mercoledì 26 giugno 2019

Dal laboratorio di traduzione An American Sunrise di Joy Harjo, appena nominata Poet Laureate degli USA

Photo credit - Shawn Miller
Fiorenza Mormile
Per una felice coincidenza al momento di presentarvi l’ultima delle poesie di Joy Hario tradotta dal nostro laboratorio giunge notizia che l’autrice è stata nominata US Poet Laureate: ventitreesima persona (e prima nativa) a detenere l’ambita carica. Come vi abbiamo ricordato in precedenza, Harjo appartiene alla Muskeogean (Creek) Nation ed è un’esponente del movimento letterario Native American Renaissance. 
Al momento della nomina ha dichiarato: “Condivido questo riconoscimento con gli antenati e i maestri che mi hanno ispirato l’amore per la poesia insegnandomi che le parole sono potenti e possono operare cambiamenti quando la comprensione appare impossibile e in una poesia il tempo e l’atemporalità possono coesistere.” 
Meritato vento in poppa per la Harjo: di recente le è stato assegnato il cospicuo premio Jackson e in Italia il suo libro A Delta in the Skin tradotto da Laura Coltelli per Passigli ha vinto il premio Internazionale Camaiore 2018. 
An American Sunrise è il testo che dà il titolo al prossimo libro che uscirà per W.W. Norton incorporated il 10 settembre 2019. 
Alla versione letta dall’autrice aggiungiamo quella musicata in cui Harjo alterna canto ed assolo di sax. 
Diamo velocemente conto della genesi del testo, che secondo quanto spiegato dall’autrice nasce in funzione di un’antologia poetica dedicata alla poetessa Gwendolyn Brooks. I quattordici versi (che a prima vista potrebbero far pensare a un sonetto) costituiscono  un esempio di Golden Shovel, forma poetica sperimentale che collocando a fine verso esclusivamente parole attinte da una poesia “madre” (in questo caso We Real Cool della Brooks) crea una nuova poesia come forma di omaggio a quella di partenza. 
Harjo sa ricavare da uno schema così rigido e predeterminato un testo in perfetta linea con le proprie tematiche chiave: la rabbia, la volontà di riscatto, la rivendicazione del proprio contributo (qui l’influenza musicale della musica nativa sul jazz e sul blues) testimoniando malgrado tutto un senso di appartenenza tanto alle proprie origini che alla nazione: “We are still America”.

Joy: performance - Photograph courtesy of Joy Harjo
Un’alba americana

A furia di correre per ritrovarci, ci mancava il fiato. Noi
facevamo affiorare le lotte dei nostri avi, pronti a colpire.
Era difficile perdere i giorni al bar indiano se eri a posto.
Facile se giocavi a biliardo e bevevi per ricordarti di dimenticare. Noi
puntavamo ad essere professionali — e ci riuscimmo. E alcuni di noi sapevano cantare
così a ritmo di tamburo aprimmo una via di fuoco fino a quelle stelle lucenti. Peccare
è un’invenzione dei cristiani, come pure il demonio, cantavamo. Noi
eravamo i pagani,  ma avevamo bisogno di salvarci da loro — In-
fima possibilità. Sapevamo di esserci tutti dentro questa storia, un goccio di gin
farà luce nel buio e avremo tutti voglia di ballare. Noi
avevamo a che fare con le origini del blues e del jazz
sostenevo con un pueblo riempiendo il jukebox di monetine a giugno,
e quarant’anni dopo ancora chiediamo giustizia. Siamo ancora America. Noi
conosciamo le voci sulla nostra fine. Le sputiamo fuori. Muoiono subito. 

Traduzione di
Maria Adelaide Basile, Marta Izzi, Giselda Mantegazza, Fiorenza Mormile, Michela Pezzarini, Anna Maria Rava, Anna Maria Robustelli, Jane Wilkinson

An American Sunrise

We were running out of breath, as we ran out to meet ourselves. We
were surfacing the edge of our ancestors’ fights, and ready to strike.
It was difficult to lose days in the Indian bar if you were straight.
Easy if you played pool and drank to remember to forget. We
made plans to be professional — and did. And some of us could sing
so we drummed a fire-lit pathway up to those starry stars. Sin
was invented by the Christians, as was the Devil, we sang. We
were the heathens, but needed to be saved from them — thin
chance. We knew we were all related in this story, a little gin
will clarify the dark and make us all feel like dancing. We
had something to do with the origins of blues and jazz
I argued with a Pueblo as I filled the jukebox with dimes in June,
forty years later and we still want justice. We are still America. We
know the rumors of our demise. We spit them out. They die soon.

Source: Poetry (February 2017)
Si ringrazia l’autrice per l’autorizzazione a riprodurre il testo originale.

mercoledì 29 maggio 2019

Gruppo di lettura "Libri Nuovi": "E' passato tanto tempo" di Andrè Dubus III

Maria Vayola
Anche questa volta le opinioni sul libro non sono state unanimi, c'è stato chi lo ha apprezzato ma ha notato una ossessività nella descrizione, in particolare, della marche degli oggetti usati, una ripetitività nel raccontare gli eventi e una prolissità narrativa; a qualcun
 altro è sembrato superficiale e lo ha definito "lettura da spiaggia"; ai più è piaciuto e lo hanno apprezzato per temi affrontati e forma. Tutti, invece, hanno lamentato una traduzione poco attenta e la mancanza di note esplicative su alcuni  particolari, citati nel libro, relativi alla quotidianità americana- personaggi televisivi, fumetti etc - di cui noi italiani, non conoscendoli,  non possiamo cogliere la valenza narrativa all'interno del contesto narrativo.

