mercoledì 2 gennaio 2019

Gruppo di lettura "L'altro/2":Didier Eribon, Ritorno a Reims


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Roberta Rondini

Didier Eribon è autore importante e famoso in Francia, come sociologo più che romanziere, un intellettuale impegnato, punto di riferimento per i gender studies e questo scritto è un sasso nello stagno del suo percorso professionale che getta una luce vivida e originale, per le analisi e i retroscena personali e sociali che racconta, sull’intera questione che lega omosessualità, svantaggio sociale e riuscita professionale.
Difficile da sintetizzare, la trama prende le mosse da un riavvicinamento dello scrittore alla madre, in conseguenza della scomparsa del padre, con la visita alla casa paterna nella città di origine dalla quale Eribon si era allontanato molti anni prima, abbandonando anche i legami famigliari più prossimi: 
“Quando ripenso agli anni della mia adolescenza, Reims non solo mi appare come il luogo di un radicamento familiare e sociale che avevo bisogno di lasciare per esistere altrimenti, ma in egual misura (e questo fu altrettanto determinante in ciò che orientò le mie scelte) come la città dell’insulto. Quante volte qui sono stato trattato da “frocio” o con altre parole equivalenti?”. 

Il ritorno a casa, dunque, è l’occasione per ripensare la propria vita e le proprie scelte in una sorta di scavo interiore, effettuato senza benevolenza, necessario per capirsi, disvelando azioni e comportamenti del passato. Un percorso di vita scandito dalla consapevolezza di essere “diverso”, perché omosessuale e appartenente a una classe subalterna, per cui la scelta di continuare a studiare si concretizza in un distacco lacerante con le proprie origini, in una trasformazione genetica della sua persona e nel ripudio di quanto legato al passato, alla provenienza sociale e alla famiglia. Una posizione e una nudità sociale fragili che si sarebbero ricomposte solo con la volontà e con lo studio, uniche armi praticabili: 
“Quello che sono oggi prese forma dall’incrocio di questi due percorsi: ero venuto a Parigi con la doppia speranza di vivere liberamente la mia vita gay e di diventare un intellettuale”. 

Ecco, il libro è anche questo, un’analisi a posteriori per riparare a un “errore” commesso dal sociologo, quello di aver utilizzato nei suoi studi l’identità sessuale come unica ipotesi scientifica in grado di spiegare la sua subalternità sociale, e non aver esteso l’osservazione al “primo” conflitto, quello tra la borghesia (e quindi alla sua scelta di appartenervi, camuffandosi, studiando e usando parole alte) e la classe sociale di appartenenza, proletaria prima che operaia.
Il libro può essere faticoso e complicato da leggere ma, anzitutto, è stato difficile da scrivere;  necessariamente scandito da continui rimandi a saggi e studi filosofici e sociali, con dovizia di citazioni e note, come si fa quando si redige una prosa scientifica, è una sorta di confessione sofferta, dolorosa da sviscerare e per questo puntellata costantemente dall’appoggio della ragione e degli alti strumenti teorici a disposizione, più che del sentimento e dello sfogo letterario. 
Inizialmente una scelta che mi aveva infastidito, che rendeva la lettura faticosa e impervia, una specie di fortino dotto dentro il quale si era asserragliato l’io narrante nel tentativo di motivare e giustificare scelte personali alquanto radicali: 
“Non andai ai funerali di mio padre. Non avevo voglia di rivedere i miei fratelli, non ero più in contatto con loro da più di trent’anni”.