martedì 8 ottobre 2019

Il laboratorio di traduzione di poesia riapre con la poetessa statunitense Alexis Rhone Fancher



Fiorenza Mormile

Il Laboratorio di traduzione di poesia riprende il 15 ottobre 2019, inaugurando l’ottavo anno di attività. Ripetiamo qui che il laboratorio è nato per condividere il piacere della traduzione di poesia dall’inglese. Si può partecipare anche in veste di semplici uditori, le riunioni sono aperte a tutti. Negli incontri a scadenza quindicinale (ogni due martedì dalle 17:15 alle 19) ognuno confronta con gli altri la propria traduzione del testo del giorno, deciso in precedenza.
Chi ama tradurre esce dalla sua solitudine per confrontarsi con le soluzioni degli altri, impara a rinunciare alla propria, o a modificarla, superando limiti, automatismi e personalismi. Procedere in gruppo è certo lento, impegnativo, richiede pazienza e umiltà, ma si rivela prezioso: condividendo competenze e perplessità si allarga la propria visione e attraverso la disciplina del gruppo ci si addestra all’idea non scontata che tradurre non significa pronunciare la propria parola, ma “pronunciare la parola dell’altro.   
Otto sono state le componenti del gruppo di questo ultimo anno, e numerosi sono gli autori e soprattutto le autrici di lingua inglese finora esaminati (tra loro Philip SchultzEleanor Wilner,  Sujata BhattKaveh AkbarJoy Harjo, Jo Shapcott). 
Le loro poesie sono divenute per noi terreno di confronto in un lavoro collettivo di scavo, perché tradurre implica prima di tutto una lettura attenta, la mission impossible  (ma noi vogliamo crederci)  di restituire al testo tradotto il suo intento originario, infondergli nuova vita dopo averlo necessariamente smembrato e ricomposto in una diversa forma linguistica.

Non tutto il nostro lavoro è stato ancora riversato sul blog, né compiutamente riordinato nella sezione specifica  (sia per problemi tecnici sia perché siamo ancora in attesa di alcune autorizzazioni), quanto già postato e quanto pubblicato (Schultz e Wilner) può però già darne un’idea a chi volesse avvicinarsi.
L’inserimento a giugno degli ultimi testi della nativa americana Joy Harjo ha coinciso con la notizia della sua nomina a poeta laureato degli Stati Uniti. 
Quest’anno ci dedicheremo ad un’altra poetessa statunitense, Alexis Rhone Fancher, che è anche un’accreditata fotografa. La scelta dei testi è ancora in via di definizione, e per un primo assaggio ricorriamo ad una traduzione di Maria Adelaide Basile (membro storico del laboratorio) per il Catalogo  della mostra "La strada. Dove si crea il mondo", MAXXI, 2018.       Voglio le Loubotin con il tacco a spillo è un testo ironico e scanzonato che ben esemplifica l’aspetto apertamente  seduttivo di Fancher, ma, come avremo modo di vedere,  la sua scrittura presenta anche temi e risvolti più dolenti.
Vi terremo informati degli sviluppi e nel frattempo…veniteci a trovare! da cosa nasce cosa…


Alexis Rhone Fancher

VOGLIO LE LOUBOUTIN CON IL TACCO A SPILLO

Voglio le Louboutin con il tacco a spillo
e le caratteristiche suole rosse,
le voglio sexy, le voglio alte.
Le voglio con il cinturino e le dita che spuntano
così da far sfolgorare lo smalto viola
dei miei piedi.

Le voglio indossare appena uscita dal negozio,
non provate a fermarmi.

A Washington voglio lasciare tutti a bocca aperta,
mentre oltrepasso la trattoria C&O
e da Nick, lo spaccio di alcolici, quelle bottiglie di Vodka Stoli
impilate nella vetrina, mi chiamano,
superati i turisti vestiti da estate in dicembre,
tremanti, a piedi nudi, come se a Los Angeles non ci fosse inverno.

In quelle scarpe sono figa,
figa da fermare un camion,
figa come la ragazza più bella della scuola,
e ora lo so. Lo sfoggio.
Cazzo, lo ammetto. Con quelle scarpe
Posso fare la difficile, non accontentarmi di un perdente qualunque.
Non bere per dimenticare,
buttare giù Stoli da Chez Jay,
far sfolgorare le suole scarlatte quando m’inginocchio.

Le indosserò come la mia stessa carne,
come zoccoli, come il peccato.
Manterrò i loro segreti, non spiffererò
dove sono state.

Meglio quelle scarpe con le suole scandalose
che tu con le tue.

Dal catalogo del MAXXI, della mostra "La strada. Dove si crea il mondo",2018, pp.232-233
                                                                                    Traduzione di Maria Adelaide Basile
                                                         

I WANT  LOUBOUTIN HEELS

I want Louboutin heels,
with those trademark red soles,
I want them sexy, I want them high.
I want them slingback and peep-toed 
so I can flash the purple polish 
on my tootsies.

I want to wear them out of the store,
just you try and stop me. 

