lunedì 14 luglio 2014

Le note di Leo speciale Lorin Maazel


Leonardo Castellucci*

Ieri se n'è andato il maestro Lorin Maazel, talento precocissimo, direttore di indubbia sensibilità interpretativa, violinista abilissimo. Lo vorrei ricordare con due momenti temporalmente molto lontani. Una notevole lettura della sinfonia n.9 di Beethoven, eseguita recentemente con l'orchestra della Fenice e una esecuzione del concerto di Mozart per violino K.216 in cui lo vediamo ancora giovane, nel doppio ruolo di direttore e solista.

E insieme con voi vorrei mandargli il nostro saluto e un sentito: GRAZIE MAESTRO!


Ludwig van Beethoven
Sinfonia n.9 in re minore per soli, coro e orchestra, op. 125



soprano - Ekaterina Metlova
tenore - Jonathan Burton
mezzosoprano - Kate Allen
basso - Luca Tittoto



Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
maestro del Coro Claudio Marino Moretti



Direttore.Lorin Maazel

W.Mozart
Concerto per violino in Sol maggiore, K.216
1° mov. allegro


Wiener Philharmonic
direttore e solista. Lorin Maazel


*Leonardo Castellucci, fine conoscitore di musica, giornalista, scrittore, oggi direttore editoriale di Cinquesensi Editore.

domenica 13 luglio 2014

Le note di Leo/Il plagio di Händel

Un appuntamento con la musica, per traghettarci dalla domenica al lunedì.



Leonardo Castellucci*

Agli inizi del'700 Francesco Gasparini, stimabile maestro dell'ultimo barocco italiano, scrive un'opera ragguardevole per sviluppo formale, originalità d'invenzione melodica, equilibrio drammatico: il  Bajazet o Tamerlano. 
Qualche anno più tardi il più giovane Handel mette in scena la stessa opera (e fin qui niente di strano) in cui si notano sorprendenti somiglianze con la versione di Gasparini. Oggi potremmo parlare chiaramente di plagio, anche se la sensibilità del tempo ammetteva di rielaborare pezzi di altri presentandoli come propri. Certo è che in questo caso la rielaborazione forse è davvero poco riuscita, visto che varie parti delle due opere differiscono fra loro solo in dettagli tonali e timbrici. Giudicate voi.


Francesco Gasparini. Dall'opera il Bajazet(Tamerlano)
" Forte e Lieto a morte andrei"


The English Concert
direttore. B. Labadie
Tenore. Ian Bostridge

G.F. Händel. Dall'opera Tamerlano
" Forte e Lieto a morte andrei"


The English Concert
direttore. B. Labadie
Tenore. Ian Bostridge

*Leonardo Castellucci, fine conoscitore di musica, giornalista, scrittore, oggi direttore editoriale di Cinquesensi Editore.

L'incipit (e l'epilogo) della domenica - George Steiner, Il processo di San Cristobal

Più che un libro, un grimorio maledetto. Pubblicato da Rizzoli nel 1982, il romanzo è rapidamente scomparso; oggi lo ricordano in pochi. 
La trama: un gruppo ebraico di cacciatori di nazisti riesce a catturare nella giungla amazzonica (trent'anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale) il simbolo del Male del Novecento; un vegliardo dallo sguardo metallico e terribile: Adolf Hitler, sopravvissuto alla distruzione del bunker di Berlino e alla Götterdämmerung del Terzo Reich. Il gruppo non riesce a rientrare in Israele e decide di processare il Führer sul posto; l'eccezionale ucronia si chiude con l'arringa difensiva di Hitler che rovescia contro i propri accusatori tutti gli orrori storici e morali a lui storicamente addebitati.
Il succo della scandalosa memoria difensiva (e l'originalità estrema del punto di vista steineriano) si articola in quattro punti. In breve, ecco cosa afferma tale Hitler distopico: 
- non è forse la Bibbia - nerbo dell'ebraismo - un testo razzista e pregno di sangue? Un testo a cui ho attinto per delineare il pensiero totalizzante e dispotico del nazionalsocialismo ("le mie dottrine le ho prese da voi")?  
- non è forse l'Olocausto una reazione al genio di quell'ebraismo che ha condannato - per tre volte! - l'umanità alla perfezione dell'ideale e della trascendenza (tramite la Bibbia, il Vangelo dell'ebreo Gesù e il comunismo dell'ebreo Karl Marx)?
- non son forse io un mediocre del Male? Uno dei tanti? Non vedete come altri (ad esempio Stalin, che uccise trenta milioni di compatrioti) hanno operato peggio di me?
- non è forse vero che la patria (Heimat) degli ebrei, Israele, non sarebbe nata senza l'Olocausto? Non vedete ch'io non sono che uno strumento di Dio, il vostro vero Messia, il Salvatore da voi tanto agognato e atteso?
A tali interrogativi (come detto: intellettualmente scandalosi, e quindi sommamente fecondi) Steiner soggiunge anche una riflessione sulla forza evocativa della lingua tedesca, intesa come concrezione millenaria e insondabile di un'anima eterna - eterna e spaventevole, poiché sottratta magicamente alle forze definitive e normalizzanti del raziocinio. 
Nonostante George Steiner sia uno dei maggiori intellettuali viventi e accolga in sé, umanamente, qualsiasi obiezione all'antisemitismo (ebreo francese, fu costretto all'esilio nel 1940, dopo la presa nazista di Parigi), il romanzo (e la versione teatrale d'esso) fu attaccato minuziosamente e ferocemente, sin alla tacitazione.
In Italia la cosa si risolse senza troppa canea: il libro scomparve quasi subito e non fu mai più ristampato.
Nella regione Lazio, presso biblioteche pubbliche, ne esistono quattro copie, di cui solo due consultabili.

George Steiner
"Sei tu".
Il vecchio si morse il labbro.
"Tu. Proprio tu? Shema. In nome di Dio. Guardati come sei ora. Sembri venuto dall'inferno".
E così dicendo il giovane, quasi un ragazzo, irrigidì i polpacci e cercò di piantare gli stivali consunti nella terra. Per sembrare implacabile. Ma la voce gli tremava dentro.
"Sei tu. Vero? Ti abbiamo preso. Ti teniamo. Simeon sta mandando il segnale. Lo sapranno tutti, il mondo intero. Ma non subito. Prima dobbiamo portarti fuori di qui. Nostro: sei nostro, lo sai, no? Il Dio vivente ti ha consegnato nelle nostre mani, nelle nostre mani. Ed è avvenuto. Tu ..."
E il ragazzo fece una risata sforzata che rimase senza eco. L'aria ferma li divideva, spruzzando pioggia dalle sue pieghe calde, immobili.
"Taci, ora? E pensare che la tua voce ... Dicono che la tua voce poteva ..."
Il ragazzo non l'aveva mai sentita.
"... infiammare le città. Dicono che quando parlavi le foglie s'incenerivano e gli uomini piangevano. Dicono che le donne, solo a sentire la tua voce, che le donne ..."
S'interruppe. L'ultima donna l'aveva vista in riva al fiume in riva la fiume a Jiaro. Infinite marce fa. Sdentata. Accoccolata vicino alla pozza verdastra e non li aveva salutati.
"... Si strappavano di dosso i vestiti, solo a sentire la tua voce".
Ed ora gli scoppiò la rabbia. Finalmente.
"Perché non parli? Perché non mi rispondi? Ti faranno parlare. Sei nostro, ormai, ti teniamo in pugno, dopo trent'anni di caccia. Kaplan è morto, e così pure Weiss e Amsel. Oh parlerai, stai tranquillo, fin quando non ti avremo strappato la pelle, la pelle dell'anima".
Il ragazzo ora urlava. Aspirava forte l'aria e urlava. Il vecchio alzò gli occhi e ammiccò.
"Ich?"

