sabato 31 gennaio 2015

La poesia della domenica - Aleksandr Puškin, Un fiore secco, un fiore senza profumo

Puškin apre un volume a caso; vi trova un fiore appassito e dimenticato, usato come segnalibro. Il poeta, preso da una vertigine, subito interroga quell'umile reperto: chi l'ha colto? In quale tempo? È, forse, un pegno d'amore? E, se sì, chi sono i due amanti? E dove sono? Sono ancora fra noi oppure, trascorso il tempo fugace della felicità, vivono di nostalgie oppure sono appassiti, come il fiore, e riconsegnati alla nuda morte?
Il poeta riunisce in sedici versi i doni della semplicità e della profondità.
Semplicità. Le parole sono usuali, quotidiane. La traduzione non le ha falsate. Sono termini che ciascuno intende, ieri come oggi, a qualsiasi latitudine del corpo e dell'anima.
Profondità. La lirica oscilla fra i soli due poli del cuore conosciuti dall'uomo, la Morte e la sua breve eccezione, la Vita. Morto è il fiore, che fu colto in un momento irrecuperabile, e scomparso nella moltitudine del tempo; e morti son forse gli amanti che lo condivisero, oppure morto è il loro amore. Mors omnia vincit. Eppure, dice Puškin, c'è stato un attimo in cui la Vita ha trionfato: il fiore, infatti, testimonia di un incontro, di un fatale abbandono, o di una passeggiata solitaria nei boschi: di una vittoria sulla morte.
"E lui è vivo, ed è viva lei? E dov'è ora il loro angolino?", si chiede ancora Puškin. E qui sorge la contraddizione fatale che rende ancor viva tutta la lirica occidentale. La risposta alle domande del poeta, nascosta al lettore, ma in realtà intimamente conosciuta, è: sì, quei momenti e i loro attori sono appassiti, dileguati, così è sempre avvenuto, questa la tragedia dell'umana natura; eppure, quando operiamo tale constatazione amarissima, sappiamo che no, quegli attimi e quegli amanti non sono morti, ma vivono attraverso l'ispirazione di Puskin; sappiamo, ora, che quel fiore ritrovato in un libro qualsiasi resiste alla memoria da almeno due secoli: un poeta russo ha eternato la testimonianza di esistenze altrimenti perdute.

Un fiore secco, un fiore senza profumo
Dimenticato in un libro io vedo;
Ed ecco che già di uno strano sogno
Si è colmata l'anima mia:

Dove è fiorito? Quando? In quale primavera?
E a lungo è fiorito? E chi l'ha colto,
Una mano nota o forse estranea?
E chi l'ha posto in questo libro?

Forse in ricordo di un tenero incontro,
O di un fatale abbandono,
Oppure di una passeggiata solitaria
Nel silenzio dei campi, nell'ombra dei boschi?

E lui è vivo, ed è viva lei?
E ora dov'è il loro angolino?
O forse sono già appassiti,
Come questo fiore sconosciuto?

Da Poesie, traduzione di Eridano Bazzarelli.

venerdì 30 gennaio 2015

Appuntamenti con la poesia

Il 5 febbraio a Roma presso il Tempio di Adriano si terrà Ritratti di Poesia, una rassegna di grandi voci poetiche (per citare solo pochi nomi, le italiane Rosaria Lo Russo e Giovanna Frene, la statunitense Moira Egan e l'egiziano Youssef Rakha).  Il giorno precedente, mercoledì 4 febbraio, presso la libreria Enoarcano, Alessandro Canzian, Flaminia Cruciani, Claudio Damiani, Sonia Gentili, Giovanna Iorio, Sandro Pecchiari, Maria Pia Quintavalla, Gabriella Sica, Luigia Sorrentino, Isabella Vincentini, Zingonia Zingone leggeranno i loro testi nel corso di una serata, intitolata ASPETTANDO RITRATTI DI POESIA. L'incontro è organizzato da Samuele Editore, che Monteverdelegge ha ospitato in uno dei suoi "autoritratti di editore" all'interno dei laboratori di Officina Poesia curati con appassionata competenza da Sonia Gentili presso Plautilla. Con particolare piacere, quindi, abbiamo inserito l'appuntamento nel nostro calendario e anticipiamo i testi che Sonia Gentili leggerà durante l'incontro. 