I want to wow them on Washington,
saunter past C&O Trattoria  
and Nick’s Liquor Mart, those bottles of Stoli
stacked in the window, calling my name,
past the summer-clad tourists in December,
shivering, barefoot, like LA has no winter.

In those shoes I’m hot,  
stop-a-truck hot,
prettiest girl in school hot,
and this time, I know it. Flaunt it.
Hell, I own it. In those shoes
I can pick and choose, not settle for some loser.  
Not drink away regrets,
pound back Stoli at Chez Jay’s,
flash their scarlet bottoms when I kneel. 

I’ll wear them like my own flesh,
like hooves, like sin.
I’ll keep their secrets, won’t spill
where they’ve been.

Better those shoes with their lurid soles
than you with yours.

 ©Alexis Rhone Fancher 2013. First published in BoySlut, nominated for a Pushcart Prize, 2013.



giovedì 3 ottobre 2019

INVITO ALLA LETTURA: Modigliani, "Il mondo ha occhi di pietra"


Stella Sofri
Sono 80 racconti brevi, costruiti secondo un meccanismo di sapiente coinvolgimento emotivo. Momenti di realtà nati da un’osservazione attenta di frammenti di vita popolati da una moltitudine di umanità: giovani “in una sospensione di aspettative”, uomini pazzi di gelosia, donne che si amano, carcerati, malati in fuga, soldati che si abbandonano al pianto, sogni, amori sottesi; tessere di un mosaico forse in attesa di ricomporsi in un mondo liberato da una sorta di incantesimo, da un fermo immagine di una realtà che sfuma nel’indecifrabile.

Atmosfere sospese, inquietudine, realtà visionarie fuori dal reale, ma anche denuncia del reale; una apparente normalità senza luogo né tempo. Vicende minime in cui ognuno può ritrovarsi, in un incerto equilibrio tra realtà e finzione. Storie che si giocano sull’azzardo di una conoscenza del mondo.

Dialoghi che nascondono indizi illuminati da una improvvisa nota conclusiva. Ma anche, più spesso, la proiezione di uno stato interiore, un senso di inadeguatezza, in un mondo che rimane sfuggente, sospeso. Su un’isola remota, nei boschi o nelle stazioni, nelle piazze, nel ventre della città, di qua o di là “tutto non è altro che avventura”, nel tentativo, per lo più vano, illusorio o temerario, di andare oltre, “Il muro era stato abbattuto. E l’atto era stato registrato: scritto”.Ma il muro più difficile da abbattere è il muro della terra che divide l’umanità e la sua maggiore articolazione, uomini e donne. Una ragazzina, forse in Cina, abbatte a calci tre malfattori. Donne forti, che non dispensano sorrisi, ambigue, dirompenti, uomini “a disagio, ma incapaci di allontanarsi”.

Racconti in cui lo scritto è solo l’ordito essenziale, una trama appena abbozzata.Il resto, le conclusioni (conclusioni?) stanno in chi legge, un percorso abile verso una complicità da raggiungere. Perché è nella densità della scrittura la straordinaria vocazione di chi scrive, parole scolpite che rimandano all’essenzialità del linguaggio poetico e che trovano nel titolo, Il mondo ha occhi di pietra, una sintesi straordinaria tra contenuto e linguaggio.

Sono ingredienti scelti e distillati in poche parole, precipitati in conclusioni fulminanti. Una scrittura studiata, raffinata, che evidenzia le molteplici, inquietanti sfaccettature del reale.Storie che possono trascinare in una fuga precipitosa verso la fine nell’attesa di uno scioglimento dell’enigma dell’esistere, o che possono arrivare come un fendente a imporre la necessità di un tempo lungo, una pausa, una sospensione.

mercoledì 18 settembre 2019

MVL teatro: ci vediamo al Vascello?

Maria Cristina Reggio

L’invito che il Teatro Vascello rivolge ai cittadini romani è a non essere Mai più soli: se infatti il teatro è, per definizione,  luogo di condivisione per la comunità, il “nostro” teatro è anche uno spazio in cui si gli abitanti di questa metropoli e del microcosmo di Monteverde si danno appuntamento, si incontrano, e vivono insieme l’esperienza di tanti spettacoli memorabili di prosa, danza e musica, e non solo.  Anche quest’anno il programma è ricco di proposte interessanti, ma c’è un cambiamento che riguarda solamente l’orario del Sabato, che viene anticipato alle 19, orario anglosassone che consente agli spettatori di cenare, dopo,  con gli amici. 

La stagione è già stata inaugurata il 16 settembre con  Moni Ovadia, che tornerà a febbraio 2020 e, per quanto riguarda la prosa, la lista dei registi e attori che si alterneranno sul palco è lunghissima, con Fabrizio Gifuni, Marco Paolini, Roberto Latini, Scimone e Sframeli, Jan Fabre, il duo Rezza-Mastrella fra tanti altri, e con un giovane regista, Giovanni Orloleva, segnalato dalla Biennale Teatro Venezia 2018, mentre, con  la consueta attenzione di questo teatro per la drammaturgia italiana contemporanea andranno in scena a maggio due testi di giovani autori, uno di Marco Andreoli e  l'altro di Davide Sacco. 

