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martedì 20 novembre 2018

Dal Laboratorio di Traduzione un nuovo testo di Joy Harjo: Questo è il mio cuore

Fiorenza Mormile

Il terzo testo di Joy Harjo è This is My Heart, una canzone d’amore composta dalla poetessa nativa americana che in questo concerto del 2008 alterna il canto con a solo di sax mostrando le sue doti di performer.


Questo è il mio cuore

Questo è il mio cuore. È un buon cuore.
Tesse una membrana di nebbia e fuoco.
Quando facciamo l'amore nel mondo dei fiori
il mio cuore è vicino abbastanza da cantare per te
in una lingua troppo goffa
per le parole umane.

Questa è la mia testa. È una buona testa.
Dentro le ronza uno sciame di preoccupazioni.
Qual è la fonte di questo mistero.
Perché non posso vederla qui, adesso, 
reale come queste mani che forgiano 
il mondo?

Questa è la mia anima. È una buona anima.
"Vieni qui, smemorata", mi dice.
E ci sediamo vicine.
Ci prepariamo qualcosa da mangiare
poi un sorso di qualcosa di dolce,
per la memoria, per la memoria.

Questa è la mia canzone. È una buona canzone.
Ha camminato all'infinito lungo il bordo del fuoco e dell'acqua,
scalato costole di desiderio per cantare per te.
Le sue ali nuove vibrano vulnerabili.

Vieni a stenderti accanto a me.
Poggia la testa qui.
Il mio cuore è vicino abbastanza per cantare.

Traduzione di Maria Adelaide Basile, Giselda Mantegazza, Marta Izzi, Fiorenza Mormile, Anna Maria Rava, Anna Maria Robustelli, Paola Splendore, Jane Wilkinson.


Joy Harjo
This is My Heart 

This is my heart. It is a good heart.
Weaves a membrane of mist and fire.
When we make love in the flower world
my heart is close enough to sing to you
in a language too clumsy
for human words.

This is my head. It is a good head.
Whirs inside with a swarm of worries.
What is the source of this mystery?
Why can’t I see it right here, right now,
as real as these hands hammering
the world together?

This is my soul. It is a good soul.
It tells me, “Come here forgetful one.”
And we sit together.
We cook a little something to eat,
then a sip of something sweet,
for memory, for memory.

This is my song. It is a good song.
It walked forever the border of fire and water,
climbed ribs of desire to sing to you.
Its new wings quiver with vulnerability.

Come lie next to me.
Put your head here.
My heart is close enough to sing.

A Map to the Next World, W.W. Norton 2002, and a CD of music Native Joy for Real, 2004

Si ringrazia l’autrice per l’autorizzazione a riprodurre il testo originale

martedì 30 ottobre 2018

Dal Laboratorio di Traduzione: Joy Harjo, Una mappa per il prossimo mondo

Fiorenza Mormile

Ecco una seconda poesia di Joy Harjo. Se la poesia precedente,
Photo Credit: Karen Kuehn
Quando il mondo come lo conoscevamo finìsegnava con il crollo delle Torri la fine del mondo come lo conoscevamo, questa, dedicata alla nipotina Desiray, è tutta proiettata nel mondo successivo. 
Per Harjo i nativi che vorranno abitarvi non potranno prescindere dalla consapevolezza delle proprie radici tribali e dalla necessità di superare tanto i torti subiti che gli errori compiuti. 
Prendendo forza dagli astri la piccola Desiray dovrà costruirsi da sola la propria mappa, senza farsi deviare dalle lusinghe consumistiche intorno a sé, per riconnettersi alla storia della sua gente e rinsaldare il legame tra le generazioni. 


JOY HARJO

Una mappa per il prossimo mondo
                                           per Desiray Kierra Chee

Negli ultimi giorni del quarto mondo ho voluto tracciare una mappa per chi si sarebbe arrampicato attraverso il buco nel cielo.

I miei soli strumenti erano i desideri degli umani via via che emergevano da campi di morte, camere da letto e cucine.

