venerdì 7 marzo 2014

Il libro che fa impazzire: Il Re in Giallo (una maledizione americana)

True detective:
Black stars rise in Carcosa
G. Luca Chiovelli

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Storia del Necronomicon, il libro maledetto

H. P. Lovecraft, L'uomo che sussurrava nelle tenebre

1842. Edgar Allan Poe (1809-1849) pubblica La maschera della morte rossa.
Il principe Prospero, per evitare il contagio della pestilenza, si rifugia in una abbazia sconsacrata, assieme a una brigata di scelti cortigiani, eleggendola a luogo di delizie.
Una sera, durante un festino, si insinua nella corte una figura mascherata: le fattezze riproducono il volto d'un cadavere morto per l'epidemia; gli abiti sono schizzati di scarlatto:

"Allora, chiamando a raccolta il coraggio violento della disperazione, una folla di maschere si precipitò nella sala nera; ma afferrando lo sconosciuto che stava diritto e immobile come una grande statua nell’ombra dell’orologio di ebano, tutti si sentirono soffocati da un terrore indicibile, vedendo che sotto il lenzuolo e la maschera cadaverica che avevano abbrancata con sì violenta energia non si trovava nessuna forma tangibile ..."

Non ha maschera? Non ha maschera: è, essa stessa, la Morte Rossa.
Il principe, i cortigiani, i soldati, muoiono uno dopo l'altro.
La Morte pianta il vessillo definitivo nelle stanze patrizie.

1886. Il misantropo e cinico Ambrose Bierce (1842-1914) pubblica Un abitante di Carcosa (An inhabitant of Carcosa), dove è citato l'immaginario Libro segreto di Hali:

"Poiché diversi sono i modi di morire, alcune volte il corpo rimane; altre volte svanisce con lo spirito. Ciò avviene comunemente con la solitudine e, nessuno assistendo alla sua fine, noi diciamo che l'uomo e perduto o ha intrapreso un lungo viaggio: il che in verità ha fatto; ma alcune volte e accaduto alla vista di molti, come numerosi testimoni asseriscono ..."

Nel racconto il protagonista medita lungamente l'opera e gli insegnamenti del filosofo Hali; in tal modo, passo dopo passo, arriverà a capire d'esser già morto: la rivelazione coinciderà col suo arrivo nella "celebre e antica città di Carcosa", le cui rovine divengono metafora della futilità dell’esistenza umana.
Bierce potrebbe aver derivato il nome di Carcosa da Carcas, antico nome della città di Carcassonne, nella Francia meridionale; oppure, più brutalmente, da carcass, carogna.
Robert William Chambers

1895. Robert William Chambers (1865-1933) pubblica Il re in giallo, una raccolta di dieci racconti, sospesi tra fantastico e decadentismo; i primi quattro (Il riparatore di reputazioni, La maschera, Nella corte del drago e Il segno giallo) sono legati tematicamente fra loro: in essi ricorrono, infatti, come cerchi concentrici, tre elementi sovrannaturali:
Un libro maledetto, Il re in giallo, che ha il potere di far impazzire.
Un entità maligna e onnipotente, chiamata Il Re in Giallo.
Il segno giallo, simbolo traverso cui tale forza malefica si manifesta.
Il libro maledetto, strutturato in due atti, come una tragedia elisabettiana o giacobita del Seicento inglese, è ambientato a Carcosa, sulle rive del lago Hali.
D'esso ci restano, necessariamente, dei brandelli.
Sappiamo che in Carcosa vive una dinastia imperiale o regale.
Conosciamo solo due nomi coinvolti in tale tragedia: Cassilda e Camilla.
In Carcosa (di cui ignoriamo l'ubicazione: terrestre, aliena o infernale) si celebra il culto delle stelle nere: Iadi e Aldebaran.
Altri nomi citati sono: Yhtill, Dehme, Hastur.
Hastur, nome che compare per primo in un racconto di Bierce, Haïta the shepherd (1893), è, forse, un luogo o il nome stesso della divinitè negativa: il Re in Giallo (Hastur = Colui che non deve essere nominato).
Ed ecco una breve storia del libro desunta dal primo racconto di Chambers, Il riparatore di reputazioni:


giovedì 6 marzo 2014

La Grande Bellezza, uccisa dall'Eterno Presente

La Grande Bellezza. Irrecuperabile, ormai.
Abbiamo distrutto troppo.
Sorrentino ha ragione. Siamo proprio così. Gaglioffi, stupidi.
Ma la sua diagnosi è troppo semplicistica.
Nazionale, limitata.
Il cancro, invece, è globale. E ci condurrà a morte.
Condurrà al patibolo soprattutto noi Italiani, che abbiamo da perdere più di tutti.
Il film di Sorrentino dice la verità, ma patisce la medesima malattia terminale.
Non ha profondità, né radici nel passato, né vero amore per ciò che mostra.
È grossolano; poeticistico; a tratti scipito.
Il film splende come documento sociologico di primaria importanza: è una fotografia credibile del declino contingente, ma ammorbata dagli stessi bacilli del declino.
Scevro da qualsiasi genialità, gli è impossibile sublimarsi in arte.
La speculazione a Tor Chiesaccia, sulla Laurentina.
La morte della Grande Bellezza.
Torre e chiesa medioevali assediati dall’edilizia schizoide.
Un panorama immortale della campagna romana ormai svuotato di senso.
La campagna romana, cantata da Goethe, Byron, Stendhal, Andersen, Fenimore Cooper, Turgenev, Gogol, Chateubriand.
Dipinta da Poussin, Gellèe, Hackert. 
La torre: un monolite kubrickiano, incomprensibile.
Il Passato custodiva la Grande Bellezza.
Ma il Passato è ideologicamente abolito.
Se non c'è Passato non c'è Futuro.
Chiaro, adamantino, cristallino.
C'è solo il presente. L'Eterno Presente.
La schizofrenia di massa. La rottura definitiva con ciò che dava senso alle cose.
Il Passato.
L'Eterno Presente: vivido, allucinatorio, catatonico, reiterato, ipnotico come un caleidoscopio minimalista vissuto sull'I-phone.
La Chiesaccia. 
Senza passato, senza linguaggio, incapace di comprendere la realtà che egli scambia per un seducente ologramma, lo schizofrenico globale è ridotto a un’ebetudine tanto più patetica quanto più goduta in un tripudio orgiastico e virtuale.
Egli ignora la semplice profondità del Tutto; o la delicata complessità che la struttura.
Sbava la propria crassa soddisfazione.
Ogni tanto, però, un barlume di senso o una fitta di indefinibile nostalgia lo colpisce; allora reagisce violento come un paziente irreversibile, incapace di riguadagnare la sanità, il senno perduto nella città della follia dove signoreggia, solo, il Re del Mondo.
Bollettini giornalieri d’una guerra ideologica:
Palazzo Lovatelli ridotto a parcheggio.
Zumba e ginnastica a Santa Maria della Scala a Siena, gioiello del Medioevo.
Sventramento del giardino secentesco a Palazzo Spada.
Il panorama secolare di Tor Chiesaccia annichilito dagli appalti milionari goduti dal Trimalcione romano, il Palazzinaro Ottimo Massimo.
Non è neanche più degrado o incuria.
E neanche colpa del Palazzinaro.
È una corsa travolgente verso l'Eterno Presente.
Mi sono sempre chiesto, da adolescente, compulsando gli esigui testi di storia di medie e liceo: come è possibile? Come è possibile tutto questo? Come è stato possibile che interi popoli siano stati rapiti da vortici d'insensatezza? Perché hanno preferito autodistruggersi piuttosto che tentare un ultimo, disperato assalto al cielo? Quale vento li ha trascinati? Perché hanno scelto, deliberatamente, di combattere i migliori, di sacrificare la parte ancora viva di se stessi? Perché i totalitarismi, le guerre, o l’ignavia, quando la soluzione era a portata di mano?
Perché queste rovine? I milioni di morti, le biblioteche sventrate, i monumenti sbriciolati?
Ora lo so.
È un sortilegio? Oppure è il Re del Mondo che uncina il nostro cuore? C'è un'entità maligna che segna i nostri passi? Un Re in Giallo? Oppure una confraternita segreta dirige i destini dell'umanità? E se l'avessimo costruito noi tale mostro? Un Golem che si ritorce contro il proprio creatore. Montato, pezzo a pezzo, in decenni d'indifferenza; un cumulo di arti ritorti, il busto incavato e deforme, il volto dalle occhiaie cave e oscure.
Finché, una notte, una scintilla lo anima. Lo sguardo prende vita, improvvisamente. Straniero. Da allora egli è padrone del suo antico padrone.