Ci saranno focus dedicati alla danza, con - per esempio - il Balletto di Roma a ottobre e il progetto europeo Dancing Partners ad aprile 2020, mentre una particolare attenzione, come sempre, è dedicata alla musica con il Circolo Gianni Bosio, la Scuola Popolare di Musica Donna Olimpia e tanti altri musicisti, come Cinzia Merlin, virtuosa pianista che accompagnerà ad aprile una interpretazione messa a punto da Manuela Kustermann su alcune pagine delle Metamorfosi di Ovidio. Per i bambini è sempre viva la sezione speciale Vascello dei Piccoli, nella quale si può già segnalare, a dicembre,  uno “spettacolo per tutti” - tra danza e circo - L’uomo calamita del Circo El Grito. 

Nella newsletter di Monteverdelegge si potrà sempre consultare la programmazione dettagliata, ma per ora si può anticipare l’apertura di ottobre con uno spettacolo sulla realtà aumentata in cui vanno in scena le nuove tecnologie, Hu Robot di Ariella Vidach e Claudio Prati (dal 4 al 6 ). Segue il regista e artista visivo belga Jan Fabre che porta il suo Giornale Notturno interpretato da Lino Musella per  il Roma Europa Festival (dall’11al 13) e, a seguire, un focus su Roberto Latini fino al 20 ottobre, che inizia il 14 con una serata in cui l'attore darà voce, con La delicatezza del poco e del niente, alla poesia di  Mariangela Gualtieri. Dal 24 al 27, infine, si potrà assistere, nell'ambito della sezione Venezia a Roma,  al Saul, un allestimento in cui il giovane regista già segnalato, Giovanni Ortoleva, riscrive la storia del mitico re biblico, ispirandosi a Gide. 

Dunque ci si vede a teatro: se ne parla prima, ci si accorda per andare insieme, ci si incontra all’uscita e si discute, anche, seduti ai tavolini del caratteristico Art Theatre BioBistrò, oppure da Plautilla, la bibliolibreria gratuita per tutti i lettori di Monteverde, allestita presso il DSM in Via Colautti 28. 

mercoledì 26 giugno 2019

Dal laboratorio di traduzione An American Sunrise di Joy Harjo, appena nominata Poet Laureate degli USA

Photo credit - Shawn Miller
Fiorenza Mormile
Per una felice coincidenza al momento di presentarvi l’ultima delle poesie di Joy Hario tradotta dal nostro laboratorio giunge notizia che l’autrice è stata nominata US Poet Laureate: ventitreesima persona (e prima nativa) a detenere l’ambita carica. Come vi abbiamo ricordato in precedenza, Harjo appartiene alla Muskeogean (Creek) Nation ed è un’esponente del movimento letterario Native American Renaissance. 
Al momento della nomina ha dichiarato: “Condivido questo riconoscimento con gli antenati e i maestri che mi hanno ispirato l’amore per la poesia insegnandomi che le parole sono potenti e possono operare cambiamenti quando la comprensione appare impossibile e in una poesia il tempo e l’atemporalità possono coesistere.” 
Meritato vento in poppa per la Harjo: di recente le è stato assegnato il cospicuo premio Jackson e in Italia il suo libro A Delta in the Skin tradotto da Laura Coltelli per Passigli ha vinto il premio Internazionale Camaiore 2018. 
An American Sunrise è il testo che dà il titolo al prossimo libro che uscirà per W.W. Norton incorporated il 10 settembre 2019. 
Alla versione letta dall’autrice aggiungiamo quella musicata in cui Harjo alterna canto ed assolo di sax. 
Diamo velocemente conto della genesi del testo, che secondo quanto spiegato dall’autrice nasce in funzione di un’antologia poetica dedicata alla poetessa Gwendolyn Brooks. I quattordici versi (che a prima vista potrebbero far pensare a un sonetto) costituiscono  un esempio di Golden Shovel, forma poetica sperimentale che collocando a fine verso esclusivamente parole attinte da una poesia “madre” (in questo caso We Real Cool della Brooks) crea una nuova poesia come forma di omaggio a quella di partenza. 
Harjo sa ricavare da uno schema così rigido e predeterminato un testo in perfetta linea con le proprie tematiche chiave: la rabbia, la volontà di riscatto, la rivendicazione del proprio contributo (qui l’influenza musicale della musica nativa sul jazz e sul blues) testimoniando malgrado tutto un senso di appartenenza tanto alle proprie origini che alla nazione: “We are still America”.