venerdì 11 luglio 2014

Libri per l'estate: novità e consigli di lettura


Francesco Piccolo, Non potete fermare il vento. Sulla scia dello straordinario Il desiderio di essere come tutti, vincitore dello Strega, ecco ripubblicata una prova giovanile dello scrittore napoletano. Sullo sfondo della sua città, dalla bellezza struggente e immortale, si dipanano tre storie adolescenziali: quella di Enrico, avido di vita e libertà; di Genny, generoso e sfortunato; e di Chiara, vibrante d’impegno politico e vittima delle prime delusioni amorose. Un romanzo corale, toccante e profondo; una ricognizione sul filo della nostalgia che profuma della verità del sentimento più sincero.

Marco Malvaldi, Tressette con il morto. Nuovo, irresistibile capitolo della saga del BarLume: stavolta nonno Ampelio, Aldo, il Rimediotti e il Del Tacca, il commissario Fusco e la banconiera Tiziana assistono il ‘barrista’ Massimo sulle tracce di un diamante scomparso (assieme alla padrona, l’aristocratica russa Irina). Fra equivoci, dileggi e intuizioni bislacche i Nostri saranno affiancati dalla vedova Taglienti (un nome un programma!) nella risoluzione dell’intrigo internazionale sullo sfondo di una provincia pisana fintamente sonnacchiosa.

Benedetta Parodi, In cucina comando io. Divertente e fresca come una caprese estiva, ecco un'antologia imperdibile delle ricette di Benedetta: facili, veloci e tutte da gustare!

Chiara Gamberale, Tutto di me. "Da quando la vita è vuota, non mi ero mai accorta che fosse così piena. Il meglio della vita sta in tutte quelle esperienze interessanti che ancora ci aspettano": queste le inquiete domande che si rivolge Chiara, la protagonista del libro. E aggiunge divertita: "Come si fa a volersi bene senza farsi troppo male?". Dall'autrice di Donna contro donna, un'indagine magistrale nei meandri della femminilità, portata avanti sul filo della dolcezza e dell'ironia.

Massimo Cacciari, La sconfitta del Katechon. Attraverso una finissima analisi del pensiero di Heidegger, Evola e Theodor Herzl, lumeggiata da riferimenti al Kali Yuga indù e alle Apocalissi gnostiche, il filosofo veneziano conclude sull'ineluttabilità dei destini declinanti dell'Europa. Un saggio lucido e profetico sul futuro delle nazioni, ma anche il personale e sincero resoconto di un'avventura personale e spirituale. Postfazione di Roberto Calasso.

Adelaide Zummo, Il sangue e la spada. Sesto episodio della saga del vampiro Lord Carnavon, sempre alla ricerca dell'inafferrabile Sophia, sposa-amante e madre di Batalo, il re dei lupi mannari che, dalle montagne ghiacciate di Knirr, minaccia il regno di 'Nduia. Una saga fantasy mozzafiato che ha già conquistato i cuori degli appassionati italiani. Numero 1 fra gli adolescenti italiani, la Zummo è già tradotta in più di venti paesi.

Clelia Alfonsi, Amali e lasciali. "Vorrei un uomo capace di aprirmi porte verso spazi conosciuti. Che mi stupisca. Che adoperi la fantasia. Qualcuno dirà: ma quanti cavoli, vuoi la luna. Ma sono stufa di fare sempre la parte della trascinatrice. Lo ammetto, sono esigente. Nelle amicizie come nell'amore. E mi piace ridere". Con queste parole inizia il romanzo rivelazione della Alfonsi, la risposta italiana alla romantic comedy anglosassone. Fra (auto)ironia, qualche cattiveria, e battute fulminanti ecco le confessioni di una figlia del secolo sempre sull’orlo di una (spassosa) crisi di nervi. 