"E' passato tanto tempo" è un romanzo complesso, scritto bene e costruito ancora meglio, un intreccio di narrazioni in tempi diversi, in luoghi diversi, che fluiscono l'una nell'altra senza interrompere o fare inciampare la narrazione. Sono tre i personaggi di cui si scandagliano le emozioni, le vite, le solitudini:

Daniel, ha ucciso la moglie Linda quando lei aveva 24 anni spinto da una gelosia incontrollabile;

Susan la loro figlia, che al momento dell'omicidio aveva tre anni ed era presente;

Lois, madre di Linda, che si prenderà cura di Susan.

Passano circa 40 anni Daniel sconta solo 15 anni in prigione e trascorre il resto della pena  in  libertà vigilata, quando anche questa finisce, ossessionato da quello che ha commesso e dalla inevitabile perdita di contatti con la figlia, resosi conto che non ha molto più da vivere, decide di cercarla e, dopo aver individuato tramite internet dove lavora e vive, le scrive una lettera per poi partire col l'intento di incontrarla.
La narrazione si sviluppa in un andirivieni temporale che riguarda tutti i personaggi, ciascuno con i propri dolori, ossessioni e problematiche irrisolte che derivano da quell'evento delittuoso che ha cambiato per sempre le loro vite. Dubus III ne scandaglia l'animo andando in profondità, lo fa con sincerità e onestà verso i protagonisti e verso il lettore, senza ammantarsi di nessuna capacità di giudizio ma dandoci tutti gli elementi di comprensione, mettendoci direttamente in contatto con gli eventi e le persone che ne sono attori. Se dovessi rendere visivamente il dipanarsi della narrazione direi che i personaggi sono delle ombre che piano piano prendono una forma sempre più definita tanto da essere individuabili, poi, come persone concrete nelle loro problematicità.
Gli assilli che li animano principalmente sono l'anaffettività di Susan nel relazionarsi con gli l'altri, la rabbia vendicativa di Lois, il senso di colpa  di Daniel, sintesi di stati d'animo che accompagnano i personaggi e che si dipanano in molte sfaccettature. Ci sono eventi nella vita che la segnano definitivamente, che sono irreversibili, che non potranno mai essere dimenticati per le conseguenze che hanno determinato, sia per chi li ha subiti che per chi li ha causati, ferite che non saranno mai completamente guarite, ma con cui si può pensare di convivere.
Il perdono, che sia verso se stessi o verso gli altri, rimane un concetto astratto quanto le religioni che lo propongono, solo attraverso la ricomposizione, l'accettazione e la consapevolezza si può fare della propria vita qualcosa di costruttivo e sensato. Questo accade nel romanzo grazie alla presenza  di Bobby marito di Susan, ( in cui si può, a mio parere, intravedere l'autore stesso) personaggio secondario che, forte dell'estraneità ai fatti, dotato di una forza interiore che gli permette di guardare gli altri senza pregiudizi, e senza pretesa di giudizio nei loro confronti, consapevole dell'unicità di ciascuno ( Dubus dice in un intervista:"Non si può pensare di concepire davvero l'altro, perchè ognuno è uno e niente di più" ) guiderà tutti a una risoluzione possibile.

Uno scatto per Villa Sciarra Mostra fotografica

L’associazione Amici di Villa Sciarra presenterà, presso l’Istituto Germanico a Villa Sciarra, dal 31 maggio al 9 giugno, una mostra fotografica e una serie di incontri, tra i quali vi segnaliamo quello in data 5 giugno alle 17,00 che vedrà la partecipazione del Centro DiurnoCantiere24 e dell’associazione culturale Monteverdelegge per parlare del loro incontro e di quello che questa esperienza ha generato sul territorio. Il Centro Diurno, inoltre, proietterà l’audiovisivo “Viaggio al Santa Maria della Pietà “ a cura del  laboratorio fotografia e reportage del C.D. stesso.



martedì 30 aprile 2019

Gruppo di lettura "Libri nuovi". "L'estate che sciolse ogni cosa"

Maria Vayola

L'estate che sciolse ogni cosa è il primo libro pubblicato da Tiffany McDaniel, ma non il primo da lei scritto, per molti anni (ha iniziato a scrivere a 18 anni) le casi editrici ne hanno rifiutato la pubblicazione come lei stessa dice in una intervista : "Per undici anni i miei scritti sono stati rifiutati dagli editori con la motivazione che li consideravano troppo cupi e comunque troppo rischiosi da pubblicare. L’industria editoriale americana, specialmente nel clima attuale, è molto cambiata focalizzandosi sul commerciale e sul non-fiction. La fiction letteraria, che è ciò che scrivo, è un genere considerato difficile per una carriera da “lanciare, dal momento che il pubblico che segue questo genere letterario è sempre più di nicchia, almeno negli Stati Uniti."
Spendo due parole a favore della finzione come caratteristica di quell'opera letteraria che per convenzione chiamiamo romanzo e che ultimamente è più espressione di esperienze personali che di costruzioni narrative. Con l'auto fiction o no fiction novel, senza volerne disconoscerne il valore, si viene a perdere tutto un mondo che l'autore costruisce per comunicare la sua opera a noi lettori, la trama, l'intreccio, i personaggi, le mille possibilità che ha di inserirci situazioni, emozioni, eccezioni, stramberie, magia, etc etc, la capacità di strutturarle per dare loro un senso compiuto o  per non dar loro alcun senso....per spaziare nelle possibilità umane dell'esistenza....spesso si dice "leggo per vivere vite che non potranno mai essere le mie" ma non per vivere la vita dell'autore che diventa personaggio, anzi, "il personaggio"....Sicuramente ci sono fenomeni sociologici che mi sfuggono, ma credo che la nuova comunicazione, tra cui quella dei social, abbia troppo incentivato l'esposizione di se stessi, il racconto di se' impoverendo la narrativa di elementi tipici della sua forma artistica.
Il libro della Mc Daniel, comprende tutte queste caratteristiche della narrazione di finzione che accomunate a uno stile a dir poco di notevole valenza estetica, si propone come un libro di rara bellezza.
All'interno del gruppo di lettura, non tutti concordano con questo mio giudizio, ad alcuni è sembrato un libro commerciale, banale e di poca consistenza contenutistica, macchiato di quella malizia autoriale atta ad abbindolare il lettore con costruzioni stilistiche e tematiche furbe, costruite ad arte per "acchiappare" attenzione e favori, altri, pur apprezzando il romanzo, lo hanno ritenuto troppo carico di metafore e simbolismi.
Quello che segue è naturalmente la mia opinione.

