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martedì 8 ottobre 2019

Il laboratorio di traduzione di poesia riapre con la poetessa statunitense Alexis Rhone Fancher



Fiorenza Mormile

Il Laboratorio di traduzione di poesia riprende il 15 ottobre 2019, inaugurando l’ottavo anno di attività. Ripetiamo qui che il laboratorio è nato per condividere il piacere della traduzione di poesia dall’inglese. Si può partecipare anche in veste di semplici uditori, le riunioni sono aperte a tutti. Negli incontri a scadenza quindicinale (ogni due martedì dalle 17:15 alle 19) ognuno confronta con gli altri la propria traduzione del testo del giorno, deciso in precedenza.
Chi ama tradurre esce dalla sua solitudine per confrontarsi con le soluzioni degli altri, impara a rinunciare alla propria, o a modificarla, superando limiti, automatismi e personalismi. Procedere in gruppo è certo lento, impegnativo, richiede pazienza e umiltà, ma si rivela prezioso: condividendo competenze e perplessità si allarga la propria visione e attraverso la disciplina del gruppo ci si addestra all’idea non scontata che tradurre non significa pronunciare la propria parola, ma “pronunciare la parola dell’altro.   
Otto sono state le componenti del gruppo di questo ultimo anno, e numerosi sono gli autori e soprattutto le autrici di lingua inglese finora esaminati (tra loro Philip SchultzEleanor Wilner,  Sujata BhattKaveh AkbarJoy Harjo, Jo Shapcott). 
Le loro poesie sono divenute per noi terreno di confronto in un lavoro collettivo di scavo, perché tradurre implica prima di tutto una lettura attenta, la mission impossible  (ma noi vogliamo crederci)  di restituire al testo tradotto il suo intento originario, infondergli nuova vita dopo averlo necessariamente smembrato e ricomposto in una diversa forma linguistica.

Non tutto il nostro lavoro è stato ancora riversato sul blog, né compiutamente riordinato nella sezione specifica  (sia per problemi tecnici sia perché siamo ancora in attesa di alcune autorizzazioni), quanto già postato e quanto pubblicato (Schultz e Wilner) può però già darne un’idea a chi volesse avvicinarsi.
L’inserimento a giugno degli ultimi testi della nativa americana Joy Harjo ha coinciso con la notizia della sua nomina a poeta laureato degli Stati Uniti. 
Quest’anno ci dedicheremo ad un’altra poetessa statunitense, Alexis Rhone Fancher, che è anche un’accreditata fotografa. La scelta dei testi è ancora in via di definizione, e per un primo assaggio ricorriamo ad una traduzione di Maria Adelaide Basile (membro storico del laboratorio) per il Catalogo  della mostra "La strada. Dove si crea il mondo", MAXXI, 2018.       Voglio le Loubotin con il tacco a spillo è un testo ironico e scanzonato che ben esemplifica l’aspetto apertamente  seduttivo di Fancher, ma, come avremo modo di vedere,  la sua scrittura presenta anche temi e risvolti più dolenti.
Vi terremo informati degli sviluppi e nel frattempo…veniteci a trovare! da cosa nasce cosa…


Alexis Rhone Fancher

VOGLIO LE LOUBOUTIN CON IL TACCO A SPILLO

Voglio le Louboutin con il tacco a spillo
e le caratteristiche suole rosse,
le voglio sexy, le voglio alte.
Le voglio con il cinturino e le dita che spuntano
così da far sfolgorare lo smalto viola
dei miei piedi.

Le voglio indossare appena uscita dal negozio,
non provate a fermarmi.

A Washington voglio lasciare tutti a bocca aperta,
mentre oltrepasso la trattoria C&O
e da Nick, lo spaccio di alcolici, quelle bottiglie di Vodka Stoli
impilate nella vetrina, mi chiamano,
superati i turisti vestiti da estate in dicembre,
tremanti, a piedi nudi, come se a Los Angeles non ci fosse inverno.

