sabato 16 novembre 2019

Dal laboratorio di traduzione: Canto d’amore di Sinéad Morrissey



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Fiorenza Mormile
Aggiorniamo qui il brillante curriculum di questa autrice nordirlandese di cui avevamo fatto una prima presentazione nell’ottobre scorso. Dopo aver vinto nel 2013 il T.S. Eliot Prize  con la sua quinta raccolta di poesia (Parallax) Morrissey è diventata il primo Poet Laureate della città di Belfast. Nel 2017 con la sesta raccolta (On Balance) ha ricevuto il Forward Prize for Poetry e di recente è passata a insegnare Creative Writing dalla Queen’s University di Belfast alla Newcastle University. Nella nuova sede ricopre gli ulteriori incarichi di direttore del Newcastle Centre for the Literary Arts e di co-direttore del Newcastle Poetry Festival. 
Il primo testo tradotto è Love Song, uscito nel 2011 sull’antologia The Wake Forest Book of Irish Women’s Poetry. Se ne La vie en rose è la presenza catalizzatrice dell’amato a proiettare una colorazione rosata sulla vita, in  Canto d’amore  l’effetto euforizzante dell’innamoramento è analizzato in assenza del suo oggetto e per intonarlo  vengono chiamati a raccolta tutti i sensi.
Lo stato emotivamente alterato di chi s’innamora è esaminato con l’acribia di un medico: l’autrice referta con asciutta sintesi tutti i sintomi della propria patologia. L’innamoramento esaspera la sensibilità, tanto agli stimoli esterni (luce, suoni, odori della natura), quanto alle reazioni fisiologiche interne (insonnia, bocca secca), ma sa regalare anche l’ebbrezza: la sensazione di diamanti immessi nel flusso del proprio sangue. L’immagine della testa che sotto una forza incontrollabile va a cacciarsi in un secchio di stelle affianca alla beatitudine stellare uno spassoso  ammiccamento sulla cecità dell’amore.  Un canto insolito, dunque, che sa conciliare quotidiano e visionario, lirismo e ironia, a testimoniare l’originalità dello sguardo di Morrissey.

Sinéad Morrissey

Canto d'amore

Vedo luce ovunque
sul conducente dell'autobus sulla donna
con il carrello per strada
vedo il crepuscolo
sento l'orologio alle quattro
sento il silenzio negli armadi
nel canto degli uccelli
nell'alba stagnante
in bocca un gusto più secco della farina

sento l'odore delle radici degli alberi
prima di vedere le loro braccia
urlare
sull'orizzonte
sento diamanti spinti dentro
il flusso del sangue
autogenerati, un dono,
muoversi verso la testa sento la mia testa
cacciata dentro 
un secchio di stelle
e tutti i miei sensi
cantare

Traduzione di M. A. Basile, G.Mantegazza, M.Izzi, F.Mormile,
  A.M. Rava, A.M. Robustelli, J. Wilkinson.

Sinéad Morrissey

Love Song

I see light everywhere
Over the bus driver the woman
With her trolley in the street
I see dusk
I hear the clock at four
I hear the silence in cupboards
Birdsong
Backwater dawn
I taste drier than flour

I smell the roots of trees
Before I see their arms
Shrieking
On the skyline
I feel diamonds pushed into
The bloodstream
Self-generated, a gift,
Making for the head I feel my head
Thrust into
A bucketful of stars
And all my senses
Singing

 from  The Wake Forest of Irish Women’s Poetry, Wake Forest University Press, Winston-Salem (N.C.- U.S.A.) 2011.

Si ringrazia l’autrice per l’autorizzazione a tradurre e riprodurre il suo testo.







martedì 12 novembre 2019

Gruppo "Al cinema con MVL" JOKER, IL PERSONAGGIO CHE INFIAMMA LE STRADE E IL DIBATTITO