1984, in un paesino dell'Ohio, Breathed,  Autopsy Bliss, pubblico ministero convinto di poter essere "il setaccio di Dio" per operare la distinzione tra bene e male, invita, in un bizzarro articolo sul giornale locale,  il Diavolo a presentarsi per avere un dialogo con lui e verificare il proprio operato. Colui che arriva, dicendo di essere Lucifero, è Sal, (le prime due lettere Sa stanno per Satana, L per Lucifero) un ragazzino di pelle nera, mal vestito, magrissimo, che incontra Fielding il figlio di Autopsy e da lui viene portato a casa. Insieme a Sal arriva un caldo insolito, un "caldo che non scioglieva solo le cose tangibili, come i cubetti di ghiaccio, il cioccolato, i gelati. Ma anche l'intangibile. La paura, la fede, l'ira, e ogni collaudato modello di buon senso. Scioglieva l'esistenza della gente, gettandone il futuro in cima al mucchio di terra sulla spalla del becchino".

Da questo momento molte sono le cose che avvengono, con la inusuale feroce calura di inizio estate si disgrega il super io comunitario: del caldo e di tutti gli eventi negativi che accadono si cerca il capro espiatorio, la fonte delle disgrazie, e non può che essere il "negro" venuto da fuori e che dichiara di essere il Diavolo. Per lui “Diavolo” non è che uno dei tanti nomi dispregiativi con cui lo hanno sempre chiamato e si dichiara tale perché è disposto a tutto pur di essere accettato e ospitato. Sal ha però la grazia di chi è accogliente verso gli altri, di chi, rispetto alle diversità e alle difficoltà altrui, prova empatia e riesce a sciogliere i nodi mentali di alcune delle persone che incontra, persone incastrate nelle loro paure e nelle loro difficoltà di vivere. Elohim, altro personaggio importante (il significato base del suo nome è "dio", "divinità"), fa leva sulle fobie, la viltà e le debolezze delle singole persone del paese in modo tale che diventino una massa indistinta, portatrice di odio che cerca la vittima sacrificale ( tutto ciò rimanda all'attualità e non credo che sia un caso). Le parti si invertono, Sal, colui che porta il nome del Diavolo è colui che salva, è l'angelo perduto che con la sua caduta ha permesso a Dio di esistere essendo il suo opposto, conosce il dolore e lo capisce mentre Dio guarda come spettatore le debolezze e il dramma degli uomini dall'alto della sua potenza; Elohim, che porta il nome della divinità, è colui che fomenta il risentimento degli uomini guidandoli verso l'orrore umano.

martedì 23 aprile 2019

Gruppo "Al cinema con MVL": Green Book

Maria Vayola
La neve cade copiosa e pesante, invade le strade, il Natale è dentro le case, le famiglie sono riunite intorno all'Albero decorato, un angelo bianco mette le ali in paradiso, un angelo nero sfida se stesso e gli altri, le sue ali non lo faranno volare nel cielo ma camminare a testa alta su questa terra.
La vita è meravigliosa, ma è anche il luogo umano dove viene concepito il Green Book una guida di viaggio specifica per afroamericani nel sud degli USA, dove negli anni sessanta ancora erano in vigore, dopo cento anni dalla guerra civile americana, le leggi segregazioniste.

Come spero si intuisca, "La vita è meravigliosa" è il film di Frank Capra del 1946, "Green Book" di  Peter Farrelly, è il film di cui ha discusso il Gruppo "Al cinema con MVL". Ho fatto questo parallelo perché, secondo me, i due film, entrambi commedie, hanno in comune, oltre al genere, anche l'happy end, che nel primo caso è risolutivo, mentre nel secondo lascia comunque aperte tutte le problematiche toccate nella narrazione.

Peter Farrelly, autore insieme al fratello di molte commedie quali "Tutti pazzi per Mary" e "Scemo più scemo", non ha cambiato registro per questo suo film ma lo ha arricchito di una delle tematiche sociali più scottanti e contraddittorie della società americana: il razzismo, che sicuramente Capra era lontano dal porre nelle sue opere, anzi della donna nera che si vede nell'ultima scena del film si dice "anche la negra è venuta".

La storia del film - si svolge durante gli anni '6o - attinge a fatti e personaggi realmente esistiti: Don Shirley, pianista afro americano di musica classica di indiscusso talento, assume Frank Anthony Vallelonga (dettoTony Lip), buttafuori del locale Copacabana temporaneamente chiuso, come autista e guardia del corpo, per essere accompagnato in una tournèe nel sud segregazionista.

lunedì 1 aprile 2019

Dal laboratorio di traduzione: Joy Harjo, Come scrivere una poesia in tempo di guerra



Fiorenza Mormile

Dopo Questo è il mio cuoreQuando il mondo come lo conoscevamo finì e in particolare dopo Una mappa per il prossimo mondo questo ulteriore testo della poetessa nativa americana ben esemplifica il tratto dominante della sua scrittura: nella memoria i soprusi subiti dalla sua gente sono ferite ancora aperte e sanguinanti ma la disposizione verso il futuro è aperta e positiva. Il nonno che instilla nel cuore dei nipoti un canto salvifico sa credere in un lontano riscatto a venire e con la sua fede lo rende possibile, salvaguardando il valore e l’orgoglio delle proprie tradizioni. Purtroppo la guerra, sembra suggerire il titolo, non finisce mai veramente.


