domenica 8 dicembre 2013

L'incipit della domenica, Il mondo come volontà e rappresentazione

Il mondo come volontà e rappresentazione (Die Welt als Wille und Vorstellung) esce nel 1819. Il libro è considerato, giustamente, il trattato di filosofia alla base della modernità. Ed è sicuramente così; Il mondo, tuttavia, possiede qualità letterarie spiccate e può leggersi anche come romanzo della conoscenza - un romanzo con venature gotiche e gialle.
C’è un persecutore, la Volontà, unica, incombente, indivisibile, onnipotente, celata agli sguardi quotidiani; e ci sono le vittime, noi, agiti da Essa, mai soddisfatti, sfiancati, infelici, prigionieri dell’esperienza mondana, molteplice e ingannevole, e dei limiti avvilenti della gabbia spazio-temporale; e c’è persino una catarsi, la liberazione finale, affidata dapprima all’arte (nella sua gerarchia, architettura, tragedia, musica), poi alla rinuncia: la voluntas depotenziata, alfine, come noluntas, ovvero il Nirvana, la quiete, la pace; una sensazione che allarga il cuore come quando Van Helsing affonda il paletto di frassino nel cuore di Dracula, fredda entità che si nutre del sangue degli ignari viventi.


Non mancano tocchi new age: il velo di Maia, l’India, il buddismo, gli scritti sanscriti. 

Cosa aspettate, dunque? Orsù, deponete Philip Dick, Il nome della rosa, Nietzsche, Thomas Mann, Kafka, Hesse, Coelho, Bruce Sterling, Leopardi e leggete Schopenhauer.
Che era pure un bel tipastro. Crapulone, satiresco, irriverente, maschilista: un irresistibile carognone a tutto tondo. Ecco un episodio raccontato da Bertrand Russell:

sabato 7 dicembre 2013

Una "second life" per la parola scritta

Maria Teresa Carbone
A lungo gli esperti di scrittura digitale (ammesso e non concesso che si possa essere esperti in una materia tanto sfuggente) hanno affermato che i testi per il web devono essere brevi o brevissimi, possibilmente con le parole chiave evidenziate in neretto, per catturare l'attenzione del pubblico, massa di eterni ragazzini pronta a lasciarsi distrarre da un qualsiasi diversivo. E ancora oggi sono in tanti, da noi, a sostenere che chi scrive in Rete deve attenersi a una concisione estrema, pena la fuga dei lettori verso pagine (elettroniche) più facili e accoglienti. Come tante belle addormentate, però, questi esperti veri o presunti non si sono accorti che la lettura su schermo è entrata a far parte delle esperienze quotidiane di un pubblico più o meno alfabetizzato e che, com'era prevedibile, si stanno riproducendo per la “lettura digitale” le stesse dinamiche della lettura su carta: i lettori allenati saranno pronti ad affrontare testi lunghi e complessi sullo schermo del computer, del tablet, perfino dello smartphone, mentre chi non legge, beh... non legge. 
Se ne sono accorti invece, e naturalmente, dall'altra parte dell'Atlantico, dove i siti culturali di ultima generazione sembrano disegnare, per le caratteristiche dei materiali proposti e per il rapporto instaurato con gli utenti, una nuova mappa della Rete, all'interno della quale la parola scritta mantiene un ruolo centrale, senza sensi di inferiorità verso i contenuti audio e video. 

venerdì 6 dicembre 2013

Cos'è la destra, cos'è la sinistra (Vienna è di destra, il Portogallo di sinistra)

G. Luca Chiovelli

A volte, in contesti inaspettati, si scoprono documenti sociologici di primaria importanza.
Uno d’essi, che qualche cinefilo già conoscerà - una filastrocca disillusa e lunare recitata davanti al manifesto di un incolpevole Berlinguer truccato da indiano metropolitano - compare in Maledetti vi amerò (1980), primo film di Marco Tullio Giordana.
Eccone il testo integrale (i nomi diranno ancora qualcosa a qualcuno):

“… Perché quello che conta sono le definizioni:
Di Vittorio è di sinistra, quindi su questo non ci piove
Lama, invece, è di destra ... con quella pipa ...
Enrico coi segni di guerra è come Carlo Marx che legge Hölderlin
Pecchioli è di destra
Trombadori, eh beh Trombadori è meglio che non ne parliamo
Terracini invece è di sinistra, come il té, il riso integrale e la cucina macrobiotica
Il caffè invece è di destra, anche il bagno con la vasca è di destra
La doccia, invece, è di sinistra
Il Portogallo è di sinistra, insieme alle isole greche, al Marocco e all'Afghanistan
Vienna, Venezia e Praga sono di destra
Visconti era di sinistra, e Pasolini, invece, prima di morire, a quanto mi si dice, era un irrazionale populista di destra, poi, dopo morto, è diventato un compagno della Madonna, eh ...
L'erotismo è di sinistra, la pornografia è di destra
Anche la penetrazione è di destra mentre i preliminari, invece, sono di sinistra tranne che per il pompino che, invece, è di destra
La norma è di destra, la follia di sinistra
L'eterosessualità è di destra, l'omosessualità, invece, ha un profondo valore trasgressivo, quindi è di sinistra
Marocchino, afgano, erba e fungaia varia sono di sinistra, mentre anfetamine, ero e cocaloide, beh, sono robe da fascisti, eh ...
In quanto a Nietzsche è stato rivalutato, cioè adesso è di sinistra Marx è di destra ... Orco due, compagni, non facciamo casino, ah!
Bisaglia è di destra, Basaglia è di sinistra ... Cosa vuol dire una vocale ...”