Joy: performance - Photograph courtesy of Joy Harjo
Un’alba americana

A furia di correre per ritrovarci, ci mancava il fiato. Noi
facevamo affiorare le lotte dei nostri avi, pronti a colpire.
Era difficile perdere i giorni al bar indiano se eri a posto.
Facile se giocavi a biliardo e bevevi per ricordarti di dimenticare. Noi
puntavamo ad essere professionali — e ci riuscimmo. E alcuni di noi sapevano cantare
così a ritmo di tamburo aprimmo una via di fuoco fino a quelle stelle lucenti. Peccare
è un’invenzione dei cristiani, come pure il demonio, cantavamo. Noi
eravamo i pagani,  ma avevamo bisogno di salvarci da loro — In-
fima possibilità. Sapevamo di esserci tutti dentro questa storia, un goccio di gin
farà luce nel buio e avremo tutti voglia di ballare. Noi
avevamo a che fare con le origini del blues e del jazz
sostenevo con un pueblo riempiendo il jukebox di monetine a giugno,
e quarant’anni dopo ancora chiediamo giustizia. Siamo ancora America. Noi
conosciamo le voci sulla nostra fine. Le sputiamo fuori. Muoiono subito. 

Traduzione di
Maria Adelaide Basile, Marta Izzi, Giselda Mantegazza, Fiorenza Mormile, Michela Pezzarini, Anna Maria Rava, Anna Maria Robustelli, Jane Wilkinson

An American Sunrise

We were running out of breath, as we ran out to meet ourselves. We
were surfacing the edge of our ancestors’ fights, and ready to strike.
It was difficult to lose days in the Indian bar if you were straight.
Easy if you played pool and drank to remember to forget. We
made plans to be professional — and did. And some of us could sing
so we drummed a fire-lit pathway up to those starry stars. Sin
was invented by the Christians, as was the Devil, we sang. We
were the heathens, but needed to be saved from them — thin
chance. We knew we were all related in this story, a little gin
will clarify the dark and make us all feel like dancing. We
had something to do with the origins of blues and jazz
I argued with a Pueblo as I filled the jukebox with dimes in June,
forty years later and we still want justice. We are still America. We
know the rumors of our demise. We spit them out. They die soon.

Source: Poetry (February 2017)
Si ringrazia l’autrice per l’autorizzazione a riprodurre il testo originale.

mercoledì 29 maggio 2019

Gruppo di lettura "Libri Nuovi": "E' passato tanto tempo" di Andrè Dubus III

Maria Vayola
Anche questa volta le opinioni sul libro non sono state unanimi, c'è stato chi lo ha apprezzato ma ha notato una ossessività nella descrizione, in particolare, della marche degli oggetti usati, una ripetitività nel raccontare gli eventi e una prolissità narrativa; a qualcun
 altro è sembrato superficiale e lo ha definito "lettura da spiaggia"; ai più è piaciuto e lo hanno apprezzato per temi affrontati e forma. Tutti, invece, hanno lamentato una traduzione poco attenta e la mancanza di note esplicative su alcuni  particolari, citati nel libro, relativi alla quotidianità americana- personaggi televisivi, fumetti etc - di cui noi italiani, non conoscendoli,  non possiamo cogliere la valenza narrativa all'interno del contesto narrativo.

"E' passato tanto tempo" è un romanzo complesso, scritto bene e costruito ancora meglio, un intreccio di narrazioni in tempi diversi, in luoghi diversi, che fluiscono l'una nell'altra senza interrompere o fare inciampare la narrazione. Sono tre i personaggi di cui si scandagliano le emozioni, le vite, le solitudini:

Daniel, ha ucciso la moglie Linda quando lei aveva 24 anni spinto da una gelosia incontrollabile;

Susan la loro figlia, che al momento dell'omicidio aveva tre anni ed era presente;

Lois, madre di Linda, che si prenderà cura di Susan.

Passano circa 40 anni Daniel sconta solo 15 anni in prigione e trascorre il resto della pena  in  libertà vigilata, quando anche questa finisce, ossessionato da quello che ha commesso e dalla inevitabile perdita di contatti con la figlia, resosi conto che non ha molto più da vivere, decide di cercarla e, dopo aver individuato tramite internet dove lavora e vive, le scrive una lettera per poi partire col l'intento di incontrarla.
La narrazione si sviluppa in un andirivieni temporale che riguarda tutti i personaggi, ciascuno con i propri dolori, ossessioni e problematiche irrisolte che derivano da quell'evento delittuoso che ha cambiato per sempre le loro vite. Dubus III ne scandaglia l'animo andando in profondità, lo fa con sincerità e onestà verso i protagonisti e verso il lettore, senza ammantarsi di nessuna capacità di giudizio ma dandoci tutti gli elementi di comprensione, mettendoci direttamente in contatto con gli eventi e le persone che ne sono attori. Se dovessi rendere visivamente il dipanarsi della narrazione direi che i personaggi sono delle ombre che piano piano prendono una forma sempre più definita tanto da essere individuabili, poi, come persone concrete nelle loro problematicità.
Gli assilli che li animano principalmente sono l'anaffettività di Susan nel relazionarsi con gli l'altri, la rabbia vendicativa di Lois, il senso di colpa  di Daniel, sintesi di stati d'animo che accompagnano i personaggi e che si dipanano in molte sfaccettature. Ci sono eventi nella vita che la segnano definitivamente, che sono irreversibili, che non potranno mai essere dimenticati per le conseguenze che hanno determinato, sia per chi li ha subiti che per chi li ha causati, ferite che non saranno mai completamente guarite, ma con cui si può pensare di convivere.
Il perdono, che sia verso se stessi o verso gli altri, rimane un concetto astratto quanto le religioni che lo propongono, solo attraverso la ricomposizione, l'accettazione e la consapevolezza si può fare della propria vita qualcosa di costruttivo e sensato. Questo accade nel romanzo grazie alla presenza  di Bobby marito di Susan, ( in cui si può, a mio parere, intravedere l'autore stesso) personaggio secondario che, forte dell'estraneità ai fatti, dotato di una forza interiore che gli permette di guardare gli altri senza pregiudizi, e senza pretesa di giudizio nei loro confronti, consapevole dell'unicità di ciascuno ( Dubus dice in un intervista:"Non si può pensare di concepire davvero l'altro, perchè ognuno è uno e niente di più" ) guiderà tutti a una risoluzione possibile.