La corruzione. Dilagante. Travolge qualsiasi sacca di resistenza: partiti, accademia, associazionismo, sindacalismo. La scuola.
Tor Chiesaccia: delibera varata dal centrodestra, ma confermata dal centrosinistra.
Le prove! Trovatele voi. Io lo so e basta.
Chi dovrebbe vigilare non vigila.
Sovrintendenze, tutori legislativi, ministeri, collegi di garanzia, forze dell'ordine, addetti alla tutela ambientale, magistrature d'ogni ordine e grado: inutili.
Un vento agita le lacere vesti del Re del Mondo, composte di sussurri.
Il Carnevale degli appestati in Nosferatu di Herzog: i Baccanali prima della fine.
Lo spirito del tempo. Trombe, coriandoli, asini sul trono, sghignazzi.
Impossibile opporsi.
 * * *
Non ci sono soldi! Vendiamo il Passato!
Dobbiamo onorare il debito! Vendiamo il Futuro!
Ho voglia di starmene a casa! Col mio Eterno Presente!
Ma non è colpa vostra. Il mostro ha rotto le catene.
È il Golem, il Re in Giallo, il Re del Mondo.
Di notte, quando tutto si placa, obliato lo schermo azzurro del pc, potrete avvertire lo strascico della sua veste da clown psicopatico.
Questo straccione, questo imperatore del Nulla, quanti tributi e sacrifici esige!
* * * 
La scuola, Tor Chiesaccia, Monte Cucco, i monumenti schiantati sulla Casilina, Pompei, la storia dell'arte, il latino, la filosofia.
Prove tecniche di distruzione. Tutto i fili che collegano lo ieri all'oggi, creando il futuro, vanno tranciati.
Ma si insiste:
Quali prove hai?
Occorre produrre delle prove ...
Lasciamo le considerazioni sulla scuola a chi capisce e vive la scuola ...
I tecnici della scuola ...
Il provveditorato ... La sovrintendenza ... Le Belle Arti ... Il Ministro ... Il Ministro ce la mette tutta ...
Lasciare il campo a chi ha competenze ...
Le competenze di chi opera nella scuola ...
Ma io non ho bisogno di prove.
Lo so e basta.
 * * *
L'uomo dell'Eterno Presente, il vincitore, si annoia molto.
L'uomo del Passato, lo sconfitto, ama annoiarsi. L’amore: condividere lunghe ore fatte di niente.
Il vincitore ha paura. Sussulta a ogni trillo, a ogni bip, a ogni colpo di suoneria. La sua attenzione è vigile, sempre. Deve muoversi di continuo, come il criceto nella ruota. Edonista, ha un abietto terrore della fine.
Lo sconfitto non ha orologio. La morte gli è indifferente.
Il vincitore disprezza quasi tutto; trova quasi tutto ridicolo; solo il presente lo appaga e lo riempie di senso.
Lo sconfitto non disprezza più nulla perché tutto ha senso alle sue spalle.
Il vincitore venera fantocci imbottiti di paglia.
Lo sconfitto sgrana rosari fatti di pietra e ossa.
Del vincitore Eraclito direbbe: presente, egli è assente.
Dello sconfitto: egli vive della morte degli altri; muore per la vita degli altri.
Il vincitore è alla fine della storia. Non ha interesse all'oltre. Può solo migliorare il presente. Non opera collegamenti. Tutte le strade portano a lui stesso.
Lo sconfitto pianta la spada nella terra; e aspetta: l'Arcinemico, il Drago, la Bestia, il Re del Mondo, il Re in Giallo. Spera almeno in una battaglia.

mercoledì 5 marzo 2014

Laboratori Officina poesia 2014/Appunti sul III incontro



appunti I incontro
appunti II incontro

Raethia Corsini
Il programma del terzo incontro aveva come titolo:  Ritmo e voce nella tradizione poetica italiana. 
Primo viaggio attraverso i classici: Dante, Petrarca e gli altri.
Dopo una prima ora trascorsa (soprattutto) ad ascoltare la poetessa e docente Sonia Gentili, che ci ha donato alcune parole chiave per ri-entrare nel mondo dei classici, come spesso accade durante i laboratori, che sono dei lavori in corso, la conversazione è virata sul rapporto tra poesia e immagine grazie a uno stimolo dato da una delle partecipanti nell'incontro precedente. Se ne è parlato quindi con Sonia Gentili e una sua ospite, l'artista Teresa Iaria. Di seguito le parole chiave di questo incontro che ha mosso i suoi passi dalla lettura di quattro brani: 

