italic pequod, pp. 144, euro 10
Fabio Donalisio
Questo
è il “primo” libro di Luigi Socci. Copre un periodo più che
decennale (dal 1990 al 2004) e, come l’autore stesso esplica in una
stringata nota, contiene testi in parte già variamente editi (su
carta e non) e per la prima volta organizzati in un corpus coerente.
Nella medesima nota Socci confida di essersi posto la – sacrosanta,
e spesso glissata – questione se i succitati testi necessitassero
la veste di libro, l’unica ancora considerata a vario titolo maior,
almeno nell’intimo della camera caritatis del cuore. La risposta,
dopo un certo evidente travaglio, è stata affermativa e immergendoci
nei versi non possiamo che felicitarcene. Fin dalla copertina,
piccolo tripudio di sobrietà e perfidia, in cui su un fondale di
carta da pacchi si staglia la “caffettiera per masochisti”, un
falsamente innocuo bricco rosso con manico e beccuccio sullo stesso
lato, capiamo che il “rovescio del dolore” avrà poco a che fare
con la gioia, e molto con la capacità di mantenere, sul dolore in
sé, uno sguardo fermo e curioso. Pur rivelando tracce – nel suono,
nella dispositio, nell’immaginario – della
passione/ossessione dell’autore per l’archetipo-teatro e per la
messa in voce (è performer di noto pregio e sardonicità), i versi
di Socci godono (e fanno godere) di un’icastica letterarietà da
pagina, da lotta/abbraccio con il bianco e il silenzio, di una
tensione al minimo essenziale del detto intrecciata sempre di vigile
e spesso malinconica ironia, quasi un Caproni della fisica, della
briciola quotidiana.