Uno scatto per Villa Sciarra Mostra fotografica

L’associazione Amici di Villa Sciarra presenterà, presso l’Istituto Germanico a Villa Sciarra, dal 31 maggio al 9 giugno, una mostra fotografica e una serie di incontri, tra i quali vi segnaliamo quello in data 5 giugno alle 17,00 che vedrà la partecipazione del Centro DiurnoCantiere24 e dell’associazione culturale Monteverdelegge per parlare del loro incontro e di quello che questa esperienza ha generato sul territorio. Il Centro Diurno, inoltre, proietterà l’audiovisivo “Viaggio al Santa Maria della Pietà “ a cura del  laboratorio fotografia e reportage del C.D. stesso.



martedì 30 aprile 2019

Gruppo di lettura "Libri nuovi". "L'estate che sciolse ogni cosa"

Maria Vayola

L'estate che sciolse ogni cosa è il primo libro pubblicato da Tiffany McDaniel, ma non il primo da lei scritto, per molti anni (ha iniziato a scrivere a 18 anni) le casi editrici ne hanno rifiutato la pubblicazione come lei stessa dice in una intervista : "Per undici anni i miei scritti sono stati rifiutati dagli editori con la motivazione che li consideravano troppo cupi e comunque troppo rischiosi da pubblicare. L’industria editoriale americana, specialmente nel clima attuale, è molto cambiata focalizzandosi sul commerciale e sul non-fiction. La fiction letteraria, che è ciò che scrivo, è un genere considerato difficile per una carriera da “lanciare, dal momento che il pubblico che segue questo genere letterario è sempre più di nicchia, almeno negli Stati Uniti."
Spendo due parole a favore della finzione come caratteristica di quell'opera letteraria che per convenzione chiamiamo romanzo e che ultimamente è più espressione di esperienze personali che di costruzioni narrative. Con l'auto fiction o no fiction novel, senza volerne disconoscerne il valore, si viene a perdere tutto un mondo che l'autore costruisce per comunicare la sua opera a noi lettori, la trama, l'intreccio, i personaggi, le mille possibilità che ha di inserirci situazioni, emozioni, eccezioni, stramberie, magia, etc etc, la capacità di strutturarle per dare loro un senso compiuto o  per non dar loro alcun senso....per spaziare nelle possibilità umane dell'esistenza....spesso si dice "leggo per vivere vite che non potranno mai essere le mie" ma non per vivere la vita dell'autore che diventa personaggio, anzi, "il personaggio"....Sicuramente ci sono fenomeni sociologici che mi sfuggono, ma credo che la nuova comunicazione, tra cui quella dei social, abbia troppo incentivato l'esposizione di se stessi, il racconto di se' impoverendo la narrativa di elementi tipici della sua forma artistica.
Il libro della Mc Daniel, comprende tutte queste caratteristiche della narrazione di finzione che accomunate a uno stile a dir poco di notevole valenza estetica, si propone come un libro di rara bellezza.
All'interno del gruppo di lettura, non tutti concordano con questo mio giudizio, ad alcuni è sembrato un libro commerciale, banale e di poca consistenza contenutistica, macchiato di quella malizia autoriale atta ad abbindolare il lettore con costruzioni stilistiche e tematiche furbe, costruite ad arte per "acchiappare" attenzione e favori, altri, pur apprezzando il romanzo, lo hanno ritenuto troppo carico di metafore e simbolismi.
Quello che segue è naturalmente la mia opinione.

1984, in un paesino dell'Ohio, Breathed,  Autopsy Bliss, pubblico ministero convinto di poter essere "il setaccio di Dio" per operare la distinzione tra bene e male, invita, in un bizzarro articolo sul giornale locale,  il Diavolo a presentarsi per avere un dialogo con lui e verificare il proprio operato. Colui che arriva, dicendo di essere Lucifero, è Sal, (le prime due lettere Sa stanno per Satana, L per Lucifero) un ragazzino di pelle nera, mal vestito, magrissimo, che incontra Fielding il figlio di Autopsy e da lui viene portato a casa. Insieme a Sal arriva un caldo insolito, un "caldo che non scioglieva solo le cose tangibili, come i cubetti di ghiaccio, il cioccolato, i gelati. Ma anche l'intangibile. La paura, la fede, l'ira, e ogni collaudato modello di buon senso. Scioglieva l'esistenza della gente, gettandone il futuro in cima al mucchio di terra sulla spalla del becchino".