Joy Harjo 

Come scrivere una poesia in tempo di guerra


Non puoi cominciare da un punto qualunque. È un disastro.

                                                                          Schegge e l’occhio

di una casa, una fila di case. C’è un ratto che scappa

dalla luce con un brandello  di carne in bocca.  Un bimbo legato alla schiena della madre

tagliato via.                                          Soldati infestano le strade, 

il fiume, la città, il villaggio,

               la camera da letto, la nostra cucina.  Mangiano tutto.

O lo bruciano.

Uccidono quello che non possono prendere.  Stuprano.  Quello che non possono uccidere, prendono.

False voci cadono come pioggia.

                                       Come bombe.

Come lacrime di madri e padri ingoiate per una pace senza quiete.                                     

                 Come un tramonto che si inclina verso una mezzanotte senza luna.

Come un treno senza più destinazione.            Come un seme caduto dove

non c’è speranza di alberi          o di un luogo        dove possano vivere gli uccelli.


 No, comincia da qui.                   Cervi sbirciano dal limitare dei boschi.       

                                                                      Vedevamo picchi 

 grandi come il sole, cardinali rossi, e le cince ci accoglievano

                                                             con i canti del buongiorno.

Avevamo cominciato a cucinare all’aperto scivolando tra rugiada e risate, ah quelle dolci albe

piene di fumo. 

Provavamo a fingere che la guerra non ci sarebbe stata.

Anche se cominciavano a costruire le loro case intorno a noi e a pretendere di più. 

Cominciavano a insegnare ai nostri figli la storia del loro dio,                                     

                          una storia in cui saremmo sempre stati  schiavi.

No. Non qui.  

Non puoi cominciare da qui. 

È una memoria a brandelli perché è impossibile trattenerla con le parole, persino in poesia.   


Questi i ricordi lasciati qui con gli alberi:

la tasca strappata del vestito cucito a mano di tua figlia,

la fascia, il merletto.

Il mocassino ornato delicatamente di perline ancora infilato al piede del bambino,

il biglietto con la promessa di  un giovane alla sua amata —

                             No! Non è questo il punto migliore da cui cominciare.

Tutti dormivano, nonostante le bombe lontane.  Il terrore era diventato l’estraneo familiare.

Le nostre amate gemelle raggomitolate nelle loro camicie da notte, accanto al padre e a me.


Se cominciamo da qui, nessuno di noi arriverà alla fine 
                                                                                            della poesia.

Qualcuno deve uscirne vivo, cantava un nonno al nipote,

alla nipote, mentre soffiava nel cuore dei bambini il suo canto  più potente.

Lì sarebbe stato al riparo dai soldati,

che li avrebbero condotti  per miglia, fiumi, montagne lontano dal  cordone ombelicale

della storia delle origini.

Sapeva che un giorno, un giorno lontano, i nipoti sarebbero tornati, generazioni più tardi

su lucide  autostrade                       costruite sopra vecchi sentieri

attraverso muri di leggi fatte per ostacolare o distruggere,  sulle biblioteche

degli antenati nel vento, nate sulle pietre. 

Il suo canto ci porta alla sua casa natia tra queste colline fumose.

Comincia da qui.

lunedì 4 marzo 2019

Gruppo di lettura "L'altro/2": "Svegliare i leoni" di Ayelet Gundar-Goshen



di Ornella Munafò
 

In questo romanzo della scrittrice israeliana Gundar-Goshen nessuno è quello che sembra: Eitan, all’apparenza medico integerrimo - mandato “in punizione” nella polverosa cittadina di Beer Sheva nel deserto del Negev per aver minacciato di rendere pubblica la corruzione del suo capo e mentore - non esita a fuggire quando investe ed uccide un uomo con la sua jeep; Sirkit, la vedova dell’ucciso e come lui immigrata clandestina eritrea, non esita a sfruttare a proprio vantaggio la morte del marito violento, s’impossessa del pacco con la droga che lui doveva consegnare e quindi ricatta il medico, costringendolo a curare i profughi illegali, e si fa anche pagare dai malati per le cure prestate a titolo gratuito da Eitan.
Neanche la moglie del medico, Liat, è come sembra: poliziotta dotata di un forte senso della giustizia, ha però convinto il marito a tacere sulla corruzione nel suo reparto ospedaliero, e nel momento di crisi del loro rapporto di coppia non si fa scrupolo di pedinare il marito o telefonare al suo posto di lavoro anziché cercare le risposte o la confessione attraverso il dialogo.
Agli eventi che via via si dipanano e si sciolgono, con una narrazione anche a ritroso e che a volte si tinge dei colori del thriller, fa da sfondo il contesto sociale, che si allarga a cerchi concentrici nel tempo e nello spazio intorno ai protagonisti – ceti medi ebrei, beduini del deserto, forze dell’ordine, personale medico, coloni dei kibbutz, emarginati provenienti dall’Africa ecc. - così che questa storia di paure, sensi di colpa e responsabilità non narra più solo una vicenda personale, ma diventa emblematica della condizione dello stato d’Israele, lacerato da contraddizioni evidenti. Nel romanzo trovano spazio molteplici temi: il razzismo, unito al disprezzo all'odio e  al rifiuto dell’accoglienza, l’immigrazione, la discriminazione sociale, la delinquenza unita alla corruzione, la povertà e l'ingiustizia; non sempre, però,  tutto questo materiale argomentativo risulta  coerente con la narrazione e  in più punti la appesantisce.

L’episodio che apre il racconto ed innesca la miccia – che cosa faresti se investissi e uccidessi un uomo con la tua auto? –  “risveglia i leoni” del titolo: cioè quanto di più intimo, segreto, nascosto e taciuto c’è in ognuno: in Eitan, (“Per tutta la notte, dentro di lui hanno ruggito i leoni”) e in Liat (“la nuova poliziotta con gli occhi da leonessa” che però ha paura a guardarsi troppo allo specchio, perché “lo sa che se si fissa abbastanza a lungo, tutto diventa strano. Perfino la tua faccia nello specchio.”).
I leoni risvegliano anche le voci del passato. Una volta squarciato il velo dell’ipocrisia, Liat si chiede chi veramente è lei, chi veramente è lui, chi sono come coppia, oltre i gesti quotidiani e rassicuranti: “Due vivono nella stessa casa. Dormono vicini. Scopano. Si fanno la doccia uno dopo l’altro. Cucinano, mangiano, mettono a letto i figli, si passano il telecomando, il sale, il rotolo della carta igienica. E invece no: Non vivono insieme. Nemmeno in parallelo. Per tutto quel tempo avevano vissuto separati, e lei non lo sapeva.”.
E anche Eitan si rende conto di scappare non solo dall’altro  che ha ucciso, ma dai suoi stessi fantasmi: “Una notte ha investito un uomo sul ciglio della strada e da allora scappa. Scappa dall’eritreo sul ciglio della strada e incontra un’eritrea sulla porta di casa. Perché scappando s’incontra quello da cui si scappa. Incontra Eitan Green, l’orfano, il rabbioso, il prepotente.”:   Allora forse tutto quello che è successo ha un senso, e l’azione di scappare non è puramente  casuale.
Ma alla fine le conseguenze di quello che in alcuni momenti sembra un gioco al massacro saranno nient’altro che un lieve smottamento, poi la polvere tornerà a coprire ogni cosa e la realtà si ricomporrà uguale a prima, lì dove il velo si era squarciato. E così si conclude il romanzo: ”Un uomo si alza al mattino, esce di casa e scopre che il mondo ha ricominciato a girare nel senso giusto. Dice a sua moglie ci vediamo stasera, e quella sera si vedono. Al negozio dice arrivederci, e sa che tornerà domani, e che i pomodori, anche se il prezzo aumentasse esponenzialmente, resteranno sempre accessibili. Che bello il mondo quando gira nel senso giusto. Dimenticarsi che sia mai esistito un altro senso. Che un altro senso è possibile.”. 
L’amara conclusione del romanzo è quindi nella tacita acquiescenza verso le proprie colpe e responsabilità, cui fa da contrappunto l’ipocrisia della società israeliana. In questa prospettiva non trova spazio la conciliazione con l’altro inteso come il diverso, rappresentato per Eitan dalla profuga clandestina Sirkit, seppure intravista in qualche momento narrativo particolarmente intenso. I due passano le notti fianco a fianco, a riparare corpi devastati, ma distanza fra loro è incolmabile. Lei: “Non ha alcuna intenzione, né alcuna possibilità, di indovinare i sogni di un uomo bianco disteso fra bianche lenzuola di cotone nella villetta imbiancata di un quartiere elegante”. Lui: “Per quanto leggesse e si sforzasse di capire, nemmeno se fosse salito su un aereo e avesse visitato il suo paese l’avrebbe mai capita. Sirkit era l’incognita in un’equazione che lui non sapeva risolvere. La realtà sfuggiva fra le maglie delle informazioni nel computer.”.
L’episodio che sancisce tale frattura irreparabile è la visita di Eitan a Sirkit nel centro reclusione profughi in cui lei è reclusa: “Due persone immobili, una di fronte all’altro, non hanno niente di più da dire”.
Lei rimane lì, ferma, a fissare le facce dei secondini, perché cerca ”quella scintilla oscura” negli occhi di uno di loro con cui fare sesso, “un corpo pesante disteso addosso, una faccia brufolosa che si contorce nell’orgasmo, per poter pronunciare l’unica parola che l’avrebbe tirata fuori: stupro”; “Sarebbe seguito un processo, e alla fine non avrebbero osato mandarla via.”.
Lui è venuto fin lì a dirle addio, “per chiudere quella fosca storia che gli aveva rubato la pace e minacciato la famiglia, persino la vita. Per quanto la fosca storia l’abbia tormentato, l’aveva anche affascinato, sedotto, aveva rimestato nelle profondità dell’animo, come sempre fanno le storie fosche. Ma adesso basta. Le storie devono finire.”. A lui l’attende la sua vita “tranquilla e sicura”, “nella villetta imbiancata di un quartiere elegante” in un presente eterno immobile senza tempo. Rassicurante.

martedì 26 febbraio 2019

Gruppo Al cinema con MVL: "Se la strada potesse parlare" dal libro al film


di Maria Vayola

Se la strada potesse parlare ci racconterebbe quanto la vita degli afro americani è stata, e ancora è, dura, una vita di violenza subita, di costante minaccia di violenza fisica e morale, di intimidazioni.

Quello che la strada vede è la costante precarietà dei corpi neri* che la attraversano,  individuabili subito per l'involucro di pelle scura che li avvolge; in ogni momento possono essere aggrediti in vario modo, con pretesti veri o falsi che diventano vere e proprie costruzioni di una realtà fittizia atta a incastrarli, e questo vuol dire che qualsiasi cosa tu faccia o non faccia, c'è sempre qualcuno disposto a usarla contro di te e a rovinarti o a toglierti la vita. Cosa contengano quei corpi, quale mente, quale anima nella sua accezione più generale,  non ha importanza, lo scopo è distruggere la tua esistenza anche solo instillando una costante paura di esistere come persona. Questo inevitabilmente porta all'annientamento della personalità e alla crescita di una rabbia distruttrice di sé ma anche degli altri.

