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lunedì 24 marzo 2014

Il silenzio è un esercito

Sonia Gentili
La bestia ha aspettato l’uomo, quello o qualunque altro, nella luce desertica dell’Appennino.
È grigioazzura, massiccia e atemporale come una divinità. Ha artigli, petto e orecchie da re: tranquillamente consapevoli della propria istanza di dominio; qualcosa nel suo campo visivo risplende sempre con la luce trasversa della sciabola. Di fronte al lupo c’è l’uomo.
L’uomo è grigio, ma esile e come corroso dalla luce; si può immaginare che guardi o preghi il lupo.
La luce è arida, sfocata dalla troppa volontà di colpire o dall’indifferenza del colpire: atemporale come il lupo. Soltanto l’uomo è solo.
Il silenzio è un esercito di muti in ascolto, e l’uomo è solo. Il silenzio è un esercito di muti che accusa l’uomo, e il lupo guarda. Il silenzio è un esercito, ed ha un capo: il lupo. L’uomo sa che il lupo comanda il suo silenzio, e si chiede perché questo sia possibile. La donna lo raggiunge, lo abbraccia; nella stretta qualcosa si allontana da lui come una bestia in fuga.

Questo testo, tratto dalla raccolta Parva naturalia (Aragno editore, 2012), introduce il tema che verrà trattato questo pomeriggio nell'incontro del Laboratorio di Officina Poesia. All'incontro, come sempre coordinato da Sonia Gentili, parteciperà Fabio Donalisio.

martedì 15 ottobre 2013

Luigi Socci, la testa del poeta fra le forbici di senso


Luigi Socci, Il rovescio del dolore 
italic pequod, pp. 144, euro 10

Fabio Donalisio
Questo è il “primo” libro di Luigi Socci. Copre un periodo più che decennale (dal 1990 al 2004) e, come l’autore stesso esplica in una stringata nota, contiene testi in parte già variamente editi (su carta e non) e per la prima volta organizzati in un corpus coerente. Nella medesima nota Socci confida di essersi posto la – sacrosanta, e spesso glissata – questione se i succitati testi necessitassero la veste di libro, l’unica ancora considerata a vario titolo maior, almeno nell’intimo della camera caritatis del cuore. La risposta, dopo un certo evidente travaglio, è stata affermativa e immergendoci nei versi non possiamo che felicitarcene. Fin dalla copertina, piccolo tripudio di sobrietà e perfidia, in cui su un fondale di carta da pacchi si staglia la “caffettiera per masochisti”, un falsamente innocuo bricco rosso con manico e beccuccio sullo stesso lato, capiamo che il “rovescio del dolore” avrà poco a che fare con la gioia, e molto con la capacità di mantenere, sul dolore in sé, uno sguardo fermo e curioso. Pur rivelando tracce – nel suono, nella dispositio, nell’immaginario – della passione/ossessione dell’autore per l’archetipo-teatro e per la messa in voce (è performer di noto pregio e sardonicità), i versi di Socci godono (e fanno godere) di un’icastica letterarietà da pagina, da lotta/abbraccio con il bianco e il silenzio, di una tensione al minimo essenziale del detto intrecciata sempre di vigile e spesso malinconica ironia, quasi un Caproni della fisica, della briciola quotidiana.

domenica 7 luglio 2013

Morelli e Donalisio, viaggio sonoro nella poesia di Caproni

Si può "raccontare una lettura"? E di più, una lettura poetica? Enza Bertoni, dopo avere ascoltato sabato scorso le voci di Paolo Morelli e Fabio Donalisio alternarsi seguendo le pagine della raccolta Il muro della terra di Giorgio Caproni, ha scelto di raccontare il suo personale ascolto della lettura.  E chi ha assistito all'incontro e al dibattito vivace, perfino pungente, che lo ha seguito, sa che proprio degli infiniti modi di leggere e di ascoltare si è parlato.

Enza Bertoni

Nell'intimo spazio di Plautilla, abbiamo condiviso la lettura integrale della raccolta Il muro della terra di Giorgio Caproni, fatta dai poeti/scrittori Paolo Morelli e Fabio Donalisio. Mentre le letture si alternavano tra i due, noi abbiamo sperimentato forme di conoscenza della vita, delle cose, che riverseremo nei gesti della quotidianità. 
La poesia di Caproni è viva, è vera! Per il poeta si tratta di mantenere le forme, la purezza essenziale del linguaggio e svuotarlo di senso, cercando di lavorare con le parole, di attraversare la storia senza esserne attraversati. 
"Tutto sembra intatto, ma il poeta rimane con se stesso" dice Morelli.Ed è una posizione etica del poeta Caproni, il luogo dal quale guarda e scrive, ma che non dà la possibilità di impossessarsi e raccogliere gran quantità di ricordi, di emozioni, poiché nel suo "viaggio" tra le parole e i suoni dimostra umiltà nel cercare una possibile verità delle cose. Le parole, dice Donalisio, sono algide e quindi non devono trasmettere pathos (?), ma lasciano un segno particolare, afferrando il senso profondo, nascosto che ci spinge oltre.

                                             "L'uomo che se ne va
                                              e non si volta : che sa
                                              d'aver più conoscenza
                                              ormai di là che di qua"
Il tono si modifica nel ritmo, nei suoni, che a volte si fanno incalzanti, altre volte ossessivi come i canti dei pastori.

mercoledì 26 giugno 2013

Nuova poesia italiana: Fabio Donalisio

immenso
ovvero: dell'assoluta ovvietà della sconfitta
della cosa vera e scritta, la quieta attitudine
al disastro che contraddistingue, l'intreccio
che non tange tanto ne scorgi la necessità
l'essere qua di un qualche là ma, sia chiaro,
non oltre, si tratta pur sempre – dici – di
roba che immane, roba attinente al mostro
mondo infame arso d'armonia (e chi la porta
via non può essere che il resto l'altro il sempre
mesto contesto cui dare uno straccio di colpa
cui dire alla fine la solita solfa che tanto c'è
un terzo additato al misfatto c'è un fuori
a fare innocenza a farci le veci se ancora
ci resta lo stile spietato del no non lo penso
se un poco di grazia s'è spento l'immenso

(poi ecco – quasi distratta –  la fitta, la torcibudella che canta:
si basta, si passa, si lascia si affonda nel nulla nel sotto

del nero e manco un pietruzzo manco una traccia



Francesca Fiorletta
La scrittura poetica di Fabio Donalisio serba in sé una qualche “attitudine al disastro”, tutt'affatto “quieta”. Si percepisce in ogni sillaba convessa, limata all'osso, giocata al netto dell'esperienza, il continuo ribollire del sangue, appena sotto la patina lucida di un raziocinio puntuale e perfettamente calato nell'analisi del nostro tempo presente. Un tempo che è già quello delle scritture in fuga, il tempo in cui “esistere per accumulo di evidenza è vizio diffuso” e che proprio in questa ridondante vacuità, contraltare di una pienezza estetica e critica che vorrebbe ormai darsi sopita, si rivela portatore di inefficaci strategie di sopravvivenza, sia sul versante letterario che per quanto concerne l'aspetto più strettamente umano. Si cercano allora punti di fuga altri, lontanissimi, spesso fuorvianti (“c'è un fuori a fare innocenza”), si gioca col suono e con l'immagine delle parole (“la torcibudella che canta”), si tentano giustificazioni plausibili a futura memoria. Molto interessante è la perpetua e fiancheggiante, non speculare ma per forza di cose endemica consonanza tra vita e scrittua, che occupa un ruolo centrale nella continua stratificazione e scomposizione che Fabio Donalisio opera sui suoi testi.
Fabio, ci spieghi qual è per te “l'assoluta ovvietà della sconfitta” della lingua odierna?
La sconfitta, prima di tutto (nel senso che è il punto di originalità del tutto), è ancipite: dilaga nel e dall'esistente, e implode poi (nel mentre) nella lingua che di quell'esistente è protasi, ipotesi e apodosi. La sconfitta è la condizione ideale e reale della lingua, il suo grado zero, la sua ovvietà. E, bada, lo dico colmo di gioia, quasi “selvaggia” (virgoletto, che dopo Bolaño non si sa mai), riottosa. La sconfitta è il punto di partenza, il sentimento dello iato. La consapevolezza dell'artificio (miracolo?) del dire. A casa mia dicono: chi le cose le fa, le fa, e non le dice. Chi le dice, non le fa.
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