L'ultimo film visto e discusso dal Gruppo "Al cinema con MVL" è stato Joker di Todd Phillips.
I commenti non stati unanimi: ad una parte dei partecipanti il film è piaciuto molto per le tematiche molto attuali che affronta, in particolar modo per aver messo in scena l'estremo disagio che prova la parte della società tenuta fuori dal benessere di pochi e che fa della ribellione individuale ed  estrema di Joker, reietto tra i reietti, il punto di rottura per far esplodere l'esasperazione a cui è arrivata.
Altri hanno rilevato una sorta di opportunismo di mercato nell'aver usato un personaggio molto noto nel mondo dei super eroi ( oltre il nome e la rappresentazione visiva del personaggio, l'ambientazione in Gotham city, l'omicidio dei genitori del futuro Batman) per fare cassa, quando poi, in realtà, il film si discosta completamente da quel genere cinematografico. Ad altri ancora non ha convinto l'impostazione del film e certi eccessi didascalici ( il biglietto che Joker mostra per far conoscere la sua particolarissima malattia della risata incontrollata). Tutti hanno concordato sull'ottima interpretazione di Joaquin Phoenix

Qui sotto proponiamo un commento al film di Alex Oriani giornalista freelance,  sceneggiatore, autore e regista, che gentilmente ci ha inviato un suo contributo, speriamo si aggiungano altri commenti per allargare la discussione.

Alex Oriani
Dopo aver letto decine di post su Joker l’ho finalmente visto. C'è poco da dire, un film colossale, cinema allo stato puro.
(Da qui contiene spoiler.)
Nello specifico: il personaggio di Joker ha un arco narrativo di un’efficacia che commuove. In particolare il rapporto amorevole con la madre malata, unica fonte di affetto e luce di una vita plagiata da sempre dalle tenebre, che si trasforma lentamente in una discesa agli inferi che sfocia nell’omicidio della stessa e poi si lega mirabilmente al plot centrale è da applausi a scena aperta.
Se non ne vedete la maestosa perfezione compratevi Screenplay di Syd Field, e avrete tutto chiaro.
Dire di Joaquin Phoenix è come discettare sulla recitazione di Jack Nicholson in Shining o di De Niro in Taxi Driver o Il cacciatore, non ha senso. Sono vertici assoluti che vanno solo contemplati in silenzio e poi venerati per il resto delle loro carriere.
Le scenografie di una Gotham city desolata e desolante sono altrettanto convincenti, mi chiedo solo perché abbiano girato alcune scene nella metro di Roma, forse perché era l’unica dilaniata dal degrado apocalittico necessario per il film.
Se dovessi proprio trovare un neo, un mini neo, bada bene, c’è stato un dialogo importante in cui siamo andati vicini, molto vicini, a uno dei due spiegoni più pericolosi in un film: quello del tema (l’altro è quello del plot). Si tratta dell’intervista a Thomas Wayne - padre di Bruce, ovvero Batman – che in soldoni dice “queste persone che ce l’hanno con quelli più fortunati di noi, quelli più produttivi, che vanno a fare casino invece di migliorare se stessi per me sono dei clown.” Ecco questo concetto che è un po’ il tema di un film antisistema con spruzzate di lotta di classe forse si poteva trovare un modo un po’ meno didascalico di dirlo.

venerdì 8 novembre 2019

Nuovo laboratorio autogestito di Poesia "Percorsi Tra/Versi"


"Buongiorno poeta mio, mi ricordo della vostra voce, della vostra voce"

"Calligramma di Guillaume Apollinaire"

Dal mese di Novembre, nella sede di Plautilla, via Colautti 28, si avvierà un nuovo ciclo di appuntamenti ispirati al "far
e poesia".
(Poiéin in greco significa “fare” ed è da questo verbo che ha origine la parola “poesia”).
Lo scopo degli incontri sarà di continuare il lavoro di esplorazione dei meccanismi della poesia, lavoro già intrapreso con successo durante la fertile esperienza dei laboratori di "Officina Poesia"  
tenuti dalla poetessa Sonia Gentili dal 2013 al 2019.
Finalità degli incontri è spiegare, in modo “trasversale” e leggero come si legge e perchè si legge un testo poetico.
I partecipanti potranno avvicinarsi al piacere (ma anche alla necessità) del "sentire" poetico.

Sono previsti incontri a tema monografico su poeti italiani e stranieri tenuti a turno da ogni partecipante.
Arricchirà il programma il contributo di alcuni autori contemporanei che, invitati periodicamente,
ci racconteranno la loro personale idea di poesia.
Chi lo desidera può sperimentare la condivisione dei propri testi, che saranno oggetto di lettura
e di una chiacchierata collettiva, oppure semplicemente, sarà possibile partecipare come uditrici/uditori.
Eventuali reading di poesia potranno essere organizzati periodicamente nelle biblioteche comunali e nei teatri.

