Giovanni Anchiseo
Nâzım
Hikmet-Ran, ovvero Nazim Hikmet (Salonicco, 20 novembre 1901 - Mosca, 3 giugno
1963), l'ho sempre considerato un lirico dalla vena piuttosto facile. Infatti
ebbe successo immediato, vasto, popolare. Il suo verseggiare senza inciampi,
d'un piano petrarchismo, coadiuvato da un richiamo vagamente esotico (era
mezzo turco e mezzo polacco), riecheggiava altri ritmi, quelli d'un Tagore o
d'un Gibran, altri poeti buoni per le signorine.
Nella
vita, però, si cambia. Anche i poeti cambiano.
Si
può affermare questo: io e Hikmet siamo cambiati.
E,
da poco, siamo entrati più in sintonia. In corrispondenza d’amicali sensi.
Lui
sa che non diverrà mai uno dei miei favoriti, ma si rallegra di questa mia
recente conversione. Io, per conto mio, lo disporrò in una sezione della
biblioteca meno sperduta. A questo punto
qualche anima bella insorgerà giustamente: posso capire che sei cambiato tu (ma
di te c'importa poco), ma come è possibile che sia cambiato Hikmet, che non è
più da mezzo secolo?
Più
che possibile; inevitabile.
Vediamo
Hikmet. Ecco cosa scrive nelle sue autobiografie, una in versi, l'altra in
prosa:
