta raccolte pubblicate da Denise Levertov (1923-1997, poeta, saggista, docente, traduttrice) descrivo la nostra scelta di percorrere all’inizio del quinto anno di attività almeno un sentiero della sua sterminata produzione. Ci ha attratto per prima la sua riflessione sulla scrittura e sulle responsabilità che comporta.
Per dare una panoramica della sua opera sintetizziamo qui le 13 fitte pagine che Poetry Foundation  dedica alla bio-bibliografia. Denise Levertov è stata un’apprezzata e prolifica poetessa americana.
In America arrivò però solo nel 1948, a venticinque anni compiuti, per seguire il marito, lo scrittore Mitchell Goodman. Nata ad Ilford, un sobborgo di Londra, non ricevette una formazione letteraria tradizionale, ma si nutrì delle suggestioni culturali e linguistiche dei genitori immigrati, crescendo in una casa piena di libri di seconda mano comprati dal padre (un ebreo russo convertitosi al Cristianesimo e divenuto pastore anglicano), tra il risuonare dei versi di Tennyson letti ad alta voce dalla madre gallese. Proprio questa mancanza di “accademia” secondo la critica rese il suo stile limpido, chiaro e accessibile a un vasto pubblico.

Levertov ha una precoce consapevolezza del proprio talento: appena dodicenne invia ad Eliot le sue poesie e ne riceve in risposta due pagine dattiloscritte di elogi incoraggianti . A diciassette anni pubblica una poesia nella prestigiosa “Poetry Quaterly”. Durante la guerra il lavoro di infermiera laica in ospedale non interrompe la sua scrittura: nel 1946 esce il  primo libro, The Double Image.
Dopo il trasferimento negli Usa del 1948 continua la pubblicazione di raccolte di poesia e saggi.  Si fa strada attraverso le influenze neo-romantiche una voce personale caratterizzata da maggiore precisione formale e da una forte consapevolezza sociale. Sotto l’influenza di W. C. Williams Levertov si dedica all’esplorazione del quotidiano di cui sa cogliere i lati spiazzanti che spesso vorremmo ignorare. Malgrado le assidue frequentazioni dei Black Mountain Poets Levertov aderisce solo in parte ai loro manifesti costruendo sempre più saldamente la propria cifra individuale, ormai comunque “americana”. Lo scoppio della guerra del Vietnam la vede co-fondatrice di un gruppo di protesta di scrittori, mentre nei suoi scritti prende vigore la trattazione di temi di interesse politico-sociale (il disarmo, la preoccupazione ambientale). Finirà episodicamente anche in prigione per azioni di disobbedienza civile. Questo impegno è particolarmente avvertibile nella raccolta To Stay Alive (1971), dove Levertov inserisce brani quasi prosastici da lettere e documenti in voluta frizione con passaggi decisamente lirici, quasi a rispecchiare le lacerazioni inferte sulla scrittura dagli avvenimenti contemporanei. Il libro suscita nella critica reazioni contrastanti: alcuni, come H. Carruth, ne considerano con entusiasmo il valore poetico e documentario, altri, come M. Perloff, ne censurano con fastidio il tono “predicatorio”. Secondo il critico J. F. Mersmann la guerra in Vietnam  segna  in Levertov un vero spartiacque poetico, inserendo un elemento disgregante anche nella perfezione della forma, che esige  compensazione attraverso uno sforzo morale e spirituale. 

Sorvolando per brevità su molte altre importanti pubblicazioni di natura saggistica citiamo qui l’affermarsi sempre più marcato di una sensibilità religiosa, indubbio portato dell’educazione ricevuta dal padre pastore, ma pure quasi panteisticamente connotata. Levertov avverte se stessa come parte naturale del mondo, e in tutto il complesso della natura coglie la presenza di Dio. 
In Evening Train (1992) esplora con sensibilità e grazia l’invecchiamento, pur non tralasciando  problematiche emergenti come l’AIDS, l’inquinamento, la guerra del Golfo.
Nel postumo This Great Unknowing: Last Poems (1999) – due anni prima Levertov era morta settantaquattrenne per un linfoma – l’approssimarsi della fine viene illustrato con coraggio e dignità, alternando all’inesausta ricerca religiosa  piccoli squarci sul quotidiano.
Riassumiamo in chiusura le considerazioni di Daniel Berrigan (poeta, prete gesuita e pacifista militante, recentemente scomparso) che sembrano attagliarsi particolarmente alle incertezze angosciose del presente: possiamo scegliere di non fare nulla, rischiando l’andar fuori di testa  in modo più o meno eclatante,  rifugiarci nella  frivolezza per evadere dalla paura che ci attanaglia, oppure, sull’esempio di Levertov, farci trascinare verso la salvezza dalla coscienza e dal senso della collettività, riconoscendo la comunanza tra le razze e le culture e la responsabilità di tutti verso il pianeta che condividiamo.