In quelle scarpe sono figa,
figa da fermare un camion,
figa come la ragazza più bella della scuola,
e ora lo so. Lo sfoggio.
Cazzo, lo ammetto. Con quelle scarpe
Posso fare la difficile, non accontentarmi di un perdente qualunque.
Non bere per dimenticare,
buttare giù Stoli da Chez Jay,
far sfolgorare le suole scarlatte quando m’inginocchio.

Le indosserò come la mia stessa carne,
come zoccoli, come il peccato.
Manterrò i loro segreti, non spiffererò
dove sono state.

Meglio quelle scarpe con le suole scandalose
che tu con le tue.

Dal catalogo del MAXXI, della mostra "La strada. Dove si crea il mondo",2018, pp.232-233
                                                                                    Traduzione di Maria Adelaide Basile
                                                         

I WANT  LOUBOUTIN HEELS

I want Louboutin heels,
with those trademark red soles,
I want them sexy, I want them high.
I want them slingback and peep-toed 
so I can flash the purple polish 
on my tootsies.

I want to wear them out of the store,
just you try and stop me. 

I want to wow them on Washington,
saunter past C&O Trattoria  
and Nick’s Liquor Mart, those bottles of Stoli
stacked in the window, calling my name,
past the summer-clad tourists in December,
shivering, barefoot, like LA has no winter.

In those shoes I’m hot,  
stop-a-truck hot,
prettiest girl in school hot,
and this time, I know it. Flaunt it.
Hell, I own it. In those shoes
I can pick and choose, not settle for some loser.  
Not drink away regrets,
pound back Stoli at Chez Jay’s,
flash their scarlet bottoms when I kneel. 

I’ll wear them like my own flesh,
like hooves, like sin.
I’ll keep their secrets, won’t spill
where they’ve been.

Better those shoes with their lurid soles
than you with yours.

 ©Alexis Rhone Fancher 2013. First published in BoySlut, nominated for a Pushcart Prize, 2013.



domenica 11 febbraio 2018

Uno sguardo sul laboratorio di traduzione di Monteverdelegge

Con  Marianne Boruch alla  John Cabot University  (17/ 03/2015)
Fiorenza Mormile 

Tra i vari laboratori di MVL operanti nella sede di Plautilla consideriamo qui quello di traduzione poetica, a cura di Fiorenza Mormile. Iniziato quasi per gioco nel 2011 in case private monteverdine si è rapidamente istituzionalizzato ed è al sesto anno di attività. I componenti (per lo più al femminile) cambiano e si ampliano nel tempo, ma c’è uno zoccolo duro di partecipanti assidue fin dagli esordi. La scommessa del laboratorio è quella di creare una traduzione condivisa, superando i limiti e le propensioni personali, in un esercizio di umiltà e  rinuncia alla propria cifra individuale in vista di un prodotto finale a firma collettiva. Lavorare in gruppo rafforza l’assunto che fa da stella polare al nostro lavoro di traduzione: “non si tratta di pronunciare la propria parola, ma di pronunciare la parola dell’altro”, moltiplicando il confronto tra le tante soluzioni possibili, allargando vedute e prospettive, approfondendo sfaccettature e risvolti del testo. Il che non implica peraltro la rinuncia a tradurre altri testi in proprio, ma anzi l’acquisizione di una maggiore consapevolezza del proprio modus operandi.

domenica 6 novembre 2016

Ancora due poesie di Sujata Bhatt sui papaveri.

Redness e Schlafmohn, Blaumohn: Allerleilustblume in cui si ricorda la tormentata relazione tra Celan e Bachmann.