Gli incontri, mensili, si terranno il Giovedì dalle ore 16.30 alle 18.30, presso la sede di Plautilla.
Il primo incontro è previsto per Giovedì 14 Novembre 2019, durante il quale, tra i tanti argomenti,
si parlerà del poeta Gregory Corso, appartenente al movimento americano della Beat Generation.

L'invito a partecipare è aperto a tutti, vi aspettiamo numerosi e… curiosi!

martedì 8 ottobre 2019

Il laboratorio di traduzione di poesia riapre con la poetessa statunitense Alexis Rhone Fancher



Fiorenza Mormile

Il Laboratorio di traduzione di poesia riprende il 15 ottobre 2019, inaugurando l’ottavo anno di attività. Ripetiamo qui che il laboratorio è nato per condividere il piacere della traduzione di poesia dall’inglese. Si può partecipare anche in veste di semplici uditori, le riunioni sono aperte a tutti. Negli incontri a scadenza quindicinale (ogni due martedì dalle 17:15 alle 19) ognuno confronta con gli altri la propria traduzione del testo del giorno, deciso in precedenza.
Chi ama tradurre esce dalla sua solitudine per confrontarsi con le soluzioni degli altri, impara a rinunciare alla propria, o a modificarla, superando limiti, automatismi e personalismi. Procedere in gruppo è certo lento, impegnativo, richiede pazienza e umiltà, ma si rivela prezioso: condividendo competenze e perplessità si allarga la propria visione e attraverso la disciplina del gruppo ci si addestra all’idea non scontata che tradurre non significa pronunciare la propria parola, ma “pronunciare la parola dell’altro.   
Otto sono state le componenti del gruppo di questo ultimo anno, e numerosi sono gli autori e soprattutto le autrici di lingua inglese finora esaminati (tra loro Philip SchultzEleanor Wilner,  Sujata BhattKaveh AkbarJoy Harjo, Jo Shapcott). 
Le loro poesie sono divenute per noi terreno di confronto in un lavoro collettivo di scavo, perché tradurre implica prima di tutto una lettura attenta, la mission impossible  (ma noi vogliamo crederci)  di restituire al testo tradotto il suo intento originario, infondergli nuova vita dopo averlo necessariamente smembrato e ricomposto in una diversa forma linguistica.

Non tutto il nostro lavoro è stato ancora riversato sul blog, né compiutamente riordinato nella sezione specifica  (sia per problemi tecnici sia perché siamo ancora in attesa di alcune autorizzazioni), quanto già postato e quanto pubblicato (Schultz e Wilner) può però già darne un’idea a chi volesse avvicinarsi.
L’inserimento a giugno degli ultimi testi della nativa americana Joy Harjo ha coinciso con la notizia della sua nomina a poeta laureato degli Stati Uniti. 
Quest’anno ci dedicheremo ad un’altra poetessa statunitense, Alexis Rhone Fancher, che è anche un’accreditata fotografa. La scelta dei testi è ancora in via di definizione, e per un primo assaggio ricorriamo ad una traduzione di Maria Adelaide Basile (membro storico del laboratorio) per il Catalogo  della mostra "La strada. Dove si crea il mondo", MAXXI, 2018.       Voglio le Loubotin con il tacco a spillo è un testo ironico e scanzonato che ben esemplifica l’aspetto apertamente  seduttivo di Fancher, ma, come avremo modo di vedere,  la sua scrittura presenta anche temi e risvolti più dolenti.
Vi terremo informati degli sviluppi e nel frattempo…veniteci a trovare! da cosa nasce cosa…


Alexis Rhone Fancher

VOGLIO LE LOUBOUTIN CON IL TACCO A SPILLO

Voglio le Louboutin con il tacco a spillo
e le caratteristiche suole rosse,
le voglio sexy, le voglio alte.
Le voglio con il cinturino e le dita che spuntano
così da far sfolgorare lo smalto viola
dei miei piedi.

Le voglio indossare appena uscita dal negozio,
non provate a fermarmi.

A Washington voglio lasciare tutti a bocca aperta,
mentre oltrepasso la trattoria C&O
e da Nick, lo spaccio di alcolici, quelle bottiglie di Vodka Stoli
impilate nella vetrina, mi chiamano,
superati i turisti vestiti da estate in dicembre,
tremanti, a piedi nudi, come se a Los Angeles non ci fosse inverno.