Valerio Massimo Manfredi, La stemma degli inganni. L’Impero sta crollando sotto i colpi delle invasione barbariche: Roma, la luce dell’Occidente, è già stata violata. Fra le brume del Nord, nella Britannia, il condottiero Aurelianus Ambrosius, assieme al centurione Geoffrey di Monmouth e all’ambigua sacerdotessa Morgan Le Fay, tiene alto il prestigio della romanità combattendo le orde germaniche e sassoni. Il suo stemma non è l’aquila, ma l’orso, arth, da cui il soprannome Artù … Un travolgente fantasy d’ambientazione celtica che unisce il piacere per l’avventura all’accuratezza e alla profondità dello storico.

Antonio Vitali, La lingua dell'Uselanda. Vitali al suo meglio. Il fascismo incipiente, la vita di provincia, i pettegolezzi, gli amori giovanili: sul filo della nostalgia una coinvolgente giostra di personaggi e vicende irresistibili e divertenti, il ritratto dell'Italia più vera e profonda.

Margaret Mazzantini, Ecco le stelle. "Sono le favole a finire con un inizio, in cui tutti vivono per sempre felici e contenti. Nella vita è vero il contrario, e cioè che la fine dell'amore è già scritta nel suo inizio. Perfino chi vive insieme a una persona tutta la vita deve continuare a finire e a iniziare di nuovo, perché chi ti sta accanto continua lentamente a cambiare": questo l’incipit del nuovo, toccante romanzo della scrittrice romana: gli affetti familiari, la perdita, il ritrovarsi: un commovente melange che alterna con maestria la dolcezza e la forza delle passioni più sincere.

Umberto Eco, Il nome della rosa redux. Chi si nascondeva veramente dietro i delitti dell'abbazia? Chi armava la mano e l'ideologia di Jorge da Burgos? Qual è il fine dell'ambigua setta bogomila Spudaiogeloion? Dopo trent'anni Guglielmo da Baskerville torna sul luogo degli antichi delitti assieme al fido Adso per scongiurare un complotto che rischia di sovvertire l'intera Europa.

Francesco Totti, Ve l’avevo detto. E mo’ che fate? Esilarante antologia di papere (lessicali), barzellette e prese in gito raccolte dal fantasista romanista. Divertenti (e bonarie) le stoccate a Balotelli e all’ex laziale Hernanes.

Helen Woods, Padrone dei miei desideri. Mary, fresca laureata a Harvard, rampolla d'una ricchissima famiglia del Massachussets, decide di trascorrere un anno sabbatico in Italia. A Firenze incontrerà un giovane perdigiorno, Matteo, che la conquisterà con la sua bonomia e la spensieratezza tipica del Bel Paese. Sullo sfondo di una città dalla bellezza immortale e struggente, una storia d'amore imprevedibile quanto coinvolgente. 

giovedì 10 luglio 2014

Vita e sogno, pagine di uno stesso libro

G. Luca Chiovelli

- IV secolo a.C. Platone, VII libro de La Repubblica:
“Si immaginino degli uomini chiusi fin da bambini in una grande dimora sotterranea, incatenati in modo tale da permettere loro di guardare solo davanti a sé. Dietro di loro brilla, alta e lontana, la luce di un fuoco, e tra il fuoco e i prigionieri corre una strada con un muretto. Su questa strada delle persone trasportano utensili, statue e ogni altro genere di oggetti; alcuni dei trasportatori parlano, altri no. Chi sta nella caverna, non avendo nessun termine di confronto e non potendo voltarsi, crederà che le ombre degli oggetti proiettate sulla parete di fondo siano la realtà; e che gli echi delle voci dei trasportatori siano le voci delle ombre”.

- IV-III secolo a. C. Aneddoto del maestro Zhuāngzǐ:

"Una volta Zhuāngzǐ sognò di essere una farfalla, una farfalla che svolazzava qua e là spensierata.
Non sapeva di essere Zhuāngzǐ.
Improvvisamente si svegliò ed ecco che era di nuovo Zhuāngzǐ.
Ma ora non sapeva più se era Zhuāngzǐ che aveva sognato di essere una farfalla oppure se era la farfalla che stava sognando di essere Zhuāngzǐ".

- 54 d. C. San Paolo, Prima lettera ai Corinzi, 13, 12
"Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia. Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto”. (Videmus nunc per speculum in aenigmate, tunc autem facie ad faciem; nunc cognosco ex parte, tunc autem cognoscam sicut et cognitus sum)

- I secolo d. C., Vangelo secondo Giovanni, 14, 30

"Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il Principe di questo mondo ..."

- III secolo d. C., Ipostasi degli Arconti (dai codici gnostici di Nag Hammadi).

Sophia crea, da sola (senza Gesù Cristo), Yahwhe (Samael, Yaldabaoth) ovvero Satana, il Demiurgo ingannatore, creatore del mondo materiale:

"E prese la sua forma dall’ombra ed è diventato una Bestia Arrogante che assomiglia ad un leone. Ed è androgino, perchè è dalla materia che proviene.
Aprì gli occhi e vide un grande quantità di materia senza limiti, ed egli divenne arrogante, dicendo: 'Sono io che sono Dio, e non c’è nessun altro a parte me'".

domenica 6 luglio 2014

L'incipit della domenica - Robert Aickman, Le spade

Afferma Giuseppe Lippi, curatore di una delle rarissime antologie italiane dedicata al britannico Robert Aickman (1914-1981): "Aickman eccelle in un gioco per altri versi pericoloso: quello di ottenere un massimo di tensione attraverso l'accumulo di fatti banalissimi. Non suoni scoraggiante al lettore: la stoffa dello scrittore si riconosce proprio nel fatto che i risultati gli danno ragione. Il luogo comune, il pettegolezzo, il penoso imbarazzo delle situazioni triviali sono i suoi ferri del mestiere, e Robert Aickman li adopera con bravura e consumata ironia".
Ed è così: come in Shirley Jackson, o nell'opera dei conterranei Saki, Max Beerbohm e Margaret Oliphant (fra i tanti), l'orrore e il disagio non solo vivono già annidati nel reale, ma in un reale ordinario, goffo e prevedibile. Per questo, come accade al protagonista dello straordinario racconto Le spade, sono gli individui più sbiaditi e comuni a rinvenire il filo penzolante delle smagliature dell'esistenza; la superficie della vita - sembra dire Aickman - apparentemente normale e composta, deve la propria banale razionalità a un mondo sottostante, fatale e sconosciuto ai più, in cui possiamo imbatterci per caso, nei nostri tranquilli andirivieni quotidiani.

Robert Aickman
La mia prima esperienza sessuale?
Fu una specie di esame, più di qualunque avventura che mi sia capitata poi nello stesso campo. Non molto piacevole, ma rivelatrice. Ho notato in diverse occasioni che le cose più strane accadono proprio ai principianti: e talora, penso, solo a loro. Quando una cosa la si conosce non c'è più mistero, e questo vale in quasi tutti i campi. Prendiamo le donne: dopo le prime sei, sette, o otto, le altre spariscono nel gruppo. lo ero appunto un principiante, grezzo come una cipolla a primavera. Per di più ero un cocco di mamma, spaventato a morte della vita e un crasso ignorante. Ma non voglio mancare di rispetto a mia madre: era buona come un'altra e me la cavavo meglio con lei che con molte altre donne.
Mia madre aveva un fratello, zio Elias. Dovrei aggiungere che discendiamo da una grande famiglia di ceramisti, ma la verità e che non ne sono tanto sicuro. La nonna conservava qualche coccio per suffragare questa tesi, ma è difficile giurarci. Dopo che mio padre rimase ucciso in un incidente, mia madre chiese allo zio Elias di prendermi in affari con sé. Lui era un rappresentante di prodotti per drogheria, ma non in grande stile: teneva solo gli articoli a buon mercato. Zio Elias disse che dovevo farmi le ossa viaggiando. Mia madre era molto preoccupata, perché papà era morto in un incidente d'auto e perché pensava che sarei stato esposto alle tentazioni, ma non poté farci niente e io diventai commesso viaggiatore per conto dello zio.
Il pericolo della tentazione esisteva davvero, ma io ero troppo ingenuo e troppo spaurito per lasciarmene coinvolgere. Per quanto potevo, mi tenevo a distanza perfino dai colleghi che incrociavano la mia strada: ero sicuro che avrebbero avuto su di me una pessima influenza, e poi non ci tenevo a passare da poppante del gruppo. Inutile dire che il mestiere di commesso viaggiatore mi disgustava, che mi faceva sentire terribilmente solo: e non è un modo di dire, ero terribilmente solo. Odiavo quella vita, ma zio Elias aveva promesso di sistemarmi e io non riuscivo a vedere altre possibilità. Feci il commesso per più di due anni, dopodiché, grazie a un'inserzione sul giornale, trovai il mio attuale lavoro presso una ditta di costruzioni: allora, finalmente, fui libero di dire allo zio cosa poteva farsene dei suoi prodotti di drogheria a buon mercato.