Fiorenza Mormile


Avendo appena cominciato il nuovo ciclo del laboratorio di traduzione, dedicato per cominciare a Denise Levertov, concludiamo qui il nostro tributo a Sujata Bhatt con due nuove poesie sui papaveri, tema ricorrente in vari testi della sua raccolta Papaveri in traduzione.
Redness dai papaveri  riprende la suggestione cromatica e riportando un lungo inserto di nomi di varianti di fiori in tedesco ripropone il tema dell’abitare tra più lingue proprio della poetessa anglo indiana trapiantata in Germania. La più complessa Schlafmohn, Blaumohn: Allerleilustblume nel titolo associa il papavero da oppio e i relativi semi alla capacità dei fiori di dare ogni tipo di piacere. Questa poesia nasce, come spesso in Bhatt, da suggestioni nate dalla lettura. Le citazioni in tedesco ci riportano a testi di Celan dalla raccolta Papavero e memoria, l’exergo da una lettera a Celan di Bachmann.  Bhatt è a un tempo partecipe del dramma umano dei due sfortunati amanti ma anche, al solito, attenta a implicazioni e riflessi della loro opera sul piano linguistico e letterario. Paul Celan, infatti, poeta rumeno ebreo scampato alla deportazione ma provato da durissime esperienze in campi di lavoro e da lutti familiari, si era impegnato a rifondare attraverso la scrittura l’amatissima lingua tedesca che aveva appreso dalla madre e che sentiva contaminata dall’uso che ne avevano fatto i nazisti.

Il titolo della sua raccolta nasce da un verso di Corona citato da Bhatt: “noi ci amiamo come papavero e memoria”, ed esprime la tensione tra la tentazione dell’oblio e la necessità di ricordare, l’aspirazione a un equilibrio problematico se non addirittura impossibile nella tormentata relazione con la scrittrice conosciuta a Vienna nel 1947. Relazione caratterizzata da ciclici ritorni di fiamma, perdurata nella lontananza a dispetto di altri rispettivi legami, e per questo connotata sempre dalla segretezza. Pertinente quindi l’allusione ai Misteri, che richiama anche la cifra iniziatica e in qualche modo elitaria dei due. Bhatt insistendo sulle “dark /obscure words” e su “the darkness” sembra rifarsi a Corona, dove  compare “noi ci diciamo parole oscure” e a Todesfuge, dove ricorre ossessivamente l’aggettivo “Schwarze” (nero). Sulla stessa linea di senso si collocano le “haunted words” che perseguitano i due amanti, quasi soggetti ad una maledizione. Oscurità voluta, cupi scenari esistenziali, la depressione di Celan amareggiato anche da infondate accuse di plagio circondano infatti come una nube nera i due amanti, prefigurandone la fine tragica.  Alla fine Celan si suiciderà gettandosi nella Senna nel 1970 e  Bachmann, annichilita, gli sopravviverà solo tre anni, morendo a Roma nell’incendio del proprio letto provocato da una sigaretta.

Il papavero lega i tre tempi della poesia di Bhatt. Nel primo, preceduto dall’exergo dall’epistolario della Bachmann “ho sentito di nuovo i papaveri, così profondamente…” si parla degli effetti sul sogno della morfina che da loro si estrae, e della dipendenza che nell’uomo cui si riferisce il dottore appare conseguenza di un farmaco assunto da bambino. Abusi curativi vari sono attestati nella storia recente: da metà ottocento fino agli anni Trenta in cui vennero proibiti, sciroppi a base d’oppio vennero tranquillamente somministrati negli Usa e in Gran Bretagna per banali problemi di dentizione da madri ignare, mentre gli ultimi decenni sono stati caratterizzati dall’uso disinvolto del Ritalin (a base di anfetamine) per combattere la cosiddetta “iperattività” infantile. In Puglia e in Lucania invece, fino agli anni Settanta con una varietà locale di papavero si preparava un decotto, “la papagna”, che intinto in un rudimentale ciuccetto di lino con al centro un po’ di zucchero, veniva usato per far addormentare i bambini. In dosi più massicce (raccontano in un museo di Matera) il potente papavero locale era usato per farli dormire anche per due giorni di seguito quando i genitori si dovevano allontanare per la mietitura e non c’era chi li potesse accudire. Questa pratica il più delle volte veniva incredibilmente  tollerata dai piccoli, ma in altri aveva esito mortale. La Bachmann, che aveva studiato a lungo la Puglia e le sue usanze, in una poesia del 1955 (Nelle Puglie) parla del papavero e del suo uso curativo lenitivo del dolore in un ideale contrappunto col suo interlocutore privilegiato, che pure nella poesia non nomina. E in questa stessa poesia compare un frequente contrasto tra buio (quello delle abitazioni nei sassi) e luce (evocata dall’olio di oliva e per estensione di papavero bruciati per illuminare e risanare). Anche Bhatt si interroga sulle possibilità curative dei papaveri, dopo aver introdotto, con l’immagine del sangue che impregna i campi, alla valenza simbolica che i papaveri rossi rivestono in Inghilterra evocando i caduti della prima guerra mondiale. (Da noi De André li ha immortalati ne “La guerra di Piero”).  La terza parte, che parla più diffusamente del rapporto Celan-Bachmann è introdotta dal breve snodo di transizione in cui Bhatt oppone idealmente alle pillole psicotrope la sensazione di sabbia in bocca degli innocenti semini di papavero che insieme al burro e alla farina  componevano i dolci della sua infanzia.