Da questo momento molte sono le cose che avvengono, con la inusuale feroce calura di inizio estate si disgrega il super io comunitario: del caldo e di tutti gli eventi negativi che accadono si cerca il capro espiatorio, la fonte delle disgrazie, e non può che essere il "negro" venuto da fuori e che dichiara di essere il Diavolo. Per lui “Diavolo” non è che uno dei tanti nomi dispregiativi con cui lo hanno sempre chiamato e si dichiara tale perché è disposto a tutto pur di essere accettato e ospitato. Sal ha però la grazia di chi è accogliente verso gli altri, di chi, rispetto alle diversità e alle difficoltà altrui, prova empatia e riesce a sciogliere i nodi mentali di alcune delle persone che incontra, persone incastrate nelle loro paure e nelle loro difficoltà di vivere. Elohim, altro personaggio importante (il significato base del suo nome è "dio", "divinità"), fa leva sulle fobie, la viltà e le debolezze delle singole persone del paese in modo tale che diventino una massa indistinta, portatrice di odio che cerca la vittima sacrificale ( tutto ciò rimanda all'attualità e non credo che sia un caso). Le parti si invertono, Sal, colui che porta il nome del Diavolo è colui che salva, è l'angelo perduto che con la sua caduta ha permesso a Dio di esistere essendo il suo opposto, conosce il dolore e lo capisce mentre Dio guarda come spettatore le debolezze e il dramma degli uomini dall'alto della sua potenza; Elohim, che porta il nome della divinità, è colui che fomenta il risentimento degli uomini guidandoli verso l'orrore umano.

martedì 23 aprile 2019

Gruppo "Al cinema con MVL": Green Book

Maria Vayola
La neve cade copiosa e pesante, invade le strade, il Natale è dentro le case, le famiglie sono riunite intorno all'Albero decorato, un angelo bianco mette le ali in paradiso, un angelo nero sfida se stesso e gli altri, le sue ali non lo faranno volare nel cielo ma camminare a testa alta su questa terra.
La vita è meravigliosa, ma è anche il luogo umano dove viene concepito il Green Book una guida di viaggio specifica per afroamericani nel sud degli USA, dove negli anni sessanta ancora erano in vigore, dopo cento anni dalla guerra civile americana, le leggi segregazioniste.

Come spero si intuisca, "La vita è meravigliosa" è il film di Frank Capra del 1946, "Green Book" di  Peter Farrelly, è il film di cui ha discusso il Gruppo "Al cinema con MVL". Ho fatto questo parallelo perché, secondo me, i due film, entrambi commedie, hanno in comune, oltre al genere, anche l'happy end, che nel primo caso è risolutivo, mentre nel secondo lascia comunque aperte tutte le problematiche toccate nella narrazione.

Peter Farrelly, autore insieme al fratello di molte commedie quali "Tutti pazzi per Mary" e "Scemo più scemo", non ha cambiato registro per questo suo film ma lo ha arricchito di una delle tematiche sociali più scottanti e contraddittorie della società americana: il razzismo, che sicuramente Capra era lontano dal porre nelle sue opere, anzi della donna nera che si vede nell'ultima scena del film si dice "anche la negra è venuta".

La storia del film - si svolge durante gli anni '6o - attinge a fatti e personaggi realmente esistiti: Don Shirley, pianista afro americano di musica classica di indiscusso talento, assume Frank Anthony Vallelonga (dettoTony Lip), buttafuori del locale Copacabana temporaneamente chiuso, come autista e guardia del corpo, per essere accompagnato in una tournèe nel sud segregazionista.

lunedì 1 aprile 2019

Dal laboratorio di traduzione: Joy Harjo, Come scrivere una poesia in tempo di guerra



Fiorenza Mormile

Dopo Questo è il mio cuoreQuando il mondo come lo conoscevamo finì e in particolare dopo Una mappa per il prossimo mondo questo ulteriore testo della poetessa nativa americana ben esemplifica il tratto dominante della sua scrittura: nella memoria i soprusi subiti dalla sua gente sono ferite ancora aperte e sanguinanti ma la disposizione verso il futuro è aperta e positiva. Il nonno che instilla nel cuore dei nipoti un canto salvifico sa credere in un lontano riscatto a venire e con la sua fede lo rende possibile, salvaguardando il valore e l’orgoglio delle proprie tradizioni. Purtroppo la guerra, sembra suggerire il titolo, non finisce mai veramente.


Joy Harjo 

Come scrivere una poesia in tempo di guerra


Non puoi cominciare da un punto qualunque. È un disastro.