La contiguità con la paura diventa contiguità con la morte, la maggiore capacità di difesa all'interno di un clan aumenta la potenzialità di violenza, anche all'interno della propria comunità: se la propria singola vita non ha valore anche quella degli altri non ne ha. L'alternativa è l'auto distruzione individuale: smorzare la paura e la rabbia con l'alcool o la droga.


"Anche se la morte prendeva molte forme, anche se la gente moriva presto in molti modi diversi, la morte in sè era molto semplice e anche la causa era semplice: semplice come un'epidemia: si era ragazzi che non valevano un cazzo e tutto quello che vedevano attorno stava lì a confermarlo: Lottavano, lottavano, ma cadevano come mosche e si riunivano al mucchio di immondizia delle loro vite, come mosche." (pag.41)

Stupisce infatti, leggendo il libro di Ryan Gattis, "Giorni di fuoco"** sulla rivolta di Watt LA del '92, non tanto l'estrema violenza, anche gratuita, che in quei giorni sconvolse la città, ma l'indifferenza verso la morte non solo degli altri ma anche propria. L'unica cosa che aveva valore per i giovani componenti delle gang che vi presero parte era l'appartenenza al gruppo, unico luogo sociale dove trovare la propria identità negata; la morte e la sofferenza erano messe in conto, il valore da salvare era la fedeltà alla banda e la vendetta.  Se come dice Toni Morrison "Uno scopo del razzismo è identificare un estraneo così da definire il proprio sé"*** quando si è inseriti nell'estraneità da una buona parte della società, una delle armi che rimane è crearsi altri estranei nei confronti dei quali affermarsi come entità specifica. 

James Baldwin, però, nel suo libro non vuole parlare di rabbia, ma di amore, di relazioni interpersonali autentiche come reazione alle continue ingiustizie perpetrate, enucleando personaggi che ne sono portatori in vario modo.
Un ragazzo, Fonny, e una ragazza, Tish, si conoscono da quando erano piccoli e da allora sono stati sempre insieme, si sono innamorati l'un dell'altra di un amore profondo, sincero, sono carichi di vita e di speranze: fanno progetti per la loro vita insieme, avranno un bambino. Una situazione normalissima se fossero bianchi, ma sono neri. Hanno lavori precari, non soddisfacenti e anche umilianti, la loro condizione è sotto la spada di Damocle degli imprevedibili eventi che il razzismo potrebbe mettere in atto contro di loro. Lui ha una passione, scolpisce il legno e anche la pietra ed è questo, oltre all'amore per Tish, che gli darà una ragione di vita, anche quando verrà incolpato e incarcerato per uno stupro che non ha commesso: un poliziotto bianco, simbolo del peggiore e radicato razzismo americano, costruisce le prove contro di lui.  Intorno ai due giovani ci sono le loro famiglie: unita, comprensiva, amorevole quella di lei, sia nel comportamento dei genitori che della sorella più grande, più conflittuale quella di lui, con un padre attento, carico di umanità e disponibilità, una madre invasata di fanatismo religioso e due sorelle che mancano non solo di autenticità personale, ma anche di identità perché perse in quella terra di nessuno che è il meticciato, non abbastanza bianche, non abbastanza nere.
I due padri, la madre e la sorella di Tish, danno il loro massimo, anche rischiando personalmente, per aiutare Fonny a scagionarsi; una serie di amici, (guarda caso un ebreo, alcuni sudamericani e una italiana) sono solidali con la coppia, anche l'avvocato bianco farà onestamente del suo meglio per tirare fuori Fonny dal carcere. Tish, con il suo bambino in grembo, è protetta dalla sua famiglia con amore e con orgoglio.

Non è la rabbia, nè la violenza a muovere i personaggi ma l'affetto che li lega, il rispetto, pur nella consapevolezza della violenza e della precarietà che minaccia la loro vita, Baldwin oppone all'ordinaria ferocia del razzismo - polizia, sistema giudiziario, "razza" bianca - l'ordinaria storia d'amore tra due ragazzi e la solidarietà di chi li circonda.
E' Tish la voce narrante, all'inizio con uno stile più sincopato ma che poi si distende nel raccontare la sua storia, intercalando il presente con flashback del passato. L'amore contro l'odio, la solidarietà all'interno del gruppo contro la violenza della strada.
Il periodo in cui si svolge sono i primi anni '70, il luogo Harlem.  Il titolo originale è "If Beale Street could talk" e Baldwin scrisse: «Beale Street è una strada di New Orleans****, dove sono nati mio padre, Louis Armstrong e il jazz. Ogni afroamericano nato negli Stati Uniti è nato in Beale Street, è nato nel quartiere nero di qualche città americana, sia esso a Jackson, in Mississippi, o Harlem, a New York. Beale Street è la nostra eredità. Questo romanzo parla dell’impossibilità e della possibilità, della necessità assoluta, per dare espressione a questo lascito. Beale Street è una strada rumorosa. Lascio al lettore il compito di discernere un significato nelle percussioni dei tamburi».
Quindi quella del titolo è la strada, quale essa sia, all'interno dei vari ghetti afro-americani delle varie città d'America, dove si incontrano e si scontrano le contraddizioni sociali, dove ci si esprime con la musica, con la danza, retaggio di quella Congo Square di NO, dove gli schiavi all'inizio del'800, godendo di possibilità escluse in altri luoghi del sud statunitense, si riunivano la domenica per suonare ballare, fare commercio e avere un pò di tempo "libero". 

