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mercoledì 2 settembre 2015

Sonia Gentili, Esodo









nessuna lingua ha il nome

la donna che attraversa
l’asfalto su caviglie di capretto, magra,
muta, tu col bambino zitto e il cane
senza guinzaglio che ti segue
come per vegliarti
come per svegliarti, per
vedere le distanze che non
vedi

e tutto è muto nel rumore delle macchine

tutto si spegne nel rumore delle macchine. Neri
come pali nel catrame, col tronco ficcato in una gabbia
di basso ferro grigio

alberi, nessuno
sa che alberi

nessuna lingua ha il nome di quest’albero

la linea orizzontale del gradino, la sua testa
araba che dorme
solo ora, alla fine
della notte. E scarpe
abbandonate senza nome

tutto dilaga alla fine della notte

nessun nome per le teste addormentate
sui gradini
nessun nome e
molti bambini

nessuna lingua ha il nome del suo sonno
nessuna lingua ha la fine della notte
nessuna lingua ha la morte
dei nomi

giovedì 18 giugno 2015

Errante con stile

La presentazione del libro, JCU
Fiorenza Mormile

Maria Adelaide Basile, Viaggi, Campanotto editore, 2014

La vita è un viaggio, secondo una metafora abusata. Per alcuni tuttavia lo è in modo più pieno, caratterizzante, e Adelaide Basile è senz'altro  tra questi. Il suo esordio poetico Viaggi, edito alla fine dello scorso anno da Campanotto  è solo in minima parte il reportage di vari     spostamenti da Roma (la Puglia, Parigi, Venezia) e di protratti trasferimenti (un anno in Guinea Conakry, dieci negli States), che a differenza del viaggio breve imprimono segni più profondi e irreversibili: "c'è  il colore così  intenso più  intenso/ dei frutti e le stoffe ti rimane negli /occhi ma nel corpo anche/ l'averlo incontrato ". Nella sorvegliatissima architettura Viaggi  è  più  un romanzo di formazione in versi, o, potremmo azzardare,  di scomposizione. Soprattutto è un libro in corsa, se non in fuga, che con un incessante movimento rimuove       l'idea dell'ineluttabile stasi. Nell'exergo troviamo "atleti che corrono nel buio/e non sanno né dove sono/ gli altri         dove gli altri sono sconosciuti concorrenti, quindi potenziali avversari, immersi in un buio ossessivamente ricorrente nei testi.
Lo confermano i treni in corsa di notte della poesia d'apertura che "corrono a mete sconosciute"; "lasciarsi trasportare/ non importa dove/ lontano/ si può  trascorrere la vita. Sono i ripetuti trasferimenti estivi della Basile bambina al mare dell'originaria Puglia a schiudere  la linea di senso di un relazionarsi problematico (le " case illuminate" intraviste e distanziate nello spazio subliminale di un battito di ciglia) ribadito dalla poesia successiva dove "anime inquiete  gli uccelli/ non si fermano/ (...) che per frazioni di secondo (...) gli uc  celli migratori poi/ sono sempre sull'ala di partenza/  mentre gli altri (...) vivono così  vicini   che si potrebbe fare amicizia/ ma volano via . " Lontano" è  parola chiave, a indicare       una condizione non solo spaziale ma del cuore, che per troppa vulnerabile sensibilità  erige  barriere protettive e come nella scrittura, scarnificata all' osso, opera per sottrazione.   

venerdì 22 agosto 2014

Eterno Eternit (Dismissione)


Fabio Orecchini
Dismissione
Prefazione di Gabriele Frasca
+ Cd-Audio della band Pane
(Claudio Orlandi, voce; Maurizio Polsinelli, pianoforte; Vito Andrea Arcomano, chitarra; Claudio Madaudo, flautista; Ivan Macera, batterista)
Luca Sossella Editore 2014
 