                                                                          Schegge e l’occhio

di una casa, una fila di case. C’è un ratto che scappa

dalla luce con un brandello  di carne in bocca.  Un bimbo legato alla schiena della madre

tagliato via.                                          Soldati infestano le strade, 

il fiume, la città, il villaggio,

               la camera da letto, la nostra cucina.  Mangiano tutto.

O lo bruciano.

Uccidono quello che non possono prendere.  Stuprano.  Quello che non possono uccidere, prendono.

False voci cadono come pioggia.

                                       Come bombe.

Come lacrime di madri e padri ingoiate per una pace senza quiete.                                     

                 Come un tramonto che si inclina verso una mezzanotte senza luna.

Come un treno senza più destinazione.            Come un seme caduto dove

non c’è speranza di alberi          o di un luogo        dove possano vivere gli uccelli.


 No, comincia da qui.                   Cervi sbirciano dal limitare dei boschi.       

                                                                      Vedevamo picchi 

 grandi come il sole, cardinali rossi, e le cince ci accoglievano

                                                             con i canti del buongiorno.

Avevamo cominciato a cucinare all’aperto scivolando tra rugiada e risate, ah quelle dolci albe

piene di fumo. 

Provavamo a fingere che la guerra non ci sarebbe stata.

Anche se cominciavano a costruire le loro case intorno a noi e a pretendere di più. 

Cominciavano a insegnare ai nostri figli la storia del loro dio,                                     

                          una storia in cui saremmo sempre stati  schiavi.

No. Non qui.  

Non puoi cominciare da qui. 

È una memoria a brandelli perché è impossibile trattenerla con le parole, persino in poesia.   


Questi i ricordi lasciati qui con gli alberi:

la tasca strappata del vestito cucito a mano di tua figlia,

la fascia, il merletto.

Il mocassino ornato delicatamente di perline ancora infilato al piede del bambino,

il biglietto con la promessa di  un giovane alla sua amata —

                             No! Non è questo il punto migliore da cui cominciare.

Tutti dormivano, nonostante le bombe lontane.  Il terrore era diventato l’estraneo familiare.

Le nostre amate gemelle raggomitolate nelle loro camicie da notte, accanto al padre e a me.


Se cominciamo da qui, nessuno di noi arriverà alla fine 
                                                                                            della poesia.

Qualcuno deve uscirne vivo, cantava un nonno al nipote,

alla nipote, mentre soffiava nel cuore dei bambini il suo canto  più potente.

Lì sarebbe stato al riparo dai soldati,

che li avrebbero condotti  per miglia, fiumi, montagne lontano dal  cordone ombelicale

della storia delle origini.

Sapeva che un giorno, un giorno lontano, i nipoti sarebbero tornati, generazioni più tardi

su lucide  autostrade                       costruite sopra vecchi sentieri

attraverso muri di leggi fatte per ostacolare o distruggere,  sulle biblioteche

degli antenati nel vento, nate sulle pietre. 

Il suo canto ci porta alla sua casa natia tra queste colline fumose.

Comincia da qui.

lunedì 4 marzo 2019

Gruppo di lettura "L'altro/2": "Svegliare i leoni" di Ayelet Gundar-Goshen



di Ornella Munafò
 

In questo romanzo della scrittrice israeliana Gundar-Goshen nessuno è quello che sembra: Eitan, all’apparenza medico integerrimo - mandato “in punizione” nella polverosa cittadina di Beer Sheva nel deserto del Negev per aver minacciato di rendere pubblica la corruzione del suo capo e mentore - non esita a fuggire quando investe ed uccide un uomo con la sua jeep; Sirkit, la vedova dell’ucciso e come lui immigrata clandestina eritrea, non esita a sfruttare a proprio vantaggio la morte del marito violento, s’impossessa del pacco con la droga che lui doveva consegnare e quindi ricatta il medico, costringendolo a curare i profughi illegali, e si fa anche pagare dai malati per le cure prestate a titolo gratuito da Eitan.
Neanche la moglie del medico, Liat, è come sembra: poliziotta dotata di un forte senso della giustizia, ha però convinto il marito a tacere sulla corruzione nel suo reparto ospedaliero, e nel momento di crisi del loro rapporto di coppia non si fa scrupolo di pedinare il marito o telefonare al suo posto di lavoro anziché cercare le risposte o la confessione attraverso il dialogo.
Agli eventi che via via si dipanano e si sciolgono, con una narrazione anche a ritroso e che a volte si tinge dei colori del thriller, fa da sfondo il contesto sociale, che si allarga a cerchi concentrici nel tempo e nello spazio intorno ai protagonisti – ceti medi ebrei, beduini del deserto, forze dell’ordine, personale medico, coloni dei kibbutz, emarginati provenienti dall’Africa ecc. - così che questa storia di paure, sensi di colpa e responsabilità non narra più solo una vicenda personale, ma diventa emblematica della condizione dello stato d’Israele, lacerato da contraddizioni evidenti. Nel romanzo trovano spazio molteplici temi: il razzismo, unito al disprezzo all'odio e  al rifiuto dell’accoglienza, l’immigrazione, la discriminazione sociale, la delinquenza unita alla corruzione, la povertà e l'ingiustizia; non sempre, però,  tutto questo materiale argomentativo risulta  coerente con la narrazione e  in più punti la appesantisce.

