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domenica 11 febbraio 2018

Uno sguardo sul laboratorio di traduzione di Monteverdelegge

Con  Marianne Boruch alla  John Cabot University  (17/ 03/2015)
Fiorenza Mormile 

Tra i vari laboratori di MVL operanti nella sede di Plautilla consideriamo qui quello di traduzione poetica, a cura di Fiorenza Mormile. Iniziato quasi per gioco nel 2011 in case private monteverdine si è rapidamente istituzionalizzato ed è al sesto anno di attività. I componenti (per lo più al femminile) cambiano e si ampliano nel tempo, ma c’è uno zoccolo duro di partecipanti assidue fin dagli esordi. La scommessa del laboratorio è quella di creare una traduzione condivisa, superando i limiti e le propensioni personali, in un esercizio di umiltà e  rinuncia alla propria cifra individuale in vista di un prodotto finale a firma collettiva. Lavorare in gruppo rafforza l’assunto che fa da stella polare al nostro lavoro di traduzione: “non si tratta di pronunciare la propria parola, ma di pronunciare la parola dell’altro”, moltiplicando il confronto tra le tante soluzioni possibili, allargando vedute e prospettive, approfondendo sfaccettature e risvolti del testo. Il che non implica peraltro la rinuncia a tradurre altri testi in proprio, ma anzi l’acquisizione di una maggiore consapevolezza del proprio modus operandi.

martedì 6 ottobre 2015

Laboratori crescono e… collaborano

di Anna Maria Rava

Bilancio più che positivo per il laboratorio di microeditoria, che ha in cantiere per l’autunno molte novità. In particolare segnaliamo qui la sua collaborazione con il laboratorio di traduzione, in occasione del reading di Marianne Boruch alla John Cabot University.
Tutte le poesie “romane” della Boruch,  che in passato ha soggiornato a Roma come borsista, ospite dell’American Academy, sono state raccolte in un cofanetto artigianale fatto a mano, dono molto apprezzato dall’Autrice. Se ne parla nel resoconto del laboratorio di traduzione, che postiamo di seguito nella versione definitiva (completata e limata rispetto a quella postata in occasione dell’evento).


sabato 9 maggio 2015

La poesia della domenica - Marianne Boruch, Alla casa di Keats, Roma

                          
ALLA CASA DI KEATS, ROMA

Quanto durerà ancora questa mia vita postuma?
                                 - John Keats, 1821, il mese prima di morire

Solo a pensarci, anche solo in parte—
Disegna e basta, pensai.
E annota il colore della stanza per dopo perché
che caos farei lì dentro.    
Così scrissi parole, il muro
non proprio uovo di pettirosso, il pavimento, una vecchia patina rosso
scuro. Feci uno schizzo
a matita: finestra, quelle mattonelle sotto i piedi,
scarabocchi incorniciati come quadri,          
un grande letto a barca di mogano lucido, i miei versi
a malapena, per quel che potevano
valere alla fine, una guida alla Roma di una volta,
quasi dall'altra parte del pianeta.
                                                   E le settimane slitterebbero
avanti di un'ora o due,
i miei acquerelli, a casa: a lavorare
come si fa con le poesie, come la memoria annoda e slega,
il verbo più immediato —è è è— che baratta
ogni vita passata con l'eterno presente, scherzo della luce come se
non ci fosse ombra. Keats l'ha fatto,
poi non è stato meglio.
La sua stanza è in parte una menzogna, la sua tisi a torto:
equiparata alla peste su cui soffiavano le trombe
della legge vaticana. Il letto vero? Bruciato.
E le lenzuola, le pesanti tende, la carta da parati strappata
dal soffitto al pavimento. Dio non voglia
che rimanga nell'aria il suo respiro. Lettere che non riusciva
ad aprire, coraggiosi
a conservarle, forse illegali, suppongo          
più indelicate, sepolte con lui,
una pala, dieci minuti
di terra che cade. Non senza stelle, senza luna.
Strano, seppelliamo la gente
quando ha chiuso con noi.              
                                            Chiunque guarda
vede la scalinata di Piazza di Spagna da
quella finestra, il suo salire e rovinare sbilenco come un’enorme,
vecchia fisarmonica dove l'emozione arriva
quando si allarga, un lento movimento vorticoso, estenuante.                                              
E l'ansimare—
benché sentissi solo grida, risate, rumore di traffico.
Pure la fontana là in mezzo, un'opera modesta
dell'altro Bernini, il padre poco noto
dello scultore, che segna il punto più lontano             
raggiunto dal Tevere in piena , la forma
una piccola barca che affonda, un frantume di pietra,
e lo spruzzo —comunque, comunque—
delicato, continuo.
                                              Il rumore qualche volta può                            
essere musica. O un frammento,
una frase. O mese che oscura  mese
può capovolgersi, luminoso come raggi X. La mano
regge una matita per trovare — finalmente! per un attimo,
nessun attimo. Questo vuol dire                     
fare disegni.  Quelli sparsi fanno strada
come se felice
e triste si incontrassero meglio in qualche
sfocato aldilà dove nessuno saprà mai
più dell'altro. Keats. La sua maschera mortuaria sta sospesa
in quella sorta di scatola di plexiglass fissata al muro,
gli occhi-di-un-tempo chiusi, la faccia-di-un-tempo
una faccia, un gesso bianco verdastro inquietante.
                                                                    Cancellai e disegnai di nuovo.
Sembra che stia sognando,                             
non è vero? Chi c'era nella stanza,
lei naturalmente capivo
quello che diceva, che non era sola dove
il suo inglese strideva ma in tutta Roma— Roma! —
questo luogo sacro proprio per quella lingua.                             
Sogno, il codice comune per mistero,
per raffigurare ogni frammento rimasto: il passato nel presente,
vita, morte, grandi poesie,
nessuna poesia degna di essere letta
o scritta da qualcuno. O lei era solo              
gentile, voleva essere gentile, da sconosciuta a sconosciuta, perché quella
lingua per strada
come Keats deve averla sentita— parte frastuono,
parte nota alta trattenuta, e per lo più
un velo. La mia distratta                 
                                             assenza di risposta
fu scortese. E nemmeno
sincera. Vedi, la finestra doveva essere giusta,
il soffitto riportato dalla matita
alla carta, stesso stesso                    
fiore, intarsio dopo intarsio inciso
in modo maniacale là sopra.
                                              Ha una sua
bellezza, disse, incerta
come una traduzione.