domenica 6 novembre 2016

Ancora due poesie di Sujata Bhatt sui papaveri.

Redness e Schlafmohn, Blaumohn: Allerleilustblume in cui si ricorda la tormentata relazione tra Celan e Bachmann.

Fiorenza Mormile


Avendo appena cominciato il nuovo ciclo del laboratorio di traduzione, dedicato per cominciare a Denise Levertov, concludiamo qui il nostro tributo a Sujata Bhatt con due nuove poesie sui papaveri, tema ricorrente in vari testi della sua raccolta Papaveri in traduzione.
Redness dai papaveri  riprende la suggestione cromatica e riportando un lungo inserto di nomi di varianti di fiori in tedesco ripropone il tema dell’abitare tra più lingue proprio della poetessa anglo indiana trapiantata in Germania. La più complessa Schlafmohn, Blaumohn: Allerleilustblume nel titolo associa il papavero da oppio e i relativi semi alla capacità dei fiori di dare ogni tipo di piacere. Questa poesia nasce, come spesso in Bhatt, da suggestioni nate dalla lettura. Le citazioni in tedesco ci riportano a testi di Celan dalla raccolta Papavero e memoria, l’exergo da una lettera a Celan di Bachmann.  Bhatt è a un tempo partecipe del dramma umano dei due sfortunati amanti ma anche, al solito, attenta a implicazioni e riflessi della loro opera sul piano linguistico e letterario. Paul Celan, infatti, poeta rumeno ebreo scampato alla deportazione ma provato da durissime esperienze in campi di lavoro e da lutti familiari, si era impegnato a rifondare attraverso la scrittura l’amatissima lingua tedesca che aveva appreso dalla madre e che sentiva contaminata dall’uso che ne avevano fatto i nazisti.

Il titolo della sua raccolta nasce da un verso di Corona citato da Bhatt: “noi ci amiamo come papavero e memoria”, ed esprime la tensione tra la tentazione dell’oblio e la necessità di ricordare, l’aspirazione a un equilibrio problematico se non addirittura impossibile nella tormentata relazione con la scrittrice conosciuta a Vienna nel 1947. Relazione caratterizzata da ciclici ritorni di fiamma, perdurata nella lontananza a dispetto di altri rispettivi legami, e per questo connotata sempre dalla segretezza. Pertinente quindi l’allusione ai Misteri, che richiama anche la cifra iniziatica e in qualche modo elitaria dei due. Bhatt insistendo sulle “dark /obscure words” e su “the darkness” sembra rifarsi a Corona, dove  compare “noi ci diciamo parole oscure” e a Todesfuge, dove ricorre ossessivamente l’aggettivo “Schwarze” (nero). Sulla stessa linea di senso si collocano le “haunted words” che perseguitano i due amanti, quasi soggetti ad una maledizione. Oscurità voluta, cupi scenari esistenziali, la depressione di Celan amareggiato anche da infondate accuse di plagio circondano infatti come una nube nera i due amanti, prefigurandone la fine tragica.  Alla fine Celan si suiciderà gettandosi nella Senna nel 1970 e  Bachmann, annichilita, gli sopravviverà solo tre anni, morendo a Roma nell’incendio del proprio letto provocato da una sigaretta.

Il papavero lega i tre tempi della poesia di Bhatt. Nel primo, preceduto dall’exergo dall’epistolario della Bachmann “ho sentito di nuovo i papaveri, così profondamente…” si parla degli effetti sul sogno della morfina che da loro si estrae, e della dipendenza che nell’uomo cui si riferisce il dottore appare conseguenza di un farmaco assunto da bambino. Abusi curativi vari sono attestati nella storia recente: da metà ottocento fino agli anni Trenta in cui vennero proibiti, sciroppi a base d’oppio vennero tranquillamente somministrati negli Usa e in Gran Bretagna per banali problemi di dentizione da madri ignare, mentre gli ultimi decenni sono stati caratterizzati dall’uso disinvolto del Ritalin (a base di anfetamine) per combattere la cosiddetta “iperattività” infantile. In Puglia e in Lucania invece, fino agli anni Settanta con una varietà locale di papavero si preparava un decotto, “la papagna”, che intinto in un rudimentale ciuccetto di lino con al centro un po’ di zucchero, veniva usato per far addormentare i bambini. In dosi più massicce (raccontano in un museo di Matera) il potente papavero locale era usato per farli dormire anche per due giorni di seguito quando i genitori si dovevano allontanare per la mietitura e non c’era chi li potesse accudire. Questa pratica il più delle volte veniva incredibilmente  tollerata dai piccoli, ma in altri aveva esito mortale. La Bachmann, che aveva studiato a lungo la Puglia e le sue usanze, in una poesia del 1955 (Nelle Puglie) parla del papavero e del suo uso curativo lenitivo del dolore in un ideale contrappunto col suo interlocutore privilegiato, che pure nella poesia non nomina. E in questa stessa poesia compare un frequente contrasto tra buio (quello delle abitazioni nei sassi) e luce (evocata dall’olio di oliva e per estensione di papavero bruciati per illuminare e risanare). Anche Bhatt si interroga sulle possibilità curative dei papaveri, dopo aver introdotto, con l’immagine del sangue che impregna i campi, alla valenza simbolica che i papaveri rossi rivestono in Inghilterra evocando i caduti della prima guerra mondiale. (Da noi De André li ha immortalati ne “La guerra di Piero”).  La terza parte, che parla più diffusamente del rapporto Celan-Bachmann è introdotta dal breve snodo di transizione in cui Bhatt oppone idealmente alle pillole psicotrope la sensazione di sabbia in bocca degli innocenti semini di papavero che insieme al burro e alla farina  componevano i dolci della sua infanzia.

In conclusione questa poesia così articolata, e a tratti reticente nella sua complessità, insiste su temi che già abbiamo incontrato in Bhatt: il sogno, una relazione d’amore tormentata, la ricerca di un antidoto contro il dolore,  la doppia faccia  della memoria (dolce e ossessiva) e l’importanza delle parole nelle loro varie stratificazioni linguistiche. Ambivalenza e contraddittorietà traspaiono a più livelli: quella tra la segretezza degli amanti circa la loro relazione e la necessità di metterla in luce facendola confluire nelle rispettive scritture, quella degli effetti dell’oppio, preso per dormire, per dimenticare in contrasto con l’effetto paradossale di rendere più vividi i sogni, che spesso, per l’insonne Bhatt, veicolano i ricordi infondendo loro nuova vita.
Noi, invece, vogliamo ricordarvi che il laboratorio di traduzione continua e vi aspetta…


Sujata Bhatt
Rosso
per Pearse Hutchinson
Le parole della notte si trasformano nelle parole del mattino.
Ecco le parole che ho raccolto —
parole con cui sto fino a tarda notte,
parole con cui mi sveglio — questi giorni
presto, molto presto al mattino —
Guarda come scivolano dentro un canto tutto loro,
rifiutando di adattarsi alla tua solita aubade  —
*
Ackermohn, Blatzblume, Blutblume, Boschtkraut,
Donnerblume, Feldmohn, Feuerblume, Feuermohn,
Flattermohn, Gartenmohn, Grindmagen,
Klappermohn, Klapprose, Klatschmohn, Klatschrose,
Große Klatschrose, Kornrose,
Kornschnalle, Mohn,
Mohnblume, Paterblume,
Roter Mohn, Roter Mohn, Schnalle,
Wilder Mohn, Wolder Mohn, Wilder Mohn,
Klatschmohn, Klatschmohn, Feuerblume ―
*
A volte preferisco vivere tra le lingue,
dentro silenzi che posso sentire solo io—
Questi giorni non riesco a stare in casa.
Presto quei campi al di là dell'acqua
                 s'incendieranno di api —
api sedotte da un rosso
  che neppure Husserl avrebbe saputo sondare.
Un rosso che solo le api capiscono.