L’episodio che apre il racconto ed innesca la miccia – che cosa faresti se investissi e uccidessi un uomo con la tua auto? –  “risveglia i leoni” del titolo: cioè quanto di più intimo, segreto, nascosto e taciuto c’è in ognuno: in Eitan, (“Per tutta la notte, dentro di lui hanno ruggito i leoni”) e in Liat (“la nuova poliziotta con gli occhi da leonessa” che però ha paura a guardarsi troppo allo specchio, perché “lo sa che se si fissa abbastanza a lungo, tutto diventa strano. Perfino la tua faccia nello specchio.”).
I leoni risvegliano anche le voci del passato. Una volta squarciato il velo dell’ipocrisia, Liat si chiede chi veramente è lei, chi veramente è lui, chi sono come coppia, oltre i gesti quotidiani e rassicuranti: “Due vivono nella stessa casa. Dormono vicini. Scopano. Si fanno la doccia uno dopo l’altro. Cucinano, mangiano, mettono a letto i figli, si passano il telecomando, il sale, il rotolo della carta igienica. E invece no: Non vivono insieme. Nemmeno in parallelo. Per tutto quel tempo avevano vissuto separati, e lei non lo sapeva.”.
E anche Eitan si rende conto di scappare non solo dall’altro  che ha ucciso, ma dai suoi stessi fantasmi: “Una notte ha investito un uomo sul ciglio della strada e da allora scappa. Scappa dall’eritreo sul ciglio della strada e incontra un’eritrea sulla porta di casa. Perché scappando s’incontra quello da cui si scappa. Incontra Eitan Green, l’orfano, il rabbioso, il prepotente.”:   Allora forse tutto quello che è successo ha un senso, e l’azione di scappare non è puramente  casuale.
Ma alla fine le conseguenze di quello che in alcuni momenti sembra un gioco al massacro saranno nient’altro che un lieve smottamento, poi la polvere tornerà a coprire ogni cosa e la realtà si ricomporrà uguale a prima, lì dove il velo si era squarciato. E così si conclude il romanzo: ”Un uomo si alza al mattino, esce di casa e scopre che il mondo ha ricominciato a girare nel senso giusto. Dice a sua moglie ci vediamo stasera, e quella sera si vedono. Al negozio dice arrivederci, e sa che tornerà domani, e che i pomodori, anche se il prezzo aumentasse esponenzialmente, resteranno sempre accessibili. Che bello il mondo quando gira nel senso giusto. Dimenticarsi che sia mai esistito un altro senso. Che un altro senso è possibile.”. 
L’amara conclusione del romanzo è quindi nella tacita acquiescenza verso le proprie colpe e responsabilità, cui fa da contrappunto l’ipocrisia della società israeliana. In questa prospettiva non trova spazio la conciliazione con l’altro inteso come il diverso, rappresentato per Eitan dalla profuga clandestina Sirkit, seppure intravista in qualche momento narrativo particolarmente intenso. I due passano le notti fianco a fianco, a riparare corpi devastati, ma distanza fra loro è incolmabile. Lei: “Non ha alcuna intenzione, né alcuna possibilità, di indovinare i sogni di un uomo bianco disteso fra bianche lenzuola di cotone nella villetta imbiancata di un quartiere elegante”. Lui: “Per quanto leggesse e si sforzasse di capire, nemmeno se fosse salito su un aereo e avesse visitato il suo paese l’avrebbe mai capita. Sirkit era l’incognita in un’equazione che lui non sapeva risolvere. La realtà sfuggiva fra le maglie delle informazioni nel computer.”.
L’episodio che sancisce tale frattura irreparabile è la visita di Eitan a Sirkit nel centro reclusione profughi in cui lei è reclusa: “Due persone immobili, una di fronte all’altro, non hanno niente di più da dire”.
Lei rimane lì, ferma, a fissare le facce dei secondini, perché cerca ”quella scintilla oscura” negli occhi di uno di loro con cui fare sesso, “un corpo pesante disteso addosso, una faccia brufolosa che si contorce nell’orgasmo, per poter pronunciare l’unica parola che l’avrebbe tirata fuori: stupro”; “Sarebbe seguito un processo, e alla fine non avrebbero osato mandarla via.”.
Lui è venuto fin lì a dirle addio, “per chiudere quella fosca storia che gli aveva rubato la pace e minacciato la famiglia, persino la vita. Per quanto la fosca storia l’abbia tormentato, l’aveva anche affascinato, sedotto, aveva rimestato nelle profondità dell’animo, come sempre fanno le storie fosche. Ma adesso basta. Le storie devono finire.”. A lui l’attende la sua vita “tranquilla e sicura”, “nella villetta imbiancata di un quartiere elegante” in un presente eterno immobile senza tempo. Rassicurante.