In conclusione questa poesia così articolata, e a tratti reticente nella sua complessità, insiste su temi che già abbiamo incontrato in Bhatt: il sogno, una relazione d’amore tormentata, la ricerca di un antidoto contro il dolore,  la doppia faccia  della memoria (dolce e ossessiva) e l’importanza delle parole nelle loro varie stratificazioni linguistiche. Ambivalenza e contraddittorietà traspaiono a più livelli: quella tra la segretezza degli amanti circa la loro relazione e la necessità di metterla in luce facendola confluire nelle rispettive scritture, quella degli effetti dell’oppio, preso per dormire, per dimenticare in contrasto con l’effetto paradossale di rendere più vividi i sogni, che spesso, per l’insonne Bhatt, veicolano i ricordi infondendo loro nuova vita.
Noi, invece, vogliamo ricordarvi che il laboratorio di traduzione continua e vi aspetta…


Sujata Bhatt
Rosso
per Pearse Hutchinson
Le parole della notte si trasformano nelle parole del mattino.
Ecco le parole che ho raccolto —
parole con cui sto fino a tarda notte,
parole con cui mi sveglio — questi giorni
presto, molto presto al mattino —
Guarda come scivolano dentro un canto tutto loro,
rifiutando di adattarsi alla tua solita aubade  —
*
Ackermohn, Blatzblume, Blutblume, Boschtkraut,
Donnerblume, Feldmohn, Feuerblume, Feuermohn,
Flattermohn, Gartenmohn, Grindmagen,
Klappermohn, Klapprose, Klatschmohn, Klatschrose,
Große Klatschrose, Kornrose,
Kornschnalle, Mohn,
Mohnblume, Paterblume,
Roter Mohn, Roter Mohn, Schnalle,
Wilder Mohn, Wolder Mohn, Wilder Mohn,
Klatschmohn, Klatschmohn, Feuerblume ―
*
A volte preferisco vivere tra le lingue,
dentro silenzi che posso sentire solo io—
Questi giorni non riesco a stare in casa.
Presto quei campi al di là dell'acqua
                 s'incendieranno di api —
api sedotte da un rosso
  che neppure Husserl avrebbe saputo sondare.
Un rosso che solo le api capiscono.


Redness
for Pearse Hutchinson
Night words turn into morning words.
Here are the words I've gathered —
words I sit with late into the night,
words I wake up to — these days
early, so early in the morning —
See how they slide into their own song,
refusing to fit inside your usual aubade —
*
Ackermohn, Blatzblume, Blutblume, Boschtkraut,
Donnerblume, Feldmohn, Feuerblume, Feuermohn,
Flattermohn, Gartenmohn, Grindmagen,
Klappermohn, Klapprose, Klatschmohn, Klatschrose,
Große Klatschrose, Kornrose,
Kornschnalle, Mohn,
Mohnblume, Paterblume,
Roter Mohn, Roter Mohn, Schnalle,
Wilder Mohn, Wolder Mohn, Wilder Mohn,
Klatschmohn, Klatschmohn, Feuerblume ―
*
Sometimes I think I prefer to live between languages,
within silences only I can hear —
These days, I cannot stay indoors.
Soon, those fields across the water
          will burn with bees —
bees lured by redness
     even Husserl couldn't have fathomed.
A redness only bees understand.

