Il racconto è tratto dalla
raccolta Incubi e deliri. È la storia
di una vendetta: perseguita cautamente, passo dopo passo, negli anni, e quindi
sempre sul punto di diluire la determinazione feroce del proposito nella rassicuranti
secche della rinuncia. Lo diceva anche Amleto, dopo l’apparizione dello
spettro: “I miei taccuini! I miei
taccuini È giusto che ce lo scriva: che uno può sorridere e sorridere, ed esser
sempre una canaglia!”: occorre sempre ricordare l’oggetto del proprio odio;
allo stesso modo è necessario gettare continuamente della paglia sul fuoco dei
propositi e attizzarne i carboni languenti.
La vendetta, un appressamento
lento e doloroso, è anche una celebrazione dell’uomo medio (e del linguaggio
medio). Come spesso capita in King, il perturbante è una rottura dell’ordine
borghese (della middle class americana): anzi scaturisce proprio da questa: un lutto, un divorzio, un incesto,
creano il disagio letterario entro cui il sovrannaturale si insinua
raddoppiandone la portata.
In tal caso egli sostituisce al sovrannaturale un’avvincente
trama gialla, ma lo schema è lo stesso: lutto, disagio, vendetta (rottura dell'ordine naturale) e, quindi, il doppio disagio letterario del lettore (borghese).
Tale estetica (o metodo di
lavoro) spiega la popolarità planetaria di King (in un mondo, peraltro, che
va uniformandosi alle strutture sociali statunitensi) e la freddezza con
cui è accolto dai puristi della letteratura fantastica, specie ottocentesca, più sbilanciati sul versante metafisico ed estetizzante (e antiborghese: versante che include anche americani come Lovecraft e Chambers).
Stephen King
"La vendetta è un piatto da servire freddo"
Proverbio spagnolo
Ho
aspettato e vigilato per sette anni. Lo guardavo andare e venire. Dolan. Lo guardavo
entrare in ristoranti alla moda in smoking, ogni volta con una donna diversa al
braccio, sempre fra le ali protettrici delle sue guardie del corpo. Ho visto i
suoi capelli passare dal grigio ferro a un signorile color argento, mentre i
miei si diradavano fino alla calvizie totale. L'ho visto lasciare Las Vegas per
i suoi regolari pellegrinaggi sulla West Coast; l'ho visto tornare. Due o tre
volte ho osservato da una strada secondaria la sua Sedan De Ville,
dello
stesso colore dei suoi capelli, percorrere la Route 71, diretta a Los Angeles.
L'ho anche osservato lasciare la sua casa sulle Hollywood Hills a bordo della
stessa Cadillac grigia, per rientrare a Los Angeles, ma non molto spesso.
Sono
insegnante. Gli insegnanti e i criminali d'alto bordo non hanno la stessa libertà
di movimento; è solo un fatto economico della vita. Lui non sapeva che lo
sorvegliavo, non mi sono mai avvicinato abbastanza perché se ne accorgesse.
Sono stato prudente.
Ha
ucciso mia moglie o l'ha fatta uccidere; non c'è differenza. Volete i particolari?
Non li avrete da me. Se li volete, sfogliate i giornali vecchi. Si chiamava
Elizabeth. Insegnava nella stessa scuola dove insegnavo e insegno ancora io.
Insegnava alle prime elementari. I bambini l'adoravano ed è probabile che alcuni
di loro non si siano ancora dimenticati di quanto l'amassero, anche se ormai
sono adolescenti. L'amavo certamente io e l'amo ancora. Non era bella, ma era
carina. Era riservata, ma sapeva ridere. La sogno. Sogno i suoi occhi nocciola.
Non c'è stata nessun'altra donna per me. Né ci sarà mai.