mvl teatro: Lo stupro di Lucrezia


Maria Cristina Reggio
Valter Malosti mette in scena al Vascello il poemetto di Shakespeare Lo stupro di Lucrezia,  pubblicato nel 1594, nel quale il poeta drammaturgo narrava in versi la violenza e il dolore di un abuso, antico e tragico come la storia dellʼumanità: una giovane e bella nobildonna dellʼantica Roma, Lucrezia, moglie di tal Collatino, viene fatta oggetto di uno stupro, compiuto da SestoTarquinio, figlio del re Tarquinio detto il Superbo,  dopo che il di lei marito, nei discorsi dopo  una cena, ne ha elogiato la bellezza e la castità.  In un palcoscenico pressoché buio, tre personaggi sono illuminati con poche improvvise luci di taglio che ne immobilizzano le pose. Uno è il lettore-narratore (lo stesso attore e regista Valter Malosti), che resta per tutto il tempo seduto davanti a una scrivania, mentre gli altri due, una donna (la brava Alice Spisa, appena diplomata alla scuola per attori tenuta dallo stesso Malosti al Teatro Stabile di Torino) e un giovane (lʼatletico Jacopo Squizzato, con lo stesso percorso di studi) si muovono nello spazio del palcoscenico, compiendo una cruda, anzi crudissima e cruenta azione teatrale: dopo pochi minuti dallʼinizio dello spettacolo, infatti, i due corpi nudi degli attori inscenano uno stupro che, nella reale nudità della loro carne esposta, imprime nello sguardo dello spettatore, pur avvezzo (o avvezza) alle nudità esibite attraverso molteplici media, una muta vergogna, un imbarazzo di voyeur, protetto dal buio della platea. Già, perché il nudo a teatro è ben altra cosa rispetto al cinema o alla tv, e soprattutto in un teatro come il Vascello, dove la platea non è innalzata sul palco mediante alcun dislivello.  
Qui non cʼè distanza tra attore e spettatore, e questʼultimo ha una visione dallʼalto, perspicua e molto ravvicinata.   Di solito, inoltre, nel teatro contemporaneo, la nudità non si associa allʼatto sessuale, ma, piuttosto, viene mostrata con un intento di "avanguardia", nel senso di andare oltre, oltrepassare la stessa nudità e lʼerotismo evocato. Diventa un atto, una rappresentazione nella rappresentazione, paradosso del mostrarsi senza abiti, senza protezioni, nudi senza identità sociale. Invece qui i due corpi si offrono allo sguardo discreto dello spettatore e, soprattutto, si direbbe, delle spettatrici, proprio per mostrar loro, apparentemente senza finzioni, lʼatto primario, i movimenti del coito che al cinema siamo abituati a vedere spesso con una musica di sottofondo.   In effetti il risultato è scabroso e molto realistico, ma vien da chiedersi quanto il teatro abbia bisogno di realtà pura e cruda, e quanto, piuttosto, non sarebbe preferibile un teatro che accolga e casomai ripensi il proprio statuto finzionale, declinandone le infinite possibilità.  Ciò che resta impresso nella memoria di questa trasposizione teatrale del poemetto shakespeariano, è lʼimmobilizzazione dei gesti, la resa "statuaria" quanto improvvisa della dinamica dei movimenti, ripetuti sempre uguali, e in taluni casi con un vero esercizio (che non vorrei chiamare effetto) di ralenti, con cui il bellissimo corpo di madreperla della giovane donna sfugge e viene agguantato dal suo predatore come una novella Proserpina ellenistica con il suo marmoreo Plutone: lampi accecanti di dolore in cui la tensione del corpo vero rincorre e sfiora la bellezza di quelli inventati da Bernini per Scipione Borghese allʼinizio del 1600, in un tempo non molto lontano da quello in cui scriveva Shakespeare.  Bellissima la voce del lettore-onnisciente Valter Malosti, mai descrittiva, sempre distaccata e sapiente, alterata talvolta, come pure quelle dei due attori, da effetti di riverbero e intrusioni di glitch e altri rumori. Rumori e suoni che trasportano il dramma in una quotidianità pop, che necessita di microfoni e altoparlanti per accentuare la sua aderenza al vissuto reale e contemporaneo, tanto vero da affiancare, agli attrezzi di scena, un vero, funzionante e tanto pop, frigidaire anni Cinquanta.  Oggetti e suoni ridondanti, rispetto alla puntualità e precisione della voce del lettore, delle parole del poeta e degli splendidi corpi degli attori.
Il poemetto Lo stupro di Lucrezia, nella  traduzione di Gilberto Sacerdoti, si può leggere online  nella pagina web Garzanti libri  dedicata allʼindirizzo http://www.garzantilibri.it/articoli_main.php?sezione=Percorsi%20di%20lettura&pag=1&CPID=11