AT THE KEATS HOUSE, ROME

                        How long is this posthumous life of mine to last?
                                   - John Keats, the month before his death, 1821

Even to think, any of it— 
Just draw, I thought.
And note color in his room for later because
what a mess I’d make in there.
So I wrote words, the wall
not quite robin’s egg, the floor’s old dark
a maroon.  I sketched
with pencil: window, those tiles underfoot,
scribbles framed for paintings,
a big boat bed of shiny mahogany, my lines
barely, as long as they would
mean in the end, a guide for Rome once,
halfway across the planet.
                                           And weeks would slip
before an hour or two,
my watercolors, at home: to work
the way poems get made, like memory knots and unties,
most immediate verb—is is is—trading up
any past life to eternal present, trick of light as if
there is no shade.  Keats did,
then he didn't get better.
His room is part-lie, his TB wrongly
exactly the Plague where Vatican law aimed            
its trumpets.  The real bed? They burned it. 
And bedclothes, the heavy curtains, wallpaper ripped
ceiling to floor.  God forbid
what he breathed out stay.  Letters he couldn’t
bear to open, brave
keeping those, probably illegal, think
more unpretty, buried with him, 
a shovel, ten minutes
of falling dirt.  Not starless, moonless. 
Funny, we put people in the ground
when they're done with us.
                                                    Whoever looks
sees the Spanish Steps from
that window, their rise and ruin crooked as an old,
vast accordion where the thrill is
it widens, a giddy slow-motion, exhausting. 
And the wheeze—
though I heard only shouts, laughter, traffic sounds. 
The fountain there too, a modest affair
of the other Bernini, the sculptor’s
unfamous father, marking the most distant spot
the Tiber flooded, its shape
a small boat that foundered, broken thing of stone,
and the spray—anyway, anyway—
delicate, continual.
                                           Noise can sometimes
be music.  Or a fragment,
a sentence.  Or month blackening month
can reverse, luminous as x-ray.  The hand
holds a pencil to find—at last! for a moment,
no moment.  That’s what it is
to make drawings. The loose ones give way
as though happy 
and sad meet best in some
blurry afterlife where neither will ever know
more than the other.  Keats. His death mask floats                  
in that kind of plexiglass box screwed to the wall,
his once-eyes closed, his once-face
a face, eerie greenish white plaster.
                                               I erased and drew again.
Looks like he’s dreaming,
doesn’t it?  Who was that in the room,
her of course I’d get
what she said, that she wasn’t alone where
her English jarred but in all of Rome— Roma! —
this sacred place for it. 
Dream, the usual code for mystery,
for figuring any last bit: past into present,
life, death, great poems,
no poems worth the reading or why anyone
would write them.  Or she was simply
nice, being nice, stranger to stranger, because that
language in the street
how Keats must have heard it—part racket,
part high-held note, and mostly
a veil. My distracted
                                      no answer at all
was unkind.  And not
even true.  See, the window had to be right,
the ceiling brought down by pencil
to paper, same same
flower, inlay after inlay carved
to a madness up there.
                                    He’s sort of
beautiful, she said, tentative

as translation.

Traduzione a cura del Laboratorio di Traduzione di Monteverdelegge     

domenica 15 marzo 2015

La paura genera poesia. Quaderno omaggio 2015: Marianne Boruch

a cura di Fiorenza Mormile
Il laboratorio di traduzione di poesia ha deciso di introdurre accanto all’attività già avviata (dedicata quest’anno ad Eleanor Wilner) un quaderno di traduzioni in omaggio a un poeta in visita a Roma: la statunitense Marianne Boruch, che terrà un reading alla John Cabot University martedi 17 marzo alle 18.
                                     
Nella pur breve scelta si individuano tematiche ricorrenti: la violenza, la paura, l’attenzione ai corpi e alla loro fragilità, l’insistenza sulla loro disgregazione. Come in Hands, la sala di disegno e quella di anatomia  si affiancano, necessarie entrambe. Il falco che divora la sua preda, smembrandola meticolosamente, sembra anticipare la dissezione anatomica della mano (Hands), le statue mutile del foro (At The Forum), così come i martoriati martiri di Old Paintings. La minaccia -della morte e non solo- aleggia costantemente sui vivi e la paura è l’inevitabile risposta, come ben sanno l’uccello che dall’alto assiste allo scempio della gracola (The Hawk) e la viaggiatrice notturna terrorizzata dai continui tentativi di forzare la porta del suo vagone letto (Old Paintings). “The old story. Threat meet dread” ci riconferma anche un passaggio chiave di Rom, Du Bist Ein Welt. Ma appare in Boruch anche un altro timore, quello di non ricordare tutto, di non riuscire a ricomporre a distanza, in una poesia, le forti emozioni del momento. Ecco quindi gli schizzi da Gran Tour nella casa di Keats, come la registrazione puntuale di tutti gli stimoli visivi e sonori (silenzio compreso), siano quelli di un cortile pieno di uccelli, dello sbatacchiare di ferraglia di un treno di notte o del vociare che dalla scalinata di Piazza di Spagna penetra nella silenziosa casa-museo.  Boruch sa accendere anche inaspettati sprazzi di humour, collaudato antidoto alla melanconia: il braccio del cadavere che continua ad alzarsi (Hands), la statua del foro che “non tradisce il dolore per il pene smarrito” (At The Forum), l’aureola dei santi che sembra un piatto da torta  ( Old Paintings). E dimostra anche grande capacità di sintesi: secoli di storia romana riassunti nel giro di pochi versi. La pratica di derivazione etrusca del seppellimento simbolico del fulmine  ripropone indirettamente il tema della minaccia e della paura insieme a modalità antiche di esorcizzarle. Ma anche scrivere poesie, sembra dire Marianne Boruch, funziona.
Ad eccezione di The Hawk, che risale al 2004, le poesie tradotte sono tratte da Cadaver, Speak, edito da Copper Canyon Press nel 2014.

Nota biobibliografica
Nata e cresciuta a Chicago (1950), Marianne Boruch ha al suo attivo otto raccolte di poesia. Le più recenti sono The Book of Hours, 2013, per cui ha ricevuto l’ambitissimo Kingsley-Tufts Poetry Award, e Cadaver, Speak, uscito nel 2014. (La successiva, Eventually One Dreams the Real Thing , uscirà nel 2016). Ha pubblicato due raccolte di saggi sulla poesia, In the Blue Pharmacy e Poetry’s Old Air, e un’autobiografia, The Glimpse Traveler. Insegna sia alla Purdue University (Indiana), dove ha fondato e diretto l’MFA  Program di scrittura creativa, sia nel Program for Writers del Warren Wilson College (North Carolina). Presente sulle più autorevoli riviste letterarie e in importanti antologie è stata insignita di molteplici  riconoscimenti, tanto per la qualità letteraria che per quella didattica.                                                                                                
Da Poems: New & Selected, 2004

THE HAWK
He was halfway through the grackle
when I got home. From the kitchen I saw
blood, the black feathers scattered
on snow. How the bird bent
to each skein of flesh, his muscles
tacking to the strain and tear.
The fierceness of it, the nonchalance.
Silence took the yard, so usually
restless with every call or quarrel,
titmouse, chickadee, drab
and gorgeous finch, and the sparrow haunted
by her small complete surrender
to a fear of anything.  I didn't know
how to look at it.  How to stand
or take a breath in the hawk's bite
and pull, his pleasure
so efficient, so of course, of course,
the throat triumphant,
rising up.  Not 
the violence, poor grackle.  But the
sparrow, high above us, who
knew exactly.

IL FALCO
Era a metà della gracola
quando tornai a casa. Dalla cucina vidi
il sangue, le penne nere sparpagliate
sulla neve. Come l'uccello si piegava
su ogni matassa di carne, i muscoli
protesi allo sforzo e allo strappo.
La ferocia del tutto, la noncuranza.
Il silenzio catturò il cortile, di solito
scosso da liti o richiami,
cinciallegra, passero e fringuello cinerino
e quello sgargiante, e la cincia tormentata
dalla sua piccola resa totale
alla paura di ogni cosa. Non sapevo
come guardare. Come restare lì
o prendere fiato tra i morsi
e gli strappi del falco, il suo piacere
così efficiente, così naturale, naturale,
la gola in trionfo,
che si sollevava. Non
la violenza, povera gracola. Ma la
cincia, alta sopra di noi, che
capiva ogni cosa.

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