Redness
for Pearse Hutchinson
Night words turn into morning words.
Here are the words I've gathered —
words I sit with late into the night,
words I wake up to — these days
early, so early in the morning —
See how they slide into their own song,
refusing to fit inside your usual aubade —
*
Ackermohn, Blatzblume, Blutblume, Boschtkraut,
Donnerblume, Feldmohn, Feuerblume, Feuermohn,
Flattermohn, Gartenmohn, Grindmagen,
Klappermohn, Klapprose, Klatschmohn, Klatschrose,
Große Klatschrose, Kornrose,
Kornschnalle, Mohn,
Mohnblume, Paterblume,
Roter Mohn, Roter Mohn, Schnalle,
Wilder Mohn, Wolder Mohn, Wilder Mohn,
Klatschmohn, Klatschmohn, Feuerblume ―
*
Sometimes I think I prefer to live between languages,
within silences only I can hear —
These days, I cannot stay indoors.
Soon, those fields across the water
          will burn with bees —
bees lured by redness
     even Husserl couldn't have fathomed.
A redness only bees understand.

Il testo è riprodotto per gentile concessione dell’Autrice


Sujata Bhatt

Den Mohn hab ich wieder gespürt, tief, ganz tief ...
              — Ingeborg Bachmann in una lettera a Paul Celan
La morfina ti darà i sogni più intensi,
                      dice il dottore —
La morfina giocherà con i tuoi ricordi,
ti metterà la vita sottosopra,
ti renderà il passato più doloroso che mai —
Non prendere quella strada, dice il dottore.
Ma è troppo tardi ora.
C'era una pillola per bambini
con un po' di oppio —
solo un po', che gli veniva data
per il sonno, per la digestione —
          tanti anni fa.
Dice il dottore che ora è troppo tardi.
La morfina è quello che gli serve,
eppure, non può più aiutarlo.
Era un uomo in una canzone,
           un uomo da un posto qualunque —
È un uomo che conosco —
Forse i tuoi ricordi hanno fame di morfina.
La tua mente, le tue cellule cerebrali
sentono la mancanza delle ombre purpuree dell'oppio.
Forse alla morfina servono le tue cellule cerebrali
               per compiere il suo destino.
Quei segreti amori delle molecole —
chi sa cosa succede?
Guarda i campi devastati — intrisi di sangue —
Pensi davvero che curino,  questi papaveri rossi ?
Questi semplici papaveri rossi di campo?
Curano cosa — questa terra, il tuo cuore?
E ancora, i papaveri rossi ti ricordano
gli altri, i bianchi e viola —
quelli pieni di oppio —
Senti che questi papaveri rossi
        con le anime nere nel vento
portano echi di oppio da altri luoghi,
da altri luoghi, dici tu —
*
Mohn, Mohn — blauer Schlafmohn —
Ricordi di semi neri — sabbia fine
                in bocca — Ricordi di semi neri
con burro e zucchero e farina —
*
...wir lieben einander wie Mohn und Gedächtnis...
Nella storia, la storia che leggo oggi,
          gli amanti  a me cari
vivono con i papaveri, papaveri rossi, innocui —
Ora si dicono l'un l'altro parole scure —
Parole che scriveranno per farle leggere a noi.
Sono gli amanti a chiamare scure le loro parole —
       io no — io cerco solo di ascoltare —
cerco solo di seguire la loro storia.
Parole oscure, dicono loro.
           Semplicemente scure, scure —
Parlano come se avessero visto i Misteri.
È l'oscurità stessa
                     di cui parlano —
Scivola come seta sulle loro membra —
                         L'oscurità stessa —
Li vedo semi addormentati, semi svegli —
Chi ha detto cosa? Parlano a bassa voce —
Non parole minacciose, non parole severe.
          Parole non spettrali, non stregate,
ma semplicemente scure, come di un colore scuro.
Perché? Perché? Mi chiedo.
È perché pensano che non ci sarà mai
         abbastanza luce per loro?
Ma le parole rispondono gridando che loro sono stregate.
Sono stregate e stregate — maledette dalla Storia,
              maledette dall'assassinio, come lo siamo tutti —
Intanto, gli amanti parlano
         come se vivessero in un sogno —
Come cercano di curare quelle parole,
cercano di renderle di nuovo sacre —
Intanto, gli amanti parlano
delle cose più importanti
senza esserne del tutto consapevoli —