Guido Cavalcanti, Donna me prega
Dante Alighieri, Al poco giorno
Francesco Petrarca, Rerum vulgarium fragmenta, XXX


Key-words

Sulla poesia classica

Dalla poesia scientifica e cosmologica a quella lirica, d'amore, intimista
Per i cavalcantiani l'amore è una questione "del mondo"
L'amore nasce intorno a un'immagine che tutta ci investe
La ripetizione ossessiva come forma di contenimento della follia
Forme metriche, temi lirici e follia
la metrica "deputata" è la sestina, tentativo di portare all'estremo lo stato ossessivo
Oltranza di un desiderio

martedì 4 marzo 2014

Origine del Carnevale nell'antica Roma

Pieter Bruegel il Vecchio,
Battaglia fra Quaresima e Carnevale
Di seguito un estratto dell'opera di Filippo Clementi, Il Carnevale romano dalle origini al secolo XVII, in due volumi. Il primo fu pubblicato nel 1899; il secondo, contestualmente alla ristampa del primo, nel 1939. 
Nel brano (una sintesi delle prime venti-trenta pagine dell'opera) Clementi delinea l'origine del Carnevale romano (che assurgerà a nuova gloria nel Rinascimento grazie al Pontefice Papa Giulio II) a mezzo tra i Baccanali dionisiaci e i Saturnali romani.
I Baccanali sono evocati nella loro licenziosità sfrenata; i Saturnali per il rimpianto di un'età dell'oro (saturniana, appunto) in cui gli uomini, immersi in un primitivo stato di natura, ignoravano le differenze di rango, ceto e genere. 
Notevoli le citazioni latine (in originale nel libro di Clementi): Marziale, Virgilio e, soprattutto, Publio Papinio Stazio, compagno di viaggio di Dante (e Virgilio) nel canto XXI del Purgatorio:

Ci apparve un’ombra, e dietro a noi venìa,
Dal piè guardando la turba che giace;
Né ci addemmo di lei, sì parlò pria, 
Dicendo: "O frati miei, Dio vi dea pace"

Stazio fu poeta amatissimo dall'Alighieri (lo credeva convertito al Cristianesimo) tanto che due celeberrimi episodi della Commedia (il conte Ugolino; Ulisse e Diomede) sono ispirati dalla Tebaide del napoletano. 