Il testo è riprodotto per gentile concessione dell’Autrice


Sujata Bhatt

Den Mohn hab ich wieder gespürt, tief, ganz tief ...
              — Ingeborg Bachmann in una lettera a Paul Celan
La morfina ti darà i sogni più intensi,
                      dice il dottore —
La morfina giocherà con i tuoi ricordi,
ti metterà la vita sottosopra,
ti renderà il passato più doloroso che mai —
Non prendere quella strada, dice il dottore.
Ma è troppo tardi ora.
C'era una pillola per bambini
con un po' di oppio —
solo un po', che gli veniva data
per il sonno, per la digestione —
          tanti anni fa.
Dice il dottore che ora è troppo tardi.
La morfina è quello che gli serve,
eppure, non può più aiutarlo.
Era un uomo in una canzone,
           un uomo da un posto qualunque —
È un uomo che conosco —
Forse i tuoi ricordi hanno fame di morfina.
La tua mente, le tue cellule cerebrali
sentono la mancanza delle ombre purpuree dell'oppio.
Forse alla morfina servono le tue cellule cerebrali
               per compiere il suo destino.
Quei segreti amori delle molecole —
chi sa cosa succede?
Guarda i campi devastati — intrisi di sangue —
Pensi davvero che curino,  questi papaveri rossi ?
Questi semplici papaveri rossi di campo?
Curano cosa — questa terra, il tuo cuore?
E ancora, i papaveri rossi ti ricordano
gli altri, i bianchi e viola —
quelli pieni di oppio —
Senti che questi papaveri rossi
        con le anime nere nel vento
portano echi di oppio da altri luoghi,
da altri luoghi, dici tu —
*
Mohn, Mohn — blauer Schlafmohn —
Ricordi di semi neri — sabbia fine
                in bocca — Ricordi di semi neri
con burro e zucchero e farina —
*
...wir lieben einander wie Mohn und Gedächtnis...
Nella storia, la storia che leggo oggi,
          gli amanti  a me cari
vivono con i papaveri, papaveri rossi, innocui —
Ora si dicono l'un l'altro parole scure —
Parole che scriveranno per farle leggere a noi.
Sono gli amanti a chiamare scure le loro parole —
       io no — io cerco solo di ascoltare —
cerco solo di seguire la loro storia.
Parole oscure, dicono loro.
           Semplicemente scure, scure —
Parlano come se avessero visto i Misteri.
È l'oscurità stessa
                     di cui parlano —
Scivola come seta sulle loro membra —
                         L'oscurità stessa —
Li vedo semi addormentati, semi svegli —
Chi ha detto cosa? Parlano a bassa voce —
Non parole minacciose, non parole severe.
          Parole non spettrali, non stregate,
ma semplicemente scure, come di un colore scuro.
Perché? Perché? Mi chiedo.
È perché pensano che non ci sarà mai
         abbastanza luce per loro?
Ma le parole rispondono gridando che loro sono stregate.
Sono stregate e stregate — maledette dalla Storia,
              maledette dall'assassinio, come lo siamo tutti —
Intanto, gli amanti parlano
         come se vivessero in un sogno —
Come cercano di curare quelle parole,
cercano di renderle di nuovo sacre —
Intanto, gli amanti parlano
delle cose più importanti
senza esserne del tutto consapevoli —