Sujata Bhatt

Schlafmohn, Blaumohn: Allerleilustblume
    Den Mohn hab ich wieder gespürt, tief, ganz tief ...
              — Ingeborg Bachmann in a letter to Paul Celan
The doctor says , morphine will give you
                    the richest dreams —
Morphine will play with your memories,
it will turn your life upside down,
make your past more painful than it ever was —
The doctor says, don't go down that path.
But it's too late now.
There was a pill for infants
with a little bit of opium —
just a little bit, that he was given
for his sleep, for his digestion —
      all those years ago.
The doctor says it's too late now.
Morphine is what he needs,
and yet, it cannot help him any more.
He was a man in a song,
          a man from anywhere —
He is a man I know —
Perhaps your memories crave morphine.
Your mind, your brain cells
miss opium's deep purple shadows.
Perhaps morphine needs your brain cells
                  to fulfill its destiny.
Those secret loves of molecules —
who knows what happens?
Look at the ravaged fields — blood-soaked —
Can you truly say these red poppies heal?
These common, red, wild poppies?
Heal what — this earth, your heart?
Again, how the red poppies remind you
of the others, the white and purple —
the ones filled with opium —
You feel these red poppies
         with their black souls in the wind
bring echoes of opium from somewhere,
from somewhere, you say —
*
Mohn, Mohn — blauer Schlafmohn —
Memories of black seeds — fine sand
          in your mouth — Memories of black seeds
with butter and sugar and flour —
*
...wir lieben einander wie Mohn und Gedächtnis...
In the story, this story I'm reading today,
               the lovers I worship
live with poppies, red poppies, harmless ones —
Now they speak dark words to each other —
Words they will write down for us to read.
It is the lovers who call their words dark —
        Not me —     I merely try to listen —
I merely try to follow their story.
Obscure words, they speak.
         Simply dark, dark —
They speak as if they have seen the Mysteries.
It is darkness itself
         that they speak —
How it slides like silk across their limbs —
              Darkness itself —
I see them half-asleep, half-awake —
Who said what? They speak softly —
Not menacing words, not grave words.
            Not ghostly, not haunted words,
but purely dark, as in a dark colour.
Why? Why? I ask myself.
Is it because they think there will never
         be enough light for them?
But the words shout back that they are haunted.
They are haunted and hunted — cursed by history,
       cursed by murder, as we all are —
meanwhile, the lovers speak
         as if they lived in a dream —
How they try to heal those words,
try to make them sacred again —
Meanwhile, the lovers speak
of the most important things
without fully knowing that they do —
Il testo è qui riprodotto per gentile concessione dell’Autrice