  Elvira Sessa

Con il suo linguaggio contaminato da poesia, musica e immagini, Dismissione è un'opera che frulla, inquieta, destabilizza. Dedicate alle vittime dell'amianto e alle loro famiglie, le parole poetiche sono racchiuse in quattro paragrafi che rimandano, già nel titolo, alla potenza evocativa e visiva di un progetto fotografico: Lamine Rovine; Corpi Dissepolti; Stadio finale - Elementi di reazione; Breviario di Ecologia Solidale. Parole che affermano e negano, si combattono, sono canto armonioso e grida scomposte, come i protagonisti dell'opera, gli operai traditi dal miraggio di "Madama Eternit", l'"eterno-eternit" che, lentamente e inevitabilmente, screma i loro corpi.
La struttura sintattica e semantica del testo (già edito nel 2010 per Polimata editore) la si coglie fin dal primo paragrafo del libro, intitolato "Lamine Rovine", che si apre con queste parole:
Ho studiato il flusso dei venti.
Aghi ovunque
Sono solo due periodi, al centro di una pagina bianca. Due periodi stridenti l'uno con l'altro, graficamente e semanticamente: il primo è fermato da un punto (Ho studiato il flusso dei venti.), il secondo periodo è privo di segni di interpunzione, quasi a voler rappresentare graficamente l'impossibilità di arginare l'abbondanza di aghi.
Sono due periodi contrastanti anche nel loro significato: "il flusso dei venti" suggerisce sensazioni piacevoli, di morbidezza, armonia, movimento, dà sicurezza perchè può essere studiato, compreso, sperimentato, circoscritto. Il "flusso dei venti" fa pensare alla vita e a chi l'ha generata, al padre e alla madre, agli affetti familiari. Gli "aghi" suggeriscono invece una sensazione di morte: bucano, feriscono. Questi aghi sono ovunque, quasi a segnare un destino ineluttabile che annienta tutta la piacevolezza del flusso dei venti.
Così, nella successiva composizione, intitolata "Polvere", si legge:
Madama Eternit sorseggia un caffè in cucina
mio padre che fuma e indurisce ancora
come grezza materia estrattiva
mia madre la scava coi denti
lo respira.
Anche qui c'è uno spiazzante contrasto: nel calore di un ambiente familiare, nella quotidianità, si insinua la "femme fatale" che annienta le persone più care con la stessa noncuranza e leggerezza con cui sorseggia un caffè.

giovedì 26 dicembre 2013

Poesia di Natale


Alda Merini
A Natale non si fanno cattivi
pensieri ma chi è solo
lo vorrebbe saltare questo giorno.
A tutti loro auguro
di vivere un Natale
in compagnia.
Un pensiero lo rivolgo a
tutti quelli che soffrono
per una malattia.
A coloro auguro un Natale
di speranza e di letizia.
Ma quelli che in questo giorno
hanno un posto privilegiato
nel mio cuore
sono i piccoli mocciosi
che vedono il Natale
attraverso le confezioni dei regali.
Agli adulti auguro di esaudire
tutte le loro aspettative.
Per i bambini poveri
che non vivono nel paese dei balocchi
auguro che il Natale
porti una famiglia che li adotti
per farli uscire dalla loro condizione
fatta di miseria e disperazione.
A tutti voi auguro
un Natale con pochi regali
ma con tutti gli ideali realizzati.

martedì 3 dicembre 2013

Caproni, l'importanza dell'imperfezione

Oggi alle 15 presso il Liceo Morgagni si terrà una conversazione fra Filippo La Porta e gli studenti sui temi del suo libro Poesia come esperienza. Una formazione nei versi, Fazi 2013, da cui sono tratte le righe che seguono. 

Filippo La Porta 
La poesia di Giorgio Caproni, piena di vento marino, di luce, di azzurro, mi travolse quando avevo trent’anni. Anche perciò lo incontrai con il cuore emozionato nella casa romana di via Pio Foà, una casa in salita, proprio come la sua ventosa Genova. Con il suo sguardo timido e arguto mi chiese quasi con apprensione: «Ma davvero il computer potrà sostituire il cervello umano?». Ovviamente la risposta alla domanda stava nella sua poesia. L’intelligenza artificiale è solo una metafora della mente umana. Non ha motivazioni né emozioni.
Se è concepibile un computer in grado di scrivere romanzi e poesie (è già stato fatto), si tratta di romanzi e poesie che già in sé hanno una desolante vocazione alla riproducibilità. Non riesco invece a immaginare alcun software in grado di comporre versi lontanamente comparabili a quelli caproniani, nei quali il pensiero più denso, verticale si fa quasi naturalmente verso, poiché è emozione
diretta delle cose (la poesia come «pensiero emotivo» e  ipertesto, di cui parla Giorgio Manacorda, seguendo la neuroscienza). Poi Caproni mi disse di essere sommerso dai dattiloscritti di poeti esordienti: «Il livello medio è buono ma proprio questo è il punto: a volte ci vorrebbe una piccola imperfezione, un errore, che almeno denoti una personalità, la presenza di una “voce”».

martedì 15 ottobre 2013

Luigi Socci, la testa del poeta fra le forbici di senso


Luigi Socci, Il rovescio del dolore 
italic pequod, pp. 144, euro 10

Fabio Donalisio
Questo è il “primo” libro di Luigi Socci. Copre un periodo più che decennale (dal 1990 al 2004) e, come l’autore stesso esplica in una stringata nota, contiene testi in parte già variamente editi (su carta e non) e per la prima volta organizzati in un corpus coerente. Nella medesima nota Socci confida di essersi posto la – sacrosanta, e spesso glissata – questione se i succitati testi necessitassero la veste di libro, l’unica ancora considerata a vario titolo maior, almeno nell’intimo della camera caritatis del cuore. La risposta, dopo un certo evidente travaglio, è stata affermativa e immergendoci nei versi non possiamo che felicitarcene. Fin dalla copertina, piccolo tripudio di sobrietà e perfidia, in cui su un fondale di carta da pacchi si staglia la “caffettiera per masochisti”, un falsamente innocuo bricco rosso con manico e beccuccio sullo stesso lato, capiamo che il “rovescio del dolore” avrà poco a che fare con la gioia, e molto con la capacità di mantenere, sul dolore in sé, uno sguardo fermo e curioso. Pur rivelando tracce – nel suono, nella dispositio, nell’immaginario – della passione/ossessione dell’autore per l’archetipo-teatro e per la messa in voce (è performer di noto pregio e sardonicità), i versi di Socci godono (e fanno godere) di un’icastica letterarietà da pagina, da lotta/abbraccio con il bianco e il silenzio, di una tensione al minimo essenziale del detto intrecciata sempre di vigile e spesso malinconica ironia, quasi un Caproni della fisica, della briciola quotidiana.

venerdì 26 luglio 2013

Paolo Febbraro legge il "Congedo del viaggiatore cerimonioso" di Giorgio Caproni


Paolo Febbraro al Teatro Vascello. Per  l'audio/video, cliccare sull'immagine
Nel corso del laboratorio di Officina Poesia che si è tenuto nella primavera 2013 al  Liceo Morgagni, il poeta Paolo Febbraro ha letto agli studenti il Congedo del viaggiatore cerimonioso. di Giorgio Caproni. Vi proponiamo una registrazione dal vivo della poesia, corredata da immagini di Caproni prese soprattutto nella seconda parte della sua vita, dopo che lo scrittore si è stabilito a Roma, dove ha abitato fino alla morte, nel 1990, in via Pio Foà a Monteverde.  

Nota: La fotografia di Paolo Febbraro riprodotta qui sopra è stata scattata da Antonella Venanzi al Teatro Vascello durante alla serata conclusiva del progetto Officina Poesia. 

domenica 7 luglio 2013

Morelli e Donalisio, viaggio sonoro nella poesia di Caproni

Si può "raccontare una lettura"? E di più, una lettura poetica? Enza Bertoni, dopo avere ascoltato sabato scorso le voci di Paolo Morelli e Fabio Donalisio alternarsi seguendo le pagine della raccolta Il muro della terra di Giorgio Caproni, ha scelto di raccontare il suo personale ascolto della lettura.  E chi ha assistito all'incontro e al dibattito vivace, perfino pungente, che lo ha seguito, sa che proprio degli infiniti modi di leggere e di ascoltare si è parlato.

Enza Bertoni

Nell'intimo spazio di Plautilla, abbiamo condiviso la lettura integrale della raccolta Il muro della terra di Giorgio Caproni, fatta dai poeti/scrittori Paolo Morelli e Fabio Donalisio. Mentre le letture si alternavano tra i due, noi abbiamo sperimentato forme di conoscenza della vita, delle cose, che riverseremo nei gesti della quotidianità. 
La poesia di Caproni è viva, è vera! Per il poeta si tratta di mantenere le forme, la purezza essenziale del linguaggio e svuotarlo di senso, cercando di lavorare con le parole, di attraversare la storia senza esserne attraversati. 
"Tutto sembra intatto, ma il poeta rimane con se stesso" dice Morelli.Ed è una posizione etica del poeta Caproni, il luogo dal quale guarda e scrive, ma che non dà la possibilità di impossessarsi e raccogliere gran quantità di ricordi, di emozioni, poiché nel suo "viaggio" tra le parole e i suoni dimostra umiltà nel cercare una possibile verità delle cose. Le parole, dice Donalisio, sono algide e quindi non devono trasmettere pathos (?), ma lasciano un segno particolare, afferrando il senso profondo, nascosto che ci spinge oltre.

                                             "L'uomo che se ne va
                                              e non si volta : che sa
                                              d'aver più conoscenza
                                              ormai di là che di qua"
Il tono si modifica nel ritmo, nei suoni, che a volte si fanno incalzanti, altre volte ossessivi come i canti dei pastori.

mercoledì 26 giugno 2013

Nuova poesia italiana: Fabio Donalisio

immenso
ovvero: dell'assoluta ovvietà della sconfitta
della cosa vera e scritta, la quieta attitudine
al disastro che contraddistingue, l'intreccio
che non tange tanto ne scorgi la necessità
l'essere qua di un qualche là ma, sia chiaro,
non oltre, si tratta pur sempre – dici – di
roba che immane, roba attinente al mostro
mondo infame arso d'armonia (e chi la porta
via non può essere che il resto l'altro il sempre
mesto contesto cui dare uno straccio di colpa
cui dire alla fine la solita solfa che tanto c'è
un terzo additato al misfatto c'è un fuori
a fare innocenza a farci le veci se ancora
ci resta lo stile spietato del no non lo penso
se un poco di grazia s'è spento l'immenso

(poi ecco – quasi distratta –  la fitta, la torcibudella che canta:
si basta, si passa, si lascia si affonda nel nulla nel sotto

del nero e manco un pietruzzo manco una traccia



Francesca Fiorletta
La scrittura poetica di Fabio Donalisio serba in sé una qualche “attitudine al disastro”, tutt'affatto “quieta”. Si percepisce in ogni sillaba convessa, limata all'osso, giocata al netto dell'esperienza, il continuo ribollire del sangue, appena sotto la patina lucida di un raziocinio puntuale e perfettamente calato nell'analisi del nostro tempo presente. Un tempo che è già quello delle scritture in fuga, il tempo in cui “esistere per accumulo di evidenza è vizio diffuso” e che proprio in questa ridondante vacuità, contraltare di una pienezza estetica e critica che vorrebbe ormai darsi sopita, si rivela portatore di inefficaci strategie di sopravvivenza, sia sul versante letterario che per quanto concerne l'aspetto più strettamente umano. Si cercano allora punti di fuga altri, lontanissimi, spesso fuorvianti (“c'è un fuori a fare innocenza”), si gioca col suono e con l'immagine delle parole (“la torcibudella che canta”), si tentano giustificazioni plausibili a futura memoria. Molto interessante è la perpetua e fiancheggiante, non speculare ma per forza di cose endemica consonanza tra vita e scrittua, che occupa un ruolo centrale nella continua stratificazione e scomposizione che Fabio Donalisio opera sui suoi testi.
Fabio, ci spieghi qual è per te “l'assoluta ovvietà della sconfitta” della lingua odierna?
La sconfitta, prima di tutto (nel senso che è il punto di originalità del tutto), è ancipite: dilaga nel e dall'esistente, e implode poi (nel mentre) nella lingua che di quell'esistente è protasi, ipotesi e apodosi. La sconfitta è la condizione ideale e reale della lingua, il suo grado zero, la sua ovvietà. E, bada, lo dico colmo di gioia, quasi “selvaggia” (virgoletto, che dopo Bolaño non si sa mai), riottosa. La sconfitta è il punto di partenza, il sentimento dello iato. La consapevolezza dell'artificio (miracolo?) del dire. A casa mia dicono: chi le cose le fa, le fa, e non le dice. Chi le dice, non le fa.
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