Notturno

Gli alberi, le teste buie
al vento, l’occhio invisibile
ed attento
di due volpi

nel tormento
oscuro delle foglie, dei rami che torcendosi
abbracciano ora il tempo
sinistro del naufragio, tutto ritorna
al cielo cancellandosi, le linee
tradiscono le forme
abbandonandole e il vuoto
sale al niente, è pietra
circolare, cieca, è torre
senza finestre che ha
nelle budella
un trono

il buio riempie i tronchi
come un coro
di foglie insonni
di rami che torcendosi
abbracciandosi
resistono al frastuono
della vita impaurita
dalla notte

rumore notturno della vita: per il ribrezzo
del niente che la sfiora
si ritrae torcendosi, ancora
più cupamente
viva

anche stanotte il sonno
non basta per morire

Istante

La guancia che si volta, scalfita
dalla luce, e non sa di attendere
una pena

la figura piena, dissolta
al centro da uno scorrere
di luce

il sole era l’immensa
radura al centro
della ragazza in piedi sul sentiero
che conduce dentro a un nero
d’alberi e dietro
al ginocchio intanto
nasceva un lago
d’ombra

Fiat lux

Che la luce cada rompendosi
sul mondo
cada la luce rompendosi
nel fondo
ma brilli, e le ossa rotte
le nasconda

resti distesa e poi
potrà svanire
pensi a brillare e poi
potrà morire

brilla la luce caduta
in superficie, sale dall’orizzonte
nella spinta breve di queste
arcate di nubi
chiare

brilla il tuo corpo, luce, sei distesa
sul mondo
stai morendo
eppure il tuo mattino è un mondo
chiaro

vada la luce, consumi le pianure
e vada poi perdendosi, già morta,
dentro le vene aride di dio
dentro le vene aride che io
sento distendersi immortali nelle
notti
sento confondersi ai mortali nella
notte
le vene della mano che domani
frantumerà ancora sul mondo
le ossa della nostra
luce




giovedì 29 gennaio 2015

La non-morte del neoliberismo

L'11 febbraio 2015 nell'aula magna dell 'IIS Federico Caffè viene presentata la seconda edizione di In difesa del Welfare State di Federico Caffè, curata da Paolo Ramazzotti, edita da Rosenberg&Seller. 
Alla tavola rotonda, moderata dalla giornalista Roberta Carlini, partecipano Enrico Giovannini, docente a Tor Vergata e ex Ministro del Lavoro del Governo Letta; Paolo Leon, docente emerito a RomaTre; Tommaso Nannicini, docente alla Bocconi e consigliere economico di Renzi; Paolo Ramazzotti, docente Università Macerata. Proponiamo alcune righe dall'introduzione.

Paolo Ramazzotti
Poco dopo lo scoppio della crisi finanziaria del 2007 Elisabetta d’Inghilterra chiese, con un candore concesso solo a una regina, perché gli economisti non fossero stati in grado di prevedere la crisi. In effetti, benché, come si è detto, vi fossero economisti che – ispirandosi all’insegnamento keynesiano e minskiano – avevano segnalato la tendenza in atto, la gran parte della categoria, specie quella legata all’approccio neoliberista, non riteneva che si potesse verificare quanto poi è avvenuto. La domanda avrebbe suggerito un riesame del modo di indagare l’economia da parte di chi confidava nell’intrinseca stabilità del sistema.
Eppure, se si fa eccezione per la riflessione autocritica proposta da un autorevole esponente del pensiero neoliberista come R. Posner e le pragmatiche manovre di politica finanziaria e monetaria, volte a evitare il collasso del sistema bancario o la disgregazione dell’eurosistema, l’impianto generale delle politiche economiche e del modo di indagare
l’economia non sono cambiati. Viceversa, sembra prevalere l’opinione secondo cui i drammi sociali – disoccupazione, precarietà di reddito, sperequazione distributiva e povertà crescente – che i cittadini di molti paesi si trovano a subire per effetto di tali politiche siano necessari affinché l’economia riprenda a funzionare. Ci si è trovati, quindi, in presenza di quella che C. Crouch (2012) ha definito, nel titolo inglese del suo libro, «la strana non-morte del neoliberismo».
Occorre osservare, tuttavia, che malgrado una certa incomunicabilità al suo interno, la comunità degli economisti non è monolitica. Negli ultimi decenni sono fiorite sia riviste sia associazioni che si pongono in modo critico verso l’approccio dominante. Viene da chiedersi perché esse non riescano a creare opinione e a modificare il senso comune
del pensiero economico.
Va da sé che gli interessi costituiti, quelli in grado di finanziare la ricerca a carattere economico sia nelle università sia nei centri di ricerca privati, privilegiano quegli approcci teorici che sono a loro congeniali. Che favoriscano indagini documentate o studi realizzati in
modo affrettato, è evidente che la quantità di materiale prodotto crea opinione, specie in presenza di ridotti fondi alla ricerca indipendente da parte dell’operatore pubblico.