* * * * *

Il Carnevale è antico quanto il mondo. Il giorno in cui l'uomo fu creato per soffrire, sentì il desiderio ineluttabile dei godimenti. Ogni popolo ebbe quindi feste confacenti ai suoi costumi, alla sua cultura e nelle quali specialmente si rispecchia il carattere.
Dionisio portò agli uomini i suoi tripudi e il culto di lui presso i Greci fu appunto perciò più diffuso d'ogni altro. Col dono del vino, Dionisio allietava i cuori, scacciava le cure e i dolori, scioglieva dagli affanni. Per lui gli uomini venivano condotti a più gaia società: esso sintetizzava il godimento, l'allegria ...
Il culto di Dionisio ebbe da principio una forma semplice, ma pur lieta e gioconda. Plutarco ci descrive un corteggio. Portavansi innanzi un'anfora di vino e alcuni tralci, quindi veniva un capro, poi un uomo che recava un canestro di fichi. Ma su tale moderazione prevalse ben presto l'ebrezza sessuale, e le feste dionisiache si trasformarono in vere orgie furiose.
Da allora Dionisio ebbe il nome di Bacco ...
Su per le balze aspre e rocciose, alla luce rossastra delle fiaccole, passavano i fantastici cortei delle baccanti. Intorno si spandea l'assordante rumore dei flauti e dei timpani e si levava altissimo il grido di “enoì!” ... Egli [Dionisio], dalla muscolatura floscia quasi femminile, sedeva sul carro.  ... Intorno a lui folleggiavano le Menadi e le Bassaridi dalla lunga veste colorata, e strepitavano i fauni e i satiri coi tirsi. Le eleganti canefore graziosamente levavano in alto le loro canestre ricolme di arredi sacri; agitavano i grandi rami d'albero, i dendroferi e gli zampadoferi, scotendo le fiaccole di resina, suonavano cembali e campanelli. Le donne, invasate dal furore di Bacco, spesso nude o coperte con un lievissimo velo, con la destra ornata di edera e di frondi di viti, con i capelli sparsi sugli omeri, seguivano saltellando convulsamente il carro del nume. Alcune di esse circondavano il delicato corpo con serpenti vivi ....
Nel principio del VI secolo un greco passato in Etruria ci spargeva il fanatismo di Bacco.
...
Sembra che in Roma se ne facesse iniziatore L. Scipione, fratello dell'Africano il seniore ... Il Senato colpì quei riti con tutto il rigore della legge ... [tuttavia] più che a sopprimere questi riti, intese a moderarne l'eccessiva licenza ... Con le Dionisiache pubbliche e private, nelle quali gli iniziati al culto di Bacco si abbandonavano ad una estrema dissolutezza ed alle più turpi e nefande licenze, si svolgevano fino ai primi tempi i Saturnali, in cui patrizi, plebei, schiavi, in umana solidarietà, trascorrevano alcuni giorni nella più gioviale letizia.
In queste feste abbiamo l'origine del Carnevale romano. Erano celebrate in onore di Saturno, tra gli ultimi giorni di dicembre e il principio di gennaio, e in esse si figurava di ritornare alla semplicità dei costumi primitivi, alla eguaglianza degli uomini nella vita sociale, cioé all'età aurea di Saturno, quando l'uomo passava dalla barbaria alla civiltà .....
Questa rievocazione di un'aurea era portava uno sconvolgimento nella vita sociale: non si cercava che il piacere senza alcun freno: giovani e vecchi si abbandonavano ai sollazzi e ai banchetti. Nel periodo dei Saturnali (saturnalia agere) gli schiavi erano trattati dalle famiglie come padroni, con i quali scambiavano le vesti e talvolta da questi erano, perfino, serviti a mensa; avevano facoltà di dir loro ogni sorta di villanie, di rimproverarli nei loro difetti, di rinfacciare le umiliazioni patite nel loro stato di servitù ...
Così nei Saturnali spariva ogni differenza di casta, e si passavano intere notti in tripudi e pranzi sontuosi, sedendo tutti senza distinzione in egual posto al banchetto.

Alla mensa siede un solo ordine
Bambini, donne, plebei cavalieri, senatori

 … il popolo si pigiava nelle piazze per assistere ai giochi gladiatorii. Dovunque era tumulto: tutti comparivano in pubblico, chi col viso imbrattato di fuligine, chi con la maschera al volto ... Tutta la popolazione gettava la toga, indossava una veste slacciata detta synthesis, e metteva in testa il pileo - insegna dell'uomo libero (un berretto rotondo senza falda, simile ad un cappuccio di Pulcinella). Taluni poi erano coperti di cuffiotti, come i nostri domini, o indossavano altri goffi travestimenti. Era questa la pileata Roma di Marziale

Marziale, Epigrammi, XIV, 142

Mentre la toga normale si riposa felice per cinque giorni,
potrai indossare a buon diritto questa sopravveste [synthesis]

Né nel Carnevale mancava il getto dei confetti, di fiori e di frutta. Stazio nel descrivere la gazzarra dei Saturnali ci presenta una scena così viva, che pare di assistere alla baldoria del Corso. Dovunque - scrive - si veggono piovere confetture di ogni genere, noci di Prenestre, e susine di Damasco, zuccheri e biscotti pregiatissimi, formaggini, morselletti, dattili.

Stazio, Selve, I, 6, 9-20

Appena l'Aurora spingeva il sorgere del sole novello,
Già le leccornie cominciavano a piovere
Dalle corde a cui erano appese
(Questa rugiada Euro diffuse levandosi):
Tutto quello che di famoso cade dai noceti del Ponto
O dalle fertili colline idumee,
Tutta quello che la pia Damasco
Fa germogliare sopra i suoi rami
O che fa seccare l'ebosia Cauni,
Cade giù per fornire gratuitamente un immenso bottino;
Teneri pupazzetti di pasta e piccole focacce e dolci fatti col vino novello
Cadevan giù e grossi datteri senza che si vedesse da quale palma

… Ed eccoci ai giochi gladiatori, per i quali scendono sul foro squadre di donne ardite e pugnaci, come altrettante amazzoni, contro uno stuolo d'uomini, suscitando nella mischia fragorosi applausi da parte della folla spettatrice, tanto più vivi quanto più questa pare minacciosa di strage e morte.
E appena cade la notte dovunque si ode il suono di cedre, di trombe, di lire, mentre al teatro vaghe donzelle intrecciano danze, ed agili danzatrici spagnole, ballando, toccano timpani e cembali. Intanto scende dall'alto a volo una nube d'uccelli

Stazio, Selve, I, 6, 75-78

Frattanto con volo improvviso
Piombano dal cielo immensi nugoli di uccelli
Che gli abitanti della regione del sacro Nilo e dell'orrido Fasi,
Nonché i Numidi raccolgono quando soffia l'umido Austro

... Il loro cinguettio assorda di festevoli voci il cielo, e la folla scatta al grido di “Viva Saturno!”