In quelle scarpe sono figa,
figa da fermare un camion,
figa come la ragazza più bella della scuola,
e ora lo so. Lo sfoggio.
Cazzo, lo ammetto. Con quelle scarpe
Posso fare la difficile, non accontentarmi di un perdente qualunque.
Non bere per dimenticare,
buttare giù Stoli da Chez Jay,
far sfolgorare le suole scarlatte quando m’inginocchio.

Le indosserò come la mia stessa carne,
come zoccoli, come il peccato.
Manterrò i loro segreti, non spiffererò
dove sono state.

Meglio quelle scarpe con le suole scandalose
che tu con le tue.

Dal catalogo del MAXXI, della mostra "La strada. Dove si crea il mondo",2018, pp.232-233
                                                                                    Traduzione di Maria Adelaide Basile
                                                         

I WANT  LOUBOUTIN HEELS

I want Louboutin heels,
with those trademark red soles,
I want them sexy, I want them high.
I want them slingback and peep-toed 
so I can flash the purple polish 
on my tootsies.

I want to wear them out of the store,
just you try and stop me. 

I want to wow them on Washington,
saunter past C&O Trattoria  
and Nick’s Liquor Mart, those bottles of Stoli
stacked in the window, calling my name,
past the summer-clad tourists in December,
shivering, barefoot, like LA has no winter.

In those shoes I’m hot,  
stop-a-truck hot,
prettiest girl in school hot,
and this time, I know it. Flaunt it.
Hell, I own it. In those shoes
I can pick and choose, not settle for some loser.  
Not drink away regrets,
pound back Stoli at Chez Jay’s,
flash their scarlet bottoms when I kneel. 

I’ll wear them like my own flesh,
like hooves, like sin.
I’ll keep their secrets, won’t spill
where they’ve been.

Better those shoes with their lurid soles
than you with yours.

 ©Alexis Rhone Fancher 2013. First published in BoySlut, nominated for a Pushcart Prize, 2013.



giovedì 3 ottobre 2019

INVITO ALLA LETTURA: Modigliani, "Il mondo ha occhi di pietra"


Stella Sofri
Sono 80 racconti brevi, costruiti secondo un meccanismo di sapiente coinvolgimento emotivo. Momenti di realtà nati da un’osservazione attenta di frammenti di vita popolati da una moltitudine di umanità: giovani “in una sospensione di aspettative”, uomini pazzi di gelosia, donne che si amano, carcerati, malati in fuga, soldati che si abbandonano al pianto, sogni, amori sottesi; tessere di un mosaico forse in attesa di ricomporsi in un mondo liberato da una sorta di incantesimo, da un fermo immagine di una realtà che sfuma nel’indecifrabile.

Atmosfere sospese, inquietudine, realtà visionarie fuori dal reale, ma anche denuncia del reale; una apparente normalità senza luogo né tempo. Vicende minime in cui ognuno può ritrovarsi, in un incerto equilibrio tra realtà e finzione. Storie che si giocano sull’azzardo di una conoscenza del mondo.

Dialoghi che nascondono indizi illuminati da una improvvisa nota conclusiva. Ma anche, più spesso, la proiezione di uno stato interiore, un senso di inadeguatezza, in un mondo che rimane sfuggente, sospeso. Su un’isola remota, nei boschi o nelle stazioni, nelle piazze, nel ventre della città, di qua o di là “tutto non è altro che avventura”, nel tentativo, per lo più vano, illusorio o temerario, di andare oltre, “Il muro era stato abbattuto. E l’atto era stato registrato: scritto”.Ma il muro più difficile da abbattere è il muro della terra che divide l’umanità e la sua maggiore articolazione, uomini e donne. Una ragazzina, forse in Cina, abbatte a calci tre malfattori. Donne forti, che non dispensano sorrisi, ambigue, dirompenti, uomini “a disagio, ma incapaci di allontanarsi”.

Racconti in cui lo scritto è solo l’ordito essenziale, una trama appena abbozzata.Il resto, le conclusioni (conclusioni?) stanno in chi legge, un percorso abile verso una complicità da raggiungere. Perché è nella densità della scrittura la straordinaria vocazione di chi scrive, parole scolpite che rimandano all’essenzialità del linguaggio poetico e che trovano nel titolo, Il mondo ha occhi di pietra, una sintesi straordinaria tra contenuto e linguaggio.