martedì 27 gennaio 2015

Quello che gli italiani (non) leggono

Proponiamo in versione integrale ai lettori di Monteverdelegge  il comunicato stampa con cui l'Associazione Italiana Editori (Aie) annuncia la sua più recente indagine  sulla lettura in Italia.  Si parla di "grande trasformazione" e di "radicale cambiamento". Ma quel "+ 0,1 % complessivo" che dovrebbe forse rallegrarci, testimonia in effetti come di cambiato ci sia poco. E se qualcosa è cambiato, è in peggio, visto che è calato di parecchio il numero dei lettori "deboli", quelli che dichiarano di avere letto almeno (o soltanto) un libro l'anno. Insomma, ben poco di nuovo sotto il sole (mtc). 

Resta stabile la spesa per leggere degli italiani. E’ un primo dato di quanto emerge dall’indagine dell’Ufficio studi dell’Associazione Italiana Editori (AIE) sul mercato del libro 2014, che sarà presentato il 27 gennaio, nella giornata inaugurale del XXXII Seminario di Perfezionamento della Scuola per Librai Umberto ed Elisabetta Mauri, in programma fino al 30 gennaio a Venezia.
Il 2014 si conferma infatti un anno di grande trasformazione per il settore del libro: diversi indicatori risultano negativi ma, sommati, dimostrano complessivamente come l’andamento della spesa degli italiani in libri, ebook, e-reader e collaterali – in altre parole in ciò che serve a leggere – registri un +0,1% complessivo.
Quanto hanno speso dunque gli italiani nel 2014 per leggere? Quasi 1,5miliardi di euro (per la precisione 1,452miliardi): 51,7milioni di euro è la stima del mercato 2014 degli ebook venduti, 1,2miliardi il mercato dei libri di carta secondo Nielsen nei canali trade (librerie, librerie online, grande distribuzione), 111milioni di euro quanto pagato dagli italiani per gli e-reader (stima provvisoria su dati Assinform, non si sono considerati i tablet), 54,3milioni di euro la spesa per i collaterali. La somma dei fattori si traduce in un dato sorprendente e soprattutto in una sfida implicita: “La sfida - sottolinea Giovanni Peresson, responsabile Ufficio studi AIE – di fare in modo nuovo il mestiere del libraio o dell’editore, innovando tutti quegli elementi che ci obbligano a guardare in modo diverso i comportamenti del lettore e cliente. Alcuni dati, presi singolarmente, possono risultare negativi ma aggregati all’interno del “sistema lettura” ci possono raccontare una storia diversa. La storia di una trasformazione”.
Diminuisce la lettura in Italia ma… – Secondo i dati Istat si passa dal 43% di italiani con più di 6 anni che leggono almeno 1 libro all’anno del 2013 al 41,4% del 2014. I forti lettori restano sostanzialmente stabili (-0,02%), crollano i lettori occasionali. Se si vuole fotografare la lettura nel lungo periodo, tra 2010 e 2014 si sono persi qualcosa come 2,6milioni di lettori (il 10%).
Parallelamente nel 2014 cresce, secondo Istat, del 32,2% la lettura di ebook: quasi 7milioni di italiani (il 13,1% della popolazione) hanno letto un ebook nell’anno passato.
Diminuisce la produzione di libri di carta, cresce quella degli ebook – Gli editori hanno prodotto nel 2014 63.417 titoli, il 5,1% in meno rispetto al 2012 e con un prezzo di copertina alla produzione in media di 18,14 euro (il -7,2% rispetto al 2012). Parallelamente cresce la produzione di e-book: nel 2014, si stimano 53.739 titoli in digitale (esclusi i gratuiti) nei vari formati (epub, pdf, mobipoket), l’88,4% in più rispetto al 2012 e con un prezzo di copertina alla produzione in media di 6,96 euro (-22,8% sul 2012).
Cala il mercato del libro di carta nel 2014 rispetto all’anno precedente, ma progressivamente meno. Cresce del 40% il mercato e-book – Il 2014 si chiude per i libri di carta con il segno meno nei canali trade, secondo i dati Nielsen: -3,8% il giro d’affari, -6,5% le copie vendute, in ripresa rispetto ai primi mesi dell’anno e anche rispetto agli anni precedenti. Il libro di carta si compra prima di tutto nelle librerie di catena (pesano per il 40,6%, anche se in leggero calo rispetto al 2013), un pochino meno nelle librerie indipendenti (al 30,7%), sempre più nelle librerie online, che oggi pesano il 13,8% (+ 8% rispetto al 2013). Diminuisce invece in modo significativo la grande distribuzione. Parallelamente il mercato degli ebook si stima al 4,4% del mercato del libro, con un fatturato di 51,7milioni di euro (+39,4% sul 2013).
“Questo quadro – conclude Peresson – ci dice che siamo entrati in una nuova fase: di lettura, di acquisto, anche di produzione. I paradigmi stanno cambiando. Non è in crisi il libro. Siamo di fronte a un radicale cambiamento nel mix, in cui innovazione è la parola chiave per tenere conto di una società più liquida e fluida”.

domenica 25 gennaio 2015

La poesia della domenica - Friedrich Nietzsche, Il pino e la folgore

Una breve poesia del filosofo tedesco, piana e semplice, ma indicativa del suo pathos per la distanza, dell'anelito per un nuovo uomo, selezionato, voluto, elevato, aristocratico.
Come scrisse lui stesso in Al di là del bene e del male:
"Ogni elevazione del tipo “uomo” è stata, fino a oggi, opera di una società aristocratica – e così continuerà sempre a essere: di una società, cioè, che crede in una lunga scala gerarchica e in una differenziazione di valore tra uomo e uomo, e che in un certo senso ha bisogno della schiavitù. Senza il pathos della distanza, così come nasce dalla incarnata diversità delle classi, dalla costante ampiezza e altezza di sguardo con cui la casta dominante considera sudditi e strumenti, nonché dal suo altrettanto costante esercizio nell'obbedire e nel comandare, nel tenere in basso e a distanza, senza questo pathos non potrebbe neppure nascere quel desiderio di un sempre nuovo accrescersi della distanza all’interno dell’anima stessa, la elaborazione di condizioni sempre più elevate, più rare, più lontane, più cariche di tensione, più vaste, insomma l’innalzamento appunto del tipo 'uomo', l’assiduo 'autosuperamento dell’uomo' ..."
Un tale oltreuomo è, in un'epoca di gnomi, il filosofo, vale a dire Nietzsche stesso, Zarathustra, colui che annuncia la fine dei tempi metafisici -  a prezzo della propria vita.

Troppo io crebbi al di sopra
   Degli uomini e degli animali
E quando parlo, nessuno parla con me.

Troppo solitario e troppo alto
   Son cresciuto:
Ora attendo - che cosa aspetto mai!

A me troppo vicina è la dimora
   Delle nuvole,
La prima folgore attendo.

Da Poesie, 2004 (traduzione di Giuseppe D'Ambrosio Angelillo)

sabato 24 gennaio 2015

Roma Caput Immundi: il Ponte della Scienza Rita Levi Montalcini


G. Luca Chiovelli

Se potessi esprimere un desiderio - solo per togliermi uno sfizio e ridere alle spalle dei romani - bene, il desiderio sarebbe questo: "Oh Signore Dio, Causa Efficiente e Finale dell'Universo, governatore dell'Assoluto e Facitore del Tempo e della Materia, per favore, per piacere, se non disturbo, ascolta il tuo servo ed esaudisci questa sua breve preghiera: fai sparire tutti i monumenti costruiti a Roma prima del 1945, chiese ponti colonne palazzi, tutti, falli sparire tutti, ti prego, fallo per me; e poi, se vuoi, nascondiamoci dietro le quinte, assieme, per vedere le reazioni di quei quattro minchioni e farci qualche sghignazzata".
Cosa sarebbe di Roma in quel caso? Diverrebbe appetibile turisticamente come Milano 2, certo, ma con questa differenza: che Milano 2 al confronto di questa NeoRoma rileverebbe quale città ideale rinascimentale (e, infatti - non sto scherzando - Berlusconi l'ha pensata proprio come città ideale, influenzato dalla lettura giovanile dell'Utopia di Tommaso Moro. Non ci credete? Leggete qui, Silvio era un utopista di grana fina).
Insomma, privata del suo passato urbanistico e architettonico, che i nostri attuali amministratori, peraltro, dilapidano costantemente con tranquilla inettitudine (chiamiamola così), la NeoRoma si ritroverebbe esclusivamente Corviali, Torbellamonache, Nuovi Salari, Tiburtini III, le varie follie abitative deposte accanto alla Casilina, nonché, in buon ordine lo stupidissimo Ponte della Musica, la goffa scatola da scarpe che contiene l'Ara Pacis, ulteriori ammassi di materiali a casaccio firmati da Calatrava e Fuksas più archeomostri a piacere di cui non mi ricordo e che non voglio ricordare. 
Il Ponte della Scienza è uno di questi orrori.
Preparato negli anni (tanti anni) da diatribe, opposizioni, progetti, riunioni, ciacole, unzioni di ruote amministrative, annunci e preventivi buoni per almeno tre piramidi di Cheope, il pedonale Ponte della Scienza, dal 29 maggio scorso è, purtroppo, realtà.
A cosa serva non lo so. Sicuramente ad affliggere la memoria dell'incolpevole Montalcini (o di Vittorio Gassman, cui hanno dedicato il Lungotevere adiacente). Direbbe Groucho Marx: a tale vista i miei antenati si rivolteranno nella tomba. E mi toccherà rimboccargli la lapide! 
Serve forse a collegare la zona Marconi alla zona Ostiense? Per ora vedo solo un collegamento fra due lungotevere luridissimi, abbandonati a se stessi, folti di erbacce, accampamenti abusivi, rifiuti vecchi di decenni, officine sgangherate, supermercati, chiese postmoderne (ah, la morte del sacro ...) ed esornati dal caro, immancabile e inamovibile monumento della periferia e semiperiferia romana: lo sfasciacarrozze ("Che ciai er fanale de dietro destro daa Yaris?").


Altri babbei: è il primo passo della riqualificazione dell'intera area! Come no ... che sia un primo passo, è indubbio, vista la fatiscenza dell'area anzidetta, ma pongo una domanda: come si può riqualificare un luogo qualsivoglia con tale accrocco? Meglio non fare niente, allora. Come la lettura: se devi leggere Fabio Volo è meglio che guardi la televisione.
Il ponte è inutile, possiamo dirlo. Inutile. E brutto, Cristo santo. Brutto. Mi si intenda, però. Brutto in modo cool, postmoderno, avanzato. Di quella bruttezza che scaturisce dall'ignoranza di qualsiasi euritmia, garbo, e simmetria (come le abbiamo apprezzate nei millenni) e da quel minimalismo micragnoso e inumano spacciato per progressismo concettuale. Ma non vedete l'angustia mentale, e la piccineria della concezione, che sovraintendono maestre a tutto? Osservate bene: i lampioncini stitici, le solite panchine nichiliste a parallelepido, la balaustra col filo di ferro, il cestino di rifiuti buono neanche per il McDonald's. A sette anni col Meccano costruivo modellini più aggraziati ... e poi la struttura ... la forma ... Leggo da Wikipedia: "Il Ponte della Scienza nasce dall'unione di due concetti strutturali: quello della trave a sbalzo da un triangolo, la cosiddetta stampella, e quello della travata centrale appoggiata con post-tensione esterna". Eccola più sotto. Complimenti a tutti.


Brutto. Talmente brutto che le scritte vandaliche, subito comparse, donano paradossalmente al ciofecone un'arietta più accettabile.
Debbo confessare, però, che il ponte ha cambiato d'un sol colpo le urgenze urbanistiche per la riqualificazione dell'intera area. Ora la prima è, indubbiamente, il suo abbattimento.


Foto tratte dai siti Romafaschifo.com e Skyscrapercity

venerdì 23 gennaio 2015

Come nacque la "scuola di razza"

Alla vigilia della Giornata della memoria pubblichiamo un testo tratto da Sui banchi del regime, una pubblicazione che il Cesp - Centro Studi per la Scuola Pubblica ha realizzato per far conoscere agli studenti di oggi una delle pagine più vergognose nella storia della scuola italiana.

Gianluca Gabrielli
Durante l'estate del 1938 il ministro Bottai inviò una circolare ai presidi e direttori didattici per avviare le prime procedure di censimento degli ebrei presenti tra i docenti, gli studenti e gli autori di libri di testo adottati dalle classi. Una procedura burocratica che, con tempi diversi, produsse tra settembre e novembre l'espulsione di 279 tra presidi e professori e di un numero ancora ignoto di maestre elementari, la cacciata di migliaia di studenti e la sostituzione di oltre un centinaio di libri scolastici già adottati. Fu un'azione che, confrontata ai ritmi solitamente lenti e farraginosi della burocrazia ministeriale, si può definire fulminea. Nel giro di tre mesi la campagna razzista del fascismo produsse proprio nel mondo della scuola i suoi effetti più drastici ed immediati; la scuola italiana si trovò sconvolta nel profondo e – pur per breve tempo – strappò alla scuola nazista, ove ancora vigeva la politica del numero chiuso rispetto agli studenti ebrei, il triste primato della radicalità razzista.
Bottai credeva nell'utilità della campagna antisemita ed il suo ministero la condusse con uno zelo particolare, riconoscendo la centralità della scuola e delle istituzioni culturali al fine di diffondere in profondità e capillarmente la visione del mondo razzista. Le caratteristiche del calendario scolastico imposero al ministro tempi strettissimi per colpire con la massima forza gli ebrei riducendo al minimo il rischio di una fraternizzazione solidale di compagni di classe e colleghi; bisognava agire prima dell'inizio delle lezioni e così fu fatto, in modo che il nuovo anno scolastico cominciasse con l'istituzione già pienamente traghettata nella nuova condizione prodotta dalla persecuzione, senza ebrei dietro ai banchi e dietro alle cattedre, senza nomi ebraici sui frontespizi dei libri di testo: il XVI anno dell'era fascista era anche il I anno scolastico dell'era razzista. D'altronde il regime aveva già mostrato di saper condurre le campagne ideologiche in tempi efficaci per una loro valorizzazione scolastica: due anni prima la guerra di conquista dell'Etiopia era stata anche il capolavoro della propaganda scolastica del regime: cominciata in corrispondenza dell'apertura dell'anno scolastico, la vittoria e l'impero erano stati celebrati il 9 maggio, un mese prima della chiusura estiva, giusto il tempo di festeggiare la vittoria in mille iniziative in piazza e nel cortile degli istituti.
Agire in questo modo, cacciando gli allievi e i docenti ebrei, non significava solo perseguitare una categoria di cittadini, ma aveva anche la valenza di mettere a segno un'azione pedagogica di formidabile efficacia per inculcare una mentalità razzista negli allievi. Più che lo studio, i fatti: cosa c'è di più potente nel formare razzisticamente le menti degli alunni italiani che cacciare i loro compagni di banco ebrei? Come affermare in modo più spietatamente efficace l'inferiorità degli alunni ebrei se non privandoli da un giorno all'altro del diritto di continuare a frequentare le scuole di tutti?

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