Stazio, Selve, I, 6, 81-82

Innumerevoli voci si levano al cielo
Inneggiando ai Saturnali del Principe

Infine tutta la città si illumina di faci, onde la notte stessa perde il suo volto sotto tante luci.
Non a torto Stazio si domanda: chi potrà mai cantare le delizie di questo giorno, le liete mense, ricche di pregiato umore di Bacco? La fama di questi giorni - esclama - durerà viva finché il Tebro volgerà il suo corso al mare e avranno nome e ricordo il Campidoglio e Roma!!

Stazio, Selve, I, 6, 93-95

Chi potrebbe cantare gli spettacoli,
L'allegria permissiva, il festino, le mense gratuitamente imbandite,
I fiumi del generoso Lieo?

I, 6, 98-102

Quanti anni durerà la memoria di questo giorno!
Come il suo sacro ricordo non perirà per l'usura del tempo,
Finché i monti del Lazio e il padre Tevere,
Finché la tua Roma dureranno
E finche durerà sulla terra il Campidoglio,
Che tu restituisci al mondo!

Dicemmo come durante i Saturnali molti comparissero sulle vie col viso coperto da maschere. Ora è bene stabilire come l'origine della maschera rimonti in Roma agli antichi baccanali. I baccanti e le baccanti, nelle loro orgie, si tingevano da principio le gote col sangue delle vittime immolate al nume: adoperavano poscia il succo delle more e la feccia del vino. Nei saturnali gli schiavi specialmente s'impiastricciavano il volto di fuligine. Po venne l'uso della maschera: le primitive furono - ricorda Virgilio - di corteccia di alberi

Virgilio, Georgiche, II, 385-389

Così anche d'Ausonia i coloni, gente discesa da Troia,
Con versi rozzi scherzano e con riso libero,
E maschere mostruose si pongono, di cortecce vuote,
E te, Bacco, invocano nelle canzoni festose
E per le mascherine fragili appendono agli alti pini.

In seguito, perfezionandosi, si fecero maschere di legno colorato, di cuoio foderato di tela, di pasta di carta e perfino di metallo e di avorio: si giunse cosi a formarne intere perfino col collo e parte del petto, ed anche con mascelle mobili.
La maschera si usava nelle rappresentazioni sceniche. Vi era stata introdotta dall'attore Roscio Gallo ... Doveva risultare conforme al carattere del personaggio che si metteva in azione ... Capelli irti e sparsi annunziavano il dolore, capelli scarmigliati sulla spalla la sciagura. I giovani innamorati si adornavano di bionda capigliatura per sembrare Apollo ... Ma se l'origine della maschera carnevalesca si confonde con quella della maschera scenica, l'una e l'altra trovarono sempre ... la prima ragione d'essere in opposti sentimenti. La maschera scenica servì a rappresentare tutte le diverse passioni di cui l'anima umana è capace, onde se ne ebbero di comiche e di tragiche, per modo da provocare negli spettatori il riso e il terrore ... Al contrario la maschera carnevalesca ... serviva semplicemente a celar la vergogna di color che ci prendevano parte, permettendo ogni sorta di pazzie.

Consigli di lettura

Filippo Clementi, Il Carnevale romano dalle origini al secolo XVII, 1939 (1^ ed. 1899)
Stazio, Opere, Utet, 1980 (cura di Antonio Traglia e Giuseppe Aricó)
Virgilio, Opere, Utet, 1971 (Cura di Carlo Carena)
Marziale, Epigrammi (cura di Simone Beta), Mondadori, 1994

domenica 2 marzo 2014

Le note di leo/Risposta al quiz e non solo

Un appuntamento con la musica, per traghettarci dalla domenica al lunedì.