lunedì 11 febbraio 2019

Gruppo di lettura "L'altro/2": “VOCI DEL VERBO ANDARE” di Jenny Erpenbeck -Edito da Sellerio

      
  psico-recensione di Patrizia Vincenzoni

Un libro corale, una polifonia di voci sempre più udibili nel corso della lettura, orchestrata da  un uomo in là con gli anni, un professore di filologia classica che incontra in prima persona la realtà dei migranti e delle loro esistenze, rese oltremodo precarie da una burocratizzazione e da un rimpallo sistematico fra i paesi europei. Incontriamo Richard, da pochi giorni in pensione, impegnato a cercare di dare un senso nuovo al tempo che si è  spalancato nella sua esistenza.
Questo tempo libero, non organizzato da impegni programmati, lo catapulta in un vuoto di senso. 
Si ripete che darà spazio al piacere di leggere romanzi, di ascoltare musica. Di viaggiare. Ma dove mettere il pensiero? Che farne,ora? Si chiede.
Lo smarrimento dell’uomo è palpabile, fra le righe, mentre cerca di aggrapparsi, per sovrastare la sensazione di vuoto incipiente, a qualche domanda che riguarda la sua vita affettiva, divisa e giocata sul restare ai bordi, sul non definirsi nella relazione con la moglie deceduta cinque anni fa e con l’amante che, dopo anni, infine lo ha lasciato. 
Dalla scrivania dove siede vede il lago di fronte alla casa. E dentro c’è un uomo che giace ancora sul fondo, annegato in giugno mentre  faceva il bagno. 
Questa immagine assume un carattere simbolico, inconscio, di istanza psichica che chiede di essere portata in superficie, alla luce. La  figura dell’annegato ricorre spesso nel percorso che Richard compie per arrivare a comprendere, e non solo intellettualmente, come vivere la sua esistenza in modo nuovo e più compiuto. Senza divisioni interiori, senza logiche binarie esasperate in quanto uniche per interrogare la realtà .
La Berlino riunificata è la città dove vive ormai da più di vent’anni nella zona est, prima DDR.
Le tematiche della  visibilità/invisibilità  e  della divisione/riunificazione percorrono tutto il romanzo, specificandosi attraverso l’incontro inatteso che Richard fa con i migranti, dieci uomini dalla pelle nera che vede radunati davanti al Municipio decisi a non mangiare, a non bere. A non dare il proprio nome alla polizia. Prima del nome proprio, infatti, è fondamentale essere riconosciuti come uomini.
“ WE BECOME VISIBLE” è scritto a mano su un cartello di cartone poggiato su un tavolino e l’intenzione dichiarata nel messaggio diventa per Richard un marcatore affettivo, una domanda che lo interroga a tutto tondo, lo spinge in modo sempre più consapevole a rinunciare alla ‘comfort zone’ nella quale vive da tempo.

venerdì 1 febbraio 2019

Gruppo "Al cinema con MVL"

Maria Vayola
Gli ultimi due film che il gruppo "Al cinema con MVL" ha visto e su cui ha conversato sono Roma di  Alfonso Cuarón e Cold War di Paweł Pawlikowski.

 Roma di Alfonso Cuaron

Il film inizia con l'immagine dell'acqua che scorre e si ritrae sul pavimento del cortile della casa dove Cleo, la domestica india, lavora senza sosta al servizio di una famiglia medio borghese di origine europea, nel quartiere Roma di Città del Messico. Scorre e si ritrae come il dolore che abita gli animi delle donne protagoniste del film, mentre gli aerei solcano il cielo in un andirivieni continuo.
Sulla scia dei ricordi della sua infanzia, per onorare quella che fu la sua tata, il regista costruisce un film asciutto e intenso intorno alla sua figura, mettendo a nudo le diseguaglianze sociali che collimano con le diversità etniche e di genere.
Cleo, insieme ad un'altra domestica sempre india, lavora incessantemente dalla mattina alla sera senza soluzione di continuità tanto che far finta di morire le appare come un gioco che dà pace.
Si occupa anche dei bambini con cura amorevole e la dedizione di una madre, tanto da rischiare la propria vita per loro. La sua vita però è stretta nella gabbia della discriminazione in cui è costretto il suo popolo da quando la colonizzazione europea ha fatto scempio delle loro vite, terre, culture; le contraddizioni non tardano a scoppiare, siamo nei primissimi anni '70, in manifestazioni che vengono sedate a colpi di pistola dalle milizie private sorrette dal governo.
Il volto di Cleo esprime la sua dolente situazione ma si apre a dolci sorrisi affettuosi quando si relaziona con i bambini, afferma il suo essere umano con dignità, amorevolezza e rispetto per gli altri. Il suo isolamento sociale verrà scalfito solo dalla solidarietà che la sua "padrona" le riserberà per l'innestarsi di una solidarietà femminile tra donne che "non possono che essere sole, sempre" ma i ruoli sociali, tra loro due, di fatto non vengono alterati da questo.
Messico, terra di deserti, di terremoti, di conquista, di contrasti in un bianco e nero luminoso che quasi abbaglia e contorna le figure e gli animi.
In una intervista il regista ha detto: "Ci sono periodi nella storia che lasciano cicatrici nelle società, e momenti nella vita che ci trasformano come individui. Tempo e spazio ci limitano, ma allo stesso tempo definiscono chi siamo, creando inspiegabili legami con altre persone, che passano con noi per gli stessi luoghi nello stesso momento. Roma è il tentativo di catturare il ricordo di avvenimenti che ho vissuto quasi cinquant’anni fa. È un’esplorazione della gerarchia sociale del Messico, paese in cui classe ed etnia sono stati finora intrecciati in modo perverso. Soprattutto, è un ritratto intimo delle donne che mi hanno cresciuto, in riconoscimento al fatto che l’amore è un mistero che trascende spazio, memoria e tempo."

lunedì 21 gennaio 2019

Gruppo di lettura "L'altro/2"

Ho pensato di scrivere qualcosa su due dei libri letti per il gruppo di lettura "L'altro/2"; naturalmente è il mio punto di vista che si è formato sia durante la lettura individuale che durante la discussione del gruppo. L'intento di questo post è anche quello di sollecitare, attraverso i commenti, un confronto più ampio e articolato delle varie opinioni.