domenica 11 settembre 2016

Piccolo diario mantovano

Il gruppo del laboratorio di traduzione di Monteverdelegge è stato invitato al festival della letteratura di Mantova, che quest'anno compie vent'anni, per presentare al pubblico l’esperienza di traduzione collettiva di un poemetto di Philip Schultz pubblicato da Donzelli.
Il poeta americano è presente al festival con due libri : Erranti senza ali – appunto, il poemetto interno a Failure, libro con cui nel 2008 ha vinto il premio Pulitzer - e La mia dislessia, seconda edizione del memoir in cui racconta la difficoltà ma anche la forza di aver seguito la sua vocazione di scrittore e di aver fatto della scrittura il proprio lavoro e la propria vita, a dispetto della dislessia. Ambedue i libri sono a cura di Paola Splendore e il primo si avvale della traduzione di gruppo del laboratorio di Monteverdelegge composto da: Maria Adelaide Basile, Fiorenza Mormile, Anna Maria Rava, Anna Maria Robustelli, Paola Splendore. 
Il 7 settembre, giusto il tempo di posare le valigie e darci  una rinfrescata, e abbiamo incontrato l’autore. Su di lui, benché non lo avessimo mai incontrato prima, avevamo moltissime informazioni non solo per aver letto interviste e avergli potuto rivolgere domande via e-mail nel corso della traduzione, ma anche perché tradurre un testo, revisionarlo per  tre anni, analizzarlo nelle più piccole sfumature, finisce con lo stabilire un rapporto di conoscenza molto 'intimo' con l'autore. Al contrario, per lui, eravamo solo dei nomi sulla copertina del suo libro, ma la visita tutti insieme a Palazzo Te ha rotto subito il ghiaccio: la simpatia di Schultz ha fatto il resto e la sera a cena era come se ci conoscessimo da sempre. Le giornate successive, impegnative per il caldo e il ritmo degli impegni,  sono risultate piacevoli per la genuina empatia umana del personaggio e per l’armonia che si è creata fra di noi. Siamo state insieme al 'nostro autore' ai tanti eventi che le efficientissime Francesca Pieri ed Elena Munafò, della casa editrice Donzelli, hanno organizzato per lui: interviste con giornalisti di varie testate e servizi fotografici.
Il giorno successivo, 8 settembre, il poeta ha partecipato attivamente, grazie anche al gentile e provvidenziale aiuto del marito di Paola che si è prestato a fargli da interprete simultaneo, al nostro translation slam, in cui abbiamo spiegato a un pubblico attento e curioso come riusciamo a raggiungere un risultato condiviso nella traduzione di gruppo, tutto mentre le foto di Plautilla con il laboratorio al lavoro scorrevano sullo schermo.
Il 9 settembre è stata la volta del reading dell'autore presentato da Paola Splendore, in cui abbiamo coadiuvato Schultz alternandoci con lui nella lettura. La scelta è caduta su alcuni dei testi iniziali di  Failure tradotti e pubblicati sul blog di monteverdelegge, prima di decidere di dedicarci al poemetto che ne costituisce la seconda parte.  La sessione si è conclusa con la lettura delle tre strofe iniziali di Luxury,  il poemetto inedito a cui Schultz sta ancora lavorando. La citazione in exergo è tratta da Il mito di Sisifo di Albert Camus: "L'unico problema filosofico serio è il suicidio. Tutto il resto [...] viene dopo”.  Da un lato il poeta aveva voglia di far conoscere il suo nuovo lavoro, dall'altro era piuttosto restio sentendo di essersi esposto più del solito in prima persona, cosa forse inevitabile se si sceglie il suicidio come filo conduttore e si ritiene che il proprio padre sia morto suicida. Un suicidio attuato sovraccaricandosi di lavoro, quasi per punirsi di non essere stato in grado di realizzare il sogno americano di benessere economico e conseguente accettazione sociale. Per questo Schultz, in una delle cene assieme, ci ha spiegato sdrammatizzando con una delle sue sonore e contagiose risate, di sentire fortemente il problema del “to be or not to be” come gli altri famosi personaggi letterari citati nel poemetto, a cominciare da quell' Ernest Hemigway nella cui famiglia si sono verificati altri casi di suicidio sia prima sia dopo quello dello scrittore. Il suicidio come malattia ereditaria a cui il poeta si sottrae con la scrittura. Non sarà infatti un caso che il poemetto, almeno al momento, si chiuda con la parola happiness. Aver letto a Mantova questi suoi versi ancora inediti è stato per lui rassicurante e si è detto ora pronto ad accettare le ripetute richieste del suo editore a presentare Luxury anche in America.
Siamo state felici di passeggiare e spesso correre con Philip da una parte all'altra della città, continuando a intrecciare conversazioni, domande e risposte: dai piccoli problemi legati alle scelte lessicali e alle frasi idiomatiche su cui conserviamo ancora, come è naturale, dei dubbi, a conversazioni sui "massimi sistemi" e sui massimi autori, da Dante a Pavese a Montale, i suoi poeti italiani d’elezione.
Sabato 10 settembre Schultz in una conversazione con Valeria Parrella ha presentato la seconda edizione italiana con una nuova introduzione dell'autore a La mia dislessia (traduzione e cura di Paola Splendore, Donzelli editore). Poi sarà finalmente libero di visitare Palazzo Ducale e, ne siamo certe, mancandogli la sua amata bastardina Penelope, si innamorerà dei cani affrescati nella camera picta.
Nel pomeriggio, Paola Splendore ha presentato Della Mutabilità della poetessa inglese Jo Shapcott (cura e traduzione di Paola Splendore, Del Vecchio, 2015). La poetessa ha chiesto che, oltre al libro, venissero lette anche le sei poesie sulle api uscite su "Poetry Review", (vol.101: 1 Spring 2011) che abbiamo tradotto quest'anno nel nostro laboratorio di Monteverdelegge.