Sono ingredienti scelti e distillati in poche parole, precipitati in conclusioni fulminanti. Una scrittura studiata, raffinata, che evidenzia le molteplici, inquietanti sfaccettature del reale.Storie che possono trascinare in una fuga precipitosa verso la fine nell’attesa di uno scioglimento dell’enigma dell’esistere, o che possono arrivare come un fendente a imporre la necessità di un tempo lungo, una pausa, una sospensione.

mercoledì 18 settembre 2019

MVL teatro: ci vediamo al Vascello?

Maria Cristina Reggio

L’invito che il Teatro Vascello rivolge ai cittadini romani è a non essere Mai più soli: se infatti il teatro è, per definizione,  luogo di condivisione per la comunità, il “nostro” teatro è anche uno spazio in cui si gli abitanti di questa metropoli e del microcosmo di Monteverde si danno appuntamento, si incontrano, e vivono insieme l’esperienza di tanti spettacoli memorabili di prosa, danza e musica, e non solo.  Anche quest’anno il programma è ricco di proposte interessanti, ma c’è un cambiamento che riguarda solamente l’orario del Sabato, che viene anticipato alle 19, orario anglosassone che consente agli spettatori di cenare, dopo,  con gli amici. 

La stagione è già stata inaugurata il 16 settembre con  Moni Ovadia, che tornerà a febbraio 2020 e, per quanto riguarda la prosa, la lista dei registi e attori che si alterneranno sul palco è lunghissima, con Fabrizio Gifuni, Marco Paolini, Roberto Latini, Scimone e Sframeli, Jan Fabre, il duo Rezza-Mastrella fra tanti altri, e con un giovane regista, Giovanni Orloleva, segnalato dalla Biennale Teatro Venezia 2018, mentre, con  la consueta attenzione di questo teatro per la drammaturgia italiana contemporanea andranno in scena a maggio due testi di giovani autori, uno di Marco Andreoli e  l'altro di Davide Sacco. 

Ci saranno focus dedicati alla danza, con - per esempio - il Balletto di Roma a ottobre e il progetto europeo Dancing Partners ad aprile 2020, mentre una particolare attenzione, come sempre, è dedicata alla musica con il Circolo Gianni Bosio, la Scuola Popolare di Musica Donna Olimpia e tanti altri musicisti, come Cinzia Merlin, virtuosa pianista che accompagnerà ad aprile una interpretazione messa a punto da Manuela Kustermann su alcune pagine delle Metamorfosi di Ovidio. Per i bambini è sempre viva la sezione speciale Vascello dei Piccoli, nella quale si può già segnalare, a dicembre,  uno “spettacolo per tutti” - tra danza e circo - L’uomo calamita del Circo El Grito. 

Nella newsletter di Monteverdelegge si potrà sempre consultare la programmazione dettagliata, ma per ora si può anticipare l’apertura di ottobre con uno spettacolo sulla realtà aumentata in cui vanno in scena le nuove tecnologie, Hu Robot di Ariella Vidach e Claudio Prati (dal 4 al 6 ). Segue il regista e artista visivo belga Jan Fabre che porta il suo Giornale Notturno interpretato da Lino Musella per  il Roma Europa Festival (dall’11al 13) e, a seguire, un focus su Roberto Latini fino al 20 ottobre, che inizia il 14 con una serata in cui l'attore darà voce, con La delicatezza del poco e del niente, alla poesia di  Mariangela Gualtieri. Dal 24 al 27, infine, si potrà assistere, nell'ambito della sezione Venezia a Roma,  al Saul, un allestimento in cui il giovane regista già segnalato, Giovanni Ortoleva, riscrive la storia del mitico re biblico, ispirandosi a Gide. 

Dunque ci si vede a teatro: se ne parla prima, ci si accorda per andare insieme, ci si incontra all’uscita e si discute, anche, seduti ai tavolini del caratteristico Art Theatre BioBistrò, oppure da Plautilla, la bibliolibreria gratuita per tutti i lettori di Monteverde, allestita presso il DSM in Via Colautti 28. 

mercoledì 26 giugno 2019

Dal laboratorio di traduzione An American Sunrise di Joy Harjo, appena nominata Poet Laureate degli USA

Photo credit - Shawn Miller
Fiorenza Mormile
Per una felice coincidenza al momento di presentarvi l’ultima delle poesie di Joy Hario tradotta dal nostro laboratorio giunge notizia che l’autrice è stata nominata US Poet Laureate: ventitreesima persona (e prima nativa) a detenere l’ambita carica. Come vi abbiamo ricordato in precedenza, Harjo appartiene alla Muskeogean (Creek) Nation ed è un’esponente del movimento letterario Native American Renaissance. 
Al momento della nomina ha dichiarato: “Condivido questo riconoscimento con gli antenati e i maestri che mi hanno ispirato l’amore per la poesia insegnandomi che le parole sono potenti e possono operare cambiamenti quando la comprensione appare impossibile e in una poesia il tempo e l’atemporalità possono coesistere.” 
Meritato vento in poppa per la Harjo: di recente le è stato assegnato il cospicuo premio Jackson e in Italia il suo libro A Delta in the Skin tradotto da Laura Coltelli per Passigli ha vinto il premio Internazionale Camaiore 2018. 
An American Sunrise è il testo che dà il titolo al prossimo libro che uscirà per W.W. Norton incorporated il 10 settembre 2019. 
Alla versione letta dall’autrice aggiungiamo quella musicata in cui Harjo alterna canto ed assolo di sax. 
Diamo velocemente conto della genesi del testo, che secondo quanto spiegato dall’autrice nasce in funzione di un’antologia poetica dedicata alla poetessa Gwendolyn Brooks. I quattordici versi (che a prima vista potrebbero far pensare a un sonetto) costituiscono  un esempio di Golden Shovel, forma poetica sperimentale che collocando a fine verso esclusivamente parole attinte da una poesia “madre” (in questo caso We Real Cool della Brooks) crea una nuova poesia come forma di omaggio a quella di partenza. 
Harjo sa ricavare da uno schema così rigido e predeterminato un testo in perfetta linea con le proprie tematiche chiave: la rabbia, la volontà di riscatto, la rivendicazione del proprio contributo (qui l’influenza musicale della musica nativa sul jazz e sul blues) testimoniando malgrado tutto un senso di appartenenza tanto alle proprie origini che alla nazione: “We are still America”.

Joy: performance - Photograph courtesy of Joy Harjo
Un’alba americana

A furia di correre per ritrovarci, ci mancava il fiato. Noi
facevamo affiorare le lotte dei nostri avi, pronti a colpire.
Era difficile perdere i giorni al bar indiano se eri a posto.
Facile se giocavi a biliardo e bevevi per ricordarti di dimenticare. Noi
puntavamo ad essere professionali — e ci riuscimmo. E alcuni di noi sapevano cantare
così a ritmo di tamburo aprimmo una via di fuoco fino a quelle stelle lucenti. Peccare
è un’invenzione dei cristiani, come pure il demonio, cantavamo. Noi
eravamo i pagani,  ma avevamo bisogno di salvarci da loro — In-
fima possibilità. Sapevamo di esserci tutti dentro questa storia, un goccio di gin
farà luce nel buio e avremo tutti voglia di ballare. Noi
avevamo a che fare con le origini del blues e del jazz
sostenevo con un pueblo riempiendo il jukebox di monetine a giugno,
e quarant’anni dopo ancora chiediamo giustizia. Siamo ancora America. Noi
conosciamo le voci sulla nostra fine. Le sputiamo fuori. Muoiono subito. 

Traduzione di
Maria Adelaide Basile, Marta Izzi, Giselda Mantegazza, Fiorenza Mormile,  Anna Maria Rava, Anna Maria Robustelli, Jane Wilkinson

An American Sunrise

We were running out of breath, as we ran out to meet ourselves. We
were surfacing the edge of our ancestors’ fights, and ready to strike.
It was difficult to lose days in the Indian bar if you were straight.
Easy if you played pool and drank to remember to forget. We
made plans to be professional — and did. And some of us could sing
so we drummed a fire-lit pathway up to those starry stars. Sin
was invented by the Christians, as was the Devil, we sang. We
were the heathens, but needed to be saved from them — thin
chance. We knew we were all related in this story, a little gin
will clarify the dark and make us all feel like dancing. We
had something to do with the origins of blues and jazz
I argued with a Pueblo as I filled the jukebox with dimes in June,
forty years later and we still want justice. We are still America. We
know the rumors of our demise. We spit them out. They die soon.

Source: Poetry (February 2017)
Si ringrazia l’autrice per l’autorizzazione a riprodurre il testo originale.

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