Leonardo Castellucci*

Qualcuno di voi è andato molto vicino alla soluzione, ma non ha dato la risposta "regolamentare". 
Sì, ciò che accomuna il brano di Paradisi e quello di è la sigla dell'intervallo Rai, risultato della Geniale unione dei due brani. Inizia Paradisi, prosegue Handel con l'adagio, oltre a qualche piccola, folgorante licenza di chi pensò il delizioso matrimonio. Licenza utile a meglio amalgamare i brani.

Riascoltate di nuovo i brani uno di seguito all'altro senza interruzioni.


   Paradisi



Händel



Intervallo Rai




E siccome questo è diventato un gioco, continuiamo a giocare: mettendo insieme i due pezzi e confrontandoli col tema dell'Intervallo, vi pare che tutto sia risolto?

La risposta definitiva fra una settimana. 

E ora vi invito a passare ad altre note, con un piccolo omaggio a un grande scomparso il 26 febbraio scorso. 

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L'incipit della domenica - Stephen King, La Cadillac di Dolan

Il racconto è tratto dalla raccolta Incubi e deliri. È la storia di una vendetta: perseguita cautamente, passo dopo passo, negli anni, e quindi sempre sul punto di diluire la determinazione feroce del proposito nella rassicuranti secche della rinuncia. Lo diceva anche Amleto, dopo l’apparizione dello spettro: “I miei taccuini! I miei taccuini È giusto che ce lo scriva: che uno può sorridere e sorridere, ed esser sempre una canaglia!”: occorre sempre ricordare l’oggetto del proprio odio; allo stesso modo è necessario gettare continuamente della paglia sul fuoco dei propositi e attizzarne i carboni languenti.
La vendetta, un appressamento lento e doloroso, è anche una celebrazione dell’uomo medio (e del linguaggio medio). Come spesso capita in King, il perturbante è una rottura dell’ordine borghese (della middle class americana): anzi scaturisce proprio da questa: un lutto, un divorzio, un incesto, creano il disagio letterario entro cui il sovrannaturale si insinua raddoppiandone la portata.
In tal caso egli sostituisce al sovrannaturale un’avvincente trama gialla, ma lo schema è lo stesso: lutto, disagio, vendetta (rottura dell'ordine naturale) e, quindi, il doppio disagio letterario del lettore (borghese).
Tale estetica (o metodo di lavoro) spiega la popolarità planetaria di King (in un mondo, peraltro, che va uniformandosi alle strutture sociali statunitensi) e la freddezza con cui è accolto dai puristi della letteratura fantastica, specie ottocentesca, più sbilanciati sul versante metafisico ed estetizzante (e antiborghese: versante che include anche americani come Lovecraft e Chambers).

Stephen King
"La vendetta è un piatto da servire freddo"
Proverbio spagnolo

Ho aspettato e vigilato per sette anni. Lo guardavo andare e venire. Dolan. Lo guardavo entrare in ristoranti alla moda in smoking, ogni volta con una donna diversa al braccio, sempre fra le ali protettrici delle sue guardie del corpo. Ho visto i suoi capelli passare dal grigio ferro a un signorile color argento, mentre i miei si diradavano fino alla calvizie totale. L'ho visto lasciare Las Vegas per i suoi regolari pellegrinaggi sulla West Coast; l'ho visto tornare. Due o tre volte ho osservato da una strada secondaria la sua Sedan De Ville,
dello stesso colore dei suoi capelli, percorrere la Route 71, diretta a Los Angeles. L'ho anche osservato lasciare la sua casa sulle Hollywood Hills a bordo della stessa Cadillac grigia, per rientrare a Los Angeles, ma non molto spesso.
Sono insegnante. Gli insegnanti e i criminali d'alto bordo non hanno la stessa libertà di movimento; è solo un fatto economico della vita. Lui non sapeva che lo sorvegliavo, non mi sono mai avvicinato abbastanza perché se ne accorgesse. Sono stato prudente.
Ha ucciso mia moglie o l'ha fatta uccidere; non c'è differenza. Volete i particolari? Non li avrete da me. Se li volete, sfogliate i giornali vecchi. Si chiamava Elizabeth. Insegnava nella stessa scuola dove insegnavo e insegno ancora io. Insegnava alle prime elementari. I bambini l'adoravano ed è probabile che alcuni di loro non si siano ancora dimenticati di quanto l'amassero, anche se ormai sono adolescenti. L'amavo certamente io e l'amo ancora. Non era bella, ma era carina. Era riservata, ma sapeva ridere. La sogno. Sogno i suoi occhi nocciola. Non c'è stata nessun'altra donna per me. Né ci sarà mai.