Perché l’anima è una vagabonda con tante mani e piedi.

La mappa deve essere di sabbia e non si legge con una luce qualunque.
Deve portare il fuoco alla città tribale vicina, per rinnovare lo spirito.

Nella legenda ci sono istruzioni sulla lingua della nostra terra, come fu che dimenticammo di riconoscere il dono, come non lo abitassimo o non ne facessimo parte.

Attenzione al moltiplicarsi di supermercati e centri commerciali,
altari del denaro. Il segno più evidente dell'allontanamento dalla grazia.

Tieni nota degli errori della nostra smemoratezza; la nebbia ci ruba i figli mentre dormiamo.

Fiori di rabbia spuntano dalla depressione. Ne nascono mostri di furia nucleare.

Alberi di cenere dicono addio all'addio e la mappa sembra scomparire.

Non conosciamo più i nomi degli uccelli, né come parlare
loro chiamandoli per nome.

Un tempo sapevamo tutto in questa lussureggiante promessa.

Ciò che ti dico è vero ed è stampato in un avviso
sulla mappa. La nostra smemoratezza ci insegue, percorre la terra dietro di noi, lasciando una scia di pannolini, siringhe e sangue sprecato.

Dovremo accontentarci di una mappa imperfetta, piccola mia.

Si entra dal mare del sangue di tua madre, dalla piccola morte di tuo padre che non vede l'ora di riconoscersi in qualcun altro.

Non c’è uscita.

La mappa si può interpretare attraverso la parete dell’intestino – una spirale sulla via della conoscenza.

Viaggerai attraverso la membrana della morte, sentirai odore di cucina dall’accampamento dove i nostri parenti banchettano con carne fresca di cervo e zuppa di mais, nella Via Lattea.

Non ci hanno mai lasciato, li abbiamo abbandonati noi in nome della scienza.

E al tuo prossimo respiro mentre entriamo nel quinto mondo
non ci sarà nessuna X, nessuna guida con parole da portare con te.

Dovrai navigare seguendo la voce di tua madre, rinnovare la canzone che sta cantando.

Dai pianeti balugina nuovo coraggio.

E illumina la mappa impressa col sangue della storia, una mappa che riuscirai a conoscere, se lo vorrai, dalla lingua dei soli.

Quando emergerai rintraccia le orme degli sterminatori di mostri, là dove sono entrati nelle città di luce artificiale e hanno ucciso ciò che ci stava uccidendo.

Vedrai dirupi rossi. Sono il cuore, contengono la scala.

Un cervo bianco ti accoglierà quando l’ultimo umano si isserà dalle rovine.

Ricorda il buco della vergogna che segna l’atto dell'abbandono dei nostri territori tribali.

Non siamo mai stati perfetti.

Eppure, il viaggio che facciamo insieme è perfetto su questa terra, che un tempo era una stella e ha fatto gli stessi errori degli umani.

Li potremmo rifare, ha detto lei.

Cruciale per trovare la strada è questo: non c’è inizio né fine.

Devi farti da sola la tua mappa.


(Traduzione di Maria Adelaide Basile, Marta Izzi, Giselda Mantegazza, Fiorenza Mormile, Anna Maria Rava, Anna Maria Robustelli, Paola Splendore, Jane Wilkinson).


 JOY HARJO

A Map to the Next World
                              for Desiray Kierra Chee

In the last days of the fourth world I wished to make a map for
those who would climb through the hole in the sky.

My only tools were the desires of humans as they emerged
from the killing fields, from the bedrooms and the kitchens.

For the soul is a wanderer with many hands and feet.

The map must be of sand and can’t be read by ordinary light. It
must carry fire to the next tribal town, for renewal of spirit.

In the legend are instructions on the language of the land, how it was we forgot to acknowledge the gift, as if we were not in it or of it.

Take note of the proliferation of supermarkets and malls, the
altars of money. They best describe the detour from grace.

Keep track of the errors of our forgetfulness; the fog steals our
children while we sleep.