Sujata Bhatt

Schlafmohn, Blaumohn: Allerleilustblume
    Den Mohn hab ich wieder gespürt, tief, ganz tief ...
              — Ingeborg Bachmann in a letter to Paul Celan
The doctor says , morphine will give you
                    the richest dreams —
Morphine will play with your memories,
it will turn your life upside down,
make your past more painful than it ever was —
The doctor says, don't go down that path.
But it's too late now.
There was a pill for infants
with a little bit of opium —
just a little bit, that he was given
for his sleep, for his digestion —
      all those years ago.
The doctor says it's too late now.
Morphine is what he needs,
and yet, it cannot help him any more.
He was a man in a song,
          a man from anywhere —
He is a man I know —
Perhaps your memories crave morphine.
Your mind, your brain cells
miss opium's deep purple shadows.
Perhaps morphine needs your brain cells
                  to fulfill its destiny.
Those secret loves of molecules —
who knows what happens?
Look at the ravaged fields — blood-soaked —
Can you truly say these red poppies heal?
These common, red, wild poppies?
Heal what — this earth, your heart?
Again, how the red poppies remind you
of the others, the white and purple —
the ones filled with opium —
You feel these red poppies
         with their black souls in the wind
bring echoes of opium from somewhere,
from somewhere, you say —
*
Mohn, Mohn — blauer Schlafmohn —
Memories of black seeds — fine sand
          in your mouth — Memories of black seeds
with butter and sugar and flour —
*
...wir lieben einander wie Mohn und Gedächtnis...
In the story, this story I'm reading today,
               the lovers I worship
live with poppies, red poppies, harmless ones —
Now they speak dark words to each other —
Words they will write down for us to read.
It is the lovers who call their words dark —
        Not me —     I merely try to listen —
I merely try to follow their story.
Obscure words, they speak.
         Simply dark, dark —
They speak as if they have seen the Mysteries.
It is darkness itself
         that they speak —
How it slides like silk across their limbs —
              Darkness itself —
I see them half-asleep, half-awake —
Who said what? They speak softly —
Not menacing words, not grave words.
            Not ghostly, not haunted words,
but purely dark, as in a dark colour.
Why? Why? I ask myself.
Is it because they think there will never
         be enough light for them?
But the words shout back that they are haunted.
They are haunted and hunted — cursed by history,
       cursed by murder, as we all are —
meanwhile, the lovers speak
         as if they lived in a dream —
How they try to heal those words,
try to make them sacred again —
Meanwhile, the lovers speak
of the most important things
without fully knowing that they do —
Il testo è qui riprodotto per gentile concessione dell’Autrice

lunedì 18 aprile 2016

Arte e poesia: Sujata Bhatt su un’opera di WOLS

            


WOLS,Tête fantastique, 1936-37
Karin und Uwe Hollweg Sammlung ©VG.












Sujata Batth

Dove dorme lo scorpione — Tête Fantastique


Tris! Hai il cervello pieno di cerchi e di croci —
un cimitero pieno di amici morti.

Uno scorpione dorme sul tuo occhio sinistro
e il tuo orecchio sinistro è un verme.

La tua voce, una sirena travestita
fugge con tre occhi, tre nasi
e un amo attaccato alla testa.
Chi catturerà adesso?

C'è tanto spazio dentro i tuoi sogni,
tanto da far crescere fiori di agave all'infinito —

Tris! Un uomo solleva una foglia
più grande di lui, una foglia così pelosa e pungente
che deve lottare con le spine —
ma lui sa come mandare segnali ai tuoi morti.

Vicino, non visto, c'è un grumo di batteri.

Intanto, lo scorpione comincia a sognare,
comincia ad affondare sempre più nella tua pelle —


Where a Scorpion Sleeps — Tête Fantastique

Tic tac toe, your brain is full of crosses and o's —
a graveyard full of dead friends.

A scorpion sleeps on your left eye
and your left ear is a worm.

Your voice, a sirena in disguise,
escapes with her three eyes, her three noses
and a fish hook strapped to her head.
Who will she catch now?

There is so much space within your dreams,
space enough for agave flowers to grow and grow —

Tic tac toe, a man holds up a leaf
larger than himself, a leaf so hairy and prickly
he struggles against the thorns —
but he knows how to signal to your dead.

Nearby, a lump of bacteria lies unnoticed.