sabato 1 marzo 2014

mvl teatro: Quando la platea è un mare in tempesta



Maria Cristina Reggio

"Non è colpa nostra se [i testi di Shakespeare] sono così contemporanei e rivendicano di essere riadattatì": così dichiara, appassionato, Valerio Binasco in unʼintervista al quotidiano il manifesto. Così viene anche da pensare ogni volta che si vede un riadattamento, anzi una "riscrittura" scenica sapiente, attraverso cui lʼinvenzione e la capacità del drammaturgo inglese di lavorare con le storie e le emozioni umane offrono ancora oggi la possibilità allo spettatore di porsi le stesse domande eterne che lo assillavano cinque secoli fa. Una riscrittura, quella di Binasco per La Tempesta della Popular Shakespeare Kompany al Teatro Vascello fino al 16 marzo , che, come quelle a firma di Peter Brook - citato sovente dal regista e attore,  come "maestro" di riferimento - invoglia alla rilettura del testo poetico, poiché la parola shakespeariana, soprattutto se privata da inutili orpelli scenografici, sa ben trafiggere  lʼanimo di chi la legge e, soprattutto, quando viene ben recitata,   di chi la ascolta. 

Niente nave, nessun mare in tempesta sul palco, niente più magia, ma solo un grande spazio vuoto delimitato da grandissime pareti che sembrano dipinte con grandi stesure di sangue rappreso e di fronte al quale noi, la platea, siamo il "mare", visto dagli attori che ci indicano, ci guardano. E noi, dal mare, immaginiamo di avere di fronte una spiaggia deserta, sui cui giace solo qualche ramo deformato dal sole e dal sale.  Sul palco gli stessi personaggi italiani inventati da Shakespeare, ma in modern dress, come quelli che gli spettatori sono ormai abituati a vedere sul piccolo schermo, nei talk show: alcuni vestiti come quelli che si incontrano nei palazzi del potere del nostro paese, con completi sobri con tenui colori, cravatte, occhiali cool e con prossemiche da politicanti, una Miranda (atletica Deniz Ozdogan) con capigliatura corvina che ricorda lʼacerba femminilità di un'Amy Winehouse, Calibano clochard , mentre Prospero - superbo Binasco - con gli occhiali, veste un vecchio frack sgualcito,  lo stesso e unico vestito che indossa nella grotta dove vive da anni. 

Ma il personaggio-chiave di ogni Tempesta, Ariel, è il vero cuore di questo strepitoso allestimento della P.S.K.: interpretato da Fabrizio Contri, che sa muoversi con la dolce incertezza di un vecchio affetto da demenza senile, per il quale ogni cosa è una sorpresa, un incanto, e il cui sguardo è incredulo, sorridente e fiducioso come quello di un bambino. Un "genio" non più magico, ma rovesciato anchʼesso nella realtà, così come il regista ha rovesciato, nellʼimmaginazione, la tempesta in platea.  Un Ariel e un Prospero  inventati da Binasco cui si possono dedicare, meglio delle mie,  le parole di Giorgio Agamben (in Profanazioni, Nottetempo, Roma, 2005): 

«[...] Viene tuttavia per ciascuno il momento in cui deve separarsi da Genius. Può esser di notte, allʼimprovviso, quando al suono di una brigata che passa, senti, non sai perché, che il tuo dio ti abbandona. O siamo invece noi a dargli congedo, nellʼora lucidissima, estrema in cui sappiamo che cʼè salvezza, ma noi non vogliamo più essere salvi. Vattene, Ariele!  È lʼora in cui Prospero depone i suoi incanti e sa che quanto di forza gli resta ora è la sua, la stagione ultima, tarda, in cui lʼartista vecchio spezza il suo pennello e contempla. Che cosa? I gesti: per la prima volta soltanto nostri, completamente smagati da ogni incanto. Poiché certo, la vita senza Ariele, ha perduto tutto il suo mistero e, tuttavia, da qualche parte sappiamo che ora soltanto ci appartiene, che ora soltanto cominciamo a vivere puramente umana e terrena, la vita che non ha mantenuto le sue promesse e può ora per questo darci infinitamente di più. È il tempo esausto e sospeso, la brusca penombra in cui cominciamo a dimenticarci di Genius, è la notte esaudita [...] ».
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