Flowers of rage spring up in the depression. Monsters are born
there of nuclear anger.

Trees of ashes wave good-bye to good-bye and the map appears to disappear.

We no longer know the names of the birds here, how to speak to them by their personal names.

Once we knew everything in this lush promise.

What I am telling you is real and is printed in a warning on the
map. Our forgetfulness stalks us, walks the earth behind us,
leaving a trail of paper diapers, needles, and wasted blood.

An imperfect map will have to do, little one.

The place of entry is the sea of your mother’s blood, your father’s small death as he longs to know himself in another.

There is no exit.

The map can be interpreted through the wall of the intestine — a spiral on the road of knowledge.

You will travel through the membrane of death, smell cooking
from the encampment where our relatives make a feast of fresh deer meat and corn soup, in the Milky Way.

They have never left us; we abandoned them for science.

And when you take your next breath as we enter the fifth world
there will be no X, no guidebook with words you can carry.

You will have to navigate by your mother’s voice, renew the song she is singing.

Fresh courage glimmers from planets.

And lights the map printed with the blood of history, a map you
will have to know by your intention, by the language of suns.

When you emerge note the tracks of the monster slayers where they entered the cities of artificial light and killed what was killing us.

You will see red cliffs. They are the heart, contain the ladder.

A white deer will greet you when the last human climbs from the destruction.

Remember the hole of shame marking the act of abandoning our tribal grounds.

We were never perfect.

Yet, the journey we make together is perfect on this earth who was once a star and made the same mistakes as humans.

We might make them again, she said.

Crucial to finding the way is this: there is no beginning or end.

You must make your own map.


(from How We Became Human: New and Selected Poems:1975-2001 by Joy Harjo. Copyright © 2002 by Joy Harjo)

Si ringrazia l’autrice per avere autorizzato la riproduzione del testo originale.

domenica 26 novembre 2017

Inferno di famiglia in due poesie di Dorothy Molloy


    Fiduciosa, la bambina, ©Franca Rovigatti, 2011
Fiorenza Mormile
In occasione della giornata contro la violenza sulle donne presentiamo una denuncia  nella forma inconsueta ed efficace della poesia.
In Hare Soup dell’irlandese Dorothy Molloy (Ballina, Co. Mayo 1942 - Dublino 2004) il tema della violenza ricorre soprattutto sotto forma di abuso contro minori, spesso compiuto nell’ambito familiare. Il luogo abitualmente deputato alla protezione si trasforma in un incubo caratterizzato dalla ripetizione senza scampo. 
I testi, intrisi di una violenza raggelata non priva di humour nero, sono scarni e perturbanti. L’allusione compensa la sottrazione: lo stesso titolo della raccolta, Zuppa di lepre, già rimanda a sapori forti e al sacrificio di una preda. Il lettore, sempre in allarme, è chiamato a decifrare la falsa calma di relazioni familiari ambigue. Lo zoo di nonna s’incentra su una bambina abusata, che mostra suo malgrado la consapevolezza di un’adulta. La nonna intuisce, ma non parla? Non è chiaro. Si limita a fornire amuleti: animaletti selezionati tra quelli più inclini alla copula, che sembrano suggerire, più che esorcizzare, la rumorosa aggressione dell’uomo-elefante. Che giunge alla fine, introdotta per gradi dal rimbombo delle sirene da nebbia (ma foghorn nel linguaggio colloquiale ha pesanti implicazioni sessuali) e dall’immagine intrusiva e altrettanto sonora della locomotiva. 
In Circo di famiglia madre e figlia sono entrambe vittime del marito/padre villoso e muscoloso pur se in modalità diverse. La bambina per difendere la madre crollata sotto i colpi di lui gioca l’arma della seduzione e si immola alle sue richieste, intuibili sotto il camuffamento della performance “circense”. La bambina quindi non solo non trova protezione, ma si sente in dovere di offrirla, nello stravolgimento di ruoli generato dal terrore.  