(a cura di Adelaide Basile)

sabato 26 aprile 2014

Laboratorio di traduzione: Philip Schultz, "Erranti senza ali. Uno"

Fiorenza Mormile
Con Uno entriamo nel cuore pulsante di Failure, ovvero nel lungo poemetto Erranti senza ali che con le sue quattro parti e le complessive cinquantotto sezioni costituisce da solo la seconda metà della raccolta. In questa prima parte Schultz, nei panni di dog sitter o meglio dog runner per necessità e per vocazione, ci accompagna lungo gli articolati sentieri delle sue peregrinazioni fisiche e mentali. Le quattordici sezioni numerate non seguono un ordine temporale lineare, ma saltano indietro e avanti nel tempo e nello spazio tenendosi al libero fluire dei pensieri e dei ricordi.  L’andamento ritmico presenta una versificazione più nervosa e contratta rispetto alle poesie precedenti, quasi a mimare l’alternanza rapida dei passi.                                       
Schultz riprende la tematica centrale della morte paterna  dilatandola e intrecciandola con la propria storia personale e con quella dell’intera N.Y. ferita dall’attentato dell’11 Settembre.  Vicende cronologicamente distanziate e tuttavia capaci di segnare rispettivamente sul piano privato e collettivo uno spartiacque, un insanabile iato. In Uno vediamo affacciarsi inoltre una diversa declinazione del tema della perdita che troverà nel prosieguo successivi sviluppi: attraverso la figura di Rusty, un cane molto amato avuto in dono dal padre, l’Autore condannerà l’inaffidabilità degli adulti. Servendosi con maestria della giustapposizione Schultz semina indizi e rimandi che pian piano collega in un’unica linea di senso : il proprio cervello bruciato da un elettroshock,  l’incendio delle torri e il fil di fumo agognato da Madama Butterfly nella celeberrima aria. La preferita, non a caso, da suo padre, tradito come la Butterfly dal sogno americano e forse per questo in qualche modo come lei suicida. Ma se tutte queste tragedie rappresentano crolli personali e collettivi rimandando al fallimento del titolo, la via del riscatto è comunque indicata e possibile. Il poemetto presenta una sua dimensione solare e positiva nell’apoteosi dei cani e di quanto affetto e conforto possano offrire ai loro “compagni forestieri”.  Il recinto metallico che delimita l’area cani di Washington Square diventa così una zona franca, privilegiata, dove camminando fianco a fianco i cani si ricaricano e gli uomini si scaricano del fardello di se stessi.
Come non ricordare a questo punto che Monteverdelegge discende dal sodalizio stretto dalle tre fondatrici nei quotidiani incontri a Villa Sciarra proprio in virtù dei rispettivi cani? Potremmo  istituire un gemellaggio tra le due aree verdi, un po’ come tra i comuni denuclearizzati…

martedì 12 novembre 2013

Il poeta dislessico

Nonostante abbia vinto il Pulitzer per la raccolta di versi Failure, Philip Schultz, il poeta di cui quest'anno si occupa il Laboratorio di traduzione di Monteverdelegge, è sconosciuto in Italia. Ma questa distrazione non durerà a lungo. Un paio d'anni fa Schultz ha pubblicato un memoir, My Dyslexia, in cui parla del proprio rapporto con una "disabilità" (ammesso la si possa definire come tale) della quale oggi si discute molto, e spesso a sproposito, anche nel nostro paese. In un'intervista su Poems Out Loud, lo scrittore riflette sull'apparente contraddizione dell'essere un poeta dislessico:  "Se sono diventato un poeta, questo probabilmente ha a che fare con le emozioni che ho provato a causa della mia dislessia e del bullismo di cui per questo sono stato oggetto. Queste emozioni, io le potevo esprimere più velocemente e direttamente attraverso la poesia: riuscivo a incapsulare le mie idee e i miei sentimenti in minuscoli missili che alleggerivano la pressione e la fatica di un costante confronto, e mi consentivano isole di pace e di sollievo. Penso che la poesia mi abbia offerto il rifugio da un prosaico mondo di lotta, e che questo avvenga ancora, forse più spesso di quanto mi piaccia ammettere. La poesia è stata protezione e salvezza, un luogo tranquillo dove raccogliermi e affinare il mio senso di me, un luogo di cura. E lo è ancora". 
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