Meanwhile, the scorpion begins to dream,

begins to sink deeper into your skin —

da Poppies in Translation, Carcanet press, Manchester, 2015
 
(Il testo è riprodotto su gentile concessione dell’autrice)

giovedì 31 marzo 2016

La poesia del giovedì - Sujata Bhatt, Firenze

Il laboratorio di traduzione di poesia di Monteverdelegge dedica il suo quarto anno di attività alla poetessa anglo-indiana Sujata Bhatt, autrice di otto raccolte di poesia, impegnata anche nella traduzione (la cura di un’antologia di poetesse contemporanee indiane in inglese) e nella realizzazione di progetti educativi innovativi.

Firenze

Le inviò una cartolina da Firenze —
una veduta della città, una sua foto, in realtà —
scelta con cura. Non riuscì a evitarlo,
le parole gli vennero alle labbra,
e le disse ad alta voce mentre scriveva
per il mio amore, noli me tangere

Fu allora che lei decise di chiudere.
Dopo tutto, chi si credeva di essere?
E che voleva dire
con per il mio amore? Ti amo ma
lasciami andare per la mia strada — e tu, va’ per la tua.

Dopo, lui non riuscì mai a spiegarlo.
Le disse che era stato il profumo degli aranci
a confonderlo —
e che era stato distratto dai passeri.
Come era rimasto a guardare un maschio nutrire
i suoi piccoli, quei soffici, frementi esserini piumosi,
grassi e flosci, non ancora pronti a volare.
Erano così indifesi nel cortile
dove era seduto a scrivere — ma si sentiva più indifeso lui
quel giorno, e sentiva che il becco aperto di uno di loro
era la sua anima che voleva di più, qualcosa di più —
Poi, le disse che era stato il cielo
di notte, le stelle — costellazioni che voleva seguire
e quindi non aveva quasi chiuso occhio.
Era stata la luna, disse, a tenerlo sveglio
e confuso — E poi le mattine, il sole
sempre troppo forte — tutto il giorno —

Cominciava a sentire la mancanza delle nuvole, disse, di ombre più morbide —
Dopo, le disse che era stato un errore —
voleva dire: sposami, ti prego

Muta tutto il tempo, lei si limitava a sorridere —
calma e serena in viso.
C'era una strana dolcezza nell'aria —
pere ammaccate­­ – gigli spalancati alla finestra —
e sentivano il figlio del vicino
alle prese con il violoncello —
Cosa stava pensando lei?
Come sempre, lui non lo sapeva.

Allora, lei gli restituì le sue parole
        noli me tangere
in tono così dolce
come a voler dire il contrario —
e poi se ne andò.

Florence

He sent her a postcard from Florence
a view of the city, his own photograph, actually
chosen with care. He couldn't help it,
the words just came to his lips,
and he said them aloud as he wrote
for my love, noli me tangere

That's when she decided to end it.
After all, who did he think he was?
And what did he mean
by for my love? I love you, but
let me go my way and you, go yours.

Afterwards, he could never explain it.
He told her it was the scent of oranges
that had confused him
and he had been distracted by the sparrows.
How he had watched a male sparrow feed
his fledglings, those fluffy, quivering feathery beings,
fat and floppy, not at all ready to fly.
They were so helpless in the courtyard
where he sat writing but he felt more helpless
that day, and he felt one particular fledgling's open beak
was his own soul wanting more, something more
Then, he told her it was the sky
at night, the stars constellations he wanted to follow
and so he hardly closed his eyes.
It was the moon, he said, that kept him awake
and confused And then mornings, the sun
always too bright all day

He started to miss clouds, he said, softer shadows
Afterwards, he told her it was a mistake
he meant to say: marry me, please

Silent all this time, she merely smiled
such quietness and clarity in her face.
There was a strange sweetness in the air
bruised pears lilies gaping by the window
and they could hear the neighbour’s son
struggling with his cello
What was she thinking?
As always, he didn't know.

Then, she gave him back his words
            noli me tangere
spoken so softly
as if she meant the opposite
 and then she left.

da Poppies in Translation, Carcanet press, Manchester, 2015
  
( Il testo è riprodotto su gentile concessione dell’autrice)
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