Lo zoo di nonna

C’è uno zoo nella tasca di nonna:
cavalli e tori, pesci e uccelli,
cervi, maiali e conigli. Segugi.

Quando sto da nonna,
lei tira fuori un animale dalla tasca
e me lo dà:

un amuleto contro le sirene da nebbia
che rimbombano sul molo;

un amuleto contro le locomotive
che fischiano nel buio;

un amuleto contro l’uomo-elefante
che arriva al mio letto barrendo.
(traduzione di Fiorenza Mormile e Anna Maria Robustelli)

Grandma's Zoo

There's a zoo in Grandma's pocket:
horse and bull, fish and bird,
stag, pig and rabbit. Hound.

When I stay with Grandma,
she takes an animaI out of her pocket
and gives it to me:

a charm against the foghorns
booming on the pier;

a charm against the steam-engines
whistling in the dark;

a charm against the elephant-man
who comes bellowing to my bed.


Circo di famiglia

Papi gonfia i muscoli. I suoi bottoni
tintinnano. Il vello del torace spunta fuori
dalla canottiera. Io siedo muta quando colpisce mamma.
Mamma si accascia sulla sedia. Con gli occhi
chiama la sua artista in erba, la sua spalla di scena,
il suo puntello. Resto ferma in lustrini e calzamaglia.
Faccio a papi gli occhi dolci; il tip tap,
la spaccata. Quando il bolo isterico
mi cresce nella gola, inghiottisco la lingua.
(traduzione di Fiorenza Mormile)

Family Circus

Dadda flexes his muscles. His buttons
go ping. His chest-hair springs out
of his vest. I sit mute as he lashes at Mamma.
Mamma slumps in the chair. With her eyes
calls her infant performer, her stage-hand,
her prop. I stand firm in my sequins and tights.
I make doe-eyes at Dadda; tap-dance,
do the splits. When the globus hystericus
swells in my throat, I swallow my tongue.

I testi inglesi sono tratti da Hare Soup, Faber and Faber, London 2004. La Jonathan Williams Literary Agency ne ha autorizzato riproduzione e traduzione.
La traduzione di Grandma’s Zoo è inedita. Per Family Circus  cfr.  La tesa fune rossa dell’amore. Madri e figlie nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese, a cura di L. Magazzeni, F. Mormile, B. Porster, A. M. Robustelli, La Vita Felice 2015.
La riproduzione dell’opera Fiduciosa, la bambina è stata autorizzata dall’autrice Franca Rovigatti.





domenica 11 settembre 2016

Le api di Shapcott


Jo Shapcott (Londra, 1953) è una delle più importanti voci poetiche inglesi contemporanee. Sabato 10 settembre ha presentato al festival di Mantova la sua celebrata raccolta Of mutability (2010), uscita alla fine del 2015 nella traduzione di Paola Splendore per Del Vecchio Editore. Shapcott ha aperto il reading con i suoi sonetti sulle api, non ancora pubblicati in raccolta, nella traduzione del Laboratorio di Monteverdelegge di quest’anno. Li presentiamo qui insieme a Entro nell’albero, una poesia da Della mutabilità, tradotta da Splendore e linkata al video della lettura in originale di Shapcott. Da questi testi già emerge con chiarezza l’originale rielaborazione di Shapcott del tema della metamorfosi, fondendo se stessa negli elementi naturali come passando per un’esperienza corporea reale: “assaporando / il tempo negli anelli dell’albero”, riempiendo “ la bocca di midollo e di linfa”. Nei sonetti sulle api la fusione con il mondo apiario corre in parallelo allo strascico emotivo di un’intensa storia amorosa bruscamente finita. Assistiamo così alla crescente esaltazione metamorfica: “stavo piangendo api”, “con la mia bocca impolverata dal giallo/ del loro polline,/ parlavo api, respiravo api”, “odoravo di ambrosia e pappa reale/ le mie unghie brillavano di propoli ” , il cui climax si riassume in “ero reame e regina”, fino ad arrivare al punto in cui “Il favo che/si erano lasciate dietro si dissolse/in sangue e acqua”.
(Fiorenza Mormile)