Maria Vayola

"Un pallido orizzonte di colline" di  Kazuo Ishiguro

Divisa tra Giappone e Inghilterra, Nagasaki e i dintorni di Londra, passato e presente, il personaggio Etsuko  ci racconta in toni sfumati, in frasi sospese e parole pacate, il vuoto di esistenze sopravvissute alla bomba atomica. I personaggi, uomini donne e bambini devono ricostruirsi una vita barcamenandosi tra quello che erano, quello che sono e quello che potrebbero essere.
La loro quotidianità, la loro cultura è stata squarciata, prima da bombardamenti furiosi e poi dai funghi atomici che, non solo nelle città colpite, ma in tutta la nazione hanno creato uno sconcerto esistenziale, una demarcazione tra il prima e il dopo, un'insicurezza generale rafforzata dall'occupazione americana del dopo guerra.
Di questo non se parla apertamente nel libro, è qualcosa che aleggia all'interno della narrazione, è qualcosa che noi sappiamo essere successa, ma che non viene affrontata direttamente, si riflette nell'indeterminatezza dei personaggi, nell'atmosfera fumosa che si respira.
Una vena di tradizionalismo serpeggia tra i protagonisti, più marcata tra quelli più anziani e negli uomini impauriti dalla perdita dei privilegi all'interno della famiglia nel rapporto con le loro mogli e i loro figli, mentre le donne reagiscono con maggiore duttilità anche se a volte in modo scomposto lasciandosi trascinare in situazioni poco rassicuranti.
Le vicende personali, la più drammatica quella di Etsuko che ha perduto una figlia che si è suicidata, non trovano soluzioni, niente si affronta veramente, nulla è risolto, tutto - fatti e personaggi - rimane sospeso, come una sequenza armonica senza risoluzione.
L'altro con cui entrare in contatto, è sia esterno: la situazione storica, la società che si modifica in modo forzato, il rapporto tra persone con diversi vissuti, caratteri, prospettive che si trovano a vivere lo stesso periodo storico; sia interno: l'eterno conflitto dualistico di chi non sceglie di cambiare ma ci è costretto, facendo anche i conti con le proprie storie e fragilità individuali.
Lo sguardo di Etsuko verso l'esterno non riesce ad individuare una meta definita, ma si scontra contro l'evanescenza di un pallido orizzonte di colline.

mercoledì 2 gennaio 2019

Gruppo di lettura "L'altro/2":Didier Eribon, Ritorno a Reims


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Roberta Rondini

Didier Eribon è autore importante e famoso in Francia, come sociologo più che romanziere, un intellettuale impegnato, punto di riferimento per i gender studies e questo scritto è un sasso nello stagno del suo percorso professionale che getta una luce vivida e originale, per le analisi e i retroscena personali e sociali che racconta, sull’intera questione che lega omosessualità, svantaggio sociale e riuscita professionale.
Difficile da sintetizzare, la trama prende le mosse da un riavvicinamento dello scrittore alla madre, in conseguenza della scomparsa del padre, con la visita alla casa paterna nella città di origine dalla quale Eribon si era allontanato molti anni prima, abbandonando anche i legami famigliari più prossimi: 
“Quando ripenso agli anni della mia adolescenza, Reims non solo mi appare come il luogo di un radicamento familiare e sociale che avevo bisogno di lasciare per esistere altrimenti, ma in egual misura (e questo fu altrettanto determinante in ciò che orientò le mie scelte) come la città dell’insulto. Quante volte qui sono stato trattato da “frocio” o con altre parole equivalenti?”. 

Il ritorno a casa, dunque, è l’occasione per ripensare la propria vita e le proprie scelte in una sorta di scavo interiore, effettuato senza benevolenza, necessario per capirsi, disvelando azioni e comportamenti del passato. Un percorso di vita scandito dalla consapevolezza di essere “diverso”, perché omosessuale e appartenente a una classe subalterna, per cui la scelta di continuare a studiare si concretizza in un distacco lacerante con le proprie origini, in una trasformazione genetica della sua persona e nel ripudio di quanto legato al passato, alla provenienza sociale e alla famiglia. Una posizione e una nudità sociale fragili che si sarebbero ricomposte solo con la volontà e con lo studio, uniche armi praticabili: 
“Quello che sono oggi prese forma dall’incrocio di questi due percorsi: ero venuto a Parigi con la doppia speranza di vivere liberamente la mia vita gay e di diventare un intellettuale”. 

Ecco, il libro è anche questo, un’analisi a posteriori per riparare a un “errore” commesso dal sociologo, quello di aver utilizzato nei suoi studi l’identità sessuale come unica ipotesi scientifica in grado di spiegare la sua subalternità sociale, e non aver esteso l’osservazione al “primo” conflitto, quello tra la borghesia (e quindi alla sua scelta di appartenervi, camuffandosi, studiando e usando parole alte) e la classe sociale di appartenenza, proletaria prima che operaia.
Il libro può essere faticoso e complicato da leggere ma, anzitutto, è stato difficile da scrivere;  necessariamente scandito da continui rimandi a saggi e studi filosofici e sociali, con dovizia di citazioni e note, come si fa quando si redige una prosa scientifica, è una sorta di confessione sofferta, dolorosa da sviscerare e per questo puntellata costantemente dall’appoggio della ragione e degli alti strumenti teorici a disposizione, più che del sentimento e dello sfogo letterario. 
Inizialmente una scelta che mi aveva infastidito, che rendeva la lettura faticosa e impervia, una specie di fortino dotto dentro il quale si era asserragliato l’io narrante nel tentativo di motivare e giustificare scelte personali alquanto radicali: 
“Non andai ai funerali di mio padre. Non avevo voglia di rivedere i miei fratelli, non ero più in contatto con loro da più di trent’anni”.