sabato 5 luglio 2014

mvl Teatro, la Siberia a Rebibbia


Elvira Sessa
Bianco era il colore della farina che allegra gli si attaccava alle dita mentre infornava i biscotti. Quel bianco nasceva dalla tavolozza di libertà con cui affrescava le sue giornate.
Bianco è, ora, il colore delle sue lacrime e di una mente prosciugata dagli arcobaleni.
Bianco è tutto ciò che vedono le sue pupille.
Un bianco accecante.
Salvatore sorride e piange mentre lo racconta. La sua storia è quella di tutti gli abitanti dell'isola di Sakhalin.
Si dice che chi arriva su questa isola dell'estremo oriente russo, all'inizio vede bene poi cade vittima di una epidemia chiamata acromatopsia, che fa confondere i colori.
Come è successo all'artista, il "signor B", che sulla tela voleva far brillare la bellezza della sua donna ma le tinge i fluenti capelli di color rosa scambiandolo per il giallo.
Chi arriva sull'isola viene portato nella cosiddetta "sezione A", dove mischia il colore della sua storia, dei suoi capelli, dei suoi occhi, della sua pelle, con quello di tanti altri. Finchè la sua storia si stinge, i suoi capelli, la sua pelle e i suoi occhi, diventano bianchi e inizia a vedere tutto bianco. Allora viene portato nella "sezione B", quella dei ciechi che vedono solo bianco, quella del candore dell'isola di ghiaccio, uguale per tutti, senza sfumature, senza zone d'ombra. Un bianco che è, allo stesso tempo, senza intimità e senza affetti.
Non c'è scampo.
Un medico, venuto a fare ricerche sull'isola per capire l'origine di questo male, scopre che è una cecità che non dipende dagli occhi. Gli occhi sono organi passivi, come l'obiettivo di una macchina fotografica. A guidarli è il cervello, la regia che ordina all'obiettivo fotografico di ingrandire, ridurre o semplicemente fissare, l'immagine. La vista del bianco è il riflesso dell'anemia mentale.
Queste vite, condannate a rimanere sull'isola per dieci-venti-trenta anni-per tutta la vita, sono raccontate nello spettacolo teatrale dal titolo "Viaggio all'isola di Sakhalin".
Ad interpretare l'opera è una trentina di detenuti della Compagnia del Reparto G8 del carcere di Rebibbia che scontano pene di lunga durata, alcuni l'ergastolo. Attraverso il copione teatrale, i detenuti ritinteggiano le loro giornate "di fuori", conservando i loro nomi, quelli delle loro mogli, dei figli; assumono la responsabilità di "un ruolo" e, con l'immaginazione, travalicano le sbarre.
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