Jo Shapcott

da Sei sonetti sulle api, Poetry Review, (vol.101: 1 Spring 2011)


Lo dico alle api

Se ne andò per sempre all'alba con solo
un libro, stretto nella mano sinistra:
L'Enciclopedia di Tutto Ciò Che Attiene
alla Cura dell'Ape Mellifera; Api, Arnie,
Miele, Attrezzi, Piante da Miele Ecc.
E io gli invidiai ogni singolo eccetera,
ogni filtro da miele e fiore di cetriolo,
ogni ala d'ape e anno volato via e occhio spento.
Uscii al sorgere del sole, fischiando
per chiamarle mentre andavo verso l'alveare.
Spinsi la guancia contro il legno, aprii
le sinapsi al ronzio delle api, sentivo l'odore del ronzio.
'È finita, dolcezze', sussurrai,' e ora siete mie'.

La soglia

Attesi tutto il giorno le lacrime e le volevo, ma
le lacrime non vennero. Mi toccai le ciglia e
l'acqua dell’occhio non era acqua ma ali e peluria
e stavo piangendo api. Api sul viso,
nei capelli. Api che mi entravano e uscivano dalle
orecchie. Operaie atterravano sulla mia lingua
e danzavano la loro danza di api mentre le sorelle
si affollavano per sapere. Anch'io
imparai quel linguaggio, di zig-zag, corse e cerchi,
tutto il dannato repertorio della danza ad onda.
È ricca di sfumature, la geografia del nettare,
l'astronomia del polline. Credetemi,
con la mia bocca impolverata dal giallo
del loro polline, parlavo api, respiravo api.

L'alveare

La colonia mi crebbe nel corpo tutta quell'estate.
Gli spazi tra le ossa si riempirono
di favi e il petto
vibrava e ronzava. Sapevo
che la covata era sana, perché
i feromoni cantavano per tutto l'alveare
e la regina deponeva almeno
duemila uova al giorno.
Odoravo di ambrosia e pappa reale,
le unghie brillavano di propoli,
passavo le giornate a liberare api dai capelli
e a piantare trifoglio e salvia bianca e
vulneraria e cardo e borragine.
Ero reame e regina.

A spasso con le api

Andai in città portandomi dentro l'alveare.
Le api risuonavano nelle mie costole: ormai
la mia bocca era cera, la mia bocca era miele.
Passanti con cartelle e portatili
mi fissavano mentre le api volavano fuori dagli occhi e dalle orecchie.
Mentre entravo in banca il ronzio
mi aumentò nel petto e capii che le api
facevano sul serio. Le operaie sciamarono
nel fresco salone, si posarono sui banconi di marmo,
agitarono le antenne su carta e cuoio,
'Signore guidaci tu'. Mormorai, poi sentii
la regina voltarsi vicino al mio cuore,
e tutte guardammo, due occhi e cinque occhi,
tutte guardammo il denaro sciogliersi come cera.


SSA (Sindrome Spopolamento Alveari)

Il mio corpo si spezzò quando le api se ne andarono,
divenne una cosa fatta di ossa
e spazi e pelle tirata.
Quasi non avevo notato
il tempo di uno spasmo d'ala
e l'incompatibilità dei feromoni
e la covata sigillata con la cera.
Il favo che
si erano lasciate dietro si dissolse
in sangue e acqua.
Adesso odoro di sudore e fiato
e penso che le cellule del mio corpo
siano diventate esagonali,
anche se le api sono andate via da un pezzo.

(traduzione del Laboratorio di traduzione di poesia Monteverdelegge 2015/2016 composto da:
Maria Adelaide Basile, Marta Izzi, Giselda Mantegazza, Fiorenza Mormile, Anna Maria Rava,
Anna Maria Robustelli, Paola Splendore, Jane Wilkinson.)


Jo Shapcott

da Six Bee Poems, Poetry Review, (vol.101: 1 Spring 2011)

I Tell The Bees

He left for good in the early hours with just
one book, held tight in his left hand:
The Cyclopedia of Everything Pertaining
to the Care Of the Honey-Bee; Bees, Hives,
Honey, Implements, Honey-Plants, Etc.
And I begrudged him every single et cetera,
every honey-strainer and cucumber blossom,
every bee-wing and flown year and dead eye.
I went outside when the sun rose, whistling
to call out them as I walked towards the hive.
I pressed my cheek against the wood, opened
my synapses to bee hum, I could smell bee hum.
‘It’s over, honies,’ I whispered, ‘and now you’re mine.’

The Threshold

I waited all day for tears and wanted them, but
there weren’t tears. I touched my lashes and
the eyewater was not water but wing and fur
and I was weeping bees. Bees on my face,
in my hair. Bees walking in and out of my
ears. Workers landed on my tongue
and danced their bee dance as their sisters
crowded round for the knowledge. I learned
the language too, those zig-zags, runs and circles,
the whole damned waggle dance catalogue.
So nuanced it is, the geography of nectar,
the astronomy of pollen. Believe me,
through my mouth dusted yellow
with their pollen, I spoke bees, I breathed bees.

The Hive

The colony grew in my body all that summer.
The gaps between my bones filled
with honeycomb and my chest
vibrated and hummed. I knew
the brood was healthy, because
the pheromones sang through the hive
and the queen laid a good
two thousand eggs a day.
I smelled of bee bread and royal jelly,
my nails shone with propolis.
I spent my days freeing bees from my hair,
and planting clover and bee sage and
woundwort and teasel and borage.
I was a queendom unto myself.


Going About With The Bees

I walked to the city carrying the hive inside me.
The bees resonated my ribs: by now
my mouth was wax, my mouth was honey.
Passers-by with briefcases and laptops
stared as bees flew out of my eyes and ears.
As I stepped into the bank the hum
increased in my chest and I could tell the bees
meant business. The workers flew out
into the cool hall, rested on marble counters,
waved their antennae over paper and leather.
‘Lord direct us.’ I murmured, then felt
the queen turn somewhere near my heart,
and we all watched, two eyes and five eyes,
we all watched the money dissolve like wax.

CCD

My body broke when the bees left,
became a thing of bones
and spaces and stretched skin.
I’d barely noticed
the time of wing twitch
and pheromone mismatch
and brood sealed in with wax.
The honeycomb they
left behind dissolved
into blood and water.
Now I smell of sweat and breath
and I think my body cells
may have turned hexagonal,
though the bees are long gone.

**********************************************


Entro nell’albero

Dentro, per questo frassino
è attraverso la corteccia;
osserva il colore –
asfalto o ardesia sotto la pioggia –

poi entra dentro, assaporando
il tempo degli anelli dell’albero,
divorando anni di siccità e tempeste,
muovendoti rapido come un tarlo

che veloce si lancia
a scavare fino al centro,
a riempirsi la bocca di midollo e di linfa,
fino oh mio dio al cuore.

(qui Jo Shapcott  legge la versione originale della poesia, I Go Inside the Tree)

da Jo Shapcott, Della mutabilità, traduzione e cura di Paola Spendore, Del Vecchio Editore, 2015



I testi sono riprodotti per gentile concessione dell’autrice


Piccolo diario mantovano

Il gruppo del laboratorio di traduzione di Monteverdelegge è stato invitato al festival della letteratura di Mantova, che quest'anno compie vent'anni, per presentare al pubblico l’esperienza di traduzione collettiva di un poemetto di Philip Schultz pubblicato da Donzelli.
Il poeta americano è presente al festival con due libri : Erranti senza ali – appunto, il poemetto interno a Failure, libro con cui nel 2008 ha vinto il premio Pulitzer - e La mia dislessia, seconda edizione del memoir in cui racconta la difficoltà ma anche la forza di aver seguito la sua vocazione di scrittore e di aver fatto della scrittura il proprio lavoro e la propria vita, a dispetto della dislessia. Ambedue i libri sono a cura di Paola Splendore e il primo si avvale della traduzione di gruppo del laboratorio di Monteverdelegge composto da: Maria Adelaide Basile, Fiorenza Mormile, Anna Maria Rava, Anna Maria Robustelli, Paola Splendore. 
Il 7 settembre, giusto il tempo di posare le valigie e darci  una rinfrescata, e abbiamo incontrato l’autore. Su di lui, benché non lo avessimo mai incontrato prima, avevamo moltissime informazioni non solo per aver letto interviste e avergli potuto rivolgere domande via e-mail nel corso della traduzione, ma anche perché tradurre un testo, revisionarlo per  tre anni, analizzarlo nelle più piccole sfumature, finisce con lo stabilire un rapporto di conoscenza molto 'intimo' con l'autore. Al contrario, per lui, eravamo solo dei nomi sulla copertina del suo libro, ma la visita tutti insieme a Palazzo Te ha rotto subito il ghiaccio: la simpatia di Schultz ha fatto il resto e la sera a cena era come se ci conoscessimo da sempre. Le giornate successive, impegnative per il caldo e il ritmo degli impegni,  sono risultate piacevoli per la genuina empatia umana del personaggio e per l’armonia che si è creata fra di noi. Siamo state insieme al 'nostro autore' ai tanti eventi che le efficientissime Francesca Pieri ed Elena Munafò, della casa editrice Donzelli, hanno organizzato per lui: interviste con giornalisti di varie testate e servizi fotografici.
Il giorno successivo, 8 settembre, il poeta ha partecipato attivamente, grazie anche al gentile e provvidenziale aiuto del marito di Paola che si è prestato a fargli da interprete simultaneo, al nostro translation slam, in cui abbiamo spiegato a un pubblico attento e curioso come riusciamo a raggiungere un risultato condiviso nella traduzione di gruppo, tutto mentre le foto di Plautilla con il laboratorio al lavoro scorrevano sullo schermo.
Il 9 settembre è stata la volta del reading dell'autore presentato da Paola Splendore, in cui abbiamo coadiuvato Schultz alternandoci con lui nella lettura. La scelta è caduta su alcuni dei testi iniziali di  Failure tradotti e pubblicati sul blog di monteverdelegge, prima di decidere di dedicarci al poemetto che ne costituisce la seconda parte.  La sessione si è conclusa con la lettura delle tre strofe iniziali di Luxury,  il poemetto inedito a cui Schultz sta ancora lavorando. La citazione in exergo è tratta da Il mito di Sisifo di Albert Camus: "L'unico problema filosofico serio è il suicidio. Tutto il resto [...] viene dopo”.  Da un lato il poeta aveva voglia di far conoscere il suo nuovo lavoro, dall'altro era piuttosto restio sentendo di essersi esposto più del solito in prima persona, cosa forse inevitabile se si sceglie il suicidio come filo conduttore e si ritiene che il proprio padre sia morto suicida. Un suicidio attuato sovraccaricandosi di lavoro, quasi per punirsi di non essere stato in grado di realizzare il sogno americano di benessere economico e conseguente accettazione sociale. Per questo Schultz, in una delle cene assieme, ci ha spiegato sdrammatizzando con una delle sue sonore e contagiose risate, di sentire fortemente il problema del “to be or not to be” come gli altri famosi personaggi letterari citati nel poemetto, a cominciare da quell' Ernest Hemigway nella cui famiglia si sono verificati altri casi di suicidio sia prima sia dopo quello dello scrittore. Il suicidio come malattia ereditaria a cui il poeta si sottrae con la scrittura. Non sarà infatti un caso che il poemetto, almeno al momento, si chiuda con la parola happiness. Aver letto a Mantova questi suoi versi ancora inediti è stato per lui rassicurante e si è detto ora pronto ad accettare le ripetute richieste del suo editore a presentare Luxury anche in America.
Siamo state felici di passeggiare e spesso correre con Philip da una parte all'altra della città, continuando a intrecciare conversazioni, domande e risposte: dai piccoli problemi legati alle scelte lessicali e alle frasi idiomatiche su cui conserviamo ancora, come è naturale, dei dubbi, a conversazioni sui "massimi sistemi" e sui massimi autori, da Dante a Pavese a Montale, i suoi poeti italiani d’elezione.
Sabato 10 settembre Schultz in una conversazione con Valeria Parrella ha presentato la seconda edizione italiana con una nuova introduzione dell'autore a La mia dislessia (traduzione e cura di Paola Splendore, Donzelli editore). Poi sarà finalmente libero di visitare Palazzo Ducale e, ne siamo certe, mancandogli la sua amata bastardina Penelope, si innamorerà dei cani affrescati nella camera picta.
Nel pomeriggio, Paola Splendore ha presentato Della Mutabilità della poetessa inglese Jo Shapcott (cura e traduzione di Paola Splendore, Del Vecchio, 2015). La poetessa ha chiesto che, oltre al libro, venissero lette anche le sei poesie sulle api uscite su "Poetry Review", (vol.101: 1 Spring 2011) che abbiamo tradotto quest'anno nel nostro laboratorio di Monteverdelegge.



(a cura di Adelaide Basile)

mercoledì 7 settembre 2016

monteverdelegge al Festivaletteratura di Mantova!

 
Mantova, 8 /9/2016, Slam Poetry del Laboratorio di Traduzione di Monteverdelegge

PHILIP SCHULTZ
Erranti senza ali
a cura di Paola Splendore
traduzione di Maria Adelaide Basile, Fiorenza Mormile, Anna Maria Rava, Anna Maria Robustelli, Paola Splendore
Donzelli, 2016

Dalla Nota sulla traduzione di Paola Splendore:

La traduzione di Erranti senza ali è il risultato del lavoro condiviso di cinque traduttrici esperte e appassionate (Maria Adelaide Basile, Fiorenza Mormile, Anna Maria Rava, Anna Maria Robustelli, Paola Splendore), componenti del Laboratorio di traduzione poetica di Monteverdelegge, un’associazione romana volta alla promozione della lettura.
Nella sua sede, la bibliolibreria Plautilla, ospitata presso il D.S.M. dell’Asl Roma D, si sono svolti tra il 2013 e il 2014 gli incontri dedicati alla poesia del newyorkese Philip Schultz, premio Pulitzer 2008 per la raccolta Failure. Il poemetto Erranti senza ali , che ne costituisce parte essenziale, con la sua vocazione “corale” si è offerto con naturalezza ad una traduzione a più mani.
Di volta in volta ognuna di noi ha letto la propria versione, sottoponendosi al confronto puntuale e agguerrito con le altre. Fulcro di interesse del laboratorio è la pratica traduttiva, la cura artigianale al servizio della parola poetica, che ci impegna soprattutto intorno alle scelte lessicali e di registro, all'ordine delle parole nel verso, al recupero degli strati di senso.
Un processo non facile, spesso un esercizio di umiltà, in cui entrano in gioco varie componenti, psicologiche, di gusto e di cultura, ma che porta alla fine, attraverso aggiustamenti d'ogni tipo - correzione di sviste, negoziazione tra varianti ed equivalenze, sacrificio di soluzioni ritenute valide da chi le aveva proposte - a comporre un'unica traduzione.


Il laboratorio di gruppo è un'esperienza stimolante e positiva, utilissima nell'apprendistato/formazione di chi traduce poesia, soprattutto in quanto agisce come correttivo di atteggiamenti di prevaricazione sul testo più facilmente diffusi nelle traduzioni fatte singolarmente. Chi traduce poesia infatti è esposto al rischio sempre in agguato di farsi prendere la mano e sostituirsi all'autore come creatore di linguaggio, reinventando il testo nella propria lingua con abbellimenti, chiarimenti, libertà d'ogni tipo. Il gruppo garantisce la resa poetica più accurata di un testo, e non ultimo, si pone come antidoto naturale alla solitudine cronica del traduttore.

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