Il complesso di Mandela


Come Nelson Mandela sia riuscito a diventare quello che è stato - il simbolo di quello che un uomo politico dovrebbe essere, e che solo in casi eccezionali (Mandela, appunto) è - e a sopportare con almeno apparente lievità il peso che da questa sua ingombrante figura pubblica derivava, è storia troppo lunga per poter essere condensata in poche parole. Qui preferiamo ricordarlo proponendo alcune righe da un romanzo del sudafricano Lewis Nkosi uscito per Giunti nel 2008. Il libro si intitola Il complesso di Mandela (in inglese Mandela's Ego)  e ha come protagonista un giovane, Dumisa, la cui vita riflette misteriosamente, ironicamente, dolorosamente, le vicende di Mandela. E in queste ore, avendo in mente i fragili equilibri del Sudafrica, non si può non pensare con preoccupazione a quello che potrà avvenire in un paese che, proprio come Dumisa, ha visto il suo soffio vitale andare di pari passo con quello di Madiba.

Lewis Nkosi
A Simon Gumede piaceva fare la parte del mentore con il nipote. Dopo tutto era stato Simon Gumede a mostrare per primo a Dumisa un rotocalco di Johannesburg con le foto di Nelson Mandela e della sua giovane sposa, Winnie Madikizela. Sulle pagine di quel periodico a grande tiratura Mandela appariva come un bell’uomo alto, con i capelli divisi al centro, una pettinatura che portavano a volte i bianchi raffinati all’inizio del secolo. Indossava un completo grigio antracite e i suoi denti lampeggiavano in un sorriso che trasudava successo. Ugualmente bella, ed elegantemente vestita in un abito a pois colorati, la sua sposa indossava un grande cappello bianco simile a quelli portati dalle ricche donne bianche che Dumisa aveva visto alle corse di Estcourt. C’era inoltre una immagine di Mandela in posa da sportivo con dei buffi indumenti; e sul ring aveva di fronte un avversario, ma sembrava immune dai miseri pugni dell’altro.
Dumisa, che aveva allora solo quattordici anni, rimase incantato dalle fotografie di quel grand’uomo. Da quel momento cominciò a leggere tutto quello che gli capitava fra le mani che riguardasse Mandela.

giovedì 5 dicembre 2013

Parti da un libro (chissà dove arrivi)


Simona Baldelli *
Ammetto di avere in testa un po’ di confusione.
Ieri sera, Maria Teresa Carbone, mi ha consegnato alcuni fogli che riportavano un articolo uscito qualche giorno fa, circa un minuscolo paese scozzese, Wigtown, che conta mille abitanti e 12 librerie (ho trovato un altro articolo che ne censisce 11, ma tant’è).
La storia di Wigtown, comune a gran parte della Scozia racconta di un periodo, a cavallo degli anni ’50, di grande crisi, povertà, disoccupazione ed alcolismo diffusi. Fino al momento in cui un gioielliere inglese ancor più povero a causa di una serie di furti che lo gettarono sul lastrico, (non aveva contratto alcun tipo di assicurazione) decise, con le poche sterline rimaste, di aprire una libreria antiquaria (chissà perché), che andò talmente bene da suggerirgli di aprirne una seconda e così via. Attualmente, Wigtown vive di tutto ciò che ruota attorno alla filiera del libro, dalla scrittura alla vendita di libri, passando per un festival di letteratura e cultura in genere che prende vita ogni mese di settembre.

mercoledì 4 dicembre 2013

Nazim Hikmet. Due poesie romane

Giovanni Anchiseo

Nâzım Hikmet-Ran, ovvero Nazim Hikmet (Salonicco, 20 novembre 1901 - Mosca, 3 giugno 1963), l'ho sempre considerato un lirico dalla vena piuttosto facile. Infatti ebbe successo immediato, vasto, popolare. Il suo verseggiare senza inciampi, d'un piano petrarchismo, coadiuvato da un richiamo vagamente esotico (era mezzo turco e mezzo polacco), riecheggiava altri ritmi, quelli d'un Tagore o d'un Gibran, altri poeti buoni per le signorine.
Nella vita, però, si cambia. Anche i poeti cambiano.
Si può affermare questo: io e Hikmet siamo cambiati.
E, da poco, siamo entrati più in sintonia. In corrispondenza d’amicali sensi.
Lui sa che non diverrà mai uno dei miei favoriti, ma si rallegra di questa mia recente conversione. Io, per conto mio, lo disporrò in una sezione della biblioteca meno sperduta.  A questo punto qualche anima bella insorgerà giustamente: posso capire che sei cambiato tu (ma di te c'importa poco), ma come è possibile che sia cambiato Hikmet, che non è più da mezzo secolo?
Più che possibile; inevitabile.
Vediamo Hikmet. Ecco cosa scrive nelle sue autobiografie, una in versi